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mercoledì 2 agosto 2023

Strage di Bologna. Autori, vittime, depistaggi e un libro

Bellini, i mandanti, i NAR e un perdono tradito: La strage di Bologna di Paolo Morando (Feltrinelli) .


La bomba esplosa nella stazione di Bologna quarantatre anni fa, alle 10,25 del 2 agosto 1980, ha rappresentato con le sue 85 vittime il più grave attentato terroristico compiuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Per l’orrendo crimine sono stati condannati con sentenza definitiva i neofascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro (ergastolo) e Luigi Ciavardini (trent’anni), cui in seguito si sono aggiunti, in primo grado, gli ergastoli per Gilberto Cavallini e Paolo Bellini. Tutti sono terroristi neri, giudicati responsabili di numerosi altri delitti. Per depistaggio delle indagini è stato condannato con sentenza definitiva il capo della loggia massonica P2 Licio Gelli. Nel 2020 la procura di Bologna ha concluso una ulteriore e complessa indagine indicando nei defunti Gelli e Federico D’Amato (direttore negli anni ’70 dell’ufficio Affari riservati del Ministero dell’Interno) i mandanti e organizzatori, con altri, della strage.    

Il lungo iter giudiziario, alcuni importanti sviluppi del quale sono ancora in corso, è raccontato, con accuratezza che nulla toglie alla leggibilità, da Paolo Morando nel libro La strage di Bologna. Bellini, i Nar, i mandanti e un perdono tradito (Feltrinelli 2023). L’autore, giornalista, ha pubblicato con Laterza Prima di Piazza Fontana. La prova generale (2019) e L’Ergastolano (2022), sulla strage di Peteano: ricostruzioni di cui il volume su Bologna è in qualche modo il completamento, quasi a configurare una sorta di trilogia che ripercorre il decennio delle trame nere e della strategia della tensione che ha insanguinato l’Italia, dalla bomba della Banca dell’Agricoltura di Milano a quella deflagrata nella sala d’aspetto del grande nodo ferroviario emiliano.

L’ingente materiale documentale accumulato in decenni di inchieste – Morando ne dà conto, con riferimento particolare agli sviluppi recenti – ha fatto emergere e delineato con crescente chiarezza il quadro degli obiettivi perseguiti e il senso politico dell’esecrando fatto di sangue: una pattuglia di killer spietati, professionisti del terrorismo nero, fu l’esecutrice del crimine; l’azione fu coadiuvata da una rete diffusa di estrema destra eversiva con agganci internazionali; i manovratori appartennero a quel ganglio di poteri che trovava un punto di incontro nella P2, scoperta nel 1981, attivissima negli anni precedenti (erano tutti iscritti alla loggia segreta i componenti del “comitato di crisi” governativo durante il sequestro Moro nel 1978) e anche dopo. La grande operazione stragista, in linea con la strategia della tensione nonostante il contesto diverso, aveva lo scopo di destabilizzare gli equilibri politici e produrre un drastico restringimento della democrazia in Italia.

Dai medesimi ambienti provenne un tenace tentativo di depistaggio (incentrato sulla presunta alternativa di una “pista palestinese”) nonché l’appoggio a una campagna innocentista volta a scagionare Mambro e Fioravanti, i quali si sono sempre dichiarati non colpevoli della strage, mentre hanno riconosciuto numerosi altri omicidi. Campagna che – coinvolgendo invero anche personalità di sinistra e del partito radicale – ha di certo agevolato la situazione alquanto paradossale per cui, condannati entrambi a otto ergastoli, i due ergastolani hanno visto estinta la loro pena dieci anni fa, dopo aver goduto di molti anni di semilibertà. E oggi Fioravanti, da libero cittadino, rilancia la pista “alternativa” proponendo la colpevolezza di una delle vittime della strage, Mauro Di Vittorio, additato dai depistatori quale estremista di sinistra potenzialmente pericoloso; e ciò, dopo aver ottenuto per sé e per la Mambro, sua moglie, il generoso perdono della sorella di Mauro, Anna, e aver usufruito di una magnanima lettera di Anna Di Vittorio per sostenere la richiesta di libertà della Mambro. È la meschina vicenda del “perdono tradito” cui Morando dedica la seconda parte del libro.


Un altro paradosso ci sembra risiedere nel fatto che la destra parlamentare, invece di limitarsi a rivendicare un’estraneità e un abisso incolmabile fra sé e quella esperienza stragista, abbia voluto  distinguersi nel sostegno alla tesi innocentista e, più in generale, “revisionista”, accreditando la “pista alternativa”. È difficile fare i conti fino in fondo con un passato che, piaccia o no, interseca il proprio. Tanto nefando ed empio è quel crimine che si vorrebbe togliergli, e far dimenticare, l’etichetta di destra. Che però resta, e i tribunali smontano ogni altra ipotetica matrice. 

Doveroso è infine ricordare le vittime, i loro nomi, la loro storie. Lo fa il libro di Morando, per alcune di esse; lo fanno, nelle proprie pagine in rete, l’Associazione tra i familiari delle vittime della strage e gli Archivi «per non dimenticare», per tutte le persone uccise. Vittime di ogni parte d’Italia, e anche straniere, perché il 2 agosto migliaia di persone transitavano per quella stazione diretti alle località di vacanza. Bari conta sette cittadini uccisi, il più alto numero dopo la città di Bologna. Due famiglie baresi furono decimate. Perirono Vito Diomede Fresa (62 anni), Errica Frigerio (57) e il loro figlio Francesco Diomede Fresa (14); si salvò la figlia Alessandra che non era partita. Furono dilaniate Silvana Serravalli (34 anni) e le nipoti Patrizia Messineo (18) e Sonia Burri (7); sopravvissero i genitori di Silvana, la sorella e il cognato che erano con lei. Cadde Giuseppe Patruno (18 anni), si salvò suo fratello; avevano accompagnato in stazione due turiste straniere. Tutti volevano trascorrere giorni sereni; morirono inopinatamente per una mostruosa congiura politico-criminale che comportava il cinico sacrificio di molte persone innocenti.

