Visualizzazione post con etichetta Movimento operaio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Movimento operaio. Mostra tutti i post

lunedì 8 giugno 2026

Puglia 1946. Le donne vanno al referendum

Anna, Dana e le pugliesi che fecero la Storia



Chi voglia individuare una data simbolica, capace di alludere alla nascita, nel Tacco d’Italia, di una soggettività femminile destinata a raggiungere un primo traguardo nei seggi del 1946, dovrebbe forse pensare al 23 agosto del 1942. Quel giorno a Monteleone di Puglia – comune del Subappennino, il più alto della regione – quattrocento donne si ribellarono contro il razionamento del grano, la conseguente mancanza di pane e farina, e contro la causa di tutto: la guerra; che, fra l’altro, aveva portato via i loro uomini. I carabinieri spararono sulla folla radunatasi ferendo donne e bambini. La popolazione occupò la caserma e il municipio. Per lunghissime ore il paese restò nelle mani delle insorte: le rappresentanze del potere si erano dileguate. Nei giorni seguenti i rinforzi inviati dal prefetto effettuarono retate nel paese: Teresa Visconti, leader della protesta, fu arrestata con molte altre; due detenute si ammalarono e morirono in carcere pochi mesi dopo. Nel 1950 l’amnistia aprì alle monteleonesi le sbarre delle celle.  

     La rivolta delle donne nel piccolo comune della Daunia fu la punta di un iceberg: essa confermò alle autorità che il consenso sociale al fascismo si era incrinato nel profondo; e la guerra era stato il fattore scatenante. Sei mesi dopo, gli scioperi nelle fabbriche dell’Italia settentrionale certificarono la crisi del regime, gettando le basi – unitamente all’invasione angloamericana in Sicilia – del crollo avvenuto il 25 luglio del 1943. Non a caso l’antifascismo popolare, spontaneo, delle donne scaturiva dal dissesto sociale, dalla politica annonaria di guerra instaurata dal regime, che colpiva duramente le classi più povere. Né può apparire casuale che fossero le donne a prendere la parola, spinte da una inedita e drammatica condizione, mentre più di tre milioni di maschi italiani erano impegnati lontano, sui fronti bellici, e oltre seicentomila si trovavano rinchiusi nei campi di prigionia americani e inglesi (e a essi si aggiunsero, dopo l’armistizio, altri ottocentomila militari deportati nei Lager tedeschi). La donna era adesso capofamiglia, lavoratrice fuori e dentro casa, procacciatrice dei più disparati mezzi di sopravvivenza, custode dei rifugi antiaerei, scioperante, dimostrante, capopopolo. Del resto, sette anni prima, quando ancora non c’era la guerra mondiale ma già si mobilitavano uomini in vista dell’attacco all’Etiopia, era toccato alle lavoratrici del tabacco dare vita a proteste e scioperi nel Salento; il 15 maggio del 1935 esse avevano guidato una manifestazione popolare a Tricase: era seguita la reazione non certo inusuale delle forze dell’ordine, che avevano aperto il fuoco uccidendo cinque dimostranti, fra cui un ragazzo quindicenne e tre donne: Maria Assunta Nesca, Cosima Panico e Donata Scolozzi. Sempre meno tollerabili erano lo sfruttamento e la sofferenza sociale in cui versavano le tabacchine, addette a quella sorta di fabbrica diffusa per la coltivazione e la lavorazione del tabacco che aveva cambiato il paesaggio agrario in provincia di Lecce. 

     Gli episodi citati sono come strappi sulla tela apparentemente uniforme di una storia di dominio e sottomissione. Osservato con una lente di ingrandimento, non panoramica, quel tessuto rivela le scuciture e le rotture dovute al fulmineo manifestarsi di istanze popolari subito dopo rientrate nella esteriore ordinarietà. Il conflitto sociale, agito dalle donne, è – come si è già detto – la cifra dell’antifascismo popolare in un dato momento storico. L’esplorazione di carte di prefettura e di polizia farebbe risaltare, al di sotto degli scoppi dirompenti, il pulviscolo dell’opposizione sociale al potere classista incarnato dal fascismo; e si incontrerebbe traccia di una ricorrente e multiforme indocilità femminile. La tradizione orale ha conservato, in un canto di lavoro delle tabacchine, la protesta contro la «maestra», sorta di caporeparto e sorvegliante aguzzina: «Lli grida la maestra / “Se secuti a tardare / te ‘ccusu allu patrunu / e poi te fazzu llecenziare.” / Ci ete ‘sta maestra? / Ca de ‘stu magazzinu / mandàtila ddha ffore / va sci a ccoja petrusinu». Il quotidiano attrito delle braccianti con i fattori e i caporali nelle campagne del Tarantino, al tempo del fascismo e della guerra, e poi, dal 1943, l’esperienza sindacale e di partito sono raccontati nelle memorie di Maria Colamonaco, di Santeramo in Colle; trent’anni dopo, candidata dal PCI, sarà la prima donna eletta nel Consiglio regionale della Puglia. 

