Il discorso di Critognato
De bello Gallico, VII, 77

Come è noto, Cesare riferisce di norma i discorsi dei
protagonisti in oratio obliqua: ciò è
considerato dai commentatori una garanzia di maggiore veridicità, perché
permette allo scrittore di andare alla sostanza delle argomentazioni, senza
costringersi a quell’invenzione retorica che è il portato inevitabile delle
orazioni dirette. L’unica significativa eccezione all’uso generalizzato dell’oratio obliqua è la cospicua oratio Critognati, vero pezzo di
bravura oratoria. Un testo che, fra l’altro, ha il pregio di documentare la
maestria di Cesare oratore, tanto lodata dai contemporanei e da Quintiliano, ma
a noi altrimenti sconosciuta, visto che i discorsi di Cesare non si sono
conservati. La singolarità di questo testo – unita al fatto
che il personaggio di Critognato è nominato solo qui – ha indotto a dubitare
della sua autenticità e a sospettare una interpolazione. Tuttavia l’orazione
appare assolutamente organica al contesto del racconto. Del tutto plausibile è
la motivazione di questo passo addotta dall’Autore: egli è venuto a sapere
della “eccezionale e spietata crudezza” della proposta di Critognato e ha
ritenuto opportuno darle il dovuto rilievo. Ma vanno considerate anche altre
due motivazioni implicite: dal punto di vista letterario e narrativo, il
discorso acuisce la tensione drammatica nel momento piú critico della guerra
gallica; inoltre, esso ha un chiaro contenuto ideologico, sul quale torneremo piú
avanti.

Questi in sintesi i fatti. Al
culmine della rivolta gallica (anno 52 a.C.), 80.000 guerrieri guidati da
Vercingetorige sono asserragliati nella città di Alesia. I Romani hanno
costruito attorno agli assediati una possente circonvallazione. Prima che i
passaggi fossero completamente ostruiti, Vercingetorige è riuscito a far
filtrare dei messaggeri spediti in tutta la Gallia per chiedere rinforzi.
Consapevole di ciò, Cesare incomincia a far costruire una fortificazione
attorno alla cinta d’assedio, in modo da reggere anche l’assalto esterno e
poter combattere su due fronti. I Galli hanno calcolato di avere in Alesia cibo
sufficiente per trenta giorni, o poco piú se il razionamento verrà ridotto;
alla scadenza di questo termine si aspettano di ricevere l’armata di soccorso.
Questa è effettivamente in preparazione, ma i tempi sono piú lunghi: alla fine
le tribú galliche radunano 240.000 fanti e 8.000 cavalieri che, sotto il
comando di Commio Atrebate, si dirigono verso Alesia. L’informazione di ciò
raggiunge i Romani, che intensificano i lavori di protezione esterna; gli
assediati invece non hanno notizia dell’evolversi della situazione, perché
ormai ogni accesso ai messaggeri è bloccato. Poiché le scorte sono esaurite,
viene riunito ad Alesia il consiglio dei capi per decidere il da farsi.
All’inizio del consesso si confrontano due ipotesi contrastanti, le quali hanno
però in comune la convinzione che gli aiuti, quand’anche arrivino, giungeranno
troppo tardi: la prima ipotesi è di arrendersi ai Romani, la seconda di
compiere una sortita disperata e tentare di rompere la linea di assedio. Sembra
che quest’ultima proposta raccolga una larga maggioranza: è a questo punto che
prende la parola Critognato, presentato come un nobilissimo e autorevole
principe degli Arverni. Questa è la stessa tribú di Vercingetorige, e ciò
lascia supporre che l’opinione di Critognato risponda al pensiero del
comandante in capo (del quale non viene detto che si sia espresso durante il
dibattito); ma, soprattutto, la proposta di Critognato rilancia nella sostanza
la tattica di Vercingetorige: attendere a ogni costo l’arrivo dell’armata di
soccorso, per impegnare i Romani da due parti con forze preponderanti.
L’indizio che dà fiducia circa l’imminente arrivo – dice Critognato – è proprio
la visibile accelerazione dei lavori di sbarramento esterno da parte dei
Romani. Egli dunque propone di resistere strenuamente e, se il cibo è
terminato, di nutrire gli 80.000 combattenti con le carni dei non combattenti:
cioè di tutte le persone inadatte alla guerra. Vecchi, donne, bambini dovranno
perciò soccombere onde i guerrieri sopravvivano. L’atrocità singolare della oratio,
che tanto ha colpito Cesare, sta principalmente in questa proposta di
cannibalismo. Ma la durezza è anche nell’approccio che Critognato mostra verso
le altre due proposte. Non prende nemmeno in considerazione i sostenitori della
resa; anzi, propone che vengano espulsi dal consiglio dei capi: una sorta di
drastico provvedimento di salute pubblica. Discute solo con i fautori della
sortita (che, a quanto dice, sono in maggioranza): ma li accusa di scarsa
fermezza d’animo o, nel migliore dei casi, di avventatezza, di “stolta
temerarietà”. Sostiene che il vero coraggio è di resistere pur in questa
condizione penosa, mentre gettare via le vite dei guerrieri equivale a
danneggiare irreparabilmente tutta la Gallia. Fa riferimento infine al
precedente di antropofagia praticato dai Galli chiusi nelle loro fortezze
durante la rovinosa calata dei Cimbri e dei Teutoni (è questo il solo luogo
della tradizione in cui venga riportata tale notizia). L’intervento di
Critognato è determinante per la decisione finale del consiglio (De bello Gallico VII, 78): il
quale, pur non accettando la proposta piú estrema, quella del cannibalismo,
stabilisce di evacuare dalla città l’intera popolazione non combattente, cioè
tutta o quasi tutta la cittadinanza originaria di Alesia (i Mandubi), lasciando
fra le mura solo i guerrieri gallici. In questo modo tutto il poco cibo rimasto
verrà distribuito fra i combattenti, consentendo loro di resistere in attesa
dei soccorsi. Non è un provvedimento meno crudele: tranne che i Galli non
sperino nella pietà dei Romani, che si convincano a nutrire gli espulsi (come
ipotizza Cassio Dione); cosa che, ovviamente, non accade. I Romani non sono da
meno, diffidano di questa massa che si accalca davanti al campo e hanno da
preservare i loro rifornimenti. Cesare non dice, per reticenza, che cosa
avvenne degli sventurati; ma si può immaginare, come ha fatto Cassio Dione, che
morirono tutti di fame nel tratto fra le mura e il vallo romano.

