Quando la Palestina ebbe l'icona della verità
Edward Wadie Said, l'uomo
anti-stereotipi
Il 24 settembre di dieci anni fa, a New York, moriva Edward Wadie Said, docente di letteratura inglese e comparata nella Columbia University, raffinato saggista, militante della causa palestinese. Si concludeva così, dopo una lunga lotta contro il “male incurabile”, la straordinaria esperienza di un intellettuale nomade e solitario, che aveva elaborato in profondità la cultura occidentale per rileggerla in un’ottica radicalmente critica, contribuendo a metterne a nudo i paradigmi apparentemente neutri, gli stereotipi, la falsa coscienza. Nato a Gerusalemme nel 1935 da una famiglia di arabi cristiani, cresciuto al Cairo e in Libano, profugo dal 1948 dopo la cacciata dei palestinesi dalla loro terra (quella che essi chiamano Naqba, «la catastrofe»), E. W. Said si trasferì a quindici anni negli Stati Uniti, dove completò gli studi avviandosi a una carriera che, nonostante le sue fortune universitarie, avrebbe avuto assai poco di accademico.
Nei saggi dello studioso palestinese-americano ritorna spesso la rappresentazione dell’intellettuale contemporaneo – purché dedito al pensiero critico – come vivente in uno stato di solitudine, essendo questo il prezzo da pagare allo sforzo di indipendenza, alla costante vigilanza nei confronti del potere. Una condizione di “esilio”, di spaesamento, che sembra caratterizzare tutta la vicenda di Said, a partire dalla giovinezza da lui rievocata nella bellissima autobiografia dal titolo Sempre nel posto sbagliato (Feltrinelli, 2000).
La cultura italiana dovrebbe guardare con vivo interesse a uno scrittore che ha dato spazio nella sua metodologia storico-critica a due grandi pensatori d’Italia. Il primo di questi è il filosofo Giambattista Vico. Così Said presenta il proprio libro più memorabile e più tradotto nel mondo, Orientalismo (1978; Bollati Boringhieri, 1991): «L’Oriente non è un’entità naturale data […]. Dobbiamo prendere molto sul serio l’osservazione di Vico che gli uomini sono gli artefici della loro storia, e che ciò che possono conoscere è quanto essi stessi hanno fatto. […] Proprio come l’Occidente, l’Oriente è un’idea che ha una storia e una tradizione di pensiero, immagini e linguaggio che gli hanno dato realtà e presenza per l’Occidente». Da questo assunto muove un saggio fra i più penetranti e innovativi della seconda metà del XX secolo; Said destruttura l’“Oriente” in quanto costruzione culturale che, specie a partire dall’Ottocento imperialista e colonialista, la dottrina geopolitica e la letteratura europee hanno eretto come diaframma fra “noi” e “loro”: l’immagine di un’entità sostanzialmente omogenea, misteriosa e affascinante, esotica e potenzialmente pericolosa, in ogni caso ineluttabilmente inferiore ai valori dell’“Occidente”. Contestando alla radice ogni essenzialismo – cioè ogni visione che interpreti le civiltà, le religioni, le entità storiche o geografiche come oggetti naturali immutabili – il libro di Said offriva, se non la confutazione a priori, almeno un contraltare alla tesi dello «scontro di civiltà», che Samuel P. Huntington avrebbe proposto quasi un ventennio più tardi, e che dopo la fine della guerra fredda avrebbe influenzato la lettura della nuova era di conflitti globali in chiave di difesa della supremazia occidentale.
Fra l’altro Said intuiva la potenza semplificatrice dei mass media nel mondo globalizzato, la proliferazione del mezzo televisivo, capace di standardizzare in maniera ancor più ingannevole le realtà complesse e diversificate come il Vicino Oriente, il mondo arabo, l’Islam, l’Estremo Oriente. E qui, a suo parere, si dispiegava la fecondità della meditazione di Gramsci – l’altro pensatore italiano da lui richiamato – con i suoi riferimenti al ruolo della società civile, all’egemonia e all’organizzazione del consenso, alle professioni intellettuali sempre più articolate e ramificate.

Pasquale Martino
« La Gazzetta del Mezzogiorno», 21 settembre 2013