Nazismo, Shoah, comunismo:
la memoria controversa dell’Ungheria
F. 1. Monumento al soldato sovietico. |
F. 2. Memoriale per le vittime dell'occupazione tedesca |
«Gloria agli eroi sovietici della Liberazione»: il grande monumento al soldato sovietico (fotografia 1) domina il lato nord della piazza della Libertà (Szabadsag ter) nel centro di Budapest. Esso riporta i nomi dei militari caduti nella battaglia con cui l’Armata rossa liberò la capitale ungherese nel 1945. Il combattimento, protrattosi per mesi e conclusosi il 13 febbraio con la resa tedesca, fu uno dei più duri che si siano svolti nel perimetro di una grande città europea durante il Secondo conflitto mondiale. Il monumento dunque commemora un episodio cruciale della guerra antinazista. Sebbene i russi si siano macchiati del sangue ungherese nel 1956, il complesso monumentale non è stato abbattuto dopo il 1989, e si può dire che esso sia l’unica opera memoriale del quarantennio comunista rimasta intatta in città (molte statue sono state invece trasferite in un apposito parco nella zona sud di Buda o nell’ampio spazio che il Museo Nazionale riserva al periodo della repubblica popolare). Gruppi di estrema destra ne hanno chiesto più volte la rimozione, ma, nonostante l’attuale governo di destra, l’Ungheria non ha soppresso l’emblema di una pagina tragica e inquietante della sua storia, che racconta la vittoria di un’armata straniera contro gli occupanti tedeschi spalleggiati delle formazioni magiare filonaziste delle Croci frecciate. Vero è che alla liberazione contribuì anche la resistenza ungherese, attiva da mesi, erede dell'opposizione antinazista degli anni precedenti, in cui s'era distinto il partito comunista clandestino.
F. 3. Installazioni davanti al memoriale |
F. 4. Scarpe sul Danubio |
F. 5. Foto nel museo della Sinagoga |
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F. 6. Statua di Imre Nagy |
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F. 7. Statua di Imre Nagy |
A Budapest non mancano i monumenti che ricordano la rivoluzione del 1956, soffocata dall'intervento militare sovietico. il più suggestivo è probabilmente la statua di Imre Nagy, che lo raffigura mentre, appoggiato al corrimano di un ponte, guarda verso il palazzo del Parlamento (fotografie 6-7). Nagy, esponente di spicco del partito comunista ungherese, fu primo ministro nel '56, destituito dai sovietici, arrestato e poi condannato a morte. Fu riabilitato nel 1989 e onorato con un solenne funerale pubblico.
Il regime comunista era finito con una transizione pacifica e indolore, come in quasi tutti i paesi dell'Europa orientale. E va rammentato che, trent'anni prima, la tragedia della rivoluzione stroncata aveva almeno consigliato al gruppo dirigente comunista post-'56, guidato da Janos Kadar, l'attuazione di una cauta politica di riforme, di amnistia e di aperture democratiche.
Pasquale Martino
marzo 2016
Le fotografie sono di Maria Vittoria De Padova.
Postilla del dicembre 2018
L’ungherese senza pace.
La statua di Imre Nagy viene ora rimossa per decisione dell’attuale premier di
estrema destra, lo xenofobo e fascistoide Orban, che gode dell’appoggio dei
fascisti. Perché – dice – Nagy era “un comunista” (cosa vera ed evidente), e
“un agente dell’Urss” (cosa non provata, e comunque non certo nel 1956!) e poco
importa se difese l’indipendenza dell’Ungheria a prezzo della vita. Al posto
della statua, vuole mettere un monumento alle vittime del “terrore rosso”
durante la rivoluzione del 1919. Già i neofascisti ungheresi pretendono per quelle
vittime le scuse degli “ebrei”, applicando la già richiamata equazione
“giudeo=comunista”. L’ossessione antiebraica continua ad animare la destra magiara
i cui progenitori si distinsero come strumenti dell’Olocausto. La memoria pubblica di Budapest è in perpetuo rifacimento, «somigliante
a quella inferma / che non può trovar posa in su le piume».