Pasquale Martino

Il testo è la versione estesa di un articolo apparso su "La Gazzetta del Mezzogiorno" il 2 agosto 2023


giovedì 15 ottobre 2020

Processi per ricostituzione del partito fascista

 Una norma costituzionale da osservare e applicare

    




Il processo per ricostituzione del partito fascista, intentato dal procuratore aggiunto Roberto Rossi ad esponenti di CasaPound a Bari, ha rari precedenti. Il suo fondamento è nelle «disposizioni transitorie e finali» della Costituzione italiana, articolo XII: «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Disposizione da intendersi non già come «transitoria», bensì come «finale» (ordinanza 325 della Corte costituzionale, 1988). Durante i lavori della Costituente era stato Palmiro Togliatti a proporre che il divieto fosse collocato in sede separata, per non diminuire la solennità dell’art. 49, che sancisce la libertà di associarsi in partiti. Nel dibattito della commissione preparatoria l’interpretazione più esplicita e netta era venuta da Lelio Basso: «Si sappia che tutto ciò che è stato fascista è condannato. Bisogna fare in modo che il popolo abbia la sensazione precisa che la Repubblica segna una data nuova nella storia d'Italia». 

     La legge attuativa arriva nel 1952 sotto il nome del ministro dell’Interno Mario Scelba. La maggioranza centrista guidata dalla Democrazia cristiana ha come principale avversaria l’opposizione di sinistra, ma vuol coprirsi le spalle a destra dove il partito fascista ricostituito esiste già da anni: il Movimento sociale italiano è composto da reduci della repubblica di Salò e non nasconde né i richiami, né i programmi, né la simbologia del fascismo. La legge Scelba intende “tenere a bada” il Msi configurando in maniera articolata il reato di ricostituzione del partito fascista (comprendente l’uso e l’esaltazione della violenza, la denigrazione della Resistenza, il razzismo, l’apologia e le manifestazioni esteriori di carattere fascista). In realtà il Msi, pur controllato a distanza, resta una riserva del centrismo tanto da essere chiamato nel 1960 ad appoggiare l’effimero governo Tambroni. 

     La questione si pone drammaticamente negli anni ’70, al tempo della strategia della tensione. Nel 1973 incomincia a emergere chiaramente il ruolo che in quella escalation di stragi sta svolgendo il movimento neofascista extraparlamentare Ordine Nuovo, in un rapporto ambiguo da un lato col Msi, dall’altro con i servizi segreti italiani e con alcuni settori dei partiti di maggioranza. Trenta dirigenti di Ordine Nuovo vengono condannati per violazione della legge Scelba; subito dopo, il ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani decreta lo scioglimento di quel gruppo per ricostituzione del partito fascista. Taviani – ex partigiano, spesso però criticato per aver autorizzato la mano dura della polizia contro manifestanti di sinistra – provava così, con un decisione non priva di coraggio, a mettere al riparo il governo e la Dc dalle accuse di connivenza con gli stragisti che venivano rilanciate da Pasolini sulle colonne del «Corriere della Sera». In quegli anni è invocato da più parti anche lo scioglimento del Msi: lo chiede, nel 1977, un gruppo di personalità fra cui Umberto Terracini, già presidente dell’Assemblea costituente, dopo l’assassinio del giovane antifascista barese Benedetto Petrone, quando la magistratura chiude per qualche tempo la sede del Msi di Bari dove è stata rinvenuta l’arma del delitto. Proprio a Bari si tiene un anno dopo un altro processo per ricostituzione del partito fascista, imputazione formulata dal sostituto procuratore Nicola Magrone contro esponenti della sezione Passaquindici del Msi, autori di aggressioni sistematiche. Gli imputati vengono assolti per il reato più grave, ma condannati a pene miti per «attività fasciste».

     Nei decenni successivi l’accusa – rafforzata dalla legge Mancino del 1993 – è mossa ulteriormente contro altri soggetti, come il movimento Fascismo e Libertà di Giorgio Pisanò; la risposta difensiva si trincera dietro il “reato di opinione”. Ma il crinale fra opinione, propaganda e incitamento a mettere in atto quanto propagandato è assai sottile. Il neofascismo e il neonazismo sono diffusi in Europa – come denunciato da una risoluzione del parlamento europeo del 2018 – e negli Usa, e fungono oggi da ala estrema dell’odio nazional-populista che si nutre di demagogia contro migranti e profughi. In Grecia il movimento neonazista Alba Dorata è stato condannato pochi giorni fa in quanto «organizzazione criminale» responsabile di un omicidio, due tentati omicidi e una serie infinita di violenze.

     In Italia, CasaPound nasce circa a metà anni ’90; si fa conoscere per le violenze commesse in varie città – fra cui l’eccidio di due senegalesi a Firenze nel 2011 – , per le prolungate occupazioni di immobili pubblici ingiustificatamente tollerate, nonché per qualche amicizia politica di troppo. Fino a poco tempo fa nel proprio sito web ha dichiarato matrici ideali che includono Gentile, Mussolini e perfino il fanatico repubblichino Pavolini, capo delle brigate nere; nomi che compaiono anche nel programma elettorale del 2013, depositato al ministero dell’Interno. Oggi, nel sito web si leggono frasi come questa: «la forza quando scaturita da un ordine verticale e da un principio gerarchico è destinata a dominare le barbarie, anche se in numero inferiore»; e si insiste, inoltre, sul «ritorno» della nazione a un’epoca mitizzata ed esaltata: «Per la sua storia e per il suo destino, l’Italia deve tornare a esercitare una funzione avanguardista nel mondo, tornare ad essere faro di civiltà, esempio». Il lessico e i concetti rimandano alla presunta gloria dell’impero mussoliniano. La magistratura giudicherà sui fatti accaduti a Bari nel 2018 e sui reati ascritti a CasaPound. Da parte nostra, dovremmo cogliere l’occasione per comprendere il fenomeno e affinare le armi della critica contro i fascismi che in forme molteplici si ripresentano.

 Pasquale Martino   

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 15 ottobre 2020      

 

sabato 1 agosto 2020

La rivolta di Reggio Calabria

La calda estate sullo Stretto

Cinquant’anni da quei moti eccentrici e neri 

che raccontavano un altro Sud


 


La rivolta di Reggio Calabria sorprese l’Italia cinquant’anni or sono. Fu un unicum nella nostra storia, per la durata (6 mesi con strascichi di oltre un anno), il largo coinvolgimento popolare e interclassista, l’impiego di armi ed esplosivi, la durezza della risposta repressiva dello Stato (esercito e carri armati), il collegamento con la destra neofascista, con l’eversione nera e con i disegni della criminalità mafiosa. Quei “moti” ebbero i tratti di una vicenda “meridionale” di protesta e disperazione, e gettarono un’ombra preoccupante sulla nascita dell’ordinamento regionale che nel 1970 intendeva attuare la Costituzione nel segno della partecipazione democratica. Nonostante la sua eccezionalità, la rivolta ha trovato poco spazio nella memoria pubblica nazionale e nella storiografia: l’unico studio storico approfondito lo si deve a Luigi Ambrosi (Rubettino 2009, con prefazione di Salvatore Lupo). Il sociologo reggino Tonino Perna ha trasposto la memoria della sommossa in un romanzo uscito l’anno scorso.

