lunedì 8 giugno 2026

Puglia 1946. Le donne vanno al referendum

Anna, Dana e le pugliesi che fecero la Storia



Chi voglia individuare una data simbolica, capace di alludere alla nascita, nel Tacco d’Italia, di una soggettività femminile destinata a raggiungere un primo traguardo nei seggi del 1946, dovrebbe forse pensare al 23 agosto del 1942. Quel giorno a Monteleone di Puglia – comune del Subappennino, il più alto della regione – quattrocento donne si ribellarono contro il razionamento del grano, la conseguente mancanza di pane e farina, e contro la causa di tutto: la guerra; che, fra l’altro, aveva portato via i loro uomini. I carabinieri spararono sulla folla radunatasi ferendo donne e bambini. La popolazione occupò la caserma e il municipio. Per lunghissime ore il paese restò nelle mani delle insorte: le rappresentanze del potere si erano dileguate. Nei giorni seguenti i rinforzi inviati dal prefetto effettuarono retate nel paese: Teresa Visconti, leader della protesta, fu arrestata con molte altre; due detenute si ammalarono e morirono in carcere pochi mesi dopo. Nel 1950 l’amnistia aprì alle monteleonesi le sbarre delle celle.  

     La rivolta delle donne nel piccolo comune della Daunia fu la punta di un iceberg: essa confermò alle autorità che il consenso sociale al fascismo si era incrinato nel profondo; e la guerra era stato il fattore scatenante. Sei mesi dopo, gli scioperi nelle fabbriche dell’Italia settentrionale certificarono la crisi del regime, gettando le basi – unitamente all’invasione angloamericana in Sicilia – del crollo avvenuto il 25 luglio del 1943. Non a caso l’antifascismo popolare, spontaneo, delle donne scaturiva dal dissesto sociale, dalla politica annonaria di guerra instaurata dal regime, che colpiva duramente le classi più povere. Né può apparire casuale che fossero le donne a prendere la parola, spinte da una inedita e drammatica condizione, mentre più di tre milioni di maschi italiani erano impegnati lontano, sui fronti bellici, e oltre seicentomila si trovavano rinchiusi nei campi di prigionia americani e inglesi (e a essi si aggiunsero, dopo l’armistizio, altri ottocentomila militari deportati nei Lager tedeschi). La donna era adesso capofamiglia, lavoratrice fuori e dentro casa, procacciatrice dei più disparati mezzi di sopravvivenza, custode dei rifugi antiaerei, scioperante, dimostrante, capopopolo. Del resto, sette anni prima, quando ancora non c’era la guerra mondiale ma già si mobilitavano uomini in vista dell’attacco all’Etiopia, era toccato alle lavoratrici del tabacco dare vita a proteste e scioperi nel Salento; il 15 maggio del 1935 esse avevano guidato una manifestazione popolare a Tricase: era seguita la reazione non certo inusuale delle forze dell’ordine, che avevano aperto il fuoco uccidendo cinque dimostranti, fra cui un ragazzo quindicenne e tre donne: Maria Assunta Nesca, Cosima Panico e Donata Scolozzi. Sempre meno tollerabili erano lo sfruttamento e la sofferenza sociale in cui versavano le tabacchine, addette a quella sorta di fabbrica diffusa per la coltivazione e la lavorazione del tabacco che aveva cambiato il paesaggio agrario in provincia di Lecce. 

     Gli episodi citati sono come strappi sulla tela apparentemente uniforme di una storia di dominio e sottomissione. Osservato con una lente di ingrandimento, non panoramica, quel tessuto rivela le scuciture e le rotture dovute al fulmineo manifestarsi di istanze popolari subito dopo rientrate nella esteriore ordinarietà. Il conflitto sociale, agito dalle donne, è – come si è già detto – la cifra dell’antifascismo popolare in un dato momento storico. L’esplorazione di carte di prefettura e di polizia farebbe risaltare, al di sotto degli scoppi dirompenti, il pulviscolo dell’opposizione sociale al potere classista incarnato dal fascismo; e si incontrerebbe traccia di una ricorrente e multiforme indocilità femminile. La tradizione orale ha conservato, in un canto di lavoro delle tabacchine, la protesta contro la «maestra», sorta di caporeparto e sorvegliante aguzzina: «Lli grida la maestra / “Se secuti a tardare / te ‘ccusu allu patrunu / e poi te fazzu llecenziare.” / Ci ete ‘sta maestra? / Ca de ‘stu magazzinu / mandàtila ddha ffore / va sci a ccoja petrusinu». Il quotidiano attrito delle braccianti con i fattori e i caporali nelle campagne del Tarantino, al tempo del fascismo e della guerra, e poi, dal 1943, l’esperienza sindacale e di partito sono raccontati nelle memorie di Maria Colamonaco, di Santeramo in Colle; trent’anni dopo, candidata dal PCI, sarà la prima donna eletta nel Consiglio regionale della Puglia. 

     Nel 1943, per l’appunto, il 25 luglio fa saltare la cappa imposta dal fascismo: nel repentino accelerarsi degli eventi, il ribollire del malessere sociale viene alla luce del sole nonostante la repressione attuata dal governo monarchico-militare di Badoglio. La storica Marina Comei ha contato 56 agitazioni di massa in provincia di Bari nell’anno che segue la caduta di Mussolini; i commissariati di polizia danno conto di migliaia di manifestanti: difficile pensare che le donne non siano una componente del movimento, attiva e comunque visibile. Una presenza che si affaccia anche in una manifestazione segnatamente politica, come quella organizzata dagli antifascisti a Bari il 28 luglio per festeggiare la recuperata libertà e l’imminente scarcerazione degli oppositori. La testimonianza del giovane pubblicista Plinio Salerno racconta della «irsuta e fiammeggiante vecchia» che prende parte al gioioso sgombero di una sede rionale del partito fascista assalita dai dimostranti. E poco dopo, quando i soldati sparano ripetutamente contro chi manifesta – i morti saranno venti, nel più grave eccidio dei «quarantacinque giorni» badogliani – lo stesso giornalista porge aiuto a «una giovane fanciulla [che] sanguinava da un braccio». Presenze anonime, che non compariranno negli elenchi dei morti, dei feriti e degli arrestati, e che soltanto la penna di Salerno riesce a fissare nel ricordo.  E ancora, nella giornata coraggiosa del 9 settembre, quando a Bari si combatte contro i tedeschi che attaccano in più punti – il Porto, le Poste, il trasmettitore di Radio Bari – una donna della città vecchia corre ad avvertire il generale Nicola Bellomo, che mette in piedi un’improvvisata difesa raccogliendo gli uomini che trova sul posto; e almeno due testimonianze riferiscono che sulle antiche mura, a dar man forte ai soldati italiani – quando il quindicenne Michele Romito ferma un’autocolonna tedesca mandando in fiamme con una bomba a mano il mezzo di testa – fra gli scugnizzi di Bari Vecchia compaiono anche delle ragazzine; e da un’altra parte della città, vicino al passaggio a livello del rione Madonnella, una diciannovenne, Adriana Di Donato, a suo rischio e pericolo corre avanti e indietro per segnalare ai soldati del presidio i movimenti delle truppe germaniche: tanto che l’associazione dei partigiani, l’ANPI, accoglierà la ragazza tra le sue file con la qualifica di «benemerita», perché – è scritto in una dichiarazione – «ha collaborato alla cacciata dei tedeschi dalla città di Bari».