Questi i
contenuti essenziali del discorso di Critognato. Il resto – la costruzione
delle argomentazioni, il pathos, l’espressione, le figure retoriche – è creazione letteraria, come sempre nella storiografia
antica, dove la materia delle allocuzioni originarie è solo lo spunto per
l’esercitazione oratoria degli storici. Ma perché – è lecito domandarsi –
l’intera orazione, nella forma e nel contenuto, non dovrebbe essere stata
inventata di sana pianta da Cesare? Si può rispondere che la pura invenzione di
concetti attribuiti ai personaggi storici è profondamente estranea al metodo di
Cesare. Egli omette, enfatizza, contestualizza a modo suo, distorce, ma non
inventa dal nulla. C’è una seconda obiezione: come avrebbe fatto Cesare a
sapere del discorso di Critognato? Le notizie dal campo nemico provenivano,
com’egli stesso spiega, specialmente dai disertori. Ma questo dibattito avvenne
in una città strettamente assediata, per di piú in un consesso appartato: non
era un’assemblea popolare, perché queste assemblee non si facevano in Gallia
De bello Gallico VI, 1, 3: plebes
nullo adhibetur consilio) se non all’inizio di una guerra (De bello Gallico V, 56). Sono possibili
però diverse risposte. A dare notizia del dibattito potrebbero essere stati dei
prigionieri eminenti dopo la vittoria finale di Cesare; magari soprattutto
coloro che nel consiglio sostennero la resa, al fine di distinguere le loro
responsabilità da quelle degli intransigenti come Critognato e Vercingetorige.
Oppure potrebbero averlo fatto quelli che erano stati evacuati da Alesia, ai
quali una qualche motivazione del loro destino doveva essere stata data
(persino come conforto per non aver subito il destino peggiore di essere mangiati
dai guerrieri); i quali, giunti fin sotto il vallo per implorare aiuto,
potrebbero aver raccontato queste cose ai Romani per convincerli che essi erano
delle vittime e non un pericolo.

È
evidente il valore ideologico del discorso. In primo luogo Cesare intende
rimarcare, come di consueto nelle rappresentazioni dell’‘altro’, il tratto di
irriducibile ‘diversità’ barbarica che è agli antipodi della humanitas
greco-latina, e che, ovviamente, si rivela soprattutto nella proposta di
antropofagia. In secondo luogo – ed è questo l’aspetto pú interessante – lo
scrittore compie uno sforzo di elaborazione ideologica che in qualche modo è in
contrasto con il precedente assunto della diversità barbarica. Egli tenta
infatti di penetrare nel punto di vista del nemico, di rappresentarne
vivacemente le ragioni, che consistono soprattutto nell’aspirazione alla
libertà, unita alla coscienza di possedere leggi e istituzioni autonome, e
nella critica dell’imperialismo romano in quanto spietata macchina di
asservimento dei popoli: due volte, nel discorso di Critognato, ricorre la
parola libertas, due volte compare il binomio iura / leges e
quattro volte ricorre la parola servitus (la schiavitú che i Romani
impongono), accompagnata dagli aggettivi turpissima, perpetua, aeterna.
Una servitú irreversibile, la piú ignobile che si possa immaginare. Come ha giustamente
osservato L. Canali (Cesare senza miti, Torino, 1969, p. 71), è proprio l’acuta sensibilità politica di Cesare a
consentirgli di immedesimarsi nell’avversario e di dare dignità alle sue
motivazioni: che sono in contraddizione insanabile con quelle di Roma
(delle quali non è mai messa in dubbio la prevalenza), ma non indegne di essere
nominate; anche perché la gagliardia degli ideali di resistenza dei popoli
attaccati conferisce maggiore gloria alla fatica dei vincitori. Cesare apre
cosí la serie notevole di "orazioni del nemico" in cui si cimenteranno gli
storici latini, e che avrà i suoi esiti salienti nella lettera di Mitridate in
Sallustio e nella tacitiana orazione di Calgaco.
Pasquale Martino
da: Cesare, Antologia di passi tratti dal De bello Gallico e dal De bello civili, a cura di P. Martino, D'Anna, Messina-Firenze, 2006
Immagini: Il Galata che uccide se stesso e la moglie, particolari: Museo Nazionale Romano, Palazzo Altemps, Roma.