     La scintilla dell’incendio fu la designazione del capoluogo di Regione. Reggio si considerava candidata naturale per tradizione e numero di abitanti; un accordo fra esponenti calabresi del governo e dei partiti di centro-sinistra assegnò invece a Catanzaro il capoluogo e a Cosenza la istituenda università, tagliando fuori la città dello Stretto. La reazione dei reggini fu, il 14 luglio – giorno di insediamento del consiglio regionale – la rabbia e la ribellione. Si indice lo sciopero generale, e il giorno dopo, in seguito agli scontri con la polizia, si ha il primo morto. Insorgono i quartieri popolari di Sbarre e Santa Caterina, si innalzano le barricate, il confronto è sempre più violento. Nell’opinione pubblica del Paese, nella stampa e nel giudizio dei partiti nazionali, la rivolta è subito isolata e bollata di campanilismo, il che inasprisce il risentimento dei reggini. Ma dietro alla questione del capoluogo vi sono decenni di emigrazione, una crescita esponenziale della disoccupazione (che affligge anche i giovani laureati e diplomati), la delusione per il mancato sviluppo industriale; in una città “terziarizzata” l’unica speranza di lavoro e di miglioramento della qualità di vita è riposta nell’attesa degli uffici regionali e di sviluppo della burocrazia. A questa convinzione radicata si unisce la riscoperta di un senso di identità cittadina che si fa risalire a un’antica storia.


    Sul genuino sentimento popolare d’una cittadinanza offesa si inserirono fin dall’inizio disparati gruppi politici e clientelari, di volta in volta concordi o in concorrenza: il sindaco democristiano dà il la alla protesta, il vescovo la benedice, il sindacalista di estrema destra Ciccio Franco diventa l’agitatore più noto, imponendo lo slogan dannunziano «Boia chi molla!». La rivolta non fu “fascista” come è stata definita, anche se l’assenza di gruppi dirigenti seri e lungimiranti favorì man mano l’egemonia dei neofascisti e l’affermarsi di una demagogia senza prospettive. In seguito e ancor oggi la cultura di destra ha presentato i moti di Reggio come «il ’68 del Sud» (Marcello Veneziani) quasi un risarcimento del tentativo neofascista, frustrato, di cavalcare la contestazione studentesca.   


     Del ’68 quei moti riproducevano la radicalità e alcune forme di lotta, non gli obiettivi. Lo storico Guido Crainz li ha classificati tra i “conflitti spuri”, lontani dalla omogeneità delle lotte operaie e studentesche. Peraltro gli operai reggini avevano preso parte attiva alla lotta contro le zone salariali che fu, questa sì, il vero ’68 del Sud. Tuttavia il sindacato di sinistra, la Cgil, e il Partito comunista che avevano condiviso il movimento del biennio ’68-69 non riconobbero legittimità alla protesta reggina, nonostante l’adesione a essa di molti lavoratori comunisti (fra cui la “storica” cellula del deposito ferroviario). Questo ripudio alimentò il populismo antipartito e l’astio verso il Pci. Dalla sinistra eretica si guardava a quei ribelli con occhio più comprensivo: un’acuta analisi della rivolta fu pubblicata da Valentino Parlato, meridionalista gramsciano, sul «Manifesto» settimanale (novembre ’70). Intanto anche gli strateghi della tensione e la criminalità giocano le loro carte: a ottobre del ‘69 i vertici della ‘ndrangheta si riuniscono sul vicino Aspromonte mentre il “principe nero” Junio Valerio Borghese raduna i suoi a Reggio, e prepara il golpe romano (fallito) del dicembre ’70. Il 22 luglio, a pochi giorni dallo scoppio dei moti, una bomba fa deragliare presso Gioia Tauro il direttissimo Palermo-Torino causando sei morti e decine di feriti: molti anni dopo i responsabili della strage verranno individuati tra i neofascisti di Avanguardia nazionale. Cinque giovani anarchici di Reggio, che hanno militato nella rivolta, raccolgono documenti sulla infiltrazione neofascista e sulla strage e partono in automobile il 26 settembre per consegnarli a Roma ai redattori del libro La strage di Stato, ma periscono tutti in un incidente stradale assai sospetto; le carte spariscono.

     La fine della rivolta arriva a gennaio quando l’esercito penetra nelle roccaforti ribelli, la sconfitta è sancita a febbraio: un compromesso conferma Catanzaro capoluogo e sede della giunta, assegnando a Reggio la sede del consiglio regionale. Permangono scampoli di conflitto; nell’abbandono generale i ribelli rifluiscono, l’estrema destra resta sola in campo: ostacola la manifestazione nazionale dei sindacati confederali indetta a Reggio il 22 ottobre 1972, disturbando il corteo, dopo che numerosi attentati non hanno fermato i treni dei manifestanti. La prova di forza sindacale e antifascista ha la meglio, ma la maggioranza della città la subisce con freddezza, come un intervento estraneo. La ribellione del Sud più emarginato e il movimento organizzato dei lavoratori non si sono incontrati.

 

Le vittime

Durante gli scontri di piazza a Reggio Calabria morirono 5 persone in circostanze diverse: Bruno Labate, ferroviere, Angelo Campanella, autista, Vincenzo Corigliano, poliziotto, Antonio Bellotti, poliziotto, Carmine Iaconis, barista.

     Le 6 vittime della strage di Gioia Tauro (tutte siciliane, di cui 5 donne): Rita Cacicia, Adriana Vassallo, Letizia Palumbo, Nicolina Mazzocchio, Rosa Fazzari, Andrea Cangemi. 

     I 5 anarchici della Baracca (così chiamati dalla vecchia villa Liberty in cui si riunivano) morti il 26 settembre ’70: Angelo Aricò, Annalise Borth, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso.

