I libri colpevoli
Tacito, Annales IV, 34-35
Cremutius Cordus
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J. W. Godward, Bellezza classica |
Alla metà del principato di Tiberio
(14-37 d.C.), nel 25, si colloca l’emblematica vicenda di Aulo Cremuzio Cordo: il processo per lesa maestà, il suicidio dell’imputato che
previene la condanna, il rogo dei libri di storia da lui scritti; una tragedia
che sarà solo in parte alleviata dalla riabilitazione e ripubblicazione postuma
dell’opera. Piuttosto che soffermarsi in modo ampio sulla vicenda, i cui particolari
possiamo comunque arricchire grazie ad altre fonti, Tacito decide di far
precedere il racconto da un solenne proemio interno (capitoli 32-33) in cui s’interroga
sul significato della storiografia quando l’argomento di studio è un’epoca di
tirannide (non a caso, anche Cremuzio Cordo era uno scrittore di storia), e
sceglie poi di incentrare il racconto stesso quasi soltanto sulla oratio recta che riproduce il discorso
di Cordo davanti ai senatori.
L’orazione esordisce col rilevare come
l’accusa non concerna un atto criminale, ma le parole di un libro. Un reato
d’opinione, si direbbe oggi: precisamente, le lodi tributate a Bruto e Cassio,
campioni della libertas repubblicana
in nome della quale uccisero Cesare. Il discorso prosegue considerando come in
un recente passato sia stato consentito ad altri scrittori e storici, Livio e
Pollione, Cicerone e Messalla Corvino, di esprimere aperta simpatia per gli
avversari del principato – Pompeo, Bruto, Cassio, Catone e altri – o di
criticare gli iniziatori del nuovo regime, Cesare e Augusto (come fecero poeti
quali Catullo e Bibaculo) senza subire ritorsioni da parte di quegli uomini
potentissimi. E ciò non soltanto per spirito di tolleranza, ma anche e
soprattutto per intelligenza politica: reprimere il dissenso, infatti – osserva
Tacito per bocca di Cremuzio – , ha l’effetto di ingigantirlo, convalidarne le
ragioni, legittimarlo con l’aura del martirio.
La considerazione conclusiva del
discorso ha lo scopo di difendere in qualche modo le ragioni dell’attività
storiografica: questa non può fare a meno dell’indipendenza di giudizio; essa
non è assimilabile alla propaganda politica, finalizzata a suscitare contese
civili, poiché la materia di cui si occupa è il passato, che lo storico esamina spassionatamente
e con sforzo di obiettività (sine ira et
studio: Annales I, 1). Qui ben si
intravedono l’attualità di tale atteggiamento per lo stesso Tacito – il quale scrive la
sua opera storiografica quando le speranze nel nuovo corso del principato
adottivo si sono andate decisamente affievolendo – nonché la rivendicazione di
una superiore dignità della storiografia senatoria, che non può non valorizzare
le testimonianze della libertas
dovunque si manifestino, con buona pace dei vertici istituzionali del
principato: per quanto indispensabili alla stabilità del sistema, essi non
dovrebbero presumere di poter cancellare la memoria degli uomini illustri, che
a loro volta si riconoscono nella tradizione repubblicana.
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Statua di Tiberio da Priverno |
A determinare il processo di Cremuzio
Cordo concorrono l’iniziativa di Seiano, il quale vuole sbarazzarsi in maniera
esemplare di chi ostacola la sua ascesa, e la volontà di Tiberio di ridimensionare quella parte dell’aristocrazia senatoria che custodisce con un certo
senso di superiorità il retaggio ideale della tradizione repubblicana. Cordo si
era lasciato andare a giudizi sprezzanti sul prefetto del pretorio, e a battute
sarcastiche sulla sua pretesa di imporre la propria effigie statuaria nel nuovo
Teatro di Pompeo appena restaurato: non era questa la rinascita di quell’annoso
monumento – aveva commentato il senatore – ma anzi la sua rovina definitiva. Nel 25 d.C. Seiano è in
auge, al punto da tentare (per quanto senza successo, data l’opposizione di
Tiberio) di perpetuare il proprio potere chiedendo in matrimonio la vedova di
Druso Cesare; tuttavia, il prestigio dell’uomo politico non è una motivazione
sufficiente a incriminare chi si esprime troppo liberamente nei suoi confronti:
la condanna di Cordo sarà infatti sostenuta da ben altra argomentazione.
Il prefetto «dà in regalo» Cordo –
secondo l’efficace immagine di Seneca – a due suoi clientes, Satrio Secondo e Pinario Natta, i quali muovono l’accusa
contro il senatore (col manifesto sostegno di Seiano) proponendosi,
in base alla legge vigente, di incamerare una quota dei suoi beni qualora riescano a ottenerne la condanna a morte.