     Pochi mesi dopo, a dicembre, muore nel capoluogo la sessantottenne Anna Quintavalle. Quarantacinque anni prima, il 27 aprile del 1898, quella «barivecchiana» allora ventitreenne ha capeggiato la rivolta contro l’aumento del prezzo del pane, scatenatasi a Bari come in molte altre città italiane. Sotto la guida della «portabandiera» – così sarà soprannominata la Quintavalle, che pare trascinasse la folla brandendo effettivamente un vessillo – fu assalito, occupato e in parte devastato il palazzo di città. Per riportare l’ordine arrivò il generale Luigi Pelloux (che pochi mesi dopo sarebbe diventato presidente del Consiglio dei ministri) il quale poté placare il furore popolare anche attuando una tipica misura pacificatrice: lavori pubblici per i disoccupati; entro poche settimane fu avviata la costruzione del teatro Petruzzelli, che, progettato, era rimasto fino a quel momento sulla carta. Cosicché la realizzazione del grande politeama cittadino si deve alla lotta dei lavoratori disoccupati e anche alla Quintavalle che dette il la alla ribellione. Ci si può domandare che cosa pensò la portabandiera nel 1943, quando la sua città fu scossa da grandi eventi quali l’eccidio del 28 luglio e la battaglia del 9 settembre. Chi riflette su quei fatti è còlto dalla suggestiva fantasia che gli fa identificare la «fiammeggiante vecchia» ritratta da Plinio Salerno con l’anziana Anna Quintavalle immaginata mentre conduce, contro la sede fascista, l’ultimo assalto della sua vita.

     Da settembre ai primi di ottobre del ’43 si protrae il lungo tragico mese della ritirata / occupazione tedesca in Puglia (che nei territori limitrofi della Capitanata si prolungherà fino a novembre). Devastante ritirata, punteggiata da distruzioni sistematiche, saccheggi, uccisioni e rappresaglie, contro militari e civili italiani, mentre più rari (e concentrati nel Tarantino) sono gli scontri a fuoco con gli Alleati che risalgono dopo essere sbarcati nel porto ionico. E sanguinosa occupazione militare, imposta soprattutto al Nord della Puglia, a partire dai terrificanti quattordici giorni di Barletta. Le donne non meno degli uomini pagano un prezzo a quel tempo di ferro e fuoco. Vi sono donne, anziane, giovani, bambine, che muoiono sotto il fuoco dell’artiglieria germanica (ad Ascoli Satriano, a Barletta), o come vittime “collaterali” dei combattimenti (a Castellaneta, Trani) o prese di mira singolarmente mentre assicurano la continuità – si vorrebbe dire la normalità – della vita in quell’universo capovolto: Rosaria Cannito è uccisa da una sventagliata di mitra quando apre la porta di casa a un milite tedesco che bussa (Barletta, 12 settembre); Filomena Procino cade trafitta mentre sta stendendo il bucato ad asciugare (Gioia del Colle, 16 settembre); Angela Guarnieri è uccisa mentre – così recita uno scarno resoconto – è «di passaggio in una via campestre» (Putignano, 9 settembre); Domenica Pappalardo è «presa a fucilate e ferita gravemente» quando sta andando a lavorare in campagna (Gravina in Puglia, 9 settembre). Tornano alla mente i filmati di Sarajevo assediata (1992-95), dove si intravvedono donne cariche di buste della spesa attraversare la strada sotto il tiro accanito dei cecchini. Nell’autunno del ’43, in Puglia, vi sono donne che non solo resistono, ma reagiscono: Addolorata Sardella e Lucia Corposanto estraggono un uomo quasi moribondo dal groviglio di corpi dei vigili urbani trucidati dai nazisti e lo trascinano in salvo (Barletta, 12 settembre); Leonarda Bertinelli, da sola con suo padre, mantiene il contatto telefonico fra il centralino dell’acquedotto e la stazione dei carabinieri, nonostante le minacce mortali dei tedeschi (Corato, 3 ottobre); Maria Rosaria D’Amelio è con un gruppo di civili armati che sparano contro i tedeschi assecondando l’ingresso degli Alleati (Alberona, 2 ottobre). E non è finita: la guerra continuerà a colpire anche dopo il ritiro delle forze germaniche: donne e uomini periscono in una corriera che salta su una mina tedesca a Candela (15 novembre); 53 civili a Canosa e 6 a Molfetta (fra cui una bambina e tre bambini) sono stroncati da un raid aereo germanico il 6 novembre. Né si possono dimenticare le migliaia di vittime (il numero definitivo non è mai stato accertato), donne, uomini, bambini, sepolti sotto le macerie di Foggia crollata per i bombardamenti alleati nell’estate dello stesso anno.