  

Pasquale Martino  

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 1 agosto 2020

 

 

 

 

 

 


sabato 11 luglio 2020

Luglio '60, la Resistenza continua



L'antifascismo che salvò la giovane repubblica

La nostra repubblica non ha avuto vita facile. La democrazia non è stata acquisita una volta per tutte dopo la guerra e la Liberazione. Sessanta anni fa l’appena quattordicenne repubblica italiana, che si era data una carta costituzionale democratica da soli dodici anni, visse una grave crisi che avrebbe potuto metterne in pericolo la sopravvivenza. Furono i giorni del luglio ’60, quando il neofascismo stava andando al governo e la protesta antifascista l’ebbe vinta non senza un nuovo sacrificio di giovani vite.  
     L’Italia viveva il miracolo economico, usciva dal decennio della ricostruzione e del rilancio; s’intravvedevano il benessere e segnali di sviluppo del Mezzogiorno; ma il sistema politico non rispondeva. La formula di governo centrista non reggeva di fronte alle urgenze delle società. Nel partito di maggioranza, la Democrazia cristiana, si faceva strada l’idea di una necessaria apertura a sinistra, verso il Partito socialista fino a quel momento alleato all’opposizione con i comunisti. Un’idea avversata dalla gran parte più conservatrice dello stesso partito cattolico, oltre che dalla classe imprenditoriale e agraria, perché ciò avrebbe comportato il rischio delle sempre odiate riforme sociali e del riconoscimento di alcuni diritti dei lavoratori. In questo frangente critico viene escogitata a marzo del ’60 una soluzione che non risolve, che anzi va nel senso opposto: un governo monocolore democristiano, presieduto da Fernando Tambroni e retto dal voto parlamentare del partito neofascista, il Msi, mentre tutti gli altri partiti (compresi gli ex alleati della Dc) votano contro. Per la prima volta (e unica, fino al 1994) gli eredi politici di Mussolini entrano nella maggioranza di governo, e con un peso determinante. 
     Il tentativo suscita nel Paese l’opposizione di tutte le forze antifasciste, ma il governo resta in piedi qualche mese finché non è proprio il Msi a compiere il passo più lungo della gamba: sfida l’antifascismo annunciando il proprio congresso nazionale il 2 luglio a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Memore di aver costretto i tedeschi alla resa nel ‘45, Genova insorge; il 25 giugno incominciano gli scioperi, che si allargano. La risposta del governo è insensata: vengono opposti intralci e divieti alle manifestazioni antifasciste, un corteo di giovani viene caricato dalle camionette della polizia. Genova resiste e il 28 è il partigiano Sandro Pertini, futuro presidente della repubblica, a pronunciare dal palco parole di sdegno dinanzi a una folla di decine di migliaia di persone. La rivolta si estende nel Paese, si intreccia con le proteste sindacali e soprattutto con la vertenza nazionale dei braccianti, che in Puglia arriva al culmine di un anno di conflittualità; a San Ferdinando la polizia spara e ferisce tre braccianti, facendo temere il tragico ripetersi dell’eccidio ivi perpetrato nel 1948 per mano di squadristi fascisti che assalirono lavoratori dei partiti di sinistra. Ancora spari e una vittima a Licata, in Sicilia; a Roma (dove fervono i preparativi per le Olimpiadi) i carabinieri a cavallo guidati dall’olimpionico Raimondo D’Inzeo caricano i manifestanti, come nell’Ottocento, la polizia arresta il deputato comunista Ingrao. La tragedia arriva il 7 luglio, a Reggio Emilia, dove la sparatoria delle forze dell’ordine falcia cinque dimostranti; e si ripete a Palermo e a Catania, con altre tre vittime. A questo punto il movimento di opposizione diventa generale. Il congresso del Msi salta, nel parlamento il ministro dell’Interno Spataro è duramente criticato, le federazioni giovanili di tutti i partiti antifascisti (Dc compresa) chiedono le dimissioni di Tambroni e lo scioglimento del Msi in quanto ricostituito partito fascista. A Bari il consiglio comunale viene interrotto in segno di lutto, a Napoli durante il comizio di protesta prende la parola Eduardo De Filippo. E finalmente, il 27 luglio, Tambroni cade. L’irresponsabile esperimento fallisce, la presidenza del consiglio passa a Fanfani il quale, con l’astensione socialista, prepara il centro-sinistra “organico” (Psi nel governo) che si realizzerà con Moro nel 1963 dopo essere stato “anticipato” al comune di Bari nel 1962. E sarà l’inizio di un’altra storia, non priva di aspre contraddizioni, e tuttavia in consonanza con il rafforzamento dei diritti, con l’allargamento della partecipazione, grazie anche agli spazi che l’opposizione politica e sociale poté conquistarsi.   
     Quella del luglio ’60 fu la vittoria a caro prezzo di una ricostituita unità antifascista («la Resistenza continua», proclamava uno striscione genovese), che vide fra i protagonisti l’Anpi, l’associazione partigiana (il cui presidente Arrigo Boldrini ebbe l’abitazione incendiata dai neofascisti in quei giorni), non solo custode della memoria, ma attiva propugnatrice della Costituzione. Soprattutto, fu il momento rivelatore di una nuova generazione, i giovani dalle “magliette a strisce”, operai e studenti che nella eredità della lotta di Liberazione credettero sul serio. Fiorì il canto sociale: dal gruppo di Cantacronache (cui collaboravano scrittori come Calvino, Fortini, Eco) nacque nel 1960 la canzone Per i morti di Reggio Emilia di Fausto Amodei, che diventò l’inno antifascista dei giovani del ‘68 («Di nuovo come un tempo sopra l’Italia intera / urla il vento e soffia la bufera /… Uguale è la canzone che abbiamo da cantare: / Scarpe rotte eppur bisogna andare!»). Nei decenni seguenti, gli attentati contro la democrazia si ripeterono, dal “piano Solo” del 1964 alla bomba di piazza Fontana, dal disegno  stragista e terrorista degli anni ’70 alla loggia P2. La democrazia ha resistito. Poi ha avuto inizio una storia diversa e complicata, quella recente, che non dobbiamo raccontare qua.

