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domenica 14 aprile 2024

Fabrizio Canfora

La stagione creativa dell'antifascismo barese 

Un uomo magro dalla barba bruna, vestito di bianco, il 28 luglio del 1943 è alla guida, con altri, della prima manifestazione autoconvocata che attraversa le vie di Bari dopo vent’anni di dittatura: è Fabrizio Canfora, trentenne, professore di filosofia e storia nel liceo classico Quinto Orazio Flacco. Suoi allievi sfilano fra i dimostranti; e molti guardano a lui come a un leader, un punto di riferimento morale e politico. Incitato e quasi sospinto da quei giovani, dalla finestra di una sede fascista occupata dagli antifascisti deve rivolgere brevi parole a quanti si sono radunati per manifestare; e anche questa è una prima volta in assoluto: un discorso di libertà risuona in pubblico nel capoluogo pugliese, tre giorni dopo la destituzione e l’arresto di Mussolini. La scena, che riprendiamo dal racconto dello scrittore Vito Maurogiovanni, allora diciassettenne, precede di pochi minuti la tragedia. La festosa giornata di liberazione e speranza precipita nella sventura: in via Niccolò dell’Arca i soldati, coadiuvati da provocatori fascisti, sparano sui dimostranti uccidendone almeno venti e ferendone molte decine. Tra i feriti Canfora, che sarà anche arrestato nel suo letto d’ospedale. L’antifascismo fa paura al re e a Badoglio; e il fascismo non è morto.

L’esperienza drammatica di una libertà intravista ma ancora tutta da conquistare, di un fascismo caduto ma tuttora vivente, sarà il rovello del giovane professore nei mesi che seguono. Lunghi mesi di intenso impegno per la ricostruzione democratica, mentre al Nord divampa la guerra di Liberazione. A quel discrimine Canfora era arrivato attraversando un tempo non breve di formazione intellettuale e politica: decisiva era stata la scuola di Benedetto Croce (periodicamente ospite a Bari dell’editore Giovanni Laterza) e di Tommaso Fiore, l’intellettuale altamurano (che perderà un figlio nell’eccidio del 28 luglio ’43) animatore del gruppo liberalsocialista barese confluito poi nel Partito d’Azione. Entrambi, Fiore e Canfora – e non solo loro – perseguitati dalla polizia fascista.


Già nei primi anni ’40 Canfora, immaginando la fine del regime, propugna il superamento del liberalismo classico in direzione di un’apertura sociale e democratica, i cui termini si scorgono nel suo libro su Lo spirito laico (Laterza 1943). Ma gli scritti del fervido periodo venuto dopo l’8 settembre ’43, che si potrebbe definire come la stagione creativa dell’antifascismo barese – creativa in quanto si misura con l’azione pratica finalizzata a una radicale svolta politica – sono raccolti nel volume edito nel 1945 e intitolato Tra reazione e democrazia. Stampato nella tipografia Leonardo da Vinci (che diventerà casa editrice con lo stesso nome e in seguito darà luogo alla prestigiosa De Donato), il prezioso libro era andato quasi perduto, disperso in pochissime biblioteche pubbliche; viene ora opportunamente riedito in ristampa anastatica da Mario Adda, per la cooperazione virtuosa di Città Metropolitana, Museo civico di Bari e ANPI; presenta in appendice una riflessione dello stesso autore scritta a distanza di un trentennio, nel 1974, e una illuminante postfazione di Luciano Canfora, figlio di Fabrizio. A Luciano Canfora, con scelta assai congrua, il Comune di Bari ha affidato la lectio svolta a gennaio nel teatro Piccinni alla presenza del presidente della Repubblica, per celebrare gli 80 anni del Congresso dei CLN (28-29 gennaio 1944). Congresso che fu il risultato politico più importante ottenuto dall’antifascismo barese – nonostante la tenace ostilità del re e la diffidenza degli Alleati – e da quel nucleo azionista che ne era la componente più attiva.  Con grande profitto si rileggono i testi di Fabrizio Canfora – accompagnati da alcuni articoli firmati da Domenico Pàstina, l’antifascista tranese legato a lui da intenso sodalizio – apparsi per lo più in L’Italia del Popolo, primo organo di stampa che, pubblicato a Bari, espresse tra mille difficoltà finalmente una voce libera. La chiave di volta della lotta politica di quel momento fu – per adoperare le parole dello stesso Canfora – l’organizzazione della «anti-Vandea» nel Mezzogiorno, capace di contrastare il tentativo in atto di restaurazione monarchico-fascista e di prospettare un’uscita democratica dalla catastrofe italiana, una soluzione in armonia con la lotta partigiana che si combatteva nelle regioni settentrionali. 

Il che, sia pure al termine di un percorso più complesso di quanto quegli antifascisti pensassero, fu ciò che si realizzò con la Repubblica e con l’Assemblea costituente, che l’Italia non aveva avuto nel 1861. 

Pasquale Martino 

"La Gazzetta del Mezzogiorno", 14 aprile 2024

Immagini: 

Fabrizio Canfora con la moglie Rosa Cifarelli nel giorno del matrimonio, 24 aprile 1940 (courtesy Luciano Canfora). 

Copertina dell'edizione 1945 di Tra reazione e democrazia

 

 

 

 

 

 


 

 

venerdì 11 maggio 2018

Bicentenario di Karl Marx


Il Capitale, Cafiero, 
i rivoluzionari meridionali


Il «ritorno a Marx» è una costante ciclica del dibattito filosofico, economico e politico. Un pensiero la cui inesausta forza analitica resta attrattiva anche quando gli eredi politici della sua tradizione sembrano scomparsi. Tanto più si vorrebbe riscoprirne la prorompente freschezza degli albori, della nascita e divulgazione, in quella seconda metà dell’Ottocento che fu età di rivoluzioni borghesi ancora in corso e di insorgenti lotte di classe capaci di incrinare le certezze del capitalismo trionfante. Nell’Italia appena unificata erano proprio i primi apostoli del movimento operaio a credere che le plebi del Nord e del Sud potessero associarsi nella ribellione contro l’ingiustizia, ispirate di volta in volta dal mazzinianesimo, dal radicalismo di Pisacane, dalla anarchia di Bakunin e dal socialismo scientifico di Marx ed Engels. 
      Molti intellettuali meridionali militavano nella nuova impresa, e fra questi alcuni pugliesi che rinunciarono a facili carriere perseguendo il riscatto delle classi lavoratrici. Il più generoso e culturalmente vivace fu Carlo Cafiero, nato nel 1846 da una ricca famiglia di Barletta, amico del pittore Giuseppe De Nittis suo concittadino, formatosi nel seminario di Molfetta e poi a Napoli: a lui, espressione di un “proto-marxismo libertario” (la definizione è di Gian Mario Bravo), va il merito di aver fatto conoscere per primo a un largo pubblico italiano la dottrina di Marx.
     Recatosi a Londra, Cafiero stabilì un legame soprattutto con Friedrich Engels, col quale restò in corrispondenza epistolare. Tornato in Italia, si adoperò con due conterranei, il tranese Enrico Covelli suo compagno di studi e Carmelo Palladino di Cagnano Varano, per riorganizzare a Napoli la prima sezione che sotto la guida di un altro pugliese, il sarto Stefano Caporusso di Modugno, aveva aderito alla Associazione internazionale dei lavoratori (la Prima Internazionale). È il 1871, il tempo della Comune di Parigi, quando la rivoluzione proletaria sembra incombere sull’Europa. Marx ed Engels guardano con interesse alle potenzialità dell’Italia, ma lo stesso fa l’ormai rivale Bakunin, che ha vissuto nella penisola e vi annovera numerosi seguaci. Pure Cafiero abbandona la linea marxista per abbracciare l’idea bakuniniana: finanzia l’acquisto della Baronata, una villa presso Locarno dove vive con la moglie Olimpia Kutuzova  e che mette a disposizione di Bakunin, ma in seguito prende le distanze dal leader anarchico; la vicenda è narrata nel romanzo di Riccardo Bacchelli Il diavolo al Pontelungo (1927). 
     Dopo aver promosso sfortunate insurrezioni a Castel del Monte e nel Matese, Cafiero si dedica alla sua opera più importante: la riduzione in agile compendio del libro I di Das Kapital, la grande summa teorica di Marx. Il volumetto esce nel 1879, rivolto non solo a lavoratori e a borghesi illuminati, ma, con lungimiranza, anche alla «prima gioventù delle scuole». Karl Marx in persona scrive a Cafiero per lodare la superiore qualità della nuova epitome rispetto a precedenti tentativi altrui e non solo in Italia. Efficacia e chiarezza connotano l’excursus come in questo passo: «La nascita del capitale si risolve nell'altra questione […]: trovare una merce che ci dia più di quanto ci è costata; […] la quale […] possa crescere di valore […] Questa merce tanto singolare esiste davvero e si chiama potenza del lavoro, o forza del lavoro». Opera mai tramontata: Il Capitale compendiato da Cafiero in edizione del 1913 è fra i libri di Gramsci, che nei Quaderni auspica possa realizzarsi una sintesi di pari utilità per le giovani generazioni; l’edizione Samonà e Savelli del 1970 rifornisce le biblioteche dei sessantottini; il compendio è stato sempre ripubblicato ed è disponibile come ebook. 

