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domenica 14 aprile 2024

Fabrizio Canfora

La stagione creativa dell'antifascismo barese 

Un uomo magro dalla barba bruna, vestito di bianco, il 28 luglio del 1943 è alla guida, con altri, della prima manifestazione autoconvocata che attraversa le vie di Bari dopo vent’anni di dittatura: è Fabrizio Canfora, trentenne, professore di filosofia e storia nel liceo classico Quinto Orazio Flacco. Suoi allievi sfilano fra i dimostranti; e molti guardano a lui come a un leader, un punto di riferimento morale e politico. Incitato e quasi sospinto da quei giovani, dalla finestra di una sede fascista occupata dagli antifascisti deve rivolgere brevi parole a quanti si sono radunati per manifestare; e anche questa è una prima volta in assoluto: un discorso di libertà risuona in pubblico nel capoluogo pugliese, tre giorni dopo la destituzione e l’arresto di Mussolini. La scena, che riprendiamo dal racconto dello scrittore Vito Maurogiovanni, allora diciassettenne, precede di pochi minuti la tragedia. La festosa giornata di liberazione e speranza precipita nella sventura: in via Niccolò dell’Arca i soldati, coadiuvati da provocatori fascisti, sparano sui dimostranti uccidendone almeno venti e ferendone molte decine. Tra i feriti Canfora, che sarà anche arrestato nel suo letto d’ospedale. L’antifascismo fa paura al re e a Badoglio; e il fascismo non è morto.

L’esperienza drammatica di una libertà intravista ma ancora tutta da conquistare, di un fascismo caduto ma tuttora vivente, sarà il rovello del giovane professore nei mesi che seguono. Lunghi mesi di intenso impegno per la ricostruzione democratica, mentre al Nord divampa la guerra di Liberazione. A quel discrimine Canfora era arrivato attraversando un tempo non breve di formazione intellettuale e politica: decisiva era stata la scuola di Benedetto Croce (periodicamente ospite a Bari dell’editore Giovanni Laterza) e di Tommaso Fiore, l’intellettuale altamurano (che perderà un figlio nell’eccidio del 28 luglio ’43) animatore del gruppo liberalsocialista barese confluito poi nel Partito d’Azione. Entrambi, Fiore e Canfora – e non solo loro – perseguitati dalla polizia fascista.


Già nei primi anni ’40 Canfora, immaginando la fine del regime, propugna il superamento del liberalismo classico in direzione di un’apertura sociale e democratica, i cui termini si scorgono nel suo libro su Lo spirito laico (Laterza 1943). Ma gli scritti del fervido periodo venuto dopo l’8 settembre ’43, che si potrebbe definire come la stagione creativa dell’antifascismo barese – creativa in quanto si misura con l’azione pratica finalizzata a una radicale svolta politica – sono raccolti nel volume edito nel 1945 e intitolato Tra reazione e democrazia. Stampato nella tipografia Leonardo da Vinci (che diventerà casa editrice con lo stesso nome e in seguito darà luogo alla prestigiosa De Donato), il prezioso libro era andato quasi perduto, disperso in pochissime biblioteche pubbliche; viene ora opportunamente riedito in ristampa anastatica da Mario Adda, per la cooperazione virtuosa di Città Metropolitana, Museo civico di Bari e ANPI; presenta in appendice una riflessione dello stesso autore scritta a distanza di un trentennio, nel 1974, e una illuminante postfazione di Luciano Canfora, figlio di Fabrizio. A Luciano Canfora, con scelta assai congrua, il Comune di Bari ha affidato la lectio svolta a gennaio nel teatro Piccinni alla presenza del presidente della Repubblica, per celebrare gli 80 anni del Congresso dei CLN (28-29 gennaio 1944). Congresso che fu il risultato politico più importante ottenuto dall’antifascismo barese – nonostante la tenace ostilità del re e la diffidenza degli Alleati – e da quel nucleo azionista che ne era la componente più attiva.  Con grande profitto si rileggono i testi di Fabrizio Canfora – accompagnati da alcuni articoli firmati da Domenico Pàstina, l’antifascista tranese legato a lui da intenso sodalizio – apparsi per lo più in L’Italia del Popolo, primo organo di stampa che, pubblicato a Bari, espresse tra mille difficoltà finalmente una voce libera. La chiave di volta della lotta politica di quel momento fu – per adoperare le parole dello stesso Canfora – l’organizzazione della «anti-Vandea» nel Mezzogiorno, capace di contrastare il tentativo in atto di restaurazione monarchico-fascista e di prospettare un’uscita democratica dalla catastrofe italiana, una soluzione in armonia con la lotta partigiana che si combatteva nelle regioni settentrionali. 

Il che, sia pure al termine di un percorso più complesso di quanto quegli antifascisti pensassero, fu ciò che si realizzò con la Repubblica e con l’Assemblea costituente, che l’Italia non aveva avuto nel 1861. 

Pasquale Martino 

"La Gazzetta del Mezzogiorno", 14 aprile 2024

Immagini: 

Fabrizio Canfora con la moglie Rosa Cifarelli nel giorno del matrimonio, 24 aprile 1940 (courtesy Luciano Canfora). 

Copertina dell'edizione 1945 di Tra reazione e democrazia

 

 

 

 

 

 


 

 

giovedì 2 aprile 2020

Un libro per smontare i razzisti


Fatti e detti del razzismo contemporaneo
analizzati da Annamaria Rivera


L’emergenza che ci è piombata addosso nel giro di poche settimane sembra averci assorbito totalmente, cancellando d’un colpo paradigmi e riferimenti del dibattito pubblico che parevano imprescindibili. I quali, tuttavia, non sono scomparsi, continuano a “lavorare” sotto traccia, e torneranno prepotentemente a coinvolgerci in prima persona come singoli e come collettività. La  lunga lotta al virus ne cambierà però le forme, il modo di manifestarsi, l’incidenza; perché, come si dice, nulla sarà come prima.
    Prendiamo per esempio il razzismo. Sembra ieri, ma è quasi oggi che il presidente di una regione ha sostenuto senza batter ciglio che «tutti abbiamo visto (ma tutti chi? e quando mai?) i cinesi mangiare topi vivi». Nel prologo della drammatica vicenda che stiamo vivendo divampò il pregiudizio contro i cinesi, i loro negozi e ristoranti. Pregiudizio che pare ora rientrato dietro le quinte (abbiamo ben altro si cui occuparci), ma c’è da stare certi che molti continuano a pensare e a dire che i cinesi «ci hanno infettato»: c’è sempre un altro, “diverso”, “straniero”, che è responsabile al posto nostro di ciò che ci capita. “Noi” non siamo mai responsabili.   
     Nessuno oggi ardirebbe dirsi «francamente razzista» come i dieci firmatari del Manifesto fascista del 1938; la tragedia della Seconda guerra mondiale ha fatto del razzismo – quello “ufficiale” – un tabù. Oggi piuttosto si dice: «non sono razzista ma…»; e dopo il “ma” arrivano tesi razziste di fatto. Conoscere il razzismo, dunque, nominarlo e decodificarlo. È uscito a Bari, a febbraio, per i tipi di Dedalo, l’utilissimo libro di Annamaria Rivera Razzismo. Gli atti, le parole, la propaganda (pp. 167, euro 17): una sorta di vademecum del “pensiero” razzista, del linguaggio e delle azioni che lo esprimono in modo palese o dissimulato. L’autrice è stata, a Bari, allieva del grande etnologo Vittorio Lanternari e in seguito docente di Etnologia e Antropologia culturale presso l’Ateneo barese; gli studi antropologici uniti a un attivismo militante l’hanno indotta per tempo a indagare il fenomeno razzista nelle sue manifestazioni politiche, sociali, culturali, fino a fare di lei una delle massime studiose in merito. Un libro da meditare dunque; nell’auspicio che la produzione e la circolazione libraria possano riprendere al più presto.
     Il primo pregio dell’agile volume consiste nella rigorosa dimostrazione che il razzismo è una costruzione storica dell’Europa moderna; all’idea originaria di “razza” come entità biologica (demistificata oggi dalla scienza) si è sostituita più di recente l’idea della diversità “culturale” come dato omogeneo e immutabile, quasi un’essenza primigenia: può riguardare una “etnia” descritta come organicamente denotata una volta per tutte, oppure una religione, come l’Islam, di cui vengono ignorate le evoluzioni storiche e le innumerevoli differenze interne, oppure un dato fenomenico come il colore della pelle concepito come rappresentazione fisica di una “civiltà” irrimediabilmente diversa (e in conflitto con la “nostra”) se non inferiore. Contro ogni visione «essenzialista», Annamaria Rivera sostiene «il carattere storico, processuale, fluido e artefatto delle identità e delle culture». 
     
