mercoledì 9 gennaio 2019

Rosa Luxemburg


Cent’anni senza la rossa Rosa.
Come sarebbe stata la rivoluzione in Occidente?

Sarà un’occasione speciale, per i manifestanti che ogni anno nella stessa data si riuniscono a Berlino presso il canale dove fu gettato il corpo di Rosa Luxemburg. Era la notte fra il 15 e il 16 gennaio 1919, e sono cent’anni da quando la quarantottenne dirigente comunista fu assassinata con il compagno di partito Karl Liebknecht dagli scherani dei Freikorps, corpi franchi ingaggiati per schiacciare la rivoluzione dei consigli operai in Germania. La notizia fece subito il giro del mondo, e non solo grazie alla stampa di sinistra: qui da noi il «Corriere delle Puglie» registrava il fatto, e il periodico «Humanitas» diretto dal repubblicano Piero Delfino Pesce commemorò la rivoluzionaria barbaramente uccisa. Rosa Luxemburg era stata un faro e un simbolo: «un’aquila» la definì Lenin, che pure ebbe con lei non pochi dissidi; una «grande guida spirituale del proletariato» secondo il filosofo György Lukács.
      Ebrea polacca, si trasferì in Germania acquisendone la cittadinanza: poté così militare nel più forte partito marxista del mondo, la socialdemocrazia tedesca. Cresciuto sulla spinta della classe operaia emergente e rafforzatosi in decenni di pace, il socialismo europeo sembrava fino al 1914 essere giunto sulla soglia del potere in molti paesi, Italia inclusa, e specie In Germania. Rosa Luxemburg diventò in breve una figura celebre, pensatrice, economista, formidabile oratrice – lei così piccola e fragile. Era l’esempio più noto di una novità imposta dal movimento operaio: la presenza significativa delle donne ad alti livelli (si pensi a Clara Zetkin, amica di Rosa, organizzatrice delle donne socialiste), convinte – a differenza delle loro sorelle suffragiste – che la liberazione della donna procedesse di pari passo con quella dell’intero proletariato. Ma lo scoppio del conflitto mondiale segnò un drammatico naufragio: i socialdemocratici tedeschi sostennero la guerra imitati dai socialisti degli altri paesi belligeranti (eccettuate Italia e Russia), convertiti al nazionalismo. 
     «La guerra mondiale – scrisse Rosa nel 1915 – ha annientato i risultati di quarant'anni di lavoro del socialismo europeo». Merito indiscutibile di Rosa Luxemburg fu l’aver condotto una lotta intransigente contro la guerra rilanciando in termini aggiornati la gloriosa (e dismessa) tradizione antimilitarista della socialdemocrazia. In generale, avversò sempre ogni nazionalismo compreso quello polacco di sentimenti antirussi, anzi invitò gli operai polacchi e russi alla fraterna solidarietà di classe. Pagò l’intransigenza con la prigione, dove trascorse quasi tutti gli anni della Grande Guerra. Nel contempo contribuiva alla nascita della Lega Spartaco (Spartakusbund), corrente interna alla socialdemocrazia, poi – dopo l’espulsione dal partito nel 1917 – organismo autonomo; ne fu la testa pensante, con Karl Liebknecht, il solo deputato che avesse votato contro i crediti di guerra, popolarissimo fra operai e soldati. Intanto in Russia, nel ’17, è in atto la rivoluzione. Scarcerata alla fine del conflitto, Rosa trova un Paese travolto dal crollo di un’intera classe dirigente, la quale si appoggia ora proprio alla vecchia socialdemocrazia per sopravvivere mentre la rivoluzione scuote anche la Germania. Nascono consigli operai pure a Vienna, repubbliche sovietiche verranno costituite in Baviera e Ungheria, e in Italia il Biennio Rosso culminerà nell’occupazione delle fabbriche: tutta l’Europa sembra voler “fare come in Russia”, inverando la rivoluzione internazionale in cui sperano gli stessi bolscevichi a Mosca.
Memoriale per Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht,
di Ludwig Mies van  den Rohe
(Berlino 1926, demolito dai nazisti nel 1935)
     A dicembre del ’18 gli spartachisti fondano il partito comunista tedesco. Rosa è con loro. Ha sempre combattuto l’illusione che il socialismo possa arrivare per lenta evoluzione; ma nessuno più di lei – prima di Gramsci – si è reso conto della enorme complessità di un processo rivoluzionario in Occidente, rispetto alla dinamica più elementare della Russia zarista. Pur elogiando altamente la rivoluzione russa, ne critica la soppressione della libertà. Non Voltaire, ma Rosa Luxemburg ha detto, nel ‘17: «La libertà è sempre e soltanto libertà di chi pensa diversamente». I comunisti tedeschi non governeranno, scrive nel ‘18, «se non per la chiara, espressa volontà della grande maggioranza delle masse proletarie tedesche e con la loro adesione cosciente». E preconizza un itinerario di «amare esperienze, attraverso vittorie e sconfitte». La tragedia della rivoluzione tedesca fu di aver avuto contro proprio la socialdemocrazia: un ministro socialdemocratico, Noske, armò la mano dei Freikorps. Rosa proponeva ai comunisti di partecipare alle elezioni della assemblea costituente, di non accettare la sfida dello scontro armato in quel momento; i suoi compagni non la ascoltarono, ma lei non li abbandonò. Fu sequestrata con Karl, e trucidata. 
     La sua memoria fu sempre onorata dalle sinistre, appannata solo nell’Urss staliniana. In Italia fu tra le icone del ’68 prima maniera, eretico e “consiliare”, ed ebbe successo l’antologia di suoi scritti a cura di Lelio Basso pubblicata da Editori Riuniti nel 1967, riproposta nel 2018 con una nuova illuminante introduzione di Guido Liguori. Margarethe Von Trotta realizzò un bel film biografico con Barbara Sukowa nella parte di Rosa (1986). Oggi la “rossa Rosa” conserva il fascino della alternativa che non poté esprimersi: che cosa sarebbe stata l’Europa se la rivoluzione avesse trionfato in Germania, se la sconfitta delle rivoluzioni non avesse lasciato aperta la via all’incubo nazifascista? Come ciò avrebbe cambiato l’esperienza della Russia sovietica? Il monito di Rosa Luxemburg, «socialismo o barbarie», ci sembra più che mai attuale. In una metafora marxiana a lei cara, la talpa scava sotterra ed emerge inaspettata; è la rivoluzione che si dichiara – sono le ultime parole scritte da Rosa, il 14 gennaio – : «Io ero, io sono, io sarò!».     

Pasquale Martino
La Gazzetta del Mezzogiorno, 9 gennaio 2019