     Nel 1943, per l’appunto, il 25 luglio fa saltare la cappa imposta dal fascismo: nel repentino accelerarsi degli eventi, il ribollire del malessere sociale viene alla luce del sole nonostante la repressione attuata dal governo monarchico-militare di Badoglio. La storica Marina Comei ha contato 56 agitazioni di massa in provincia di Bari nell’anno che segue la caduta di Mussolini; i commissariati di polizia danno conto di migliaia di manifestanti: difficile pensare che le donne non siano una componente del movimento, attiva e comunque visibile. Una presenza che si affaccia anche in una manifestazione segnatamente politica, come quella organizzata dagli antifascisti a Bari il 28 luglio per festeggiare la recuperata libertà e l’imminente scarcerazione degli oppositori. La testimonianza del giovane pubblicista Plinio Salerno racconta della «irsuta e fiammeggiante vecchia» che prende parte al gioioso sgombero di una sede rionale del partito fascista assalita dai dimostranti. E poco dopo, quando i soldati sparano ripetutamente contro chi manifesta – i morti saranno venti, nel più grave eccidio dei «quarantacinque giorni» badogliani – lo stesso giornalista porge aiuto a «una giovane fanciulla [che] sanguinava da un braccio». Presenze anonime, che non compariranno negli elenchi dei morti, dei feriti e degli arrestati, e che soltanto la penna di Salerno riesce a fissare nel ricordo.  E ancora, nella giornata coraggiosa del 9 settembre, quando a Bari si combatte contro i tedeschi che attaccano in più punti – il Porto, le Poste, il trasmettitore di Radio Bari – una donna della città vecchia corre ad avvertire il generale Nicola Bellomo, che mette in piedi un’improvvisata difesa raccogliendo gli uomini che trova sul posto; e almeno due testimonianze riferiscono che sulle antiche mura, a dar man forte ai soldati italiani – quando il quindicenne Michele Romito ferma un’autocolonna tedesca mandando in fiamme con una bomba a mano il mezzo di testa – fra gli scugnizzi di Bari Vecchia compaiono anche delle ragazzine; e da un’altra parte della città, vicino al passaggio a livello del rione Madonnella, una diciannovenne, Adriana Di Donato, a suo rischio e pericolo corre avanti e indietro per segnalare ai soldati del presidio i movimenti delle truppe germaniche: tanto che l’associazione dei partigiani, l’ANPI, accoglierà la ragazza tra le sue file con la qualifica di «benemerita», perché – è scritto in una dichiarazione – «ha collaborato alla cacciata dei tedeschi dalla città di Bari».

     Pochi mesi dopo, a dicembre, muore nel capoluogo la sessantottenne Anna Quintavalle. Quarantacinque anni prima, il 27 aprile del 1898, quella «barivecchiana» allora ventitreenne ha capeggiato la rivolta contro l’aumento del prezzo del pane, scatenatasi a Bari come in molte altre città italiane. Sotto la guida della «portabandiera» – così sarà soprannominata la Quintavalle, che pare trascinasse la folla brandendo effettivamente un vessillo – fu assalito, occupato e in parte devastato il palazzo di città. Per riportare l’ordine arrivò il generale Luigi Pelloux (che pochi mesi dopo sarebbe diventato presidente del Consiglio dei ministri) il quale poté placare il furore popolare anche attuando una tipica misura pacificatrice: lavori pubblici per i disoccupati; entro poche settimane fu avviata la costruzione del teatro Petruzzelli, che, progettato, era rimasto fino a quel momento sulla carta. Cosicché la realizzazione del grande politeama cittadino si deve alla lotta dei lavoratori disoccupati e anche alla Quintavalle che dette il la alla ribellione. Ci si può domandare che cosa pensò la portabandiera nel 1943, quando la sua città fu scossa da grandi eventi quali l’eccidio del 28 luglio e la battaglia del 9 settembre. Chi riflette su quei fatti è còlto dalla suggestiva fantasia che gli fa identificare la «fiammeggiante vecchia» ritratta da Plinio Salerno con l’anziana Anna Quintavalle immaginata mentre conduce, contro la sede fascista, l’ultimo assalto della sua vita.