Pasquale Martino
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 9 luglio 2020

giovedì 12 settembre 2019

Il processo Petrone


Le due città al palazzo di Giustizia
1978-1981: i neofascisti sul banco degli imputati* 

Sembrava ancora nuovo fiammante il giovane Palazzo di Giustizia di piazza De Nicola, quel 13 novembre 1978 quando ebbe inizio uno dei dibattimenti destinati a segnare in qualche modo la storia di Bari: il processo per l’omicidio di Benedetto Petrone. Il diciottenne comunista era stato ucciso un anno prima, il 28 novembre ’77, in un agguato neofascista. 
Il processo ebbe in verità un prologo, pochi mesi prima: il procedimento per ricostituzione del partito fascista, a carico di militanti della sezione Passaquindici del Msi, formazione erede della Repubblica di Salò. Prologo assai significativo, per l’ampiezza dell’impianto accusatorio (il Pm Nicola Magrone collegava in un disegno premeditato decine di episodi dello squadrismo nero imperversante), per l’oggettivo carico politico che ricadeva sulle spalle dei testimoni (fra i quali il solo a sostenere coraggiosamente il proprio compito fu il segretario della sezione del Pci di Carrassi, l’intellettuale Raffaele Licinio, mentre altri testimoni si sfilarono indebolendo l’accusa), e per la conclusione (la sentenza respinse la tesi accusatoria, condannando alcuni imputati soltanto per «attività fascista»): essa costituiva in effetti un precedente che avrebbe condizionato il processo per il delitto Petrone.
     Fra gli imputati del primo processo c’era anche il latitante Giuseppe Piccolo, unico chiamato in causa per omicidio nel successivo processo Petrone, mentre i 7 coimputati, in libertà provvisoria, rispondevano solo di favoreggiamento. Il che già indica che si arrivava al dibattimento dopo un’indagine e un’istruttoria lacunose: da una parte era innegabile la «aggressione missina» (del Msi), come affermò il Pm Carlo Curione, dall’altra non erano stati individuati i responsabili di concorso in omicidio, che avevano spalleggiato Piccolo contro Petrone. I testimoni neofascisti, presenti ai fatti, erano stati più che reticenti. Il dibattimento non sciolse questo nodo; si indirizzò, anzi, nella direzione già indicata dal processo-prologo: l’assenza di una responsabilità politica del delitto. Due circostanze favorirono un tale esito. Innanzitutto il prolungamento e la complicazione dell’iter processuale, rallentato da rinvii (in attesa della estradizione di Piccolo che intanto era stato arrestato in Germania), dalle ripetute richieste dilatorie della difesa: la richiesta di trasferire il processo per legittima suspicione, che fu  respinta, e la richiesta di una perizia psichiatrica, che fu invece accolta. L'attesa della perizia impegnò nove mesi e poi ci furono le scene di impazzimento di Piccolo in aula e in carcere, e i ripetuti tentativi di suicidio. Finalmente il dibattimento riprese il 2 marzo 1981, a più di tre anni dai fatti. Il secondo fattore fu proprio la figura dell’omicida, “oggetto misterioso” di questa vicenda. Personaggio inquietante, per molti versi sconosciuto, venuto da un comune dell’Avellinese, di sicura fede fascista ma implicato in altre attività losche oltre che in prove di infiltrazione nella estrema sinistra, uomo imbarazzante assurto alla statura di condottiero sul campo della folta squadra missina nella delittuosa impresa, spietato esecutore di un omicidio e di un tentato omicidio (di Franco Intranò, compagno di Benedetto). Aiutato con molta efficienza a espatriare, nel contempo additato dai camerati come il “folle” e unico colpevole (in uno scontro ad armi pari, arrivarono a sostenere alcuni!), indotto a recitare la parte dello squilibrato di fronte alle telecamere in aula, e consegnato a una difesa quasi “d’ufficio” (i legali Franza e Preziosi del foro di Avellino); laddove i sette coimputati, appartenenti a famiglie della Bari “bene”, godono di un collegio prestigioso nel quale figura un autentico principe del foro barese come Achille Lombardo Pijola, oltre agli avvocati Plotino, Crocco e altri ancora.         
          Anche la parte civile poté disporre di un collegio importante che prestò opera volontaria e gratuita: fra gli altri Pietro Leonida Laforgia, Giuseppe Castellaneta, Mario Russo Frattasi e un giovane Niki Muciaccia. Accusato dalla difesa di essere troppo “militante”, il collegio di parte civile dové fronteggiare il progressivo diradarsi di quella atmosfera di tensione civile che aveva accompagnato la risposta della città al delitto e i primi passi dell’iter giudiziario (manifestazioni, cortei, presidî fuori del Palazzo di Giustizia e nutrite presenze di pubblico in aula si registrarono nelle prime fasi), e d’altro canto la crescente, ferrea volontà di una classe dirigente moderata di chiudere l’“incidente” derubricandolo a parentesi incresciosa e irrilevante da dimenticare. Volontà che fece pressione anche sulla delicata posizione del Pci, oggetto di polemica per un presunto uso politico del processo; e produsse qualche incrinatura nel collegio di parte civile. Era in gioco la faccia perbenista della città, con la sorte di quei «giovani figli di buona famiglia – così li definì l’avvocato Montesano della difesa – terrorizzati, dopo l'accaduto, da questo terribile impatto con i giovani di sinistra, e dalla prospettiva delle conseguenze giudiziarie»; quelli che invece, secondo Castellaneta, avvocato della parte civile, erano «i nipotini degeneri della borghesia bottegaia degli anni '50, che si incappucciano, che si armano, che occupano i quartieri per il gusto della violenza fine a se stessa».
     Il giorno della sentenza, 23 marzo 1981, lo spazio del pubblico in aula era di nuovo gremito fino all’inverosimile. I «giovani di buona famiglia» se la cavarono con pene irrisorie. Piccolo fu condannato a 22 anni, che diventarono 16 in appello. Nell’agosto del 1984 si suicidò per davvero, in carcere.

Pasquale Martino     
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 12 settembre 2019

* Nicola Signorile ha letto il testo e mi ha dato utili suggerimenti, dei quali lo ringrazio. 

lunedì 9 settembre 2019

Ritratto di Michele Romito



IL QUINDICENNE CHE FERMÒ I TEDESCHI
Il giorno eroico (9 settembre 1943)
e la lunga giovinezza del comunista di Bari Vecchia