     Poi, mentre a nord della linea Gustav la guerra continua, nella Puglia sconvolta e povera – occupata ora dagli angloamericani – ha inizio un difficile dopoguerra. Il 28 gennaio 1944, quando si riunisce a Bari il congresso dei CLN, prima assemblea libera in Europa – assemblea chiusa al pubblico, a cui sono ammessi soltanto i delegati dei partiti per rigida disposizione degli Alleati – una sola donna siede in un palco del teatro Piccinni, ad ascoltare il discorso inaugurale di Benedetto Croce: è la partigiana «Clorinda», ovverosia la scrittrice e giornalista Alba De Céspedes, per l’occasione cronista di Radio Bari. «Cominciavo a capire – dirà quella sera stessa nella trasmissione Italia combatte – che non soltanto un regime era finito, ma tutto un modo di vivere […] C’era un gran sole attorno, era proprio una giornata bellissima, come qualche volta in primavera quando ogni cosa rinasce e la speranza è più facile». E nel mondo che si sforza di rinascere le donne si prendono un posto. Ci piace ricordare la ragazza Lucrezia Andriani (Zina), laureata in lingue, che funge da interprete a Radio Bari, dà una mano in redazione, batte a macchina e all’occorrenza fa anche da speaker radiofonica. A fronte delle partigiane di origine pugliese emigrate al Nord, e di quelle rientrate nelle proprie città di Puglia, arriveranno dal Nord nel capoluogo, con i loro compagni o da sole, non poche partigiane che lavoreranno come impiegate, infermiere, casalinghe, e intellettuali come Anna Macchioro che andrà a insegnare al liceo Quinto Orazio Flacco e sua cognata Celsa Resta anche lei docente (Anna ha per marito il futuro etnologo Ernesto De Martino, Celsa sposa l’economista Aurelio Macchioro). Ma ancora prima è sopraggiunto un gruppo di partigiane slovene, ex prigioniere, che si addestra con i compagni in quello che la memoria storica jugoslava chiama il «campo di Gravina», ovvero il «campo 65» in agro di Altamura (la travagliata e avventurosa epopea di quelle partigiane, guidate da Dana Žagar, è stata raccontata di recente da Sante Cutecchia e Francesco Massaro); per quello stesso campo passerà, subito dopo, l’odissea delle esuli istriane, con le loro famiglie (l’ha rievocata in un suo libro Nevia Mitton, allora bambina). E sarà il tempo dell’ondata di profughe e profughi che si riversa in Puglia, ultimo margine d’Italia e d’Europa: nella Casa Rossa di Alberobello vengono convogliate le «indesiderabili», prostitute, ex collaborazioniste, “sbandate” e senza famiglia di tutto il Vecchio Continente, e inoltre ebree ed ebrei che peraltro trovano collocazioni provvisorie pure a Palese e in altri campi e strutture disseminate lungo la costa, anelando alla partenza verso una terra promessa e sconosciuta. 

     È il dopoguerra delle rinnovate lotte del lavoro. Perché tutto manca: terra da coltivare, impiego lavorativo quale che sia, salario sufficiente e dignitoso, sussidi per tanti che ne hanno bisogno; quasi dappertutto inesistenti i diritti sindacali. Alle tabacchine del Salento, che non demordono, si affiancano a Bari, idealmente, le operaie della “moderna” Manifattura dei Tabacchi, la fabbrica-cittadella incastonata quasi nel cuore della città. Qui, ai primordi della sindacalizzazione, aveva portato il suo messaggio di emancipazione Rita Majerotti, la sindacalista veneta, comunista, antifascista e femminista ante litteram “venuta da lontano”; nel dopoguerra si prodigherà per le tabacchine di Bari la militante sindacale e socialista Ada Del Vecchio, che diventerà parlamentare; infine, le operaie della manifattura raggiungeranno col tempo un traguardo simbolico eleggendo una di loro, Luigia De Marinis, come prima donna nel consiglio comunale del capoluogo. A Foggia le operaie della Cartiera, la più importante industria cittadina, cooperano innanzitutto alla ricostruzione dello stabilimento dopo gli ingenti danni bellici e intraprendono la via accidentata della rivendicazione dei propri diritti. Ma, in un quadro sociale e istituzionale incerto e tutto in divenire, il movimento sindacale e la protesta popolare si esprimono in forme dure e spesso incontrollate. A entrare in ebollizione sono soprattutto le campagne, i centri agricoli grandi e piccoli, dove inapplicati restano i decreti del ministro Fausto Gullo, che concederebbero a contadini associati in cooperative di coltivare quote di terra lasciate incolte dai proprietari. La rabbia cresce, la «fame violenta» spinge i braccianti ad azioni di forza in risposta alle chiusure di un padronato ottusamente egoista, le forze dell’ordine intervengono in ossequio a un automatismo pregiudiziale e inveterato per cui ogni ribellione è tout court sovversione da stroncare militarmente. «La Puglia – si legge nell’agosto del 1945 sul quotidiano “Il Popolo” – appare l’epicentro di una agitazione meridionale che si esprime in forme di acuta violenza». Il 25 giugno di quell’anno Minervino Murge insorge, si proclama «repubblica» contro il regno d’Italia e si prepara all’assedio fortificando e armando i punti salienti dell’abitato. Accorrono ingenti forze militari, un cittadino muore nel conflitto a fuoco, ma infine è risolutivo l’intervento di mediazione di dirigenti del PCI provinciali e nazionali. Né manca la violenza terroristica: il 7 maggio a Molfetta, mentre la popolazione festeggia in piazza la prima notizia della resa tedesca che pone termine alla guerra, una bomba lanciata da mano ignota – quasi certamente da fascisti che stazionano lì nei pressi – ferisce molti e uccide le due sorelline Antonia e Giacomina De Bari (18 e 7 anni). 

     Dentro le occupazioni delle terre, che vedono intere famiglie insediarsi nei campi lontani dai centri abitati, per iniziare i lavori necessari, e dentro le agitazioni popolari che scuotono i paesi e assediano i municipi, le donne sono partecipi e spesso protagoniste in prima fila. Ciò avviene anche nel capoluogo pugliese; «La Gazzetta del Mezzogiorno» fa sapere che nella protesta dei disoccupati davanti alla prefettura, alla quale la polizia risponde sparando e uccidendo un giovane (27 dicembre 1947), e poi nei tumulti del 15 luglio 1948, originati a Bari dall’attentato a Togliatti, ha svolto un ruolo di primo piano una tale Cecilia De Meo, definita dal quotidiano «una vera professionista delle agitazioni di piazza». Ma la vicenda davvero emblematica si è svolta ad Andria. 7 marzo 1946: dopo giorni di scioperi e scontri che hanno già causato morti e feriti, la massa lavoratrice attende in piazza l’arrivo del grande leader Giuseppe Di Vittorio; dal prospiciente palazzo padronale della famiglia Porro vengono esplosi colpi di arma da fuoco. La folla assalta il palazzo a uccide brutalmente le due anziane sorelle Luisa e Carolina Porro. «A infierire sono soprattutto le donne – ha scritto Luciana Castellina – donne contro donne di diverso destino, a dividerle la fame, subita o imposta». Una terza sorella, si racconterà, viene trascinata nella sezione comunista e lì schiaffeggiata da un’altra donna, e poi è chiamata in coro «puttana» mentre viene portata alla Croce verde. L’indomani, 8 marzo, si celebra in Italia la prima Giornata internazionale della Donna; Di Vittorio parla ad Andria in una piazza acquietata ma non pacificata. Due giorni dopo, il 10 marzo, le donne per la prima volta, In Puglia come nel resto d’Italia, si mettono in coda davanti ai seggi elettorali.  

Pasquale Martino

Saggio compreso in: La donne della Repubblica. Il voto al referendum 80 anni dopo, edizione per la Puglia, in edicola con il quotidiano la Repubblica il 2 giugno 2026. 