     Da settembre ai primi di ottobre del ’43 si protrae il lungo tragico mese della ritirata / occupazione tedesca in Puglia (che nei territori limitrofi della Capitanata si prolungherà fino a novembre). Devastante ritirata, punteggiata da distruzioni sistematiche, saccheggi, uccisioni e rappresaglie, contro militari e civili italiani, mentre più rari (e concentrati nel Tarantino) sono gli scontri a fuoco con gli Alleati che risalgono dopo essere sbarcati nel porto ionico. E sanguinosa occupazione militare, imposta soprattutto al Nord della Puglia, a partire dai terrificanti quattordici giorni di Barletta. Le donne non meno degli uomini pagano un prezzo a quel tempo di ferro e fuoco. Vi sono donne, anziane, giovani, bambine, che muoiono sotto il fuoco dell’artiglieria germanica (ad Ascoli Satriano, a Barletta), o come vittime “collaterali” dei combattimenti (a Castellaneta, Trani) o prese di mira singolarmente mentre assicurano la continuità – si vorrebbe dire la normalità – della vita in quell’universo capovolto: Rosaria Cannito è uccisa da una sventagliata di mitra quando apre la porta di casa a un milite tedesco che bussa (Barletta, 12 settembre); Filomena Procino cade trafitta mentre sta stendendo il bucato ad asciugare (Gioia del Colle, 16 settembre); Angela Guarnieri è uccisa mentre – così recita uno scarno resoconto – è «di passaggio in una via campestre» (Putignano, 9 settembre); Domenica Pappalardo è «presa a fucilate e ferita gravemente» quando sta andando a lavorare in campagna (Gravina in Puglia, 9 settembre). Tornano alla mente i filmati di Sarajevo assediata (1992-95), dove si intravvedono donne cariche di buste della spesa attraversare la strada sotto il tiro accanito dei cecchini. Nell’autunno del ’43, in Puglia, vi sono donne che non solo resistono, ma reagiscono: Addolorata Sardella e Lucia Corposanto estraggono un uomo quasi moribondo dal groviglio di corpi dei vigili urbani trucidati dai nazisti e lo trascinano in salvo (Barletta, 12 settembre); Leonarda Bertinelli, da sola con suo padre, mantiene il contatto telefonico fra il centralino dell’acquedotto e la stazione dei carabinieri, nonostante le minacce mortali dei tedeschi (Corato, 3 ottobre); Maria Rosaria D’Amelio è con un gruppo di civili armati che sparano contro i tedeschi assecondando l’ingresso degli Alleati (Alberona, 2 ottobre). E non è finita: la guerra continuerà a colpire anche dopo il ritiro delle forze germaniche: donne e uomini periscono in una corriera che salta su una mina tedesca a Candela (15 novembre); 53 civili a Canosa e 6 a Molfetta (fra cui una bambina e tre bambini) sono stroncati da un raid aereo germanico il 6 novembre. Né si possono dimenticare le migliaia di vittime (il numero definitivo non è mai stato accertato), donne, uomini, bambini, sepolti sotto le macerie di Foggia crollata per i bombardamenti alleati nell’estate dello stesso anno.

     Poi, mentre a nord della linea Gustav la guerra continua, nella Puglia sconvolta e povera – occupata ora dagli angloamericani – ha inizio un difficile dopoguerra. Il 28 gennaio 1944, quando si riunisce a Bari il congresso dei CLN, prima assemblea libera in Europa – assemblea chiusa al pubblico, a cui sono ammessi soltanto i delegati dei partiti per rigida disposizione degli Alleati – una sola donna siede in un palco del teatro Piccinni, ad ascoltare il discorso inaugurale di Benedetto Croce: è la partigiana «Clorinda», ovverosia la scrittrice e giornalista Alba De Céspedes, per l’occasione cronista di Radio Bari. «Cominciavo a capire – dirà quella sera stessa nella trasmissione Italia combatte – che non soltanto un regime era finito, ma tutto un modo di vivere […] C’era un gran sole attorno, era proprio una giornata bellissima, come qualche volta in primavera quando ogni cosa rinasce e la speranza è più facile». E nel mondo che si sforza di rinascere le donne si prendono un posto. Ci piace ricordare la ragazza Lucrezia Andriani (Zina), laureata in lingue, che funge da interprete a Radio Bari, dà una mano in redazione, batte a macchina e all’occorrenza fa anche da speaker radiofonica. A fronte delle partigiane di origine pugliese emigrate al Nord, e di quelle rientrate nelle proprie città di Puglia, arriveranno dal Nord nel capoluogo, con i loro compagni o da sole, non poche partigiane che lavoreranno come impiegate, infermiere, casalinghe, e intellettuali come Anna Macchioro che andrà a insegnare al liceo Quinto Orazio Flacco e sua cognata Celsa Resta anche lei docente (Anna ha per marito il futuro etnologo Ernesto De Martino, Celsa sposa l’economista Aurelio Macchioro). Ma ancora prima è sopraggiunto un gruppo di partigiane slovene, ex prigioniere, che si addestra con i compagni in quello che la memoria storica jugoslava chiama il «campo di Gravina», ovvero il «campo 65» in agro di Altamura (la travagliata e avventurosa epopea di quelle partigiane, guidate da Dana Žagar, è stata raccontata di recente da Sante Cutecchia e Francesco Massaro); per quello stesso campo passerà, subito dopo, l’odissea delle esuli istriane, con le loro famiglie (l’ha rievocata in un suo libro Nevia Mitton, allora bambina). E sarà il tempo dell’ondata di profughe e profughi che si riversa in Puglia, ultimo margine d’Italia e d’Europa: nella Casa Rossa di Alberobello vengono convogliate le «indesiderabili», prostitute, ex collaborazioniste, “sbandate” e senza famiglia di tutto il Vecchio Continente, e inoltre ebree ed ebrei che peraltro trovano collocazioni provvisorie pure a Palese e in altri campi e strutture disseminate lungo la costa, anelando alla partenza verso una terra promessa e sconosciuta. 