Il maggior punto di forza del libro consiste, forse, nell’analisi delle forme lessicali, delle abitudini espressive, delle metafore coniate in ambito politico, saggistico, giornalistico e diventate d’uso comune, le quali sottendono la stigmatizzazione dei “diversi” oppure una visione riduttiva e fuorviante delle azioni riconducibili al razzismo. L’“ecologia delle parole” – afferma Rivera – è necessaria, anche se non sufficiente, per incominciare a smontare il discorso razzista. È il caso di definizioni come quelle di «extracomunitari» e «clandestini», che tendono a delegittimare un fenomeno sociale enorme fissandolo a una identità criminaloide. Ed è anche il caso di una espressione apparentemente neutra e descrittiva come «guerra fra poveri», che suggerisce una soggettività attiva dei poveri e una simmetria fra nativi e immigrati, dimenticando che i secondi sono in assoluto gli ultimi e i più deboli, ben lontani dal far guerra a chicchessia, e che i conflitti di nativi contro “stranieri” sono innescati quasi sempre dalla propaganda di agitatori politici (spesso neofascisti).
     Veniamo così all’ultimo punto (ma il libro comprende un ventaglio di temi molto più ampio): il valore performativo di certa propaganda politica, per cui l’enunciazione xenofoba e intollerante diventa immediatamente gesto, azione pratica. Opporsi a ciò è dovere civico, in particolare per chi si richiama all’antifascismo; che, per essere tale oggi – per essere cioè l’erede di una grande idea storica di democrazia sociale e di ampliamento dei diritti – non può che essere in primo luogo antirazzismo.

Pasquale Martino      
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 2 aprile 2020

martedì 11 settembre 2018

Ubaldo Diciotti


Nel nome della nave salvatrice.
Storia di un toscano che amava la Puglia

Ubaldo Diciotti con Pasquale Andriani nel 1940
Conviene a questo punto raccontarla per bene, la storia di Ubaldo Diciotti: l’uomo a cui è intitolato il pattugliatore della Guardia costiera italiana che ha salvato migliaia di naufraghi per lo più migranti, e che è stato nel mese scorso al centro di un caso politico tanto surreale quanto grave. Conviene raccontarla adesso, quando l’acme della crisi è finita (per il momento) e questo racconto non può apparire diminuito da finalità contingenti. E tocca a me farlo: perché Diciotti era zio di mia madre, avendo sposato la sorella di mio nonno materno, e io l’ho conosciuto. E ho un personale dovere della memoria: il figlio e la figlia di zio Ubaldo sono deceduti senza eredi, e così siamo rimasti solo in cinque, i figli delle sue due nipoti, a poter testimoniare su un uomo scomparso nel 1963, a poterlo descrivere come figura viva e vitale, al di là della pur rigorosa nota biografica redatta dalla Marina militare.  
Ubaldo Diciotti era nato nel 1878 a Lucca: della sua toscanità cordiale e arguta ho un vivido ricordo, arricchito da aneddoti e battute vernacolari. Le sue villeggiature giovanili nella vicina Barga gli fecero conoscere di persona Giovanni Pascoli, che vi risiedeva dall’inizio del ‘900; spesso parlava del poeta, e sarà stato per questo che mia madre tenne a lungo sul comodino I canti di Castelvecchio. Nella nostra famiglia allargata zio Ubaldo rappresentava una indiscussa autorità culturale e morale, perfino più di mio nonno: i due grandi vecchi i cui ritratti dominavano il salotto della dimora patriarcale a Bari. Diciotti era – non è azzardato dirlo – un pugliese di adozione: dopo la Grande Guerra comandò le capitanerie di porto di Molfetta e Barletta. A Molfetta, la città marinara per eccellenza, conobbe e sposò Lucrezia Andriani, figlia e sorella di marinai; strinse una amicizia fraterna e duratura con il cognato di poco più giovane, Pasquale Andriani – mio nonno – ufficiale e poi comandante di navi della marina civile per le società di navigazione Puglia e Adriatica. Ne è prezioso documento la prolungata corrispondenza epistolare fra i due, della quale purtroppo si è conservata solo una parte. Andriani è socialista, sindacalista e amico personale del fondatore della Federazione lavoratori del mare, Giuseppe Giulietti; conosce anche il grande concittadino Gaetano Salvemini. Diciotti è monarchico, e sarà fedele al re anche nel ventennale sostegno di casa Savoia al fascismo. Ciononostante, proprio il cognato tutela Andriani contro i tentativi di rovinarne la carriera a causa della sua fede antifascista. Promosso maggior generale di porto (grado equivalente a quello di ammiraglio e di generale dell’esercito), Diciotti è al vertice delle importanti capitanerie di Livorno e Napoli, e durante la Seconda guerra è inviato a Tripoli, dove organizza le difese del porto contro gli attacchi inglesi, proteggendo i civili dai bombardamenti e guadagnandosi la medaglia d’argento al valor militare. Dopo l’8 settembre 1943 non aderisce alla Repubblica sociale mussoliniana, ma resta deluso anche dagli intrighi e dalla fuga del re: è una amarezza che resterà in lui, negli anni successivi, trapelando nelle ricorrenti e burrascose discussioni con il cognato – impresse nella mia memoria familiare – sempre concluse da riconciliazioni e amorevoli abbracci. Nell’Italia «tagliata in due» (anche dopo l’entrata degli Alleati nella Capitale), continuano a scriversi l’uno da Bari, l’altro da Roma, confidandosi dolori del presente e speranze per il futuro. Un altro fratello di Lucrezia, Sabino, uomo di mare anche lui, è a Trieste dove pure si vivono tempi drammatici. Negli anni ’50 Diciotti viene spesso a Bari, ospite dei cognati, e riserva ai parenti generosa accoglienza nella sua bella e austera casa di via Flaminia a Roma. Tiene molto alla mia educazione di decenne e mi regala sistematicamente i libri di Jules Verne, insistendo che io legga quasi soltanto quelli, poiché vede in essi la letteratura per ragazzi più “scientifica”, meno inverosimile e più formativa. Conservo molti di quei volumi. Nasce così, soprattutto, e grazie a lui, la passione per la lettura che non mi ha abbandonato un solo giorno nella vita. La sua figura imponente e severa poteva suscitare timore reverenziale, ma come quella di un burbero benefico che non riesca a nascondere la bontà.   