     Prima di morire proprio nell’anno di fondazione del partito socialista (1892), Cafiero – che ha scritto saggi non irrilevanti su comunismo e anarchia – fa in tempo a maturare posizioni pragmatiche, sulla scia di Andrea Costa staccatosi dall’insurrezionalismo anarchico per sostenere il movimento socialista organizzato. Contribuisce alla diffusione dei testi marxisti anche il socialista beneventano Pasquale Martignetti, lui pure corrispondente di Engels (al quale inoltre pervengono lettere da semplici militanti e simpatizzanti di Trani e Molfetta); tuttavia, mentre Il Capitale viene pubblicato a dispense a Torino, sulla rivista borghese «Bilbioteca dell’Economista», nel socialismo italiano l’assimilazione della teoria di Marx è superficiale e venata di positivismo. Toccherà al pensatore napoletano Antonio Labriola dare impulso alla fine del secolo a una rigorosa conoscenza del marxismo e dello stesso Manifesto di Marx ed Engels. La traduzione e pubblicazione delle opere dei due tedeschi sarà intrapresa nel 1899 da un altro valoroso intellettuale delle nostre terre, il “professore socialista” cioè il potentino Ettore Ciccotti, in collaborazione con la moglie Ernestina D’Errico. E siamo ormai alla prima delle – anch’esse cicliche – “crisi del marxismo”, addirittura alla “morte del marxismo teorico” proclamata da Benedetto Croce al sorgere del Novecento. 
     Invece il “secolo breve” segna l’avventura drammatica di un movimento storico di grandi masse che in tutto il pianeta ha nelle idee di Marx il proprio vessillo. Concluso quel secolo con dolorosi fallimenti ma con una inevasa domanda di eguaglianza e libertà, rimane il fascino di un pensatore radicalmente critico, che nel Bicentenario della nascita è forse ancora il più studiato nel mondo, e grazie a un intelligente regista haitiano (Raoul Peck) fa ora discutere il pubblico del grande schermo.   

Pasquale Martino   
"La Gazzetta del Mezzogiorno", 5 maggio 2018             

mercoledì 3 maggio 2017

Valentino Parlato

Il comunista che venne dall'Africa
Ricordi baresi sul giornalista e intellettuale che fondò «il Manifesto»

Valentino Parlato è stato un personaggio popolare. Quel sorriso spontaneo, amabile e ironico, lo sguardo arguto e accattivante, una certa aria dimessa, lo rendevano simpatico; e qualche intervista televisiva o apparizione in un talk show lo hanno fatto conoscere anche al di fuori del mondo della sinistra, al quale apparteneva per vocazione ostinata. Era facile incontrarlo nelle manifestazioni, a Roma, oppure per strada, la sigaretta sempre fra le dita; era facile mettersi a parlare con lui. Ma spesso lo si vedeva in altre parti d’Italia, a discutere di politica e cultura. Molti lo ricordano a Bari, al Bif&st dello scorso anno. Anche a me è successo di parlare con lui varie volte, ma quella che mi è rimasta più impressa è la volta che, tanti anni fa (nel 1982), gli telefonai alla sede del «Manifesto» – il quotidiano di cui era il direttore – per proporgli di pubblicare la mia ricostruzione della rivolta degli edili di Bari, nel ventennale. Mi dette una risposta scettica, che probabilmente – mi venne poi da pensare – era la prima risposta che dava a tutti, nella sua responsabilità di direttore (è tornato a esserlo ripetutamente, per il quotidiano che aveva contribuito a fondare). Pochi giorni dopo, a sorpresa, il «Manifesto» uscì col mio servizio in un paginone, cosa che mi riempi di orgoglio. Il «quotidiano comunista», e Parlato con i cofondatori, erano punti di riferimento ammirati, quasi mostri sacri (sebbene questa definizione non si adatti una figura cordiale). 
Non c’è spazio qui per raccontare la sua storia lunga e intensa, e altri lo faranno molto meglio di me. Un paio di cose vanno però ricordate, che ci riguardano da vicino. Il giovane Parlato fu il curatore di una raccolta assai fortunata di scritti di Gramsci sulla questione meridionale (Editori Riuniti, 1966), in collaborazione con il non dimenticato Franco De Felice, barese di adozione e valoroso storico del movimento operaio. I due firmarono anche la densa introduzione del volumetto, che aiutò la generazione del ’68 ad avvicinarsi al grande pensatore sardo e ad appassionarsi a un meridionalismo teoricamente agguerrito e nient’affatto lamentoso. Parlato – che ha vissuto a lungo ad Agrigento – era un giornalista dell’«Unità» e di «Rinascita», uno studioso di economa politica e un curatore di volumi di classici del pensiero economico (Adam Smith) e marxista (Engels, Lenin). Ma la svolta arriva con la nascita del «Manifesto», che nel 1969-71 è ancora una rivista mensile, e si pubblica a Bari, per la casa editrice Dedalo di Raimondo Coga: un pioniere della nuova editoria di saggistica “militante” che nel capoluogo pugliese può contare pure su De Donato e Laterza. E nel 2015, alla morte di Coga, sarà non a caso proprio Parlato a scrivere sul «Manifesto» una bella commemorazione dell’editore barese. Intanto, sulla rivista eretica, Parlato scrive di economia nell’ottica del fenomeno storico che si va imponendo: la nuova lotta operaia, la giovane generazione dell’Autunno Caldo. Arriva però lo scontro col suo partito, la radiazione di tutto il gruppo dal Pci. Ed ecco l’avventura grande: il «Manifesto» quotidiano che sarà voce e specchio di un mondo operaio, studentesco e intellettuale mosso da fervide speranze specialmente nel decennio ’70.
Il tratto eterodosso e anticonformista gli era sempre stato congeniale. Pochi anni fa, quando la coalizione occidentale intervenne contro Gheddafi, Parlato si distinse dal coro non certo per difendere il despota ma per criticare le ragioni dell’intervento militare, per mettere in guardia dagli effetti (che si sono puntualmente verificati) della distruzione di un sistema di compromesso cui si sostituiva il caos programmato. Valentino conosceva bene la storia della Libia e amava quel paese: era nato a Tripoli, sotto il dominio italiano; lì era diventato comunista: per questa sua appartenenza politica, nel 1951 l’amministrazione controllata dagli inglesi lo espulse dalla ex colonia. Il suo itinerario nasceva in qualche modo eccentrico, lo conduceva in Italia e in Europa a partire dagli orizzonti di un altro continente che stava rivendicando la propria libertà.