     È il dopoguerra delle rinnovate lotte del lavoro. Perché tutto manca: terra da coltivare, impiego lavorativo quale che sia, salario sufficiente e dignitoso, sussidi per tanti che ne hanno bisogno; quasi dappertutto inesistenti i diritti sindacali. Alle tabacchine del Salento, che non demordono, si affiancano a Bari, idealmente, le operaie della “moderna” Manifattura dei Tabacchi, la fabbrica-cittadella incastonata quasi nel cuore della città. Qui, ai primordi della sindacalizzazione, aveva portato il suo messaggio di emancipazione Rita Majerotti, la sindacalista veneta, comunista, antifascista e femminista ante litteram “venuta da lontano”; nel dopoguerra si prodigherà per le tabacchine di Bari la militante sindacale e socialista Ada Del Vecchio, che diventerà parlamentare; infine, le operaie della manifattura raggiungeranno col tempo un traguardo simbolico eleggendo una di loro, Luigia De Marinis, come prima donna nel consiglio comunale del capoluogo. A Foggia le operaie della Cartiera, la più importante industria cittadina, cooperano innanzitutto alla ricostruzione dello stabilimento dopo gli ingenti danni bellici e intraprendono la via accidentata della rivendicazione dei propri diritti. Ma, in un quadro sociale e istituzionale incerto e tutto in divenire, il movimento sindacale e la protesta popolare si esprimono in forme dure e spesso incontrollate. A entrare in ebollizione sono soprattutto le campagne, i centri agricoli grandi e piccoli, dove inapplicati restano i decreti del ministro Fausto Gullo, che concederebbero a contadini associati in cooperative di coltivare quote di terra lasciate incolte dai proprietari. La rabbia cresce, la «fame violenta» spinge i braccianti ad azioni di forza in risposta alle chiusure di un padronato ottusamente egoista, le forze dell’ordine intervengono in ossequio a un automatismo pregiudiziale e inveterato per cui ogni ribellione è tout court sovversione da stroncare militarmente. «La Puglia – si legge nell’agosto del 1945 sul quotidiano “Il Popolo” – appare l’epicentro di una agitazione meridionale che si esprime in forme di acuta violenza». Il 25 giugno di quell’anno Minervino Murge insorge, si proclama «repubblica» contro il regno d’Italia e si prepara all’assedio fortificando e armando i punti salienti dell’abitato. Accorrono ingenti forze militari, un cittadino muore nel conflitto a fuoco, ma infine è risolutivo l’intervento di mediazione di dirigenti del PCI provinciali e nazionali. Né manca la violenza terroristica: il 7 maggio a Molfetta, mentre la popolazione festeggia in piazza la prima notizia della resa tedesca che pone termine alla guerra, una bomba lanciata da mano ignota – quasi certamente da fascisti che stazionano lì nei pressi – ferisce molti e uccide le due sorelline Antonia e Giacomina De Bari (18 e 7 anni). 

     Dentro le occupazioni delle terre, che vedono intere famiglie insediarsi nei campi lontani dai centri abitati, per iniziare i lavori necessari, e dentro le agitazioni popolari che scuotono i paesi e assediano i municipi, le donne sono partecipi e spesso protagoniste in prima fila. Ciò avviene anche nel capoluogo pugliese; «La Gazzetta del Mezzogiorno» fa sapere che nella protesta dei disoccupati davanti alla prefettura, alla quale la polizia risponde sparando e uccidendo un giovane (27 dicembre 1947), e poi nei tumulti del 15 luglio 1948, originati a Bari dall’attentato a Togliatti, ha svolto un ruolo di primo piano una tale Cecilia De Meo, definita dal quotidiano «una vera professionista delle agitazioni di piazza». Ma la vicenda davvero emblematica si è svolta ad Andria. 7 marzo 1946: dopo giorni di scioperi e scontri che hanno già causato morti e feriti, la massa lavoratrice attende in piazza l’arrivo del grande leader Giuseppe Di Vittorio; dal prospiciente palazzo padronale della famiglia Porro vengono esplosi colpi di arma da fuoco. La folla assalta il palazzo a uccide brutalmente le due anziane sorelle Luisa e Carolina Porro. «A infierire sono soprattutto le donne – ha scritto Luciana Castellina – donne contro donne di diverso destino, a dividerle la fame, subita o imposta». Una terza sorella, si racconterà, viene trascinata nella sezione comunista e lì schiaffeggiata da un’altra donna, e poi è chiamata in coro «puttana» mentre viene portata alla Croce verde. L’indomani, 8 marzo, si celebra in Italia la prima Giornata internazionale della Donna; Di Vittorio parla ad Andria in una piazza acquietata ma non pacificata. Due giorni dopo, il 10 marzo, le donne per la prima volta, In Puglia come nel resto d’Italia, si mettono in coda davanti ai seggi elettorali.  