Il guardacoste Diciotti
Nel 2002, quando viene intitolato a zio Ubaldo un guardacoste della Marina – intitolazione che precede quella dal pattugliatore varato nel 2013 – alla cerimonia partecipano commosse la figlia di Diciotti e mia sorella con i rispettivi coniugi. È vano ipotizzare quale opinione il vecchio generale avrebbe della situazione odierna, distante oltre mezzo secolo dalla sua epoca. Di una cosa sono certo: sarebbe orgoglioso e felice di continuare a vivere nel nome di una nave che non uccide, ma salva vite umane. Ne sono certo perché lui, mio nonno, la mia famiglia mi hanno trasfuso fin da piccolo valori profondi, condivisi da quella che amava definirsi «gente del mare»: prima di tutto la solidarietà incondizionata, il dovere di soccorrere, l’eguaglianza degli esseri umani di fronte al mare a cui si affidano, alla vita e alla morte. Non so se questa filosofia abbia un senso politico; penso di sì, perché non riesco a concepire la politica se non come attuazione pratica di valori. Ritrovo un po’ di mio zio nelle parole di Francesco Lanera, il velista e armatore barese della imbarcazione Euz II che il 27 agosto, dopo aver conquistato il suo quinto titolo mondiale nella regata in Lettonia, ha dedicato la vittoria «a chi va per mare, ai migranti che cercano salvezza e a tutta la nave Diciotti».

Pasquale Martino   
»La Gazzetta del Mezzogiorno», 11 settembre 2018

venerdì 6 aprile 2018

Francesco Laudadio


La sirena delle 10, una lezione di libertà
La Resistenza, il '68, il cinema

È attuale l’antifascismo? La domanda non suonerà impropria, ora che il fondamento antifascista – variamente declinato nel corso della storia repubblicana – sembra sfumare dal dibattito pubblico. Vero è che il sentimento civile degli italiani ci ha abituati anche a sorprese positive, a sussulti di consapevolezza di fronte a fatti simbolici e drammatici. Perciò è utile che dell’antifascismo si faccia la storia, in questo settantesimo della Costituzione; che si racconti il percorso di accoglimento e sistemazione dell’eredità antifascista e partigiana nella cultura delle generazioni che sono venute dopo, e si consegni questa riflessione al confronto con i giovani.
Capita dunque a proposito la commemorazione del regista Francesco Laudadio (1950-2005), che si terrà il 6 aprile a Bari, nel tredicesimo anniversario della morte prematura: un ricordo che prende spunto dalla presentazione di un libro postumo – rinvenuto fra i molti manoscritti inediti lasciati dall’autore e dato alle stampe nel 2016 in edizione fuori commercio – che ha per titolo La sirena delle 10 e, come spiega il sottotitolo, racconta l’organizzazione degli scioperi operai del marzo 1943 a Torino, il grande sommovimento che accelerò la caduta del fascismo e anticipò la Resistenza. Il volume è arricchito da una prefazione del leader sindacale Maurizio Landini, da una introduzione dello storico Alexander Höbel e da una nota finale di Piero Di Siena, che ha condiviso l’impegno politico giovanile di Laudadio. Il cineasta barese è stato fino al 1975 un protagonista del movimento studentesco e della sinistra nella città natale. E qui sia consentita una nota personale: questa è per me l’attesa occasione del riavvicinamento alla personalità fuori del comune di Francesco, con cui a quel tempo ho avuto un rapporto di cooperazione, discussione e anche scontro.

Studente del liceo Orazio Flacco alla fine degli anni ’60, Laudadio vi aggrega un attivo nucleo della Federazione giovanile comunista, dando subito prova di energia e intelligenza vivacissime, e dialogando con altre componenti del mondo liceale con cui dà vita al primo organismo rappresentativo di un istituto scolastico a Bari. Nel ’68, La Fgci di Laudadio guida l’Orazio Flacco ad affiancare – prima scuola barese – gli universitari nella lotta per il “potere studentesco”. Il collettivo di ragazzi e ragazze si prodiga pure nelle vertenze operaie, dall’occupazione delle Fucine Meridionali agli scioperi degli allievi apprendisti del Ciapi. Critico verso il Pci, che diffida della contestazione giovanile, il gruppo abbandona il partito nel ’69 per intraprendere un’azione di movimento il cui tema di fondo è proprio l’antifascismo, l’esempio dei partigiani, il rilancio di una “nuova Resistenza”. È infatti il tragico momento delle trame nere, di piazza Fontana, di un altro squadrismo che a Bari ha punti di forza: un neofascismo che inaugura la violenza col pretesto di combattere l’infiltrazione “rossa”. Non l’estrema sinistra, ma la «Gazzetta del Mezzogiorno» racconta l’aggressione gratuita di squadre fasciste armate di mazze e caschi contro un pacifico corteo di migliaia di studenti medi, il 10 dicembre 1970. Episodio cruciale e salto di qualità: i giovani del movimento si organizzano unitariamente nel Caa, Comitato antimperialista antifascista, di cui Francesco assume la leadership con suo fratello Felice (che ha rievocato questa esperienza in un romanzo autobiografico del 2005, Il colore del sangue). L’antifascismo è all’epoca l'altra faccia dell’antimperialismo, che si riconosce nella lotta del Vietnam e dei popoli del Terzo Mondo contro gli Usa, e non accetta più la guida dell’Urss ma si ispira alla Cina di Mao. È d’obbligo il richiamo alla Resistenza: il giornale del Caa è «Lotta partigiana», la firma del direttore responsabile è quella prestigiosa di Tommaso Fiore, leader dell’antifascismo intellettuale in Puglia durante il Ventennio (nel ‘71 sarà ancora una volta processato, per diffamazione, e assolto). Nessun ammiccamento verso chi allora (in altre città) sragiona su lotta armata e clandestinità.