Immagine: Donne braccianti in Puglia, fotografia di Federico Patellani, 1947 (Museo di Fotografia Contemporanea, Cinisello Balsamo). 

martedì 8 luglio 2025

Giorgio Salamanna

Partigiano presidente

A dieci anni dalla scomparsa

Un giovane che a cavallo degli anni ’70-80 del secolo scorso, a Bari, avesse voluto incontrare un partigiano, certamente sarebbe andato a trovare Giorgio Salamanna. Egli era «Il» Partigiano: perché presidente provinciale dell’Anpi e perché figura attiva nella vita pubblica del capoluogo, anche prima di assumere la guida dell’associazione nel 1977, dopo la morte del livornese Aramis Guelfi di cui Salamanna era stato il vice. Per i giovani di quegli anni la ricerca di una connessione sentimentale con i protagonisti del movimento di Liberazione era un bisogno connaturato alla scoperta di un antifascismo che più che mai tornava attuale, quando veniva assassinato Benedetto Petrone (1977) e quando lo stragismo nero colpiva Bologna (1980) uccidendo, con molti altri, sette cittadini e cittadine baresi. Salamanna ci ha lasciati a 92 anni, il 29 giugno 2015. Nel decennale della sua scomparsa, l’associazione da lui diretta per 38 anni non lo ha dimenticato; e già nel 2023 ha celebrato il centenario della sua nascita.

Giorgio Salamanna era nato a Melpignano, e aveva conservato la musicale leggerezza dell’accento salentino. Lo si vedeva frequentare manifestazioni e assemblee, quasi sempre con l’inseparabile moglie e compagna Faustina Rizzelli. Riservato, elegante, gentile; fermissimo nella difesa della memoria storica e dell’associazione che quella memoria e quella comunità partigiana rappresentava, facendone valere i principi e il monito a non dimenticare e a inverare i diritti di libertà e uguaglianza conquistati con tanta sofferenza. Socialista di salda fede, aveva guardato con diffidenza alla svolta governativa del Psi, tanto da aderire prima al Psiup e poi, dopo lo scioglimento di questo, al Pdup. Nell’Anpi, però, Salamanna rifuggiva da atteggiamenti di partito e incarnava una vocazione unitaria e istituzionale, che trovava il suo momento più alto nella celebrazione del 25 aprile, quando toccava a lui pronunciare il discorso ufficiale dalla tribuna del Sacrario dei caduti, nel quale sono custodite, fra le altre, le salme delle vittime della strage nazista di Cefalonia e di non pochi partigiani, e inoltre del generale Bellomo che guidò nel 1943 la battaglia di Bari contro i tedeschi. Ma l’Anpi di Salamanna, guardando al difficile presente, seppe anche costituirsi parte civile, a Bari, nel processo del 1978 per ricostituzione del partito fascista.    

La lotta partigiana, Salamanna l’aveva fatta in Montenegro, dove, dopo l’8 settembre, la quasi totalità dei suoi commilitoni della Divisione Venezia aveva scelto, con «una sorta di referendum» (sono parole sue), di non arrendersi all’ultimatum tedesco e di combattere contro i nazisti. La Divisione Garibaldi (questo il nuovo nome) si raccordò operativamente con l’Esercito popolare di Liberazione jugoslavo. Salamanna fu anche preso prigioniero dai nazisti e deportato nel Lager di transito di Zemun (Semlin per i tedeschi) situato sulla riva sinistra della Sava, di fronte a Belgrado. Ma evase e si ricongiunse con i partigiani.  Questa vicenda gli era rimasta nel cuore con il sentimento di fratellanza nei riguardi di un popolo che aveva accolto i militari italiani, da occupanti diventati partigiani, in nome di una lotta comune per la liberazione dei loro due paesi e d’Europa. L’Anpi di Salamanna conservò un legame di amicizia alimentato da periodici incontri con le associazioni del partigianato jugoslavo, le quali a loro volta non dimenticavano l’accoglienza che i loro combattenti avevano ricevuto in Puglia durante la cobelligeranza, negli ospedali, nei campi di addestramento (il “Campo 65”), e dove era sorto il loro sacrario nel cimitero di Barletta.  

Il contributo maggiore dato da Giorgio Salamanna alla conservazione della memoria e allo studio della storia è stato probabilmente il prezioso archivio storico dell’Anpi provinciale di Bari, da lui curato e custodito, oggi dedicato a lui e aperto al pubblico tra i fondi archivistici della Fondazione Giuseppe Di Vagno a Conversano.  Oltre 1600 fascicoli personali raccontano la storia di altrettanti partigiani e partigiane che testimoniano il grande contributo pugliese e meridionale alla Resistenza.  

Pasquale Martino

La Gazzetta del Mezzogiorno, 29 giugno 2025

Le immagini appartengono all'archivio fotografico di Antonio Volpe, che ringrazio. 

domenica 14 aprile 2024

Fabrizio Canfora

La stagione creativa dell'antifascismo barese 

Un uomo magro dalla barba bruna, vestito di bianco, il 28 luglio del 1943 è alla guida, con altri, della prima manifestazione autoconvocata che attraversa le vie di Bari dopo vent’anni di dittatura: è Fabrizio Canfora, trentenne, professore di filosofia e storia nel liceo classico Quinto Orazio Flacco. Suoi allievi sfilano fra i dimostranti; e molti guardano a lui come a un leader, un punto di riferimento morale e politico. Incitato e quasi sospinto da quei giovani, dalla finestra di una sede fascista occupata dagli antifascisti deve rivolgere brevi parole a quanti si sono radunati per manifestare; e anche questa è una prima volta in assoluto: un discorso di libertà risuona in pubblico nel capoluogo pugliese, tre giorni dopo la destituzione e l’arresto di Mussolini. La scena, che riprendiamo dal racconto dello scrittore Vito Maurogiovanni, allora diciassettenne, precede di pochi minuti la tragedia. La festosa giornata di liberazione e speranza precipita nella sventura: in via Niccolò dell’Arca i soldati, coadiuvati da provocatori fascisti, sparano sui dimostranti uccidendone almeno venti e ferendone molte decine. Tra i feriti Canfora, che sarà anche arrestato nel suo letto d’ospedale. L’antifascismo fa paura al re e a Badoglio; e il fascismo non è morto.

L’esperienza drammatica di una libertà intravista ma ancora tutta da conquistare, di un fascismo caduto ma tuttora vivente, sarà il rovello del giovane professore nei mesi che seguono. Lunghi mesi di intenso impegno per la ricostruzione democratica, mentre al Nord divampa la guerra di Liberazione. A quel discrimine Canfora era arrivato attraversando un tempo non breve di formazione intellettuale e politica: decisiva era stata la scuola di Benedetto Croce (periodicamente ospite a Bari dell’editore Giovanni Laterza) e di Tommaso Fiore, l’intellettuale altamurano (che perderà un figlio nell’eccidio del 28 luglio ’43) animatore del gruppo liberalsocialista barese confluito poi nel Partito d’Azione. Entrambi, Fiore e Canfora – e non solo loro – perseguitati dalla polizia fascista.