Pasquale Martino

Saggio compreso in: La donne della Repubblica. Il voto al referendum 80 anni dopo, edizione per la Puglia, in edicola con il quotidiano la Repubblica il 2 giugno 2026. 

Immagine: Donne braccianti in Puglia, fotografia di Federico Patellani, 1947 (Museo di Fotografia Contemporanea, Cinisello Balsamo). 

lunedì 4 gennaio 2021

Nel centenario del Pci

IL SECOLO COMUNISTA

La speranza rivoluzionaria, l’antifascismo, la democrazia repubblicana

 


«Nato male e un po’ per sbaglio nel gennaio 1921, da una scissione di minoranza che presto deluse anche i suoi artefici, seppe trovare la sua strada cammin facendo». Così vent’anni fa lo storico Gianpasquale Santomassimo descriveva la fondazione del Partito comunista italiano. Oggi, il centenario della nascita (il prossimo 21 gennaio) di questo grande protagonista collettivo della storia del Novecento – che ha cessato di esistere nel febbraio del 1991 – è già tema di discussione sui giornali e nei libri.

Nato male per responsabilità molteplici. Nato sbagliando i tempi, in un momento storico di travolgente velocità dei mutamenti, quando poche settimane valgono un cambio d’epoca. È il tempo in cui, per esempio, riformismo e massimalismo – le due anime del Partito socialista – voglion dire per le masse proletarie qualcosa di ben diverso dai significati attuali. La Grande Guerra da poco finita ha abbattuto quattro imperi, generato la prima rivoluzione socialista e messo in crisi gli stati liberali che hanno escluso la partecipazione delle masse popolari (in ciò del tutto differenti dalle democrazie sociali e costituzionali che saranno a loro volta l’esito della guerra antinazista e della Resistenza europea). Dopo l’esempio della Russia di Lenin, il «governo del popolo» appare l’unica soluzione credibile, specialmente nell’Italia del Biennio rosso (1919-1920), grazie al clamoroso successo elettorale del Psi nel 1919 (due milioni di voti su cinque, primo partito alla Camera), ai moti agrari e all’occupazione delle fabbriche, mentre a Est l’Armata Rossa respinge l’assalto di controrivoluzionari bianchi e polacchi (estate del ’20), contrattacca e pare slanciarsi verso la Germania, anch’essa in procinto di fare la sua rivoluzione. L’Internazionale Comunista è la nuova attrice che si impone sul proscenio mondiale, spaventando le classi borghesi.

Ma le cose cambiano, appunto, con impressionante rapidità: in Italia la spinta di lotta si va esaurendo, l’occupazione delle fabbriche si conclude con un insuccesso, manca una guida politica del movimento; contenitore eterogeneo di deputati, sindaci, sindacalisti, il Psi non sa dirigere né un movimento rivoluzionario né una riforma democratica delle anguste istituzioni liberali. L’alternativa comunista affascina col suo progetto di un partito omogeneo, capace di guidare fermamente la necessaria rivoluzione. Non di rado, in Europa, l’idea diventa maggioritaria nei partiti socialisti. In Italia la questione della sinistra non è se accettare o respingere l’opzione comunista: è se tutto il Psi rappresenterà l’Internazionale, come assicura la maggioranza capeggiata da Giacinto Menotti Serrati, o se tale rappresentanza sarà appannaggio della sola frazione comunista intransigente, guidata da Amadeo Bordiga che diventerà il leader carismatico del Pci nei primi anni. Il nodo si scioglie drammaticamente a Livorno, nel XVII congresso del Psi: Serrati non se la sente di rompere con la minoranza “di destra”, che fa capo a Turati; l’estrema sinistra abbandona il congresso e fonda il Partito comunista d’Italia. Ai dirigenti dell’Internazionale resta l’amaro in bocca per una condotta tattica improvvida che ha ottenuto come risultato la nascita di un partito minoritario. Bordiga è invece soddisfatto: ha in mano un’organizzazione compatta, costituita in grandissima parte di operai. Nessuno al momento – né i socialisti, né il Pci, né i cattolici, né il vecchio statista Giolitti – sembra comprendere la vera portata del pericolo fascista: lo squadrismo ha già compiuto i primi assalti nel 1920, ma soltanto nel ’21 dispiega in modo sistematico la sua violenza terrorizzante. Chi vede le ombre della situazione è Antonio Gramsci, capo del gruppo torinese de «L’Ordine nuovo», minoranza nel neonato partito; sarà lui, in un appunto di qualche mese dopo (pubblicato da Togliatti nel 1960), a scrivere che il non aver portato, a Livorno, la maggioranza del proletariato italiano nelle file dell’Internazionale è stato «un trionfo della reazione».