Francesco Laudadio (a destra) con Billy Wilder
Il ’72 è un anno di svolta: la spinta del ’68 sembra interrompersi, ed è sempre Francesco tra i promotori dell’ingresso (o rientro) di gran parte del Caa nel Pci, per fare fronte comune contro la sterzata a destra del governo Andreotti. Seguono tre anni intensi di esperienza come dirigente comunista in Puglia, a contatto con le realtà bracciantili; poi la scelta di discontinuità, il trasferimento a Roma per assecondare la passione del cinema. Ma proprio il ’75 è l’anno in cui Laudadio si dedica alla scrittura, realizzando la bozza di trattamento cinematografico (molto simile a un romanzo) incentrata sugli scioperi del ’43. La riflessione sulla Resistenza è ancora il suo rovello; ma c’è in questo racconto anche molto ’68: gli studenti che si avvicinano agli operai per ribellarsi al regime; gli operai torinesi che si mescolano agli immigrati meridionali; la partecipazione delle ragazze alla lotta. C’è la lezione unitaria della Resistenza, soprattutto unità dal basso: alla paziente preparazione dei lavoratori comunisti si affianca man mano l’apporto dei socialisti, dei cattolici, di chi fino a poco fa è stato fascista in buona fede.  Prima di sviluppare tematiche diverse nella trentennale carriera di regista e sceneggiatore (che lo riporterà a Bari per girare La riffa, il film del ’91 con l’esordiente Monica Bellucci), e quasi a consuntivo del fervido tirocinio giovanile, Laudadio venticinquenne ha lasciato in queste pagine un ritratto della nostra aurora di libertà, che conserva una freschezza sorprendente.

Pasquale Martino  

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 5 aprile 2018

domenica 24 gennaio 2016

Arcangelo Lisi e Locorotondo

Da una all’altra generazione


Sono contento di avere contribuito in qualche modo a consolidare in Antonio e Dino Angelini l’intenzione, che essi accarezzavano da tempo, di pubblicare nuovamente l’autobiografia politica di Arcangelo Lisi in formato elettronico e cartaceo.
Da parte mia avevo sollevato il caso dell’epigrafe che a Locorotondo commemora Giuseppe Di Vagno, ucciso dai fascisti nel 1921. Il dettato stesso attesta la travagliata vicenda dell’iscrizione, che già di per sé è una pagina di storia della lotta politica e della democrazia nel comune del Sudest barese. «La codardia nemica due volte distrusse, il popolo due volte pose». Affissa originariamente il 1° novembre 1921, poco dopo l’assassinio, la pietra era stata ricollocata in via definitiva il 1° maggio 1947. Ma quando e in quali circostanze erano avvenute le due distruzioni? Al mio interrogativo Dino Angelini rispondeva che gli episodi erano narrati nel memoriale di Lisi.
Conoscevo questo libro e, naturalmente, mi erano ben chiare la figura dell’autore e la sua importanza nella formazione politica dei miei coetanei a Locorotondo e in tutta la Valle d’Itria. Avevo però ormai una memoria assai vaga del testo. Questo è il racconto di Lisi, che Dino mi ha riassunto e che trovo nel memoriale: la lapide era stata infranta una prima volta durante il fascismo; dopo la caduta del regime, i frammenti furono rivenuti nella casa del fascio, cosicché l’iscrizione fu ricomposta e posata il 4 giugno ’44; venne distrutta di nuovo nel ’45, contestualmente all’assalto neofascista contro la sezione del Pci.
Il libro del vecchio militante comunista affermava insomma quanto mi era parso di intuire: che uno degli atti vandalici risalisse al periodo post-fascista; ed era questa la riprova, ove ce ne fosse bisogno, di una continuità nel blocco sociale e politico dominante a Locorotondo. Non si porta a termine un’azione squadristica di tale gravità, distruggendo fra l’altro l’intera biblioteca della sezione comunista, sotto lo sguardo remissivo dei carabinieri, senza godere di potenti appoggi nella società locale. «Nessun processo – scrive Lisi –. Se lo avessero fatto i nostri, forse ancora sarebbero dentro». E poi, come se non bastasse, altre aggressioni, intimidazioni, minacce di morte. «Così tempestosamente si chiudeva il 1945», commenta l’anziano dirigente che pure aveva vissuto tanti momenti critici, e aveva avuto la soddisfazione di vedere la caduta del duce («Lui se n’è andato!»), la fine della guerra, la Liberazione. Il ‘45 sarebbe dovuto essere l’anno del nuovo inizio!

Continuità, dunque. Il primo podestà fascista di Locorotondo – è ancora Lisi a sottolinearlo – non era altri che il sindaco sempre riconfermato nei trent’anni precedenti. E dopo, nell’età della repubblica antifascista, la contesa a Locorotondo fra democristiani e monarchici per l’egemonia, che riecheggiava il vecchio contrasto prefascista fra «senussi» e «beduini», non faceva che riproporre la dominanza, nel paese e soprattutto in campagna, di certi rapporti di classe. L’unità fra agrari, grandi produttori e grandi professionisti, con la massa dei piccoli contadini in posizione subalterna, e con i lavoratori e garzoni malpagati delle allora numerose aziende artigiane, mostrava una sostanza antipopolare e una coloritura espressamente nostalgica. In tempi recenti l’amministrazione comunale locorotondese ha fatto parlare di sé per la scarsa attitudine a celebrare il 25 aprile. E sempre nel comune del vino bianco DOC ha avuto spazio un’associazione mussoliniana che agiva da punto di riferimento per la galassia neofascista del Brindisino.
Di contro alla inveterata superbia e alla sfrontatezza di quanti hanno interpretato l’esclusivismo sociale di un blocco egemonico, si è stagliata la fierezza indomabile di uomini come Lisi, i quali hanno assunto fino in fondo il dovere di rappresentare una minoranza oppressa e sfruttata avendo ben chiari i rischi cui andavano incontro: l’arresto, i pestaggi, la morte, senza contare l’ordinaria precarietà lavorativa e la povertà, cui è condannato chi non partecipa alla briciole del banchetto padronale.
Operaio edile a giornata, Lisi ha imparato a leggere e a scrivere nella scuola elementare ai primi del Novecento, ma ha costruito da autodidatta il suo sapere, leggendo giornali e libri. L’esperienza pratica del movimento operaio e le letture marxiste hanno sviluppato in lui la capacità di analizzare lucidamente il territorio in cui vive e di tratteggiare con precisione realistica le figure sociali. Ma c’è anche il suo acume empirico, di lavoratore, di uomo del popolo. Per Lisi non esistono genericamente «l’operaio» o «l’artigiano»; esistono invece, per esempio, il «manovale mezzo carrettiere», il «barbiere di Bitonto che lavorava in un salone di Locorotondo a giornata», oltre al «bottaio», al «capraio» e via dicendo.