Ho avuto per mia fortuna l’amicizia e la stima di Michele Romito, il ragazzo che fermò l’esercito tedesco a colpi di bombe a mano, il 9 settembre 1943 a Bari. Ho potuto dargli un ultimo saluto in ospedale, il giorno prima che morisse, a ottantadue anni, il 31 agosto 2009. Sono trascorsi dieci anni, e volgere il pensiero alla memoria di Michele è doveroso, tanto più nella circostanza del 76° anniversario di quella vicenda straordinaria nella storia di Bari. Fu un tempo drammatico in tutta Italia, l’8 settembre e i giorni che seguirono: quando lo Stato e l’esercito italiani si sfaldarono, il re e il governo fuggirono, le truppe tedesche dilagarono e sembrò arrivata – come è stato detto – la morte della Patria. Se la Patria non morì, lo si deve ad alcune migliaia di persone, che in modo pressoché spontaneo reagirono, fecero scelte cui pochissime di loro erano preparate, salvando soldati fuggiaschi, opponendosi nei modi possibili ai nazisti e ai fascisti redivivi, impugnando un’arma. Fu uno di quei passaggi sconvolgenti in cui – per opera di una minoranza non sparuta – un popolo e una nazione che erano sul punto di morire invece rinascono, si riconoscono, si rifondano come ex novo.
     Successe anche a Bari, dove protagonista fu un miscuglio estemporaneo di popolo, soldati, marinai, postelegrafonici, donne, ragazzi che soprattutto nella città vecchia e nel porto trovarono la scena del loro imprevisto momento di gloria, ed ebbero la loro rappresentazione in due figure emblematiche: il generale Nicola Bellomo, che senza ordini superiori (anzi, contro la riluttanza di buona parte dei comandi) diresse l’azione improvvisata di una compagnia eterogenea di militari e seppe coinvolgere anche i civili, impedendo alle truppe tedesche di distruggere le installazioni portuali; e il quindicenne Michele Romito, a capo di una banda di ragazzini che, sostenuti da numerosi altri scugnizzi e ragazze, si unirono ai soldati, si armarono di bombe e dall’alto della Muraglia bersagliarono l’autocolonna della Wehrmacht che tentava, penetrando in Bari Vecchia, di prendere alle spalle chi combatteva al porto. Fu proprio Romito a fare centro, causando l’incendio di un autocingolato che bloccò l’intera colonna tedesca, mentre i combattimenti continuavano davanti all’arco di San Nicola. Nel tardo pomeriggio i tedeschi dovettero ritirarsi, per seminare distruzione lungo il loro cammino verso Nord; si concluse così, con sei morti italiani sul terreno, una giornata violenta e tempestosa che è stata più volte raccontata ma sulla quale molto si vorrebbe ancora sapere.  
    
Michele Romito riceve la medaglia dal sindaco Vernola.
Fra i due nella foto, Tommaso Sicolo e Arrigo Boldrini.  
     Chi era Michele Romito? Apparteneva a una numerosa famiglia “barivecchiana”, 7 figli maschi e 3 femmine; aveva poca istruzione, si arrangiava in lavori portuali saltuari. Non saprei dire se nella scelta di campo istantanea di quel 9 settembre – cui non fu estraneo, certo, l’istinto popolare di autodifesa del proprio territorio – influì già un orientamento politico; forse sì, visto che nel dopoguerra Michele seguirà il fratello maggiore Antonio, suo punto di riferimento, nella adesione al Partito comunista. La famiglia Romito gravitava verso le due grandi istituzioni sociali e formative di Bari Vecchia: da una parte il Pci, dall’altra la Cattedrale. Michele crebbe lavorando nel porto e nei cantieri edili. Non si sposò, visse con i familiari nella casa madre del quartiere San Marco. Gli anni si allontanavano dall’epica giornata del ’43, e Bari era smemorata.  
     Il tempo di gloria tornò dopo il ’68, quando studenti di idee rivoluzionarie entrarono a frotte in Bari Vecchia per cercare le proprie ragioni interrogando la città proletaria che fino a quel momento ignoravano. Solidarizzarono con molti loro coetanei, ma in Michele Romito, quarantenne, trovarono insieme un padre e un compagno da ammirare: un ragazzo cresciuto e rimasto ribelle, insofferente, critico verso il Pci. La mia amicizia con lui non fu solo mia, ma fu quella di una comunità, specialmente il Circolo Lenin, che si strinse intorno a lui, facendosi raccontare in un estroverso dialetto barese non solo la storia emozionante di quelle bombe, ma tanti episodi della sua vita di lavoratore. Erano gli anni delle stragi e dello squadrismo nero, del nuovo antifascismo; l’Italia riscopriva la Resistenza, e Bari riscoprì gli insorti del settembre ’43. Il 25 aprile 1974 Romito riceve dal sindaco Nicola Vernola la medaglia d’oro della civica amministrazione, nel teatro Petruzzelli, alla presenza  del presidente nazionale dell’Associazione Partigiani, Arrigo Boldrini. La sera, una festa di giovani abbraccia l’“eroe” (titolo che Romito mai avrebbe pensato di attribuirsi). È merito indubbio dell’ANPI l’aver dato il dovuto rilievo alla figura di Romito, l’aver fatto conoscere la sua testimonianza, come anche l’aver valorizzato in anni recenti i “ragazzi” di Bari Vecchia che sono ancora fra noi e possono raccontare quei fatti.
Romito a una manifestazione
dell'Anpi a Bari 
     In seguito Michele frequentò la comunità di Santa Chiara, gruppo cristiano di base, si riavvicinò al Pci e, dopo lo scioglimento, a Rifondazione Comunista. Non mancava mai alle celebrazioni antifasciste; era a suo modo un personaggio: un giorno anche Moni Ovadia andò a trovarlo. Ma visse poveramente, come custode dei bagni comunali, infine come modestissimo pensionato. La sua ultima apparizione pubblica risale a due mesi prima della morte: fisicamente malandato, non volle mancare nel giugno 2009 alla manifestazione per i quaranta anni del Circolo Lenin di Puglia, nella Vallisa, dove fu calorosamente riabbracciato da quei giovani con i capelli ormai imbiancati che lo avevano avuto amico e compagno.
     Due anni dopo, nel 2011, venne deposta la “pietra d’inciampo” che lo ricorda, nel luogo che era stato teatro del gesto di coraggio per il quale Bari gli è debitrice.