Già nei primi anni ’40 Canfora, immaginando la fine del regime, propugna il superamento del liberalismo classico in direzione di un’apertura sociale e democratica, i cui termini si scorgono nel suo libro su Lo spirito laico (Laterza 1943). Ma gli scritti del fervido periodo venuto dopo l’8 settembre ’43, che si potrebbe definire come la stagione creativa dell’antifascismo barese – creativa in quanto si misura con l’azione pratica finalizzata a una radicale svolta politica – sono raccolti nel volume edito nel 1945 e intitolato Tra reazione e democrazia. Stampato nella tipografia Leonardo da Vinci (che diventerà casa editrice con lo stesso nome e in seguito darà luogo alla prestigiosa De Donato), il prezioso libro era andato quasi perduto, disperso in pochissime biblioteche pubbliche; viene ora opportunamente riedito in ristampa anastatica da Mario Adda, per la cooperazione virtuosa di Città Metropolitana, Museo civico di Bari e ANPI; presenta in appendice una riflessione dello stesso autore scritta a distanza di un trentennio, nel 1974, e una illuminante postfazione di Luciano Canfora, figlio di Fabrizio. A Luciano Canfora, con scelta assai congrua, il Comune di Bari ha affidato la lectio svolta a gennaio nel teatro Piccinni alla presenza del presidente della Repubblica, per celebrare gli 80 anni del Congresso dei CLN (28-29 gennaio 1944). Congresso che fu il risultato politico più importante ottenuto dall’antifascismo barese – nonostante la tenace ostilità del re e la diffidenza degli Alleati – e da quel nucleo azionista che ne era la componente più attiva.  Con grande profitto si rileggono i testi di Fabrizio Canfora – accompagnati da alcuni articoli firmati da Domenico Pàstina, l’antifascista tranese legato a lui da intenso sodalizio – apparsi per lo più in L’Italia del Popolo, primo organo di stampa che, pubblicato a Bari, espresse tra mille difficoltà finalmente una voce libera. La chiave di volta della lotta politica di quel momento fu – per adoperare le parole dello stesso Canfora – l’organizzazione della «anti-Vandea» nel Mezzogiorno, capace di contrastare il tentativo in atto di restaurazione monarchico-fascista e di prospettare un’uscita democratica dalla catastrofe italiana, una soluzione in armonia con la lotta partigiana che si combatteva nelle regioni settentrionali. 

Il che, sia pure al termine di un percorso più complesso di quanto quegli antifascisti pensassero, fu ciò che si realizzò con la Repubblica e con l’Assemblea costituente, che l’Italia non aveva avuto nel 1861. 

Pasquale Martino 

"La Gazzetta del Mezzogiorno", 14 aprile 2024

Immagini: 

Fabrizio Canfora con la moglie Rosa Cifarelli nel giorno del matrimonio, 24 aprile 1940 (courtesy Luciano Canfora). 

Copertina dell'edizione 1945 di Tra reazione e democrazia

 

 

 

 

 

 


 

 

venerdì 26 gennaio 2024

Internati Militari Italiani

Un'altra deportazione e un'altra Resistenza 

La tragica guerra degli "invisibili"


«Internati militari italiani». Italienische Militärinternierte, IMI. È il nome imposto dai nazisti ai soldati italiani presi prigionieri dopo l’8 settembre 1943, in Italia e all’estero. Furono circa 800.000: un numero esorbitante, che si spiega soltanto con l’impreparazione cui le truppe italiane, tenute all’oscuro dell’imminente armistizio, furono abbandonate dal re e dal governo Badoglio. La Wehrmacht invece, ben preparata, riuscì quasi dappertutto ad aver ragione delle difese italiane mandate allo sbando. 

     Internati militari – una definizione coniata per loro – e non prigionieri di guerra: non dovevano godere dei diritti e del trattamento prescritti dalla convenzione di Ginevra. Agli occhi dell’ex alleato germanico gli italiani erano traditori, e soprattutto erano – i militari di truppa – ulteriore massa da schiavizzare al servizio della insaziabile economia bellica del Reich. Almeno la grande maggioranza di essi. Gli IMI furono infatti posti di fronte a un’alternativa: arruolarsi nelle forze armate della neonata RSI, il governo fantoccio creato in Italia dai tedeschi, o restare a marcire nei Lager. Non furono proprio pochissimi quelli che andarono con i fascisti (quasi 200.000), anche se una parte di questi, rientrata in patria, disertò. Il che aggiunge valore alla scelta dei 600.000 e più, che preferirono dire no restando dietro il filo spinato ad affrontare la sofferenza, la malattia e non di rado la morte. In quasi 50.000 morirono, senza contare i tanti che tornarono dai Lager affetti da malattie incurabili e in fin di vita. Al sacrificio degli IMI ogni regione, ogni città d’Italia ha dato un doloroso contributo. L’apporto della Puglia è stato messo in evidenza, di recente, da una bella mostra allestita a Lecce: si calcola che almeno 30.000 siano stati gli internati pugliesi, e fra i 12.000 circa di cui si ha documentata notizia quasi 3.000 sono i caduti. Fra i pugliesi vogliamo citare una delle figure eminenti: il colonnello Francesco Grasso, che guidò la resistenza militare a Barletta l’11 settembre ’43, e il giorno dopo fu arrestato dai tedeschi, quindi deportato in Germania, riuscendo a tenere clandestinamente un diario che è stato pubblicato dalla figlia e poi dal nipote.

     Questa storia enorme – storia nazionale e collettiva – è stata a lungo poco studiata, sebbene incrociasse la memoria familiare di qualche milione di persone (protagonisti, figli, nipoti); memoria essa stessa riluttante ad esprimersi , perché «la guerra è acqua passata», e «questa brutta cosa è meglio dimenticarla». Né si è valutato, per molto tempo, che quella degli IMI fosse una vicenda che incontrava la Resistenza patriottica contro il nazifascismo; che l’internato militare fosse – per dirla con Alessandro Natta, reduce del Lager – «una via di mezzo tra il prigioniero di guerra e il perseguitato politico». Proprio il libro di Natta, dirigente comunista di spicco, costituisce un caso esemplare: scritto negli anni ’50, rifiutato allora da una casa editrice pur vicina al PCI, dové attendere quarant’anni per essere infine pubblicato da Einaudi (nel 1997) col titolo emblematico L’altra Resistenza. Perché, appunto, anche la reclusione degli IMI – animata da cosciente motivazione ideale in alcuni, da istintiva ripulsa in altri – fu espressione di quella Resistenza di cui si vanno riscoprendo da tempo le molteplici forme, armate e disarmate. Dopo gli studi pioneristici degli anni ’80-’90 (alcuni dei quali, fra i più notevoli, si devono a studiosi tedeschi: citiamo per tutti il saggio di Gerhard Schreiber edito nel 1992 dall’Ufficio storico dell’Esercito italiano), e dopo la messe di lavori biografici curati da parenti e amici che hanno scandagliato archivi privati e di famiglia oltre a quelli pubblici, il tema degli IMI ha conquistato un posto consolidato nella storiografia e in alcune sintesi di storia della Resistenza (si veda quella di Santo Peli, Einaudi 2006). 