Lisi con la sua famiglia 
La società locorotondese della prima metà del Novecento, in cui prevalgono la piccola proprietà contadina e l’insediamento sparso, mentre il lavoro dipendente si identifica per lo più con i muratori soggetti al ricatto della disoccupazione, è così descritta: «gli edili erano e sono quasi sempre fuori a lavorare, e i contadini, essendo quasi tutti piccoli proprietari, non hanno mai sentito il bisogno di organizzarsi e di lottare». Nel primo ventennio del secolo, quando si determina un momento favorevole per i lavori pubblici (è allora che viene realizzato «l’imponente edificio scolastico» destinato ad accogliere gli alunni delle elementari), la concentrazione e la forza degli edili rendono possibili episodi di lotta e di crescita sindacale, fra cui la conquista delle otto ore che il fascismo abolirà. In quella temperie il giovane Lisi diventa una guida consapevole, un dirigente proletario. «Gli edili allora erano quasi tutti del paese, mentre oggi [1956] sono quasi tutti della campagna e numerosissimi, per cui si fanno fra loro una spietata concorrenza a danno di tutti».
La biografia politica di Arcangelo Lisi percorre interamente il ciclo del movimento operaio novecentesco: i conflitti sindacali di inizio secolo, la dolorosa vicenda dell’emigrazione, il pacifismo socialista, la lotta contro le violenze delle camicie nere, la scissione fra socialisti e comunisti, la resistenza dura, quotidiana, individuale nel corso del ventennio, la rinascita dell’antifascismo durante gli ultimi anni di guerra, la ripresa dell’organizzazione politica e sindacale nell’Italia repubblicana. Le notizie e gli spunti sono numerosi, già rilevati da Dino, oltre che da Attilio Grassi nella vecchia prefazione. Vorrei solo aggiungere qualche segnalazione: mi sembrano degni di nota il passaggio da Locorotondo della sindacalista rivoluzionaria e femminista Maria Rygier; il confino per propaganda pacifista di Giovanni Gianfrate (capo socialista, amico e maestro di Lisi) che ci rammenta come era gestito il “fronte interno” nel corso della Grande Guerra; l’arrivo di Rita Maierotti e Filippo D’Agostino subito dopo il congresso di Livorno, per organizzare in loco il neonato partito comunista; l’eclisse dei fascisti locali nei giorni del delitto Matteotti; Mario Assennato sfollato a Locorotondo durante la Seconda guerra; il primo contatto di Lisi a Bari con Raffaele Pastore e Domenico De Leonardis per riconnettere le fila del Pci nel settembre ’43.
Si potrebbe continuare. Ma voglio concludere con ciò che viene dopo la stesura delle memorie: non una semplice appendice, tanto meno un epilogo, bensì una prosecuzione logica di quel ciclo del movimento operaio, che negli anni ’60-’70 trova forse la sua fase conclusiva. Mi riferisco allo straordinario passaggio di testimone fra Lisi e la giovane generazione di compagni locorotondesi, di cui è prova la stessa avventura editoriale che ha originato la pubblicazione di questo libro. Dopo aver circolato in forma manoscritta – tanto da subire danneggiamenti non casuali – il testo del memoriale è preso in cura da Dino Angelini e Gino Palmisano, che lo ricopiano in dattiloscritto subito dopo il ’68 (anno della morte di Lisi e anche anno della presa di coscienza definitiva di una nuova sinistra che rivendica un proprio ruolo). Quindi Antonio Angelini provvede a stamparlo nel 1970, per i tipi della Arti Grafiche Angelini & Pace.
Quei giovani che si appassionano ai nuovi termini della questione contadina, che con Dudduzzo (Leonardo Pastore) e con un nutrito gruppo di giovanissimi operai e apprendisti danno vita al Circolo Che Guevara di Locorotondo e, poco dopo, con molti loro coetanei di tutta la regione, al Circolo Lenin di Puglia, sono figli ed eredi di Arcangelo Lisi. Ne assimilano intimamente l’insegnamento morale, politico e umano.
Qualche anno fa Marisa Valentini, scrivendo una nitida testimonianza sulla figura di Gino Palmisano, ha raccontato come nel 1963 l’allora giovanissimo compagno fosse rimasto profondamente colpito e commosso da un incontro con Lisi, avvenuto in modo occasionale nella bottega del barbiere. Aveva scoperto che al vecchio comunista non restava, letteralmente, una lira in tasca; e mancavano ancora dodici giorni alla data in cui avrebbe riscosso il modesto assegno mensile di pensionato. L’uomo che più di altri, fra quanti erano allora in vita, aveva incarnato a Locorotondo una storia di lotte per la democrazia e per la giustizia sociale, conduceva ora l’esistenza in una condizione di miseria. È una di quelle lezioni che cambiano la vita di un adolescente, ne motivano lo spirito di ribellione e ne indirizzano potentemente le scelte morali.    


Pasquale Martino  
gennaio 2016


giovedì 8 ottobre 2015

"Il Politecnico" di Vittorini

Quel soffio d'aria nuova nell’Italia liberata
70 anni del primo numero della rivista di cultura 


70 anni dalla Liberazione. Un momento storico terribile e generoso, in cui l’Italia uscita dalle macerie ripensò se stessa. È in questa chiave che andrebbe letta la vicenda emblematica del «Politecnico», il settimanale fondato da Elio Vittorini il cui n° 1 apparve il 29 settembre ’45. La rivista – spesso ricordata (ingiustamente) solo per la polemica con Togliatti – ebbe poco più di due anni di vita, meteora in un’epoca tumultuosa: nascita della repubblica, elezione della Costituente, infine la cacciata delle sinistre dal governo. Il 1945-46 fu un’età di riviste culturali, come il primo Novecento. A «Rinascita» uscita nel ’44 si affiancarono – per citare solo le principali – un’altra rivista di orientamento comunista, «Società», e tre di area azionista, «La Nuova Europa» di Salvatorelli, «Belfagor» di Luigi Russo e «Il Ponte» di Piero Calamandrei (le ultime due, di lunga e gloriosa vita). Ma la più dirompente fu «Il Politecnico».
Vittorini era uno degli intellettuali comunisti di maggiore rilievo: già noto come romanziere, traduttore, consulente editoriale, non aveva una formazione marxista – lo dichiarò lui stesso – e proveniva dal contesto della fronda fascista in cui s’erano formati parecchi giovani oppositori; nel ’45 pubblicò Uomini e no, il primo romanzo sulla Resistenza, composto “in tempo reale” alla fine del ‘44. Il nuovo settimanale da lui diretto, edito a Torino da Einaudi ma redatto a Milano, riprendeva il nome della rivista di Carlo Cattaneo, per affermare l’idea di una cultura integrale, umanistica e scientifica, legata alla società e alla vita reale. Aveva il formato di un quotidiano, con doppia colorazione, nera e rossa, grafica assai innovativa curata da Albe Steiner, largo uso della fotografia e, talora, del fumetto. La presentazione poneva in modo radicale il tema dalla débacle della cultura borghese europea di fronte alla tragedia della guerra nazista e alla distruzione di tante vite: «non vi è delitto commesso dal fascismo – scriveva il direttore – che questa cultura non avesse insegnato ad esecrare già da tempo»; eppure non lo aveva impedito. La «nuova cultura» doveva essere insieme ricerca, sperimentazione e divulgazione, nonché indagine sociale ed essa stessa forma di lotta. «Il Politecnico», che arrivò a raggiungere settantamila lettori, pubblicava ampie inchieste sulla Fiat e sulla Montecatini e corposi servizi sul Meridione – notevoli quelli sul bracciantato pugliese (curati per lo più dal fratello di Elio, Ugo Vittorini, che abitò in Puglia) e sulla Basilicata (affidati al lucano Alberto Iacoviello, futuro corrispondente de «l’Unità» e di «Repubblica»). Temi ricorrenti erano la critica del Vaticano e dei monopoli industriali – due punti su cui il settimanale scavalcava “a sinistra” la prudenza del Pci – e la battaglia per la riforma della scuola: qui vennero i contributi di Concetto Marchesi, della pedagogista Dina Bertoni Jovine e della segretaria di redazione, Luisa Succi (che scrisse anche sulla emancipazione femminile). Ai servizi internazionali (Egitto, Palestina, Indonesia, Argentina, India) si aggiungevano quelli sulle conquiste sociali in Urss ma anche in Usa (il sogno della grande alleanza antinazista non era ancora crollato). La parte del leone era senza dubbio riservata alle arti: letteratura, pittura, scultura, architettura, teatro, cinema. Nonostante il vizio di eclettismo enciclopedico che i dirigenti comunisti rimproverarono al «Politecnico», non si può sottovalutare la benefica boccata d’aria di una cultura antiaccademica che spaziava dall’avanguardia russa al surrealismo francese, dall’espressionismo tedesco alla narrativa americana, senza dimenticare i riferimenti a filosofie “eterodosse” come l’esistenzialismo. Cruciale fu il rapporto con Sartre, grazie al quale si realizzò uno “scambio” che sarebbe stato impensabile nel provincialismo del ventennio precedente (nonostante certe aperture dell’industria editoriale): il manifesto della rivista sartriana «Les Temps Modernes» fu pubblicato dal «Politecnico» mentre, contestualmente, il giornale francese riportava l’articolo di fondo di Vittorini. L’engagement di Sartre e Simone de Bouvoir era un modello di impegno per l’intellettuale militante italiano.
La disputa con Togliatti che contribuì al declino della rivista e alla sua chiusura nel dicembre ’47 (dopo la trasformazione in periodico e il cambio di formato) fu dovuta in parte al tradizionalismo retro della cultura letteraria prevalente ai vertici del Pci; a un “contenutismo” di tipo sovietico (diciamo per semplificare) sospettoso nei confronti degli sperimentalismi formali novecenteschi. D’altra parte Togliatti aveva ragione nel rivendicare lo spessore culturale della politica in quanto tale, che egli intendeva alla maniera di un Gramsci peraltro ancora sconosciuto; e invero l’operazione intellettuale più alta compiuta dal segretario del Pci fu proprio l’edizione degli scritti gramsciani a partire dal ’47, presso la stessa Einaudi («Il Politecnico» anticipò alcune lettere dal carcere). Vittorini negava di volere la supremazia della cultura sulla politica, ma ne sosteneva l’autonomia statutaria e il pluralismo di ricerca nel proprio ambito specifico. «Il diritto di parlare – scriveva inoltre rispondendo a Togliatti – non deriva agli uomini dal fatto di “possedere la verità”. Deriva piuttosto dal fatto che “si cerca la verità”». Un concetto che non sarebbe dispiaciuto al Gramsci dei Quaderni. Cultura militante, dunque, come parte intrinseca e non separata del movimento storico dei lavoratori e dei progressisti, ma cultura che si dà le proprie regole e i propri percorsi. Bisognerà attendere il ‘68 per integrare questa formulazione – già ricca di stimoli nel ’45-’47 – con la demistificazione della presunta neutralità del sapere, con la critica della propria funzione sociale da parte degli intellettuali.    
            