Pasquale Martino   

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 3 maggio 2017 

lunedì 27 marzo 2017

De Sanctis

Il filo rosso fra cultura e popolo
L’eredità discussa del grande intellettuale meridionale, 200 anni dopo



Davvero un lungo bicentenario, quello della nascita di Francesco De Sanctis (28 marzo 1817-2017). Le celebrazioni inaugurate già da qualche anno con un nutrito programma – di cui abbiamo dato conto a suo tempo («La Gazzetta del Mezzogiorno», 17/12/2014) – culminano in questi giorni, nella natia Irpinia e non solo, visto che il Mibact annuncia l’emissione di una moneta commemorativa e, per venire a noi, il liceo classico di Trani intitolato allo storico della letteratura promuove un certame e una giornata di studi. Sembra condivisa l’opportunità di solennizzare l’anniversario e farne occasione di dibattito; meno univoca appare la chiave di lettura da utilizzare per intendere, due secoli dopo, e accostare ai giovani la figura complessa di questo grande studioso che fu anche uomo d’azione.
È forse il modello di intellettuale “meridionale” – ci si chiede – capace con la sua adesione al Risorgimento di fare apparire il Sud più protagonista e meno subalterno nel controverso processo di unificazione? È il grande innovatore della critica, l’inventore di un genere letterario – la moderna storia della letteratura – che egli seppe forgiare narrando come in un romanzo l’epopea delle lettere italiane in simbiosi con la genesi del sentimento nazionale? O ancora, è un padre della scuola italiana unitaria, per la quale si batté in qualità di ministro della pubblica istruzione del primo governo d’Italia, e poi di parlamentare, sforzandosi di avviarla a un legame fra «scienza e vita», di farne una scuola di educazione popolare? Certo De Sanctis è tutte queste cose e molto di più. Egli è innanzitutto, ci pare, una coscienza critica di quella borghesia ottocentesca che fra incertezze e contraddizioni riuscì a realizzare, quasi del tutto senza masse popolari, un capolavoro politico ammirato in Europa, l’unità di Italia. Coscienza critica, perché non gli sfuggivano affatto gli errori e i limiti del processo compiuto e ancora in via di compimento. Il punto nodale era per lui l’antica separazione fra intellettuali e popolo, che attraversava la storia letteraria italiana; una storia dialettica, nel concetto desanctisiano, caratterizzata da avanzate e ritorni indietro sebbene in una tensione costante verso il progresso.

Francesco De Sanctis (1817-1883)
La formazione di una cultura, letteraria e non solo, che scaturisca da un dialogo con il sentimento popolare e sappia interpretarlo: questo è il cruccio di De Sanctis. Schierandosi con la sinistra parlamentare e osservando senza pregiudizio di classe il nascente movimento socialista, lo studioso irpino configura un nuovo tipo di intellettuale, antiaccademico, capace – sulle orme di Dante Alighieri – di estendere il più possibile la comprensione della poesia e il gusto estetico ai ceti umili. Ciò comporta una concezione diversa della cultura, che non può sussistere senza essere «lotta culturale», per generare «un’etica, un modo di vivere, una condotta civile e intellettuale»: sono parole di una celebre pagina dei Quaderni del carcere dedicata a De Sanctis. E qui ricordiamo l’altro anniversario in corso, l’80° della morte di Antonio Gramsci (1937): a lui si deve la riproposizione, nel Novecento, dell’esempio “militante” di De Sanctis come antitesi di una concezione distaccata ed elitaria dell’attività intellettuale. Il che non significava né sancire una volta per sempre una particolare metodologia o ispirazione estetico-critica, né avallare l’idea che il metodo desanctisiano fosse meno rigoroso di altri fondati sulla astrazione di uno specialismo incontaminato.
Antonio Gramsci (1891-1937)
Del resto, proprio l’anniversario è un’occasione per rivisitare la feconda produzione critica di uno dei nostri più grandi letterati. Ma qui vogliamo in conclusione domandarci se la sua figura intellettuale, paradigmatica nella storia italiana, abbia ancora un vigore e un senso. Se lo abbia, per esempio, dopo «il grande silenzio» degli intellettuali denunciato anni fa da Alberto Asor Rosa. E dopo che si va estinguendo una generazione che ha ritenuto inscindibile il binomio cultura-impegno civile. Pensiamo a Ermanno Rea scomparso di recente, che ripercorse l’itinerario del Viaggio elettorale di De Sanctis ricavandone un reportage fotografico – lui divenuto poi famoso come scrittore (se ne è parlato in un incontro promosso dai Fotografi di strada a Bari). Se oggi la “democrazia” è quella “del web”, con tutte le implicazioni nella formazione dell’opinione pubblica, quale intellettuale – docente, comunicatore, artista – consapevole e responsabile (e non solo tecnico competente) ne è il corrispettivo? E il sistema scolastico, nella sua precarietà, è in grado di farsene carico? Il binomio di cui sopra resiste qua e là a macchia di leopardo: coscienza inquieta di una transizione, non si sa ancora verso dove.

Pasquale Martino    
«La Gazzetta del Mezzogiorno» 28 marzo 2017 

venerdì 4 novembre 2016

H.-E. Kaminski


Raccontò Barcellona e poi scomparve
Lo scrittore tedesco di cui è incerta la sorte


