Il viaggio di Berenice nella letteratura
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Berenice II, Gipsoteca di Monaco |
Ciò che rende famosa La Chioma di Berenice è in primo luogo
la storia singolare di questo testo che, nato nel III secolo a.C. da
un’invenzione di Callimaco – del quale però si è quasi del tutto perso
l’originale greco – viene travasato due secoli dopo in un diverso contenitore
linguistico, la versione latina di Catullo, che gli consente di
percorrere una tradizione di quasi due millenni, dopodiché rivive in una lingua
moderna grazie alla bella traduzione di Ugo Foscolo.
L’idea nasce in ambiente
alessandrino, assecondando parecchi caratteri tipici della poesia ellenistica e
specialmente della poetica callimachea: in particolare il gusto per una poesia
dotta, scientifica, «eziologica» (che spiega le origini di un mito raro o di un nome
geografico, indagando l’àition o
«causa»).
Callimaco, letterato della corte di Alessandria, intende comporre un poema di
chiara finalità encomiastica in onore della regina Berenice II, già principessa
di Cirene, la quale, sposando nel 246 a.C. il re Tolomeo III Evergete, ha posto
fine ai dissidi fra i due paesi e ha portato la propria terra in dote
all’Egitto; un poema che, dunque, in pari tempo celebri la fusione fra Egitto
e Cirenaica (patria di Callimaco oltre che di Berenice) ed esalti il ruolo che
i Cirenei svolgono nel grande regno ellenistico. Inserito da Callimaco alla
fine dei suoi IV libri di Àitia in
distici elegiaci, il poemetto si propone di spiegare, appunto, la «causa» per
la quale una costellazione celeste ha preso il nome di Chioma di Berenice.
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Johannes Hevelius, Uranographia, 1690 |
L’aneddoto, raccontato anche da
Igino (De astronomia II, 4), è il
seguente. Subito dopo aver sposato Berenice, Tolomeo Evergete parte per una
guerra contro Seleuco II di Siria: in questa occasione la regina fa voto di
tagliarsi i capelli se lo sposo tornerà vincitore. Al verificarsi dell’evento
auspicato, la ciocca (o treccia) di capelli viene consacrata e collocata nel
tempio di Venere Arsinoe Zefiritide; ma il giorno
seguente scompare misteriosamente. Il re è molto contrariato da tale
circostanza, ma a questo punto interviene opportunamente lo scienziato e
astronomo Conone di Samo, il quale rivela che la chioma è stata assunta fra gli
astri: e indica un gruppo di stelle collocate in coda al Leone, fino a quel
momento rimaste senza nome. Da allora gli astronomi identificano una nuova
costellazione, appunto la Chioma di Berenice: è l’operazione che i Greci
chiamavano katasterismós,
«collocazione fra le stelle».
L’originale greco del
componimento callimacheo, in distici elegiaci, ci è pervenuto in pochi
frammenti, uno dei quali, il piú cospicuo, rinvenuto su un papiro (Aitia, IV, fragm. 110 Pfeiffer). Sicché la versione catulliana costituisce una preziosa
fonte per ricostruire il poemetto alessandrino e, là dove è possibile,
confrontare la versione latina col testo greco frammentario, per apprezzare la
qualità di Catullo come traduttore. A quanto dice
lo stesso poeta latino (carme 65), la traduzione dell’elegia callimachea
risponde a una sollecitazione di un amico, che per lo più viene identificato con il celebre oratore Q. Ortensio
Ortalo; questi, poeta egli stesso, ha chiesto in dono dei
versi a Catullo; il giovane veronese riferisce a Ortensio che il suo stato
d’animo è ora pervaso da una tristezza infinita a causa della morte del
fratello. Ciononostante Catullo, se anche non riesce a
comporre propri versi, manda all’amico la traduzione del poemetto di Callimaco.
Tutto ciò è raccontato in una elegia di 12 distici (carme 65), raccolta nel liber catulliano subito prima della Chioma di Berenice, della quale
costituisce la dedica indirizzata per l’appunto a Ortensio Ortalo.
Nel preteso carattere occasionale
che Catullo dà alla pubblicazione (e forse anche alla composizione) del carmen doctum, come se non si trattasse
di uno sforzo letterario notevolissimo, è da vedere il consueto atteggiamento,
per cosí dire, “minimalista” del poeta
novus che connota la propria fatica poetica come un’attività di natura
privata e di ambito limitato, un contributo di affetto fra amici. Per altri
versi la dedica a Ortensio non sembra affatto occasionale: infatti proprio
l’oratore-poeta rappresentava, in seno alla poesia dotta romana, un indirizzo
sostanzialmente anticallimacheo, tollerante nei confronti dei vasti
componimenti epico-storici che Callimaco aborriva.
La composizione e la dedica della Chioma
di Berenice appaiono pertanto conseguenze di una consapevole valutazione
militante, di battaglia letteraria.
Certo la trattazione
dell’argomento astronomico è di per sé in linea con la vocazione dotta della
poesia ellenistica: già Arato, contemporaneo di Callimaco, aveva pubblicato un
poemetto scientifico che dava ampio spazio all’astronomia, i Fenomeni, molto lodato dallo stesso
Callimaco (epigramma 27) e – proprio nell’età di Catullo – tradotto a Roma da
Cicerone e imitato dal poeta novus
Varrone Atacino; in età augustea, Manilio comporrà il poema Astronomica. Ma il tratto piú
squisitamente callimacheo e neoterico della Chioma
di Berenice è nella levitas ed
eleganza che assortisce leggiadramente la dottrina astronomica, il mito,
l’attualità e infine l’intensità dell’eros
temperata dal pudore coniugale: temi questi ultimi molto cari a Catullo,
insieme con la simpatia per le minuscole entità (qui la ciocca o il ricciolo di
capelli femminei) sulle quali si proiettano la venustà e la gentilezza della
donna.
Dopo aver contribuito alla
fortuna di Catullo specialmente dall’Umanesimo in poi, La Chioma di Berenice ispira nel 1803 la traduzione in
endecasillabi sciolti di Ugo Foscolo: un esercizio
letterario raffinatissimo, che consente al poeta delle Odi e nei Sonetti
(contemporanei alla Chioma) di
sperimentare la rivisitazione e l’attualizzazione neoclassica del mito antico,
da cui scaturiranno i frutti maturi e gli esiti complessi dei Sepolcri e delle Grazie, nuovi carmina docta
in endecasillabi sciolti. E fra le numerose traduzioni poetiche che sono venute
in seguito, non va taciuta quella delicata di un altro poeta, Salvatore
Quasimodo, cui la lirica antica – nella sua duplice dimensione, di esperienza
emotiva e di ricca elaborazione culturale – ha suggerito originali forme di
rilettura novecentesca, quasi di «poesia pura» e di «frammento» mitologico.
Pasquale Martino
da: Catullo, Antologia di passi tratti dal Liber, a cura di P. Martino, D'Anna, Messina-Firenze, 2007