Paradossalmente, nel 1924 lo stesso Serrati, con la frazione dei terzinternazionalisti, finirà con il confluire nel Pci. Ma è già iniziato il profondo lavoro gramsciano di analisi sociale, elaborazione politica, chiarificazione ideologica, che sboccherà nella sostituzione della direzione di Bordiga, viziata da settarismo, e in quella che si può considerare la vera nascita del Pci, il congresso di Lione (1926): il quale si svolge all’estero in piena stretta repressiva del regime fascista. La «dannazione» di Livorno – per usare le parole di Ezio Mauro nel suo ultimo libro – lascerà faticosamente il posto al tentativo di «grande rattoppo» nella sinistra, non ancora concluso. La metafora ripropone l’idea convenzionale di una eterna propensione della sinistra italiana alle divisioni. Va detto piuttosto che proprio i duri anni della clandestinità temprano la capacità del Pci di tenere le fila di un difficilissimo lavoro illegale in Italia, nelle prigioni e nei luoghi di confino, e preparano la terza e definitiva rifondazione, quella della Resistenza e del «partito nuovo», popolare e di massa. E va detto che il legame unitario fra comunisti e socialisti si stabilisce fin dal 1934, vivifica l’antifascismo e la lotta di Liberazione e con intensità alterna dura per tutta la Prima repubblica, fino agli anni di Craxi. Poi entrambi i partiti, separatamente e con epiloghi diversi, scompaiono; e «il modo (questo sì) ancor m’offende».        

 Pasquale Martino

  

Ruggero Grieco

Pugliesi a Livorno

Piccola e qualificata la schiera pugliese che partecipa da subito all’impresa di fondazione del Pci. Nel 1921 sono 655 iscritti su un totale nazionale di circa 40.000. Ecco alcuni nomi. La pioniera è Rita Maierotti, veneta trapiantata a Bari, presente con Bordiga e Gramsci fra la ventina di delegati socialisti che a Firenze nel 1917 getta le basi della frazione comunista (lo racconta Paolo Spriano nella sua storia del Pci). È una delle poche donne agli inizi del partito, con Ortensia De Meo (moglie di Bordiga) e  Camilla Ravera. A Livorno Rita è affiancata dal marito, il gravinese Filippo D’Agostino, consigliere comunale a Bari, futuro martire della Resistenza. Da Taranto arriva Odoardo Voccoli, che sarà il primo sindaco della città ionica dopo la Liberazione. Da Foggia c’è Luigi Allegato, che diventerà sindaco di San Severo e presidente della provincia. L’ispiratore dei comunisti foggiani – lo ricorda lo stesso Allegato – è il conterraneo Ruggero Grieco, figura di spicco del Pci fin dal primo comitato centrale, braccio destro di Bordiga e numero due del partito. In seguito si avvicinerà a Gramsci conservando un ruolo di rilievo nel nuovo gruppo dirigente, tanto da fungere di fatto da segretario del partito e dirigente del centro estero negli anni ’30, mentre Togliatti opera a Mosca per l’Internazionale. Sarà membro della Costituente e senatore della repubblica.  (p.m.)


La Gazzetta del Mezzogiorno, 3 gennaio 2021   

 

giovedì 4 aprile 2019

La rivolta di Battipaglia


Lavoro, lotta, sangue, Sud
9 aprile 1969, cinquanta anni dopo




Contrariamente a quanto tramandato dal luogo comune, il 1968 italiano è stato assai poco violento: l’anno meno violento nel decennio tumultuoso che si inaugurava. Solo a dicembre, come un veleno nella coda, arrivarono le vittime: i due manifestanti uccisi dalle forze dell’ordine ad Avola, in Sicilia, durante uno sciopero di braccianti. Fu un segnale di svolta: pochi mesi dopo si aggiunsero i morti di Battipaglia, ad aprire un anno ben altrimenti drammatico. Era il 9 aprile 1969, cinquanta anni fa. Con Avola e Battipaglia, fra l’altro, il Sud entrava a pieno titolo in un grande capitolo di storia nazionale – la stagione dei diritti – e ci entrava pagando il primo tributo di sangue.   
     Battipaglia in provincia di Salerno era un nodo strategico delle comunicazioni, nonché centro  agroindustriale della piana del Sele, una delle zone di agricoltura avanzata distribuite a macchia di leopardo nell’Italia meridionale, dove aveva avuto parziale attuazione la riforma agraria. Gli stabilimenti di trasformazione del prodotto agricolo locale, creati dalla salernitana Saim (Società agricola industriale del Mezzogiorno), uno zuccherificio e di un tabacchificio, davano lavoro e avevano agevolato il rapido incremento demografico della cittadina campana. Ma non mancavano le ombre: il lavoro nelle fabbriche era per lo più stagionale come quello nei campi; la condizione dell’operaio al pari di quella del bracciante, entrambi sottopagati, era precaria, priva di diritti, soggetta al caporalato; le numerose tabacchine – protagoniste della rivolta – erano indice non soltanto di una emancipazione femminile attraverso il lavoro, ma anche di una intensa emigrazione della manodopera maschile: contraddizioni del distorto sviluppo meridionale, che si portava dietro le sacche del sottosviluppo vecchie e nuove.   
    