Vanno per la maggiore le storie di libri scomparsi, ma a volte a sparire sono gli scrittori. Un caso letterario del 2016 è la riedizione del bel romanzo tedesco Fratelli di sangue del 1932, dato al macero dai nazisti, del cui autore semisconosciuto, Ernst Haffner, è ignota la sorte. Alla stessa temperie ci riconduce la vicenda di uno scrittore tedesco piuttosto noto, che esattamente 80 anni fa – alla fine del 1936 – realizzò un reportage sulla guerra di Spagna diventato un libro famoso: Quelli di Barcellona.
Hanss-Erich Kaminski nacque nel 1899 da una famiglia di commercianti ebrei; giornalista e militante socialdemocratico, colse con tempestività il sorgere della minaccia fascista in Europa. Fu tra i primi a scrivere sull’Italia mussoliniana: il suo libro Fascismus in Italien (Berlino 1925) era tuttavia ancora ottimista sulla possibilità che il Belpaese detronizzasse quel tiranno di cui l’autore, al pari di altri osservatori stranieri, evidenziava i tratti buffoneschi. Kaminski, che parlava correntemente italiano, francese e spagnolo, fu in corrispondenza con Piero Gobetti (una sua lettera del 29.1.’25 è conservata nell’archivio dell’intellettuale torinese) e nel ’32 tentò vanamente di portare in Germania l’esule Luigi Sturzo, per dissuadere il Zentrum cattolico dal favorire l’ascesa di Hitler. Attivo sostenitore del fronte unito antifascista, guardava con spirito dialogico alle tendenze politiche radicali – socialista di sinistra, comunista, anarchica – pur comprendendo i difetti di ognuna di esse. Al comunismo staliniano rivolgeva critiche che somigliano a quelle di Trotsky. Nel ’33, quando il nazismo va al potere, H.E. Kaminski emigra a Parigi, dove sostiene la politica del Fronte popolare e si unisce al «circolo di Lutetia» composto da intellettuali tedeschi di opposizione (fra cui Heinrich Mann, Klaus Mann, Lion Feuchtwanger). Continua a lavorare come giornalista: fra il settembre ’36 e il gennaio ’37 è in Catalogna, per raccontare la guerra civile spagnola scoppiata pochi mesi prima e, con essa, l’epopea della rivoluzione sociale e dell’utopia anarchica. Barcellona è infatti la capitale del grande movimento anarchico spagnolo, pilastro indispensabile della repubblica antifascista al punto da diventare necessariamente forza di governo con quattro ministri nel gabinetto di Largo Caballero: e Kaminski ne intervista due, Garcia Oliver e Federica Montseny. Ma gli anarchici vogliono soprattutto la rivoluzione operaia e contadina contro la vecchia Spagna feudale e clericale: ed è questo straordinario momento di partecipazione popolare l’oggetto del racconto che vedrà la luce a Parigi nel maggio successivo col titolo Ceux de Barcelone; il libro sarà pubblicato in Italia dopo il fascismo, da Mondadori nel 1950 e, nel 1966, dal Saggiatore in una fortunata collana economica. Fra gli episodi salienti, il funerale del leggendario comandante Buenaventura Durruti, il cui resoconto sarà ripreso da H. M. Enzesberger (La breve estate dell’anarchia, 1972), e l’incontro con Emma Goldman, icona del femminismo e del movimento anarchico internazionale. In Quelli di Barcellona – che sta alla pari con i libri di Orwell e di Bernanos – non si tacciono le atrocità compiute da ambo le parti, pur se nel tragico bilancio «gli antifascisti restano infinitamente più clementi e umani dei reazionari». È proprio questo il paradosso rilevato da Kaminski: essere contro la guerra e vedersi costretti a fare la guerra. «La rivoluzione non è più la leggiadra giovinetta che sorride da un manifesto al passante. La rivoluzione è divenuta un soldato dalla barba incolta, con l’elmetto, con le bombe alla cintura». Il presentimento di una nuova guerra mondiale chiude cupamente il reportage di Kaminski. Che, negli anni seguenti, pubblicherà una biografia di Bakunin e una confutazione del libello antisemita di Céline Bagatelle per un massacro. Finché la guerra da lui tanto temuta lo sommergerà.
Nel ’39, dopo lo scoppio del conflitto mondiale, lo scrittore e la compagna Anita Karfunkel vengono internati dai francesi in campi di prigionia, in quanto tedeschi. Ed è l’ultima notizia certa. Che cosa avvenne poi? Secondo la quarta di copertina del Saggiatore, Kaminski «scomparve nel 1940 durante l’occupazione nazista». Wikipedia francese e spagnola (la scheda tedesca non esiste!) e Anarcopedia affermano invece che la coppia riuscì a fuggire in Argentina, dove lo scrittore sarebbe morto nel ’63. È tristemente indicativo che le ricerche biografiche scarseggino. Ce n’è anzi una sola, a quanto risulta a noi e allo storico tedesco Gerhard Feldbauer, col quale ci siamo confrontati con il contributo di Nicola Signorile: è un saggio molto datato della ricercatrice francese Sabine Bétoulaud, ripubblicato nel 1989 con una nota di Wolfgang Haug. La Bétoulaud formula diverse ipotesi: che Kaminski e la Karfunkel siano transitati direttamente dai lager francesi a quelli nazisti, dove la loro sorte si sarebbe compiuta; o che si siano rifugiati a Lisbona e da qui in America. Comunque siano andate le cose, vale una considerazione: a distanza di più di 70 anni, il gorgo nero della Seconda guerra mondiale e dei suoi olocausti non cessa di rilasciare indizi sulla distruzione di un’infinità spaventosa di individui, inghiottiti nel nulla, dispersi o distrutti con le persone care, i libri, i poveri averi. Nell’èra dell’informazione globale, del documento archiviato e schedato, si può ignorare il destino e perfino l’immagine fotografica di un testimone significativo del secolo scorso.      

Pasquale Martino    

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 3 novembre 2016

mercoledì 17 agosto 2016

Federico Garcia Lorca

Il giovane  favoloso di una Spagna martoriata
Storia e morte di un grande poeta senza tomba

«La Spagna il cuore antico seppellisce e calpesta, / il suo cuore ferito di penisola errante, / e bisogna salvarla, con le mani e coi denti». Così scriveva profeticamente Federico Garcia Lorca in Mariana Pineda (1927), nove anni prima di essere ucciso come la sua eroina e conterranea (Mariana de Pineda Muñoz, la nobildonna liberale giustiziata a Granada nel 1831). La Spagna da «salvare con le mani e coi denti» diventerà per il poeta andaluso quella dell’estate 1936, appena precipitata nell’incubo della guerra civile. Una guerra “senza prigionieri” scatenata a luglio dalle forze armate del generale Francisco Franco, dalla destra monarchica, falangista e fascista, contro la giovane repubblica spagnola e contro il governo legittimo del Fronte Popolare che aveva vinto le elezioni a febbraio. Le violenze degli anarchici e delle sinistre non erano che un pretesto per inaugurare la lunga limpieza, la cruenta «pulizia» antirepubblicana messa in atto dai franchisti dovunque presero subito il potere. E Garcia Lorca, a 38 anni, fu una delle prime e più illustri vittime. Tratto in arresto il 16 agosto, venne fucilato forse il 18 (data dubbia, come si vedrà più avanti). Sono dunque passati 80 anni dalla morte, sulle cui circostanze il vittorioso regime franchista stese una coltre pesante che solo parecchi decenni dopo è stata parzialmente sollevata. La prima edizione delle opere complete (1949) uscì a Buenos Aires, non in patria.