Pasquale Martino   
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 8 ottobre 2015


domenica 20 settembre 2015

L'"industria Millennium"

Stieg Larsson vive?
Il nuovo Millennium non uccide il vecchio ma rischia di perdersi


Nessuna novità editoriale è stata promossa con una campagna altrettanto imponente. Preannunciato da oltre un anno, Quello che non uccide di David Lagercrantz è uscito il 27 agosto contemporaneamente in 32 paesi. L’editore svedese, Norstedts, aveva inviato all’estero il manoscritto per corriere e sotto il vincolo di segretezza. Il testo è stato redatto su un computer scollegato da internet, per prevenire intrusioni. Stiamo parlando del “quarto” romanzo della serie Millennium edito in Italia da Marsilio, che lo presenta in prima di copertina come la continuazione della «saga di Stieg Larsson»: un nome che invece manca nella copertina svedese. Stiamo parlando, insomma, dell’«industria Millennium»; quella che in dieci anni si è alimentata con la trilogia del geniale e sfortunato Larsson – incentrata sulle inchieste della detective hacker Lisbeth Salander e del giornalista Mikael Blomkvist – vendendo 75 milioni di copie nel mondo (4 milioni in Italia) senza contare i diritti cinematografici, nonché i gadget e i fumetti.
Nulla da obiettare, beninteso, visto che il mestiere di un editore – spiega la Norstedts – è vendere libri. E nulla da eccepire nemmeno sul fatto che si affidi a un secondo autore il compito di proseguire l’opera del primo, defunto, visto che ciò risponde all’insopprimibile desiderio del pubblico di sapere “come continua” una narrazione popolare, “che cosa fanno” gli eroi dopo che l’appassionante racconto si è esaurito. La storia dei libri abbonda di situazioni simili (per non parlare del cinema e della televisione): il più riuscito sequel della letteratura italiana è l’Orlando Furioso di Ariosto, che riprende trama e personaggi di Boiardo dove questi si ferma. Un po’ diversa è la faccenda ai giorni nostri, qualora esista un copyright: chi non è autorizzato rischia sgradevoli contenziosi, come è successo a colui che ha preteso di continuare Il giovane Holden di Salinger. Lagercrantz è stato selezionato a tal fine dall’Industria Millennium*, che – è opportuno precisarlo – non fa capo soltanto all’editore, ma anche agli eredi legali di Larsson, cioè al padre e al fratello. I due hanno fatto valere inflessibilmente la legge che non concede nulla alle unioni di fatto, escludendo dall’eredità Eva Gabrielsson, compagna di Stieg Larsson per trentadue anni.
Quella di Stieg ed Eva è la storia di una coppia degli anni ’70, che ha condiviso entusiasticamente la formazione culturale, tutte le scelte di vita, la militanza di sinistra e antirazzista, influenzando le attività professionali di ognuno dei due: architetta lei, giornalista lui. La Gabrielsson ha raccontato la vicenda nel libro Stieg e io (stampato in Italia nel 2012 dall’editore “larssoniano” Marsilio), nel quale fra l’altro disegna un ritratto impietoso degli eredi di Larsson. Il fratello, Joakim, ha ribattuto alle accuse nel proprio sito (moggliden.com). Rimane l’amaro paradosso per cui la clamorosa fortuna postuma non ha portato niente in tasca all’autore di Uomini che odiano le donne, vissuto quasi poveramente e morto di infarto subito dopo aver dato i manoscritti all’editore, ed ha sfiorato Eva Gabrielsson solo per via indiretta, grazie al citato volume autobiografico. La compagna di Stieg non intende accettare i compromessi che le sono stati proposti: rivendica il diritto di gestire autonomamente il lascito letterario del suo compagno – in coerenza con l’ispirazione di lui – e in cambio rinuncia a ogni lucro. Amici e intellettuali l’hanno appoggiata ed è stato anche creato un sito web (supporteva.com) che però risulta ora cancellato – brutto segno.
D’altra parte, va riconosciuto che gli eredi – anche incalzati dalla pressione indomabile della Gabrielsson – hanno impiegato parte dei profitti per istituire una fondazione intitolata allo scrittore (sito web: stieglarssonsstiftelse.se) e un premio annuale, che è stato assegnato a «Expo», la più importante rivista antifascista e antirazzista di Svezia, fondata da Stieg Larsson, e a varie personalità fra cui Soraya Post, ebrea rom, europarlamentare del partito Iniziativa Femminista. Inoltre ad «Expo» (sito web: expo.se), modello dell’immaginaria rivista «Millennium», andranno i proventi del quarto volume di spettanza dei familiari secondo la ben nota volontà di Larsson. Egli aveva progettato altri sette volumi della serie e – racconta Eva – aveva già scritto duecento pagine del quarto. Questi materiali sarebbero nel computer usato dal giornalista, che però apparterrebbe a «Expo». Un altro mistero e soprattutto un altro paradosso: perché Quello che non uccide non sviluppa gli abbozzi larssoniani, ma è frutto dell’invenzione di Lagercrantz. Il quale afferma peraltro di avere ristudiato i tre romanzi con immenso rispetto per aderire il più possibile allo stile originario. Conosciuto finora per la biografia da lui scritta del calciatore Ibrahimovic, Lagercrantz se la cava – va detto – dignitosamente. Non vogliamo parlare del libro, per non guastare il piacere della lettura: diciamo solo che lo sforzo di far rivivere Lisbeth e Mikael, le loro idealità libertarie e "anticapitaliste", non è stato vano. L'universo matematico, l'elettronica avveniristica e la guerriglia del web – temi già propri di Lisbeth – diventano predominanti. 
E tuttavia qualcosa – ci sembra – si è perso. La forza del male si colloca in un'oscura alleanza fra ambienti della statunitense National Security Agency – campione dello spionaggio informatico planetario – e una scheggia della mafia russa dedita al traffico di segreti industriali. Sfuma sul fondo la realtà propriamente scandinava, con i suoi conflitti e il suo lato tenebroso, la xenofobia e le pulsioni autoritarie, indagata dalla sensibilità sociale di Larsson. Forse ha di nuovo ragione la Gabrielsson, quando sottolinea la diversità di provenienza e di formazione del continuatore rispetto all'inventore. Ma questa storia non è ancora finita.  