Quando la Saim chiude lo zuccherificio e annuncia la chiusura del tabacchificio, la città prova sgomento e rabbia. Il consiglio comunale chiama la popolazione allo sciopero il 9 aprile, mentre il sindaco va a incontrare il governo. La manifestazione è enorme, tutti aderiscono e gli esercizi commerciali chiudono per solidarietà; la città è ferma, la protesta è assolutamente pacifica. I manifestanti occupano i binari della ferrovia, attuando una forma di lotta che si è andata affermando in Italia (a marzo, i treni vengono bloccati per ore a Parma, dopo il fallimento dell’industria di elettrodomestici Salamini). La polizia ha ordine da Roma di intervenire con pugno ferreo; è questa la causa degli incidenti, come la storiografia dà oggi per acquisito (si legga per esempio Guido Crainz, che a quegli anni ha dedicato studi importanti). La polizia italiana, prima di avviare un difficile percorso di democratizzazione approdando alla controversa riforma del 1981, trattava gli scioperanti come un nemico pubblico e aveva il grilletto facile. A Battipaglia, durante gli scontri di piazza, si sparò a lungo sui dimostranti: di 200 feriti, 100 risultarono colpiti da arma da fuoco, i fori di proiettile sui muri ad altezza d’uomo erano visibilissimi e fu quasi un miracolo se i morti furono soltanto due: la professoressa di liceo Teresa Ricciardi, 26 anni, che affacciatasi al balcone di casa venne raggiunta al cuore, e l’operaio tipografo Carmine Citro, 19 anni, colpito alla testa. Citro, il cui posto di lavoro non era a rischio, aveva detto ai familiari che scendeva in piazza «per i diritti degli altri, per i diritti di tutti». Il fotografo Elio Caroccia fu picchiato (era capitato a Mimmo Castellano a Bari, nel 1962, durante lo sciopero degli edili) e finì in ospedale. Dopo l’eccidio la rivolta è generalizzata, la polizia è costretta a ritirarsi e la città resta in mano ai ribelli. L’11 aprile si svolgono gli imponenti funerali dei due caduti, mentre è in corso in tutta Italia lo sciopero generale di protesta. In seguito, la chiusura delle fabbriche verrà revocata e Battipaglia potrà respirare almeno per un po’; ma i responsabili della sparatoria non saranno individuati.
    
La rivolta di Battipaglia non è assimilabile a quella del 1970 a Reggio Calabria, ambigua e ben presto presa in mano dai neofascisti. Questi avevano tentato di infiltrarsi a Battipaglia, ma con un ruolo marginale. Vero è che nella città campana furono contestati sindacalisti e politici venuti “da fuori”, ma in seguito la classe operaia che era stata il nerbo della protesta si organizzò sindacalmente e anche la Federbraccianti Cgil ebbe una notevole crescita di iscritti. Fu la sinistra a dare voce a quelle ragioni: a Bari il segretario del Psiup Giacomo Princigalli fu denunciato e assolto per un volantino di accusa alla polizia. La sommossa nella piana del Sele era stata avvisaglia di un imminente corso storico caratterizzato da un conflitto di forze: da un lato il possente movimento dell’Autunno Caldo, che unì Nord e Sud (mai stati così vicini) e produsse lo statuto dei lavoratori (cui lavorò Gino Giugni nei suoi anni di insegnamento barese); dall’altro la reazione violenta che non esitò a ricorrere all’arma criminale dello stragismo nero (attivo in tutto il 1969 fino alla bomba di dicembre a Milano), innescando un circolo vizioso che avrebbe avuto il risultato di limitare le conquiste sociali pur cospicue e di inceppare il processo democratico.
     In un documentario indipendente girato a Battipaglia un anno dopo da Luigi Perelli e Giorgio Rambaldi (conservato dall’Archivio audiovisivo del Movimento operaio e restaurato con il concorso dell’Archivio storico Benedetto Petrone di Brindisi), una giovane tabacchina dichiara durante un’assemblea alla Camera del Lavoro: «siamo operai, siamo poveri, siamo schiavi, è meglio che ci aiutiamo fra di noi». Più semplice e chiara “filosofia” di quel momento irripetibile non si potrebbe trovare, ed è emblematico che a enunciarla sia stata una lavoratrice del Sud.   