     Giustamente atteso, dunque, è il convegno di studi che l’Associazione nazionale partigiani d’Italia e l’Istituto nazionale Ferruccio Parri (rete degli istituti storici della Resistenza) hanno deciso di svolgere a Bari il 17 e 18 novembre, chiamando al confronto alcuni dei più qualificati studiosi e studiose di quella vicenda, provenienti da varie università italiane (per l’Università di Bari, che patrocina l’evento con il Comune e la Regione, c’è lo storico Carlo Spagnolo che presiederà la sessione inaugurale) e chiedendo a Nicola Labanca dell’Università di Siena, fra i massimi studiosi di storia militare, di proporre l’introduzione generale ai lavori. Segno, la scelta del capoluogo pugliese, di attenzione verso la città e la regione, che stanno sviluppando un programma di celebrazione degli 80 anni della Resistenza senza dimenticare quanto di importante accadde allora in Puglia, parte integrante di quella grande storia.        

Pasquale Martino

"La Gazzetta del Mezzogiorno" 17 novembre 2023  

L'immagine è tratta dalla mostra Il treno degli IMI (Lecce, gennaio-marzo 2023)

mercoledì 2 agosto 2023

Strage di Bologna. Autori, vittime, depistaggi e un libro

Bellini, i mandanti, i NAR e un perdono tradito: La strage di Bologna di Paolo Morando (Feltrinelli) .


La bomba esplosa nella stazione di Bologna quarantatre anni fa, alle 10,25 del 2 agosto 1980, ha rappresentato con le sue 85 vittime il più grave attentato terroristico compiuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Per l’orrendo crimine sono stati condannati con sentenza definitiva i neofascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro (ergastolo) e Luigi Ciavardini (trent’anni), cui in seguito si sono aggiunti, in primo grado, gli ergastoli per Gilberto Cavallini e Paolo Bellini. Tutti sono terroristi neri, giudicati responsabili di numerosi altri delitti. Per depistaggio delle indagini è stato condannato con sentenza definitiva il capo della loggia massonica P2 Licio Gelli. Nel 2020 la procura di Bologna ha concluso una ulteriore e complessa indagine indicando nei defunti Gelli e Federico D’Amato (direttore negli anni ’70 dell’ufficio Affari riservati del Ministero dell’Interno) i mandanti e organizzatori, con altri, della strage.    

Il lungo iter giudiziario, alcuni importanti sviluppi del quale sono ancora in corso, è raccontato, con accuratezza che nulla toglie alla leggibilità, da Paolo Morando nel libro La strage di Bologna. Bellini, i Nar, i mandanti e un perdono tradito (Feltrinelli 2023). L’autore, giornalista, ha pubblicato con Laterza Prima di Piazza Fontana. La prova generale (2019) e L’Ergastolano (2022), sulla strage di Peteano: ricostruzioni di cui il volume su Bologna è in qualche modo il completamento, quasi a configurare una sorta di trilogia che ripercorre il decennio delle trame nere e della strategia della tensione che ha insanguinato l’Italia, dalla bomba della Banca dell’Agricoltura di Milano a quella deflagrata nella sala d’aspetto del grande nodo ferroviario emiliano.

L’ingente materiale documentale accumulato in decenni di inchieste – Morando ne dà conto, con riferimento particolare agli sviluppi recenti – ha fatto emergere e delineato con crescente chiarezza il quadro degli obiettivi perseguiti e il senso politico dell’esecrando fatto di sangue: una pattuglia di killer spietati, professionisti del terrorismo nero, fu l’esecutrice del crimine; l’azione fu coadiuvata da una rete diffusa di estrema destra eversiva con agganci internazionali; i manovratori appartennero a quel ganglio di poteri che trovava un punto di incontro nella P2, scoperta nel 1981, attivissima negli anni precedenti (erano tutti iscritti alla loggia segreta i componenti del “comitato di crisi” governativo durante il sequestro Moro nel 1978) e anche dopo. La grande operazione stragista, in linea con la strategia della tensione nonostante il contesto diverso, aveva lo scopo di destabilizzare gli equilibri politici e produrre un drastico restringimento della democrazia in Italia.

Dai medesimi ambienti provenne un tenace tentativo di depistaggio (incentrato sulla presunta alternativa di una “pista palestinese”) nonché l’appoggio a una campagna innocentista volta a scagionare Mambro e Fioravanti, i quali si sono sempre dichiarati non colpevoli della strage, mentre hanno riconosciuto numerosi altri omicidi. Campagna che – coinvolgendo invero anche personalità di sinistra e del partito radicale – ha di certo agevolato la situazione alquanto paradossale per cui, condannati entrambi a otto ergastoli, i due ergastolani hanno visto estinta la loro pena dieci anni fa, dopo aver goduto di molti anni di semilibertà. E oggi Fioravanti, da libero cittadino, rilancia la pista “alternativa” proponendo la colpevolezza di una delle vittime della strage, Mauro Di Vittorio, additato dai depistatori quale estremista di sinistra potenzialmente pericoloso; e ciò, dopo aver ottenuto per sé e per la Mambro, sua moglie, il generoso perdono della sorella di Mauro, Anna, e aver usufruito di una magnanima lettera di Anna Di Vittorio per sostenere la richiesta di libertà della Mambro. È la meschina vicenda del “perdono tradito” cui Morando dedica la seconda parte del libro.


Un altro paradosso ci sembra risiedere nel fatto che la destra parlamentare, invece di limitarsi a rivendicare un’estraneità e un abisso incolmabile fra sé e quella esperienza stragista, abbia voluto  distinguersi nel sostegno alla tesi innocentista e, più in generale, “revisionista”, accreditando la “pista alternativa”. È difficile fare i conti fino in fondo con un passato che, piaccia o no, interseca il proprio. Tanto nefando ed empio è quel crimine che si vorrebbe togliergli, e far dimenticare, l’etichetta di destra. Che però resta, e i tribunali smontano ogni altra ipotetica matrice. 