Pasquale Martino
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 20 settembre 2015

* Casi consimili sono ricorrenti e si direbbe abituali nella storia della letteratura e specie nella "narrativa di genere". L'esempio più macroscopico è probabilmente quello della serie imperniata sulle avventure di James Bond: la Gildrose Production che detiene i diritti per le opere di Ian Fleming e per il personaggio di 007 ha commissionato ad altri scrittori, fra cui John E. Gardner e Raymond Benson, la stesura degli ulteriori romanzi che hanno per protagonista la spia britannica. 


Sullo stesso argomento: 
Stieg Larsson


domenica 11 gennaio 2015

Il padre di Handala


Naji Al-Ali, 
il vignettista che fu ucciso a Londra


Ventotto anni fa un altro vignettista satirico era stato ucciso a colpi di pistola in una capitale europea. Era il disegnatore palestinese Naji Al-Ali.
Gli spararono in faccia con il silenziatore il 22 luglio 1987, per strada, mentre usciva dall’ufficio londinese del giornale indipendente kuwaitiano «al-Qabas»  (critico verso il governo del Kuwait), su cui pubblicava le sue vignette. Ricoverato in ospedale, morì il 29 agosto. 

Naji Al-Ali era nato nel 1938 in Palestina, fra Tiberiade e Nazareth, da una modesta famiglia contadina. L’esodo palestinese durante la guerra arabo-israeliana del 1948 lo portò a rifugiarsi con i familiari in Libano. Visse in campi profughi (fra cui quello di Shatila, destinato al massacro del 1982) frequentando le scuole e poi l’accademia libanese di belle arti. Scoperto e valorizzato dallo scrittore palestinese Ghassan Kanafani (che verrà ucciso anche lui, a Beirut nel 1971), Naji incominciò a lavorare come vignettista in Libano e in Kuwait, diventando ben presto il più noto e premiato cartoonist arabo. Sgradito al governo kuwaitiano, si trasferì infine a Londra pochi anni prima di morire.
Pubblicò tre libri e creò oltre 40.000 disegni satirici, che avevano come bersaglio l’occupazione israeliana in tutta la sua brutalità, ma anche i regimi arabi, accusati di non essere democratici e di non sostenere realmente la causa palestinese, e la stessa dirigenza dell’Olp cui imputava opportunismo e corruzione. I lettori del mondo arabo davano estrema importanza alle tavole di Al-Ali per formarsi un’opinione sulle vicende in corso: è il caso di dire che una sua vignetta equivaleva a un vero e proprio editoriale.  
Il personaggio più famoso creato da Al-Ali è quello di Handala: un bambino palestinese di dieci anni (quanti ne aveva l’autore all’epoca della Naqba, «la catastrofe» della Palestina), disegnato sempre di spalle e con le mani incrociate dietro la schiena, osservatore innocente e risentito, talora partecipe, degli eventi drammatici del suo tempo. «Handala – affermava Al-Ali – è nato all’età di dieci anni e avrà sempre dieci anni. A quell’età ho lasciato la mia patria. Quando farà ritorno Handala avrà ancora dieci anni, e solo allora incomincerà a crescere».

Naji aveva ricevuto una quantità di minacce anonime, e un autorevole avvertimento – pare – da una personalità dell’Olp. La sua fu veramente una morte annunciata.
Le indagini sull’omicidio costituiscono di per sé una singolare spy story. Scotland Yard arrivò a mettere le mani su uno studente palestinese di 27 anni, Ismail Suwan, nella cui abitazione furono ritrovate armi appartenute al (o ai) killer. L’uomo protestò la propria innocenza e, per difendersi, rivelò di essere un agente del Mossad infiltrato nella rappresentanza londinese dell’Olp. Intervenne allora l’MI5 che chiese al Mossad di aiutare gli investigatori britannici a sbrogliare l’intrigo. Il servizio segreto israeliano rifiutò. Per tutta risposta, la premier Margaret Thatcher espulse due diplomatici dell’ambasciata di Israele e chiuse l’ufficio del Mossad a Londra.
L’affaire Al-Ali fu la goccia che fece traboccare il vaso nei rapporti fra Gran Bretagna e Israele, e fra i rispettivi servizi segreti, assai tesi da quando si era scoperto che il Mossad falsificava passaporti britannici, e soprattutto da quando, nel 1986, il tecnico nucleare israeliano Mordechai Vanunu residente in Inghilterra, accusato di aver rivelato segreti militari, era stato attirato con l’inganno a Roma, rapito dal Mossad e imprigionato in Israele*.
Al-Ali era un personaggio scomodo per molti: per il governo israeliano, per alcuni governi arabi, per gli stessi capi dell’Olp. Non aveva scorta e non aveva nessuna vera protezione. È evidente tuttavia che il Mossad era implicato profondamente nella morte di Al-Ali. Ammesso che non fossero stati gli israeliani in prima persona a pianificare l’omicidio, essi sapevano almeno molte cose in proposito, attraverso il doppio agente che aveva contattato gli attentatori. Ma si erano ben guardati dal preavvertire gli inglesi, sia perché la soppressione del vignettista faceva comodo anche e soprattutto a loro, sia perché non intendevano far saltare la copertura dell’infiltrato. E resta sempre la possibilità realistica che Suwan abbia operato come agente provocatore manovrando altri palestinesi, convinti magari di fare un favore a Yasser Arafat.   
Gli assassini di Naji Al-Ali non furono mai individuati. Ma almeno la Thatcher, the bitch, aveva osato cacciare il Mossad dall’Inghilterra. Altri tempi, decisamente. (I rapporti furono normalizzati sotto Tony Blair.)