Garcia Lorca con Salvador Dalì
Sarebbe fuorviante alludere al poeta come alla vittima occasionale e magari ingenua di una dolorosa fatalità. L’assassinio di Lorca ha una logica: quella appunto di un fuoco epuratore che fa tabula rasa del rinnovamento progressista e rivoluzionario, travolgendo anche una giovane generazione di artisti. La «generazione del ’27», magnificamente impersonata da quei ventenni che si riunirono a Madrid nella Residencia de Estudiantes: Garcia Lorca e Salvador Dalì, protagonisti di un’amicizia appassionata, il regista Luis Buñuel, il poeta Rafael Alberti. Lorca e Alberti: i due enfants prodiges – tali li dice Vittorio Bodini che li ha tradotti entrambi per la sua memorabile Antologia dei poeti surrealisti spagnoli (Einaudi, 1963). E qui ci sia consentito un ricordo personale: quella volta che Rafael Alberti, esule, strinse la mano nella libreria Adriatica a Bari ad alcuni di noi giovani, che gli furono presentati enfaticamente come «nuestros compañeros en la lucha».
Con il surrealismo – l’estrema sfida lanciata dalle avanguardie artistiche – e con le connotazioni ideologiche e politiche dei surrealisti francesi, i giovani della Residencia fanno i conti fino in fondo; anche se Lorca resta radicato nella cultura andalusa e gitana che si esprime in una raccolta poetica di immediato successo, il Romancero gitano. Ma nel ’29, a New York, narra in versi stravolti la metropoli della modernità e delle disuguaglianze, realizzando il suo capolavoro surrealista. Tornato in patria, saluta la nascita della repubblica democratica (1931) prodigandosi con fervore nel progetto di educazione pubblica della Barraca, un gruppo di teatro universitario itinerante che fa conoscere al popolo i classici della drammaturgia spagnola. Il teatro è l’ultimo grande capitolo della sua arte creativa, che ripropone – è ancora Bodini a rilevarlo – il paradigma della tragedia greca al capo opposto del Mediterraneo e con personaggi del mondo popolare.
Garcia Lorca con Rafael Alberti
Ha appena finito di scrivere La casa di Bernarda Alba quando i generali golpisti attaccano la repubblica. Soltanto Dalì, fra i giovani artisti, rifiuta di difenderla e finirà con l’adattarsi al franchismo. Federico torna nella sua città natale, dove crede, sbagliando, di essere al sicuro. «Sappiate che il delitto fu a Granada!» scriverà il vecchio poeta Antonio Machado: «povera Granada – nella sua Granada…». È nota la catena di comando – dai vertici locali della Falange fino  ai singoli esecutori – che portò la escuadra negra (sorta di battaglione della morte) a catturare il poeta e a liquidarlo; anche se non è chiaro chi prese la decisione finale di ucciderlo e se su di essa influirono vecchi rancori e odio omofobo. Il giorno preciso è ignoto: alcune biografie indicano il 27 agosto, altre più verosimilmente il 19 o il 18 (quest’ultima è la data che si legge nel sito della Fundación Garcia Lorca istituita nel 1984 dalla sorella del poeta, Isabel), e lo studio più recente, del 2011, conclude che egli fu assassinato le notte successiva all’arresto, alle 4 del 17 agosto. Caddero con lui – emblematica compagnia – due banderilleros iscritti al sindacato anarchico CNT e un maestro di idee liberali. I loro resti giacciono tuttora in una fossa comune che, nonostante i ripetuti tentativi, non è mai stata rinvenuta. Erano giorni di intenso “lavoro” per gli squadroni neri: il reporter americano Robert Neville raccontò sull’«Herald Tribune» di aver visto, con un gruppo di turisti in visita all’Alhambra, passare camion presidiati da militari e carichi di civili, e averli poi visti tornare vuoti. 
Lo storico Paul Preston, assiduo studioso di quello che chiama l’«olocausto spagnolo» (2011) ha calcolato che, oltre a 300.000 morti in combattimento, vi furono in tutto il paese 200.000 vittime di esecuzioni extragiudiziali. Hugh Thomas (1961) ne aveva contate 100.000, cui aggiungeva però 200.000 morti per fame e malattia nel corso della guerra, aprendo così lo scenario dei costi sociali spaventosi di un conflitto che prefigurava l’imminente carneficina mondiale. Drammatiche aporie della storia del Novecento, epoca di rigorosi studi scientifici, condotti con metodi tecnologici: molte sono le fosse comuni franchiste risapute, raramente cercate e mai trovate; del massimo poeta spagnolo del secolo è incerta la data di morte, non c’è una tomba su cui deporre un fiore.

Pasquale Martino    
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 17 agosto 2016



sabato 20 febbraio 2016

A proposito di Dalton Trumbo

Lista nera contro i rossi di Hollywood

Manifestazione per la libertà dei Dieci di Hollywood
Il cinema americano rilegge criticamente gli anni della guerra fredda, le lotte per i diritti civili e per la libertà di espressione. Dopo Selma e Il ponte delle spie, è la volta de L’ultima parola. La vera storia di Dalton Trumbo, di Jay Roach, biografia di un eccellente sceneggiatore vittima della caccia alle streghe al tempo del maccartismo. Il tema della «lista nera» era stato più volte trattato; un titolo per tutti: Il prestanome di Martin Ritt con Woody Allen (1976). Mancava però una messa a fuoco della vicenda emblematica di Trumbo: fino a che punto era stata accettata la sua riabilitazione? In effetti, egli l’aveva faticosamente ottenuta a colpi di successi cinematografici scritti senza firma (da Vacanze romane a La più grande corrida), e grazie al sostegno di personaggi come Kirk Douglas (il quale, oggi quasi centenario, ha apprezzato il film e il principale interprete, Brian Cranston). Per Douglas, Trumbo scrisse Spartacus che, con Exodus (regia di Otto Preminger), fu il primo film che riportava il suo nome come sceneggiatore, dopo i lunghi anni di ostracismo. D’altra parte, la storia di Dalton Trumbo – la prigione, l’esilio, il lavoro sottopagato e anonimo per produttori indipendenti di B-movies – è stata una delle poche a lieto fine; altre biografie di cineasti perseguitati hanno avuto come esito la povertà, l’oblio, talvolta la morte prematura.
Nel film in realtà il contesto storico, anche se correttamente inquadrato, fa solo da sfondo al dramma di un uomo e di una famiglia. Ben venga però la sollecitazione a riconsiderare un’epoca di speranze e disinganni: a partire dagli anni ‘30 del secolo scorso, quando l’industria hollywoodiana trainò la risalita dalla Grande Depressione, quasi di concerto con il New Deal del presidente Roosevelt che incrementava l’intervento pubblico nell’economia e veniva incontro ai disoccupati. Con lo sviluppo degli Studios progrediva anche la lotta sindacale dei lavoratori del cinema e rifioriva quella sinistra politica e intellettuale che poco prima era stata duramente repressa (nel 1927 Sacco e Vanzetti erano morti sulla sedia elettrica). Insieme con i sentimenti liberal e antifascisti cresceva il partito comunista americano, fortificato dalla diffusa simpatia per i difensori della repubblica spagnola e dal prestigio dell’Urss, che di lì a poco, nel 1941, diventò alleata degli Usa nel conflitto mondiale contro l’Asse militarista-razzista. 
Ma dopo la guerra le cose cambiano: i russi sono ormai avversari degli Stati uniti e gli ex nazisti sono potenziali amici; la destra repubblicana è all’attacco e il presidente Truman, democratico, non è Roosevelt: l’ultimo ministro rooseveltiano, l’ex vicepresidente Henry A. Wallace, viene defenestrato e la sua candidatura indipendente alla Casa Bianca fallisce stritolata dal bipartitismo perfetto. È in questo quadro che la Commissione per le attività anti-americane va all’assalto di Hollywood indicata come un covo di comunisti. Gli artisti vengono convocati, costretti a dichiarare di essere stati membri del partito e a denunciare i compagni. La prima linea di resistenza è quella opposta nel 1947 dai «Dieci di Hollywood», registi e sceneggiatori che sono o sono stati comunisti militanti, fra cui Trumbo, i quali si rifiutano di rispondere alle domande e invocano il Primo emendamento – la libertà di opinione costituzionalmente garantita. Vanno quasi tutti in carcere.
Manifesto di propaganda anticomunista
Ma è solo l’inizio. La psicosi anticomunista dilaga dal 1949, con il primo esperimento nucleare sovietico, la vittoria di Mao in Cina, la guerra in Corea. Si manda in prigione Alger Hiss, ex alto funzionario rooseveltiano, e si condannano a morte per spionaggio i coniugi Rosemberg. Entra in scena il senatore McCarthy che darà il suo nome a un’epoca: gli Studios arrendevoli accettano di compilare le blacklist dei presunti «comunisti» privandosi di molti cineasti qualificati ma, in cambio, ottenendo la pace sociale e la scomparsa dei sindacati fastidiosi. La caccia si estende a macchia d'olio fino a Broadway, alla radio e alla televisione. A essere spazzate via sono centinaia di democratici di sinistra e liberal, o semplicemente persone che non vogliono «fare i nomi» opponendosi al meccanismo delatorio che è la chiave di volta della costruzione maccartista (in singolare ma non inspiegabile sintonia col metodo staliniano). Proliferano le «liste grigie», non ufficiali ma non meno deleterie, affidate ad associazioni civiche e religiose, ai gossip columnist come Hedda Hopper (interpretata nel film da Helen Mirren). È così che lo scrittore Dashiell Hammett finisce dietro le sbarre, che Charlie Chaplin si vede negato il visto per il rientro in America, che l’attore John Garfield (Il postino bussa sempre due volte) si lascia morire per la disperazione. La lista nera ha termine col mutamento di clima politico, nell’era della coesistenza pacifica, di Kruscev e Kennedy. Ma da quella débacle morale il cinema americano, pur continuando a sfornare prodotti ben confezionati, non si risolleverà davvero che negli anni ’70.
Impossibile menzionare i molti blacklisted di talento e di alterne sorti. Ricordiamo qui il documentarista Leo Hurwitz, che nel 1961 sarà ingaggiato dalla BBC per la diretta televisiva del processo Eichmann (è il soggetto del film britannico Eichmann show) e due sceneggiatrici – iscritte al partito comunista negli anni ’40 – che non lavoreranno quasi più: Marguerite Roberts (Ivanhoe) e Bess Taffel (Fuga d’amore). «Non erano fanatici con gli occhi da fuori – ha detto la Taffel dei suoi colleghi e compagni – erano persone intelligenti e ragionevoli che non si accontentavano di adagiarsi e godersi i lussi e gli agi del successo, ma che invece investivano molto del loro tempo e delle loro risorse per fare del mondo un posto migliore. Li rispettavo e li ammiravo e volevo essere come loro».