Doveroso è infine ricordare le vittime, i loro nomi, la loro storie. Lo fa il libro di Morando, per alcune di esse; lo fanno, nelle proprie pagine in rete, l’Associazione tra i familiari delle vittime della strage e gli Archivi «per non dimenticare», per tutte le persone uccise. Vittime di ogni parte d’Italia, e anche straniere, perché il 2 agosto migliaia di persone transitavano per quella stazione diretti alle località di vacanza. Bari conta sette cittadini uccisi, il più alto numero dopo la città di Bologna. Due famiglie baresi furono decimate. Perirono Vito Diomede Fresa (62 anni), Errica Frigerio (57) e il loro figlio Francesco Diomede Fresa (14); si salvò la figlia Alessandra che non era partita. Furono dilaniate Silvana Serravalli (34 anni) e le nipoti Patrizia Messineo (18) e Sonia Burri (7); sopravvissero i genitori di Silvana, la sorella e il cognato che erano con lei. Cadde Giuseppe Patruno (18 anni), si salvò suo fratello; avevano accompagnato in stazione due turiste straniere. Tutti volevano trascorrere giorni sereni; morirono inopinatamente per una mostruosa congiura politico-criminale che comportava il cinico sacrificio di molte persone innocenti.

Pasquale Martino

Il testo è la versione estesa di un articolo apparso su "La Gazzetta del Mezzogiorno" il 2 agosto 2023


mercoledì 28 luglio 2021

Il tragico 28 luglio italiano del 1943

 Bari, Reggio Emilia, Italia. 

Quando Badoglio sparò sugli antifascisti 


    Le Officine Reggiane a Reggio Emilia

C’è un “altro” 28 luglio accanto a quello di Bari – quel tragico 28 luglio 1943, quando venti giovani che manifestavano esultando per la caduta del fascismo vennero uccisi in via Niccolò dell’Arca dalla fucileria di un reparto militare italiano. Ma in un’altra città, a Reggio Emilia, nelle stesse ore, un altro plotone dell’esercito sparò contro gli operai che uscivano dalle Officine Reggiane per il medesimo scopo: festeggiare la fine della dittatura e – si sperava – della guerra. Morirono nove lavoratori fra cui una donna incinta, Domenica Secchi. Le due città furono affratellate nel dolore, il loro lutto segnò oscuramente quell’inizio del dopo-fascismo che avrebbe voluto essere gioioso e benaugurante, e in cui il giubilo si trasformò subitamente in strazio e disperazione. «A Bari e a Reggio Emilia avvengono gli episodi più sanguinosi», scrivono Marcello Flores e Mimmo Franzinelli nella più recente storia della Resistenza (Laterza, 2019) ricostruendo, appunto, le premesse della futura lotta di Liberazione. Perché, in qualche modo, quegli studenti, maestri, apprendisti di Bari – fra cui il diciottenne Graziano Fiore, figlio del grande Tommaso – e quegli operai e operaie di Reggio Emilia furono gli inconsapevoli protagonisti di un prologo; perché una ancor più dura e lunga prova dovrà essere affrontata di lì a poche settimane per liberare davvero l’Italia dal fascismo, rinato grazie ai battaglioni tedeschi. E la Resistenza sarà fatta in massima parte da operai e operaie, apprendisti, maestri, studenti.


Reggio Emilia e Bari, dunque; ma non solo. Fra il 26 e il 28 luglio cadono uccisi  manifestanti a Roma, La Spezia, Savona, Milano, Travagliato. E a Sesto Fiorentino, Monfalcone, Genova, Canegrate, Desio, Sestri Ponente, Pozzuoli. “Piccoli eccidi” di due, tre, una persona, dei quali non c’è ancora una mappatura definitiva, un «atlante» simile a quello realizzato da Anpi e Istituto Parri per le stragi nazifasciste. Eccidi che assommano – secondo lo storico Luciano Casali, che ne ha scritto su «Patria indipendente» – a 65 morti e 269 feriti, seguiti da oltre 1.200 arresti. Secondo ricostruzioni diverse, il numero dei caduti è più alto. A puntare le armi contro i dimostranti è spesso la polizia, a volte è la milizia fascista ancora attiva, a Bari si spara anche dal balcone della federazione fascista, a Reggio Emilia sparano pure le guardie giurate della fabbrica. Ma soprattutto a far fuoco sugli antifascisti sono le Forze armate delle varie specialità, i bersaglieri a Reggio, gli alpini a Cuneo, la fanteria a Milano, gli autieri a Bari, dove partecipano alla sparatoria carabinieri e un sottufficiale di marina. «Piombo fraterno», lo definisce l’epigrafe sul monumento ai caduti del 28 luglio nel cimitero di Bari. L’esercito è pesantemente coinvolto nella repressione da Pietro Badoglio, il successore di Mussolini nominato dal re. E qui è la chiave di lettura dei giorni successivi alla deposizione del “duce”: il ferreo progetto di continuità affidato dalla monarchia a una dittatura militare, che del fascismo sopprime solo alcune espressioni ufficiali (il partito fascista viene sciolto) ma conserva – oltre alla guerra e all’alleanza coi nazisti – l’apparato statale, la milizia, quasi tutte le leggi comprese quelle razziali e per giorni e settimane non libera i prigionieri politici e nemmeno gli ebrei. È ancora negata la libertà politica, sindacale, di stampa, la nascita della democrazia è vista come il nemico, più che gli Alleati, molto più che i tedeschi.

Simbolo della continuità di regime è il generale Mario Roatta, capo di stato maggiore prima e dopo il 25 luglio, già alla guida dei servizi segreti che hanno assassinato i fratelli Rosselli, distintosi per spietatezza nelle guerre fasciste in Spagna e in Iugoslavia; con Badoglio, è il massimo responsabile dei massacri di fine luglio, scientemente predeterminati dalla circolare che, emanata la sera del 26 luglio quando il capo del governo si spaventa per l’estendersi delle manifestazioni popolari, impone ai militari di aprire il fuoco contro i dimostranti senza preavviso per «colpire come in combattimento». Soltanto a Spilamberto e a Reggio Emilia i soldati sparano in aria, contravvenendo agli ordini; a Reggio però l’ufficiale imbraccia l’arma personalmente, fa fuoco e comanda una seconda scarica, che stavolta falcia gli operai.

La “riconciliazione”, se così si può dire, fra soldati e popolo avverrà l’8 settembre, senza e contro gli ordini degli alti comandi: a Bari, nella difesa del porto dall’attacco tedesco; nell’Italia del Nord, quando nello sbandamento di un esercito senza più gerarchie migliaia di “figli di mamma” saranno protetti dalle famiglie contadine. Sarà l’alba di un’altra Italia, di cui il sacrificio del 28 luglio era stato il presagio.