Nel dicembre 1987, pochi mesi dopo la morte del disegnatore, scoppiò in Cisgiordania la prima Intifada, che avrebbe portato agli accordi di Oslo.
Naji Al-Ali, il vignettista laico e irriverente, e il suo bambino Handala – conosciuti e apprezzati in tutto il mondo – sono tuttora popolari e amati fra i palestinesi e nei paesi arabi.

Pasquale Martino

11 gennaio 2015

* su queste vicende si vedano:

giovedì 27 novembre 2014

L'ultradestra europea


Neofascismi, nazionalismi, xenofobia
Il gigante Europa fa i conti a destra


Quando consideriamo il panorama politico dell’Europa – immaginando i volti propositivi che il «gigante economico» assumerà negli scenari mondiali – non dovremmo trascurare la presenza strutturata di una destra estrema che si pone oltre i conservatori di Juncker e Merkel e offre un mix ideologico capace di aver presa sugli strati popolari. Non ci riferiamo soltanto a forze euroscettiche e discretamente xenofobe come l’Ukip di Nigel Farage, vincitore delle recenti elezioni europee in Gran Bretagna (27,7%, primo partito), che ha costituito il gruppo parlamentare con il M5S italiano. Pensiamo soprattutto a una destra che ha radici neofasciste e neonaziste, o che dialoga con i neofascisti, li assimila, ne condivide i motivi ispiratori, dal nazionalismo all’antieuropeismo, alle teorie del complotto, alla xenofobia con esplicite venature razziste. Nel parlamento di Strasburgo siedono nove di tali partiti, senza contare gli altri che, non rappresentati nell’assise europea, hanno rilievo nei rispettivi paesi.
Si suole opportunamente distinguere fra l’estrema destra dell’Europa occidentale e quella dei paesi ex sovietici. La prima ha attuato un’operazione di restyling per prendere le distanze dal neofascismo storico pur inglobandone i temi e arruolandone i seguaci. In questo senso il capolavoro riuscito è quello del Front National di Marine Le Pen (24% alle europee, primo partito in Francia) che ha le radici fra i nostalgici del regime di Vichy e gli ex coloni d’Algeria, ma adesso si racconta come forza-guida di una lotta «dal basso contro l’alto», conquistando ampi consensi in tutte le classi sociali. Manovra simmetrica e inversa rispetto a quella della Lega Nord, che dopo essere stata alleata di governo dei post-fascisti (handicap non da poco, rispetto al curriculum di opposizione del Front National), oggi si riqualifica paladina dei territori contro l’“invasione”e converge nelle piazze con i mussoliniani dichiarati di CasaPound. L’ultradestra occidentale in crescita di consensi si è liberata da retaggi imbarazzanti quali l’antisemitismo – che resta tuttavia sullo sfondo e nel retropensiero di tanta parte della “base”, attiva nei social network – e inoltre approva il governo israeliano.

Neonazisti ucraini col ritratto di Stepan Bandera
Viceversa, l’estrema destra dell’Europa orientale non dissimula le nostalgie nazionalsocialiste. Il caso più recente riguarda la formazione ucraina Svoboda (Libertà) i cui militanti sono stati decisivi nella sommossa di Kiev che ha abbattuto il presidente filorusso. Comprimaria nel nuovo governo filo-occidentale con il vicepresidente e il ministro della Difesa, ridimensionata dal voto politico di un mese fa ma ancora in ballo nelle trattative per la costituenda compagine ministeriale, Svoboda dichiara di battersi contro la «mafia ebreo-moscovita» e onora come proprio eroe il collaborazionista Stepan Bandera che appoggiò i nazisti contro i russi. In generale, l’ultradestra est-europea – dalla Bulgaria alle repubbliche baltiche – celebra i vari «Quisling» che aiutarono i tedeschi (anche nello sterminio degli ebrei) come combattenti per l’indipendenza nazionale contro i sovietici. Per loro il pericolo attuale non è l’Europa dei banchieri, ma l’ingerenza della vicina Russia. Una parziale eccezione è costituita dall’Ungheria, dove lo Jobbik o Movimento per l’Ungheria migliore (15% alle europee, secondo partito del paese) pur essendo all’opposizione fiancheggia il premier di destra Orban nelle sue politiche autoritarie, antieuropeiste e di apertura verso Putin. La destra di Budapest non teme il nazionalismo russo che si proietta esclusivamente sui paesi slavi; anzi, sogna a sua volta la «Grande Ungheria» che dovrebbe includere le minoranze magiare di Romania, Serbia, Slovacchia. Già legato alla disciolta formazione paramilitare della Guardia Magiara, Jobbik dimentica il sostegno dato dalle Frecce uncinate ungheresi all’Olocausto nazista e chiede che invece siano gli ebrei magiari a scusarsi per le vittime della rivoluzione comunista di Bela Kun nel 1919, appoggiata dagli ebrei stessi.

Manifestazione di Jobbik in Ungheria
Ma ciò che accomuna tutta l’estrema destra europea, dalla Danimarca all’Austria, dalla Grecia alla Finlandia, è il richiamo a valori tradizionalisti declinati secondo una malintesa identità dell’Occidente cristiano; ed è soprattutto la visione apocalittica del fenomeno migratorio, l’ostilità contro stranieri e immigrati in quanto tali, in nome dell’integrità delle culture nazionali-locali e di una gerarchia dei bisogni sociali che dà la priorità ai nativi. Al razzismo biologico del XX secolo – bianchi contro neri, ariani contro semiti – è subentrato un razzismo etnico-culturale, che teme più d’ogni cosa il «multiculturalismo»: sinonimo odiato, un tempo, di marxismo ed ebraismo, equivalente oggi di integrazione, di tolleranza verso i Rom e specialmente verso gli immigrati di fede musulmana. L’islamofobia è il dato emergente – già in auge dopo l’11 settembre, rilanciato ora come reazione agli eccidi dell’Isis – tanto più preoccupante in quanto, se l’ultradestra ne è il portabandiera, l’opinione pubblica se ne mostra comunque largamente permeabile. Ma qui non c’entra la legittima critica all’islamismo politico come esperienza storicamente determinata. Ciò che si demonizza è la presunta “essenza” immutabile dell’Islam, per cui il musulmano è sempre un potenziale terrorista e uno che comunque non potrà mai integrarsi nella “nostra” civiltà; si cede al pregiudizio e si perde il valore del dialogo, della relazione come cambiamento reciproco. Si perde anche la fede umanistica nella solidarietà fra lavoratori, quantunque di diversissima condizione, e nella scuola, che possono trasformare gli esseri umani, avvicinarli al di là di nazionalità e religione. Nascono le cosiddette guerre fra poveri, quasi mai spontanee, innescate da agitatori politici che strumentalizzano il disagio sociale.

Pasquale Martino    
 «La Gazzetta del Mezzogiorno», 27 novembre 2014   


L’articolo è accompagnato dall’agenda di manifestazioni ufficiali per il 37° anniversario dell’assassinio di Benedetto Petrone (28.11.2014)