Pasquale Martino    
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 9 settembre 2019       
       

   

sabato 22 giugno 2019

Piazza Fontana 12 dicembre 1969


Ingiustizia è fatta, ma la verità è detta.
Storia di un’odissea giudiziaria (che passò anche da Bari). 
Il libro di B. Tobagi e gli altri

Mezzo secolo ci separa dal memorabile 1969, quando la grande avanzata del movimento operaio conquistò con i rinnovi contrattuali anche lo statuto dei diritti dei lavoratori pensato da Gino Giugni, docente di diritto del lavoro a Bari, e approvato all’inizio del 1970. Ma l’anno fu pure concluso tragicamente – e non a caso – dalla strage di piazza Fontana, avvenuta il 12 dicembre a Milano: la “madre di tutte le stragi”, che inaugurò la sequenza dello stragismo nero culminata con la bomba di Bologna (1980). L’attentato del ‘69 fu il più grave della storia repubblicana fino a quel momento, per numero di morti: 17 (l’ultimo dei quali deceduto anni dopo per i postumi delle ferite), e in più il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, innocente, fermato nelle prime indagini di polizia e morto il 15 dicembre nella questura milanese dove era trattenuto irregolarmente da più di tre giorni (sulla sua vicenda ci soffermeremo a tempo debito). Tuttavia, di questo evento cruciale e simbolico c’è scarsa conoscenza: indagini su campioni di giovani mostrano che solo una esigua minoranza sa che gli attentatori furono neofascisti; il resto attribuisce le responsabilità ad altri soggetti e soprattutto alle Brigate Rosse (il gruppo terroristico cui una versione falsante addebita tutte le violenze degli anni successivi). Sono perciò benvenute le novità librarie che incominciano ad apparire per il cinquantenario, e aiutano a capire la storia messa in moto da quella bomba. Vanno menzionati due bei volumi editi da Laterza: 12 dicembre 1969, chiara sintesi dello storico Mirco Dondi, uscita nel 2018 per la serie «10 giorni che hanno fatto l’Italia», e Prima di Piazza Fontana, del giornalista Paolo Morando (2019), che racconta la prova generale della strage, la serie di attentati senza vittime del 1969, uno «sciame sismico» secondo l’efficace definizione di Benedetta Tobagi, giornalista e storica. Tobagi, da parte sua, dopo avere dato alle stampe nel 2013 un ottimo lavoro sulla strage di Brescia del 1974 (Una stella incoronata di buio, Einaudi), pubblica ora per lo stesso editore Piazza Fontana. Il processo impossibile.
Un libro importante: spiega le verità fondamentali sulla bomba raccontando trent’anni di vicenda processuale con scrupoloso studio dei documenti e con avvincente piglio narrativo.
Se il regista Marco Tullio Giordana intitolò il suo film del 2012 Romanzo di una strage, il libro di Tobagi è a sua volta il romanzo di un’odissea giudiziaria. Il segmento più ampiamente trattato è quello dei processi di Catanzaro (1975-79) e di Bari (1984-85). Sì, perché proprio nel trasferimento del processo dalla sua sede naturale, Milano (ritenuta troppo politicizzata), a un Sud distante e, nel caso del capoluogo calabrese, perfino difficile da raggiungere, qualcuno aveva riposto la speranza che il caso finisse insabbiato. Non fu così. La sentenza di primo grado di Catanzaro (che assolve gli anarchici e condanna i neofascisti veneti di Ordine Nuovo individuando le complicità nei servizi segreti), sebbene riformata in appello e cancellata poi dalla Cassazione che rinvia il nuovo processo a Bari, sarà ricordata come la sentenza più vicina alla verità: è convalidata nella sostanza proprio dall’ultima pronuncia della Cassazione, che nel 2005 pone termine al tormentato iter giudiziario sancendo che gli ordinovisti Freda e Ventura (sebbene ormai assolti in via definitiva) sono responsabili della strage. La pagina barese del processo (affiancata da un giudizio collaterale a Potenza, per falsa testimonianza), pur deludente negli esiti, si distingue per l’assoluzione degli anarchici con formula piena (non più per insufficienza di prove), per la corposa argomentazione del ricorso scritto dal procuratore generale di Bari Umberto Toscani (respinto dalla Cassazione che conferma l’assoluzione anche dei fascisti), e inoltre per le puntuali cronache della «Gazzetta del Mezzogiorno» firmate dal veterano Italo del Vecchio. Quella esperienza stimolò l’azione di studiosi baresi, cui Tobagi tributa un giusto riconoscimento: la pionieristica raccolta di saggi e documenti a cura di Nicola Magrone e Giulia Pavese (Ti ricordi di piazza Fontana?, Edizioni Dall’Interno, Bari, 1986); l’annosa ricerca dello storico Aldo Giannuli, consulente della commissione stragi e di molte procure, che nel 1989 stampa per le Edizioni Associate la riedizione della controinchiesta cult del 1970, La strage di Stato, prima di una serie di opere da lui dedicate alle trame dei fascisti e dei servizi segreti (la più recente: Storia della “Strage di Stato”, Ponte alle Grazie, 2019); e infine la stessa riflessione più complessiva di Franco De Felice, docente di storia contemporanea a Bari e a Roma, che in quegli anni formulò la tesi – oggi ampiamente accolta – del «doppio Stato» e della «doppia lealtà», osservando come in molti apparati statali e in una parte della classe politica dietro all’ossequio apparente per la costituzione democratica si celassero una obbedienza alle logiche della guerra fredda e una disponibilità a tramare o a coprire progetti incostituzionali di limitazione della democrazia.
Se è vero che la storia processuale di piazza Fontana – punteggiata da voluti rallentamenti, rinvii, depistaggi – non ha fatto giustizia perché non ha punito i colpevoli, è altresì indubbio (e Tobagi lo sottolinea) che essa ha prodotto – grazie anche alla feconda riapertura delle indagini negli anni ’90 – un progressivo accertamento delle responsabilità storiche e politiche, tanto del neofascismo quanto degli apparati di intelligence e di esponenti dei governi di allora. E ha lasciato una enorme mole di documentazione e testimonianze: materia per gli studi storici che continueranno a svilupparsi, e anche, ci si augura, per l’impegno delle scuole cui spetta il compito di trasmettere la conoscenza critica di una pagina che ha plasmato in modo decisivo la storia del nostro Paese.  

Pasquale Martino            
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 22 giugno 2019


Cronache dal tribunale

Italo Del Vecchio, morto nel 2000 a 75 anni, giustamente ricordato nel libro di Benedetta Tobagi, è stato una firma storica della «Gazzetta del Mezzogiorno», capocronista e inviato speciale, maestro di giornalismo in un’epoca in cui gli strumenti del mestiere non erano il computer e lo smartphone, ma il telefono fisso e la macchina da scrivere portatile. Specialista di cronaca giudiziaria (seguì a Bari il processo contro il capomafia Luciano Liggio, nel 1969) fu tra le figure più operose di quell’area di corrispondenti di varie testate che Aldo Giannuli nel suo libro Bombe a inchiostro (Rizzoli, 2008) chiama la «controinformazione democratica», di cui fecero parte per esempio Camilla Cederna, Giorgio Bocca e Walter Tobagi, padre di Benedetta. Giornalisti che, in sintonia con la parte più avvertita dell’opinione pubblica, contribuirono a mettere in dubbio i risultati fuorvianti delle prime indagini su piazza Fontana e a fare emergere verità nascoste. I réportage di Del Vecchio dal processo di Bari furono un punto di riferimento per colleghi di altri giornali.