Pasquale Martino      
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 3 aprile 2019

giovedì 14 marzo 2019

Il fascismo nel 1919


Era marzo, cent’anni fa nascevano i Fasci

Raduno di Sansepolcristi
«Aderiamo vostra adunata mandando nostri rappresentanti»: con questo stringato telegramma il Fascio di difesa nazionale di Bari annunciava la presenza all’atto di fondazione dei Fasci italiani di combattimento, il 23 marzo 1919 a Milano. Nasceva cento anni fa, in una sala offerta dalla associazione industriali, in piazza San Sepolcro, il movimento fascista che avrebbe segnato catastroficamente la storia d’Italia e d’Europa. Pochi avrebbero scommesso allora sulle fortune di un gruppo minoritario tutto da inventare. I presenti al raduno non sono più di un centinaio; dalla Puglia c’è il solo Michele Costantino, a nome del fascio di difesa del capoluogo, giungono per iscritto le adesioni di Araldo Di Crollalanza (futuro podestà, sottosegretario e ministro dei Lavori pubblici) e di qualcun altro. I membri di quello sparuto drappello si fregeranno in seguito del titolo di «sansepolcristi»: i camerati della primissima ora. 
Il "Fascio primogenito" in Piazza S. Sepolcro
     Il raggruppamento che nasce in una Italia stravolta e frastornata dai postumi della Grande Guerra appare uno dei tanti; non ha identità definita né idee originali. Nemmeno il nome è nuovo: “fasci” di ogni tipo, intesi come unioni di forze (o debolezze) disparate, sorgono qua e là per finalità varie dandosi questa denominazione allora comune; perfino il termine «fascismo» non è coniato da Mussolini ma, un anno prima, dal sindacalista rivoluzionario Angelo Olivetti. Il programma sansepolcrista è una congerie eterogenea che grazie ai suoi accenti di sinistra ha la velleità di competere con il colosso socialista in piena ascesa. Mussolini si proclama insieme «reazionario e rivoluzionario» con tipica acrobazia retorica tanto stupefacente quanto vacua. Cambierà e capovolgerà le proprie idee nel corso degli anni (per dirne una, il “movimento” che si proclama antipartitico diventerà nel 1921 un partito, il PNF): «nessuna preoccupazione di coerenza formale» gli riconoscerà Gioacchino Volpe, una testa pensante del fascismo. Ma nella spregiudicata abilità tattica che porterà il maestro di Predappio in capo a tre anni al vertice del Paese due costanti soprattutto restano immutate: il nazionalismo, nutrito di risentimento e frustrazione, e l’odio anti-socialista, interiorizzato dall’ex militante che il partito di Turati ha espulso. Il nazionalismo gli servirà per raccogliere i consensi di combattenti e reduci dirottando contro i presunti complotti delle grandi potenze e contro i “bolscevichi” la rabbia per il disastro sociale del dopoguerra italiano (di cui era colpevole chi aveva gettato la nazione nella sanguinosa avventura bellica); l’antisocialismo praticato con dura violenza (a partire dall’assalto alla sede dell’«Avanti!», a Milano il 15 aprile 1919) gli servirà per stremare le masse proletarie, ottenendo a questo scopo appoggi e finanziamenti dalla grande industria e dal padronato agrario.
     Ma tutto ciò nel ’19 è ancora in divenire. All’ordine del giorno c’è invece qualcosa che assomiglia alla rivoluzione russa: il “biennio rosso” si snoda dalle sommosse contro il caro-vita alle lotte dei contadini del Sud per la terra fino alla occupazione delle fabbriche. Nelle elezioni politiche del 16 novembre si vota col sistema proporzionale: il fascismo subisce una disfatta, eleggendo un solo parlamentare; vincono i socialisti, primo partito, seguiti dal neonato partito popolare cattolico; insieme le due forze avrebbero la maggioranza della Camera, che sarebbe ancora più ampia con il gruppo giolittiano (a riprova che il sentimento prevalente in Italia non è nazionalista, ma pacifista e non-interventista). Entrambi i partiti di massa però, in conflitto fra loro, sono impreparati a concepire una strategia e una tattica complesse, e il partito socialista, diviso al suo interno, è per di più bloccato da una storica incomprensione (denunciata da Salvemini) della questione meridionale, che gli impedisce di unificare il movimento operaio e contadino a livello nazionale.
Tessera di "sansepolcrista"
     Questo impasse rianima il tramortito fascismo, che pareva defunto sul nascere (Mussolini era finito perfino in carcere per qualche