Pasquale Martino    
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 19 febbraio 2016

venerdì 18 dicembre 2015

Francesco De Sanctis

Letteratura, scuola e libertà
Una lezione intellettuale e civile

«La mia vita ha due pagine, una letteraria, l’altra politica, né penso a lacerare nessuna delle due: sono due doveri che continuerò fino all’ultimo». Così scriveva in una lettera del 1869 Francesco De Sanctis, il grande intellettuale nato nel 1817, quasi due secoli fa. (Il suo bicentenario è già un evento in corso, anticipato di alcuni anni e articolato in numerosi progetti che si svolgeranno fino al 2017.) Quelle due «pagine» s’incontravano per speciale vocazione in un punto cruciale: la scuola. A Napoli il giovane docente irpino dava voce, con l’insegnamento letterario, a un crescente sentimento di libertà; tutti i suoi studenti, si può dire, si associarono alla rivoluzione del 1848: quella in cui, secondo De Sanctis, sarebbe stato «combattitore» se fosse vissuto anche Giacomo Leopardi, da lui conosciuto negli anni napoletani del poeta; quella rivoluzione sconfitta in cui il professore trentunenne vide cadere  sotto il piombo borbonico il suo migliore allievo, il ventenne venosino Luigi La Vista. Esule a Torino e a Zurigo, De Sanctis rientrò a Napoli nel 1860 per partecipare all’unificazione italiana; nel governo Cavour, fu chiamato a reggere per primo il dicastero della pubblica istruzione dell’Italia unita. Straordinaria e magnifica ventura: perché, appunto, bisognava ora «fare gli Italiani», e la scolarizzazione era il passaggio ineludibile. La visione di De Sanctis – due volte ministro e a lungo parlamentare impegnato sui temi della scuola – postulava il rapporto fra «scienza e vita»: umanista di formazione idealistica ed hegeliana, perseguiva un programma singolarmente antiretorico dando spazio alle discipline tecniche, all’educazione fisica, al carattere popolare dell’istruzione. La sfida più ardua di quel tempo – da lui condivisa e sostenuta – era la costruzione di una scuola elementare pubblica e unitaria, di cinque anni, con parziale obbligo di frequenza, estesa a tutto il territorio nazionale e con personale assunto dallo Stato: progetto che si compirà definitivamente solo nel 1911, cinquant’anni dopo l’Unità. 

Di sicuro, l’illustre critico figurava in quella schiera di intellettuali del Sud, liberali di varia estrazione – Bertrando Spaventa, l’amico Luigi Settembrini, il coetaneo e corregionale Pasquale Stanislao Mancini, Ruggiero Bonghi (gli ultimi due anch’essi ministri dell’istruzione) – i quali si posero con nettezza sul terreno del Risorgimento e della unificazione nazionale in uno Stato centralizzato, accettando il compromesso con i Savoia e appoggiando il disegno cavouriano, convinti che questa fosse l’unica strada realistica per soddisfare l’aspirazione all’unità e all’indipendenza e per avviare le desiderate riforme. Non venne mai meno peraltro in De Sanctis la suggestione mazziniana; si rafforzò in lui un orientamento democratico e progressista con l’adesione al nuovo gruppo parlamentare della «sinistra giovane». Del resto, il suo impegno nella battaglia per la cultura e per la scuola è radicato nell’intensa attività di studioso e saggista che gli ha dato un posto di rilievo assoluto nella storia della letteratura. Molti suoi scritti sono rielaborazioni di corsi di studio da lui tenuti; il suo stesso capolavoro, la Storia della letteratura italiana (1870-71) fu concepito come manuale per i licei. Ma fu, nel contempo, il massimo contributo intellettuale alla “invenzione” di una nazione. Quella che il grande critico boemo-statunitense René Wellek definì «la più bella storia di una letteratura che sia mai stata scritta» si presentava per certi versi come un romanzo dell’Ottocento: un appassionante racconto “di formazione” – secondo un’acuta notazione di Remo Ceserani – in cui un protagonista collettivo, la coscienza nazionale italiana, nasce e vigoreggia nell’età dei comuni, entra in crisi nell’età rinascimentale con la perdita dell’indipendenza politica, ma combattendo risorge pian piano con la Nuova scienza galileiana e con l’illuminismo. Oggi questa narrazione può giustamente essere decodificata come una lettura lineare e ideologica in chiave risorgimentale di quelli che furono processi o episodi diversificati e discontinui. È da tempo che Asor Rosa ha sancito la fine del «diagramma De Sanctis»; la critica ha attraversato paradigmi profondamente innovativi. D’altra parte è innegabile che certi snodi del metodo desanctisiano conservino un interesse duraturo:  l’opera letteraria come «Forma», che sintetizza e risolve in sé un «contenuto» non separabile e altrimenti irripetibile; la «situazione» di un testo nella sua particolarità storica unica e intrinseca, come dato indispensabile per la comprensione di esso. Così come non è certo inattuale – pur nelle epocali trasformazioni di un secolo e mezzo – il tema posto con forza dallo studioso irpino: la necessità di superare lo storico e irrisolto distacco, in Italia, fra ceto cólto e popolo. Ci sembra insomma che abbia serbato il suo fascino l’esempio desanctisiano di intellettuale “militante” – ben diverso dal letterato “neutrale” e arroccato – che piacque a Gramsci tanto da fargli auspicare il «ritorno al De Sanctis» come a un modello, a prescindere dalle posizioni datate. Un figura di intellettuale che «prende parte», che «non è indifferente» rispetto ai dilemmi della società e della storia. Un esempio – riteniamo o almeno speriamo – che potrebbe ancora parlare ai giovani del nostro tempo, nella inquieta ricerca di riferimenti ideali e morali.       

Pasquale Martino      
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 17 dicembre 2015


Gli eventi del bicentenario

Inaugurato due anni fa sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, il “lungo bicentenario” della nascita di Francesco De Sanctis (1817-1883), che culminerà nel 2017, è promosso da numerose università italiane (Bari fra queste) e straniere (Barcellona e Zurigo) e da: Società nazionale di scienze, lettere e arti in Napoli, Società napoletana di storia patria e Parco letterario Francesco De Sanctis. Oltre che ad Avellino, cui fa capo il comune natale del grande critico (Morra Irpino, oggi Morra De Sanctis, pour cause), iniziative, convegni e seminari si sono già svolti a Napoli e a Torino. Il Parco letterario organizza itinerari nelle località dell’Irpinia legate alla vicenda biografica di De Sanctis e ha in programma incontri, la pubblicazione di un annuario e la creazione di un museo virtuale. È nata inoltre la rivista «Studi desanctisiani», pubblicata a Pisa da Fabrizio Serra editore e diretta da Toni Iermano (università di Cassino e del Lazio meridionale). Nel comitato editoriale della rivista (ne sono usciti finora tre fascicoli) l’università di Bari è rappresentata dall’italianista Pasquale Guaragnella. Qualche mese fa l’Expo 2015 di Milano ha ospitato una sessione di letture desanctisiane dell’attore Michele Placido.           
P.M. 

giovedì 8 ottobre 2015

"Il Politecnico" di Vittorini

Quel soffio d'aria nuova nell’Italia liberata
70 anni del primo numero della rivista di cultura 


70 anni dalla Liberazione. Un momento storico terribile e generoso, in cui l’Italia uscita dalle macerie ripensò se stessa. È in questa chiave che andrebbe letta la vicenda emblematica del «Politecnico», il settimanale fondato da Elio Vittorini il cui n° 1 apparve il 29 settembre ’45. La rivista – spesso ricordata (ingiustamente) solo per la polemica con Togliatti – ebbe poco più di due anni di vita, meteora in un’epoca tumultuosa: nascita della repubblica, elezione della Costituente, infine la cacciata delle sinistre dal governo. Il 1945-46 fu un’età di riviste culturali, come il primo Novecento. A «Rinascita» uscita nel ’44 si affiancarono – per citare solo le principali – un’altra rivista di orientamento comunista, «Società», e tre di area azionista, «La Nuova Europa» di Salvatorelli, «Belfagor» di Luigi Russo e «Il Ponte» di Piero Calamandrei (le ultime due, di lunga e gloriosa vita). Ma la più dirompente fu «Il Politecnico».
Vittorini era uno degli intellettuali comunisti di maggiore rilievo: già noto come romanziere, traduttore, consulente editoriale, non aveva una formazione marxista – lo dichiarò lui stesso – e proveniva dal contesto della fronda fascista in cui s’erano formati parecchi giovani oppositori; nel ’45 pubblicò Uomini e no, il primo romanzo sulla Resistenza, composto “in tempo reale” alla fine del ‘44. Il nuovo settimanale da lui diretto, edito a Torino da Einaudi ma redatto a Milano, riprendeva il nome della rivista di Carlo Cattaneo, per affermare l’idea di una cultura integrale, umanistica e scientifica, legata alla società e alla vita reale. Aveva il formato di un quotidiano, con doppia colorazione, nera e rossa, grafica assai innovativa curata da Albe Steiner, largo uso della fotografia e, talora, del fumetto. La presentazione poneva in modo radicale il tema dalla débacle della cultura borghese europea di fronte alla tragedia della guerra nazista e alla distruzione di tante vite: «non vi è delitto commesso dal fascismo – scriveva il direttore – che questa cultura non avesse insegnato ad esecrare già da tempo»; eppure non lo aveva impedito. La «nuova cultura» doveva essere insieme ricerca, sperimentazione e divulgazione, nonché indagine sociale ed essa stessa forma di lotta. «Il Politecnico», che arrivò a raggiungere settantamila lettori, pubblicava ampie inchieste sulla Fiat e sulla Montecatini e corposi servizi sul Meridione – notevoli quelli sul bracciantato pugliese (curati per lo più dal fratello di Elio, Ugo Vittorini, che abitò in Puglia) e sulla Basilicata (affidati al lucano Alberto Iacoviello, futuro corrispondente de «l’Unità» e di «Repubblica»). Temi ricorrenti erano la critica del Vaticano e dei monopoli industriali – due punti su cui il settimanale scavalcava “a sinistra” la prudenza del Pci – e la battaglia per la riforma della scuola: qui vennero i contributi di Concetto Marchesi, della pedagogista Dina Bertoni Jovine e della segretaria di redazione, Luisa Succi (che scrisse anche sulla emancipazione femminile). Ai servizi internazionali (Egitto, Palestina, Indonesia, Argentina, India) si aggiungevano quelli sulle conquiste sociali in Urss ma anche in Usa (il sogno della grande alleanza antinazista non era ancora crollato). La parte del leone era senza dubbio riservata alle arti: letteratura, pittura, scultura, architettura, teatro, cinema. Nonostante il vizio di eclettismo enciclopedico che i dirigenti comunisti rimproverarono al «Politecnico», non si può sottovalutare la benefica boccata d’aria di una cultura antiaccademica che spaziava dall’avanguardia russa al surrealismo francese, dall’espressionismo tedesco alla narrativa americana, senza dimenticare i riferimenti a filosofie “eterodosse” come l’esistenzialismo. Cruciale fu il rapporto con Sartre, grazie al quale si realizzò uno “scambio” che sarebbe stato impensabile nel provincialismo del ventennio precedente (nonostante certe aperture dell’industria editoriale): il manifesto della rivista sartriana «Les Temps Modernes» fu pubblicato dal «Politecnico» mentre, contestualmente, il giornale francese riportava l’articolo di fondo di Vittorini. L’engagement di Sartre e Simone de Bouvoir era un modello di impegno per l’intellettuale militante italiano.
La disputa con Togliatti che contribuì al declino della rivista e alla sua chiusura nel dicembre ’47 (dopo la trasformazione in periodico e il cambio di formato) fu dovuta in parte al tradizionalismo retro della cultura letteraria prevalente ai vertici del Pci; a un “contenutismo” di tipo sovietico (diciamo per semplificare) sospettoso nei confronti degli sperimentalismi formali novecenteschi. D’altra parte Togliatti aveva ragione nel rivendicare lo spessore culturale della politica in quanto tale, che egli intendeva alla maniera di un Gramsci peraltro ancora sconosciuto; e invero l’operazione intellettuale più alta compiuta dal segretario del Pci fu proprio l’edizione degli scritti gramsciani a partire dal ’47, presso la stessa Einaudi («Il Politecnico» anticipò alcune lettere dal carcere). Vittorini negava di volere la supremazia della cultura sulla politica, ma ne sosteneva l’autonomia statutaria e il pluralismo di ricerca nel proprio ambito specifico. «Il diritto di parlare – scriveva inoltre rispondendo a Togliatti – non deriva agli uomini dal fatto di “possedere la verità”. Deriva piuttosto dal fatto che “si cerca la verità”». Un concetto che non sarebbe dispiaciuto al Gramsci dei Quaderni. Cultura militante, dunque, come parte intrinseca e non separata del movimento storico dei lavoratori e dei progressisti, ma cultura che si dà le proprie regole e i propri percorsi. Bisognerà attendere il ‘68 per integrare questa formulazione – già ricca di stimoli nel ’45-’47 – con la demistificazione della presunta neutralità del sapere, con la critica della propria funzione sociale da parte degli intellettuali.    
            
Pasquale Martino   
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 8 ottobre 2015


domenica 20 settembre 2015

L'"industria Millennium"

Stieg Larsson vive?
Il nuovo Millennium non uccide il vecchio ma rischia di perdersi


Nessuna novità editoriale è stata promossa con una campagna altrettanto imponente. Preannunciato da oltre un anno, Quello che non uccide di David Lagercrantz è uscito il 27 agosto contemporaneamente in 32 paesi. L’editore svedese, Norstedts, aveva inviato all’estero il manoscritto per corriere e sotto il vincolo di segretezza. Il testo è stato redatto su un computer scollegato da internet, per prevenire intrusioni. Stiamo parlando del “quarto” romanzo della serie Millennium edito in Italia da Marsilio, che lo presenta in prima di copertina come la continuazione della «saga di Stieg Larsson»: un nome che invece manca nella copertina svedese. Stiamo parlando, insomma, dell’«industria Millennium»; quella che in dieci anni si è alimentata con la trilogia del geniale e sfortunato Larsson – incentrata sulle inchieste della detective hacker Lisbeth Salander e del giornalista Mikael Blomkvist – vendendo 75 milioni di copie nel mondo (4 milioni in Italia) senza contare i diritti cinematografici, nonché i gadget e i fumetti.
Nulla da obiettare, beninteso, visto che il mestiere di un editore – spiega la Norstedts – è vendere libri. E nulla da eccepire nemmeno sul fatto che si affidi a un secondo autore il compito di proseguire l’opera del primo, defunto, visto che ciò risponde all’insopprimibile desiderio del pubblico di sapere “come continua” una narrazione popolare, “che cosa fanno” gli eroi dopo che l’appassionante racconto si è esaurito. La storia dei libri abbonda di situazioni simili (per non parlare del cinema e della televisione): il più riuscito sequel della letteratura italiana è l’Orlando Furioso di Ariosto, che riprende trama e personaggi di Boiardo dove questi si ferma. Un po’ diversa è la faccenda ai giorni nostri, qualora esista un copyright: chi non è autorizzato rischia sgradevoli contenziosi, come è successo a colui che ha preteso di continuare Il giovane Holden di Salinger. Lagercrantz è stato selezionato a tal fine dall’Industria Millennium*, che – è opportuno precisarlo – non fa capo soltanto all’editore, ma anche agli eredi legali di Larsson, cioè al padre e al fratello. I due hanno fatto valere inflessibilmente la legge che non concede nulla alle unioni di fatto, escludendo dall’eredità Eva Gabrielsson, compagna di Stieg Larsson per trentadue anni.
Quella di Stieg ed Eva è la storia di una coppia degli anni ’70, che ha condiviso entusiasticamente la formazione culturale, tutte le scelte di vita, la militanza di sinistra e antirazzista, influenzando le attività professionali di ognuno dei due: architetta lei, giornalista lui. La Gabrielsson ha raccontato la vicenda nel libro Stieg e io (stampato in Italia nel 2012 dall’editore “larssoniano” Marsilio), nel quale fra l’altro disegna un ritratto impietoso degli eredi di Larsson. Il fratello, Joakim, ha ribattuto alle accuse nel proprio sito (moggliden.com). Rimane l’amaro paradosso per cui la clamorosa fortuna postuma non ha portato niente in tasca all’autore di Uomini che odiano le donne, vissuto quasi poveramente e morto di infarto subito dopo aver dato i manoscritti all’editore, ed ha sfiorato Eva Gabrielsson solo per via indiretta, grazie al citato volume autobiografico. La compagna di Stieg non intende accettare i compromessi che le sono stati proposti: rivendica il diritto di gestire autonomamente il lascito letterario del suo compagno – in coerenza con l’ispirazione di lui – e in cambio rinuncia a ogni lucro. Amici e intellettuali l’hanno appoggiata ed è stato anche creato un sito web (supporteva.com) che però risulta ora cancellato – brutto segno.
D’altra parte, va riconosciuto che gli eredi – anche incalzati dalla pressione indomabile della Gabrielsson – hanno impiegato parte dei profitti per istituire una fondazione intitolata allo scrittore (sito web: stieglarssonsstiftelse.se) e un premio annuale, che è stato assegnato a «Expo», la più importante rivista antifascista e antirazzista di Svezia, fondata da Stieg Larsson, e a varie personalità fra cui Soraya Post, ebrea rom, europarlamentare del partito Iniziativa Femminista. Inoltre ad «Expo» (sito web: expo.se), modello dell’immaginaria rivista «Millennium», andranno i proventi del quarto volume di spettanza dei familiari secondo la ben nota volontà di Larsson. Egli aveva progettato altri sette volumi della serie e – racconta Eva – aveva già scritto duecento pagine del quarto. Questi materiali sarebbero nel computer usato dal giornalista, che però apparterrebbe a «Expo». Un altro mistero e soprattutto un altro paradosso: perché Quello che non uccide non sviluppa gli abbozzi larssoniani, ma è frutto dell’invenzione di Lagercrantz. Il quale afferma peraltro di avere ristudiato i tre romanzi con immenso rispetto per aderire il più possibile allo stile originario. Conosciuto finora per la biografia da lui scritta del calciatore Ibrahimovic, Lagercrantz se la cava – va detto – dignitosamente. Non vogliamo parlare del libro, per non guastare il piacere della lettura: diciamo solo che lo sforzo di far rivivere Lisbeth e Mikael, le loro idealità libertarie e "anticapitaliste", non è stato vano. L'universo matematico, l'elettronica avveniristica e la guerriglia del web – temi già propri di Lisbeth – diventano predominanti. 
E tuttavia qualcosa – ci sembra – si è perso. La forza del male si colloca in un'oscura alleanza fra ambienti della statunitense National Security Agency – campione dello spionaggio informatico planetario – e una scheggia della mafia russa dedita al traffico di segreti industriali. Sfuma sul fondo la realtà propriamente scandinava, con i suoi conflitti e il suo lato tenebroso, la xenofobia e le pulsioni autoritarie, indagata dalla sensibilità sociale di Larsson. Forse ha di nuovo ragione la Gabrielsson, quando sottolinea la diversità di provenienza e di formazione del continuatore rispetto all'inventore. Ma questa storia non è ancora finita.  

Pasquale Martino
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 20 settembre 2015

* Casi consimili sono ricorrenti e si direbbe abituali nella storia della letteratura e specie nella "narrativa di genere". L'esempio più macroscopico è probabilmente quello della serie imperniata sulle avventure di James Bond: la Gildrose Production che detiene i diritti per le opere di Ian Fleming e per il personaggio di 007 ha commissionato ad altri scrittori, fra cui John E. Gardner e Raymond Benson, la stesura degli ulteriori romanzi che hanno per protagonista la spia britannica. 


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Stieg Larsson