Pasquale Martino 

Questo articolo è stato in parte pubblicato ne «La Gazzetta del Mezzogiorno», pagina di cultura, 28 luglio 2021               

 

 

domenica 25 aprile 2021

Donne nella Resistenza

 

Le antifasciste che fecero l'impresa

Combattenti, staffette, resistenti

Partigiane in Emilia, inverno 1944-45 (ISR Novara)


Donne nella Resistenza. Grande tema, studiato e discusso nell’ultimo quarto di secolo, almeno a partire dal saggio di Anna Bravo e Annamaria Bruzzone (In guerra senza armi, Laterza 1995). Prima, il protagonismo femminile non era ignorato: Luigi Longo ne aveva riconosciuto il rilievo nel suo libro del 1947; per non dire del romanzo di Renata Viganò, L’Agnese va a morire (1949), e del documentario di Liliana Cavani (1965). Ma alle spalle del successivo lavoro di Bravo e Bruzzone c’era una metodologia che aveva fatto strada da un paio di decenni: la “storia sociale” del movimento di Liberazione, indagatrice dei comportamenti “dal basso” che nella società avevano alimentato la lotta contro il nazifascismo. E le donne erano gran parte di questa dimensione sociale: dove non si trattava di studiare le azioni delle figure per qualsiasi motivo eminenti – tra le quali le donne scarseggiavano – ma di indagare l’insieme di atti individuali, di convincimenti vecchi e nuovi, di moti sentimentali che avevano costituito un senso collettivo, un orientamento molecolare di masse grandi se non maggioritarie, avevano foggiato quella che Claudio Pavone chiamò la “moralità” della Resistenza. Anna Bravo istituiva peraltro un nesso molto stretto fra l’agire delle donne e la “resistenza civile” (su quest’ultima scrisse un saggio per il Dizionario della Resistenza curato da Enzo Collotti): dominio femminile era stata precipuamente la lotta non armata, fatta di mille azioni quotidiane di disobbedienza, sabotaggio, propaganda, sostegno logistico, protesta di piazza; azioni che dettero corpo al rifiuto popolare del fascismo e dell’occupante tedesco, alla ribellione in qualsiasi forma, senza le quali la guerra partigiana non sarebbe stata.


Il tema si colloca ai primi posti della pubblicistica corrente sul movimento di Liberazione in Italia; libri e film ne parlano, sono apparse testimonianze di partigiane: Marisa Ombra (editore Einaudì), Lidia Menapace (editore Manni), ancora Menapace e molte altre nel volume Noi partigiani (Feltrinelli). Ma lo stato dell’arte è quello di un lavoro in corso, ben lungi dall’apparire vicino a una qualche compiutezza. I documenti sono rari; le informazioni biografiche spesso si riducono a un nome e a un luogo. Lo stesso portale online Partigiani d’Italia, che raccoglie gli archivi delle schede di riconoscimento dell’attività partigiana, non rende piena giustizia alle donne, per il semplice fatto che molte di esse non ottennero la qualifica di partigiane e nemmeno la chiesero: nella restaurazione patriarcale che seguiva alla rottura liberatoria della rivolta resistenziale, la donna tornava “al posto suo”. Chi aveva rischiato la vita per portare messaggi, armi, esplosivi oltre i posti di blocco nemici, offerto pasti ai combattenti o preso parte ai gruppi di difesa della donna non riteneva di aver fatto niente di straordinario, se non prestare un umile servizio. Nei capovolgimenti politici del dopoguerra aver partecipato alla guerra partigiana rischiava di apparire un disvalore, specie per una donna che aveva fatto “cose da uomo” e s’era mischiata con uomini. 

Maria Santamato



Un impulso viene, oggi, dalla ricerca capillare e in profondità nei singoli territori, capace di recuperare figure cadute nel dimenticatoio, scovare documenti inediti in archivi locali, svegliare memorie familiari mai esplorate. 

È importante il nuovo interesse che nel capoluogo pugliese suscita Alba De Céspedes, scrittrice conosciuta e meno nota partigiana, che fu cronista di Radio Bari nei giorni gloriosi del congresso dei CLN e della guerra di Liberazione. Emblematica è la scelta dell’Anpi di Corato, di intitolare la sezione alla concittadina Maria Diaferia, combattente di «Bandiera Rossa» a Roma. Utilissima è la monografia del ricercatore salentino Ippazio Luceri, che ha fatto uscire il suo volume in coincidenza con l’8 marzo scorso: pubblicato con il sostegno del Comune di Martano e dell’Arci Lecce, il libro si intitola Brillan nel cielo….; raccoglie molte preziose notizie sulle donne della Resistenza, sulle decorate al valore e sulle partigiane pugliesi. Senza riprendere i capitoli riservati al quadro nazionale della presenza femminile, annotiamo la rassegna delle combattenti decorate in Italia (19 medaglie d’oro, 37 d’argento, 28 medaglie di bronzo e croci di guerra) – le motivazioni delle medaglie citano spesso il coraggio «virile» della donna! – e soprattutto il capitolo che presenta, per la prima volta, le schede nominative di 134 partigiane pugliesi, corredate da notizie biografiche, fotografie e fonti. È un punto di arrivo di laboriose ricerche, e nello stesso tempo una base di partenza per chi approfondirà le singole biografie. Vicende individuali, ognuna segnata da circostanze singolari e irripetibili e nel suo microcosmo rappresentativa di una condizione generale. Facciamo solo due esempi. Maria Santamato, nata a Bari e domiciliata a Toritto, è sergente della Divisione Arditi di Napoli; delle sue delicate missioni in alta Italia non parlerà mai, tanto che i familiari – racconta la nipote Francesca Bottalico – non sapranno quasi nulla di tale attività; le carte emergono dopo la morte. La canosina Anna Maria Princigalli, laureata in filosofia a Firenze, tubercolotica in cura, partigiana nel Verbano, catturata dai tedeschi, salvatasi e perciò colpita da voce calunniosa (ma si scoprì che il delatore era un uomo), è internata in manicomio per traumi postbellici; dimessa, milita nel Pci, come pedagogista partecipa alla fondazione dei convitti Rinascita nonché all’esperienza degli asili dell’Anpi; muore a soli 53 anni. Meriterebbe un’organica biografia; se ne sta occupando con passione il nipote Giovanni Princigalli, che ha ritrovato e messo insieme i primi documenti sulla sua travagliata esistenza.         

 

Anna Maria Princigalli

Pasquale Martino

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 25 aprile 2021