Il reato ascritto risponde al crimen maiestatis (lesa maestà): una fattispecie penale che da Augusto in
poi si estende a chi oltraggia o minaccia l’autorità dello Stato nella persona
del principe. Cordo si sarebbe macchiato di tale crimine nella stesura dei suoi
annales sull’età delle guerre civili.
In quest’opera scritta parecchi anni prima le figure di Cesare e Augusto, gli
iniziatori del principato, non erano certo presentate in una luce favorevole
(per esempio, Cordo raccontava come Augusto facesse perquisire tutti i senatori
prima di ammetterli alla seduta assembleare), ma neppure venivano denigrate; tanto che – riferisce Cassio Dione – lo stesso Augusto
aveva letto a suo tempo quegli annali senza nulla eccepire. La prova del reato
è pertanto cercata altrove, e individuata nelle parole di caldo elogio
riservate alle figure dei cesaricidi, Bruto e in particolare Cassio (definito
da Cordo «l’ultimo dei Romani», cioè dei cittadini liberi, degni di questo
nome). La causa dell’incriminazione è dunque un giudizio storico-politico,
del quale si rileva la pericolosità per l’ordinamento vigente.
Non è invero la prima volta che ciò
accade. Nel 12 d.C., tredici anni prima, vivente Augusto, sono stati condannati
al rogo i libri dell’oratore e storico Tito Labieno, di famiglia repubblicana e
filopompeiana. Non l’uomo è stato colpito, bensí la sua opera; ma Labieno non ha
voluto sopravvivere: chiusosi nel sepolcro, si è lasciato morire. Ora sono
invece a rischio di condanna tanto i libri (che infatti verranno bruciati)
quanto l’autore. Alla consapevolezza di Cremuzio, il quale comprende che l’odio
dell’“uomo forte” del regime gli lascia ben poche speranze, si aggiunge – racconta
Tacito – l’ostilità che traspare dal volto di Tiberio, l’unico che potrebbe
mitigare la condanna già scritta. Al vecchio senatore non resta che pronunciare
il suo ultimo discorso davanti al consesso dei colleghi e all’imperatore in
persona: Tacito sicuramente rielabora e in parte inventa – col pensiero ai
frangenti politici da lui vissuti (dall’età di Domiziano a quella di Adriano) –
ma qualcosa della sostanza di quella orazione deve essersi riversata nella composizione tacitiana.
Il grande storico latino non descrive la
morte di Cremuzio (riserverà narrazioni dettagliate ad altri suicidi, come
quelli di Seneca e di Trasea Peto), si limita ad registrarne la notizia: il
senatore si uccide per abstinentia,
digiunando a oltranza. È proprio Seneca, invece, a raccontare distesamente
la vicenda: Cremuzio si chiude in casa, nascondendo il proposito suicida alla
figlia Marcia, che altrimenti vi si opporrebbe – ma fino a un certo punto,
nobile e forte com’è: infatti ella stessa si rende conto che il padre «non ha
altra via per sfuggire alla schiavitú» (illam
unam patere servitutis fugam). Quando diventa ormai chiaro e di pubblico
dominio che l’imputato sta morendo, sottraendosi cosí al processo e alla
condanna, gli accusatori tentano di correre ai ripari, temendo che venga
loro contestato il diritto di riscuotere quanto di loro spettanza dei beni di
Cremuzio (questa norma odiosa che premiava i delatori era infatti molto
criticata, e solo pochi mesi prima Tiberio aveva dovuto porre un freno alla
proposta di renderla inapplicabile in caso di morte di un imputato prima della
condanna). Come somma ingiuria verso Cremuzio, gli si vorrebbe perfino impedire
di suicidarsi, ma per fortuna è ormai troppo tardi. I libri invece vengono per
senatoconsulto consegnati agli edili che li gettano nelle fiamme.
Nondimeno, non si può certo rintracciare
e distruggere tutte le copie esistenti, per quanto poche esse siano: Marcia ne conserva
accuratamente una e qualche altra è in buone mani. L’opera storica di Cremuzio
viene riabilitata dopo la morte di Tiberio, nel 37, quando il successore
Caligola allenta la morsa repressiva e censoria e consente la circolazione
degli scritti di Cremuzio, Labieno e altri (sebbene, a detta di Quintiliano,
imponendo l’espunzione dei passi piú contestati).
LE FONTI:
Seneca, Consolatio ad Marciam 1 e 22;
Quintiliano, Institutio oratoria X,
1, 104; Tacito, Annales IV, 30 e
34-35; Svetonio, Divus Augustus 35 e Caligula 16; Cassio Dione, Storia di Roma LVII, 24.
Pasquale
Martino
Dai materiali online di Pagina nostra. Storia e antologia della
letteratura latina, D’Anna casa editrice (imparosulweb.it).