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giovedì 4 aprile 2019

La rivolta di Battipaglia


Lavoro, lotta, sangue, Sud
9 aprile 1969, cinquanta anni dopo




Contrariamente a quanto tramandato dal luogo comune, il 1968 italiano è stato assai poco violento: l’anno meno violento nel decennio tumultuoso che si inaugurava. Solo a dicembre, come un veleno nella coda, arrivarono le vittime: i due manifestanti uccisi dalle forze dell’ordine ad Avola, in Sicilia, durante uno sciopero di braccianti. Fu un segnale di svolta: pochi mesi dopo si aggiunsero i morti di Battipaglia, ad aprire un anno ben altrimenti drammatico. Era il 9 aprile 1969, cinquanta anni fa. Con Avola e Battipaglia, fra l’altro, il Sud entrava a pieno titolo in un grande capitolo di storia nazionale – la stagione dei diritti – e ci entrava pagando il primo tributo di sangue.   
     Battipaglia in provincia di Salerno era un nodo strategico delle comunicazioni, nonché centro  agroindustriale della piana del Sele, una delle zone di agricoltura avanzata distribuite a macchia di leopardo nell’Italia meridionale, dove aveva avuto parziale attuazione la riforma agraria. Gli stabilimenti di trasformazione del prodotto agricolo locale, creati dalla salernitana Saim (Società agricola industriale del Mezzogiorno), uno zuccherificio e di un tabacchificio, davano lavoro e avevano agevolato il rapido incremento demografico della cittadina campana. Ma non mancavano le ombre: il lavoro nelle fabbriche era per lo più stagionale come quello nei campi; la condizione dell’operaio al pari di quella del bracciante, entrambi sottopagati, era precaria, priva di diritti, soggetta al caporalato; le numerose tabacchine – protagoniste della rivolta – erano indice non soltanto di una emancipazione femminile attraverso il lavoro, ma anche di una intensa emigrazione della manodopera maschile: contraddizioni del distorto sviluppo meridionale, che si portava dietro le sacche del sottosviluppo vecchie e nuove.   
    
Quando la Saim chiude lo zuccherificio e annuncia la chiusura del tabacchificio, la città prova sgomento e rabbia. Il consiglio comunale chiama la popolazione allo sciopero il 9 aprile, mentre il sindaco va a incontrare il governo. La manifestazione è enorme, tutti aderiscono e gli esercizi commerciali chiudono per solidarietà; la città è ferma, la protesta è assolutamente pacifica. I manifestanti occupano i binari della ferrovia, attuando una forma di lotta che si è andata affermando in Italia (a marzo, i treni vengono bloccati per ore a Parma, dopo il fallimento dell’industria di elettrodomestici Salamini). La polizia ha ordine da Roma di intervenire con pugno ferreo; è questa la causa degli incidenti, come la storiografia dà oggi per acquisito (si legga per esempio Guido Crainz, che a quegli anni ha dedicato studi importanti). La polizia italiana, prima di avviare un difficile percorso di democratizzazione approdando alla controversa riforma del 1981, trattava gli scioperanti come un nemico pubblico e aveva il grilletto facile. A Battipaglia, durante gli scontri di piazza, si sparò a lungo sui dimostranti: di 200 feriti, 100 risultarono colpiti da arma da fuoco, i fori di proiettile sui muri ad altezza d’uomo erano visibilissimi e fu quasi un miracolo se i morti furono soltanto due: la professoressa di liceo Teresa Ricciardi, 26 anni, che affacciatasi al balcone di casa venne raggiunta al cuore, e l’operaio tipografo Carmine Citro, 19 anni, colpito alla testa. Citro, il cui posto di lavoro non era a rischio, aveva detto ai familiari che scendeva in piazza «per i diritti degli altri, per i diritti di tutti». Il fotografo Elio Caroccia fu picchiato (era capitato a Mimmo Castellano a Bari, nel 1962, durante lo sciopero degli edili) e finì in ospedale. Dopo l’eccidio la rivolta è generalizzata, la polizia è costretta a ritirarsi e la città resta in mano ai ribelli. L’11 aprile si svolgono gli imponenti funerali dei due caduti, mentre è in corso in tutta Italia lo sciopero generale di protesta. In seguito, la chiusura delle fabbriche verrà revocata e Battipaglia potrà respirare almeno per un po’; ma i responsabili della sparatoria non saranno individuati.
    
La rivolta di Battipaglia non è assimilabile a quella del 1970 a Reggio Calabria, ambigua e ben presto presa in mano dai neofascisti. Questi avevano tentato di infiltrarsi a Battipaglia, ma con un ruolo marginale. Vero è che nella città campana furono contestati sindacalisti e politici venuti “da fuori”, ma in seguito la classe operaia che era stata il nerbo della protesta si organizzò sindacalmente e anche la Federbraccianti Cgil ebbe una notevole crescita di iscritti. Fu la sinistra a dare voce a quelle ragioni: a Bari il segretario del Psiup Giacomo Princigalli fu denunciato e assolto per un volantino di accusa alla polizia. La sommossa nella piana del Sele era stata avvisaglia di un imminente corso storico caratterizzato da un conflitto di forze: da un lato il possente movimento dell’Autunno Caldo, che unì Nord e Sud (mai stati così vicini) e produsse lo statuto dei lavoratori (cui lavorò Gino Giugni nei suoi anni di insegnamento barese); dall’altro la reazione violenta che non esitò a ricorrere all’arma criminale dello stragismo nero (attivo in tutto il 1969 fino alla bomba di dicembre a Milano), innescando un circolo vizioso che avrebbe avuto il risultato di limitare le conquiste sociali pur cospicue e di inceppare il processo democratico.
     In un documentario indipendente girato a Battipaglia un anno dopo da Luigi Perelli e Giorgio Rambaldi (conservato dall’Archivio audiovisivo del Movimento operaio e restaurato con il concorso dell’Archivio storico Benedetto Petrone di Brindisi), una giovane tabacchina dichiara durante un’assemblea alla Camera del Lavoro: «siamo operai, siamo poveri, siamo schiavi, è meglio che ci aiutiamo fra di noi». Più semplice e chiara “filosofia” di quel momento irripetibile non si potrebbe trovare, ed è emblematico che a enunciarla sia stata una lavoratrice del Sud.   

Pasquale Martino      
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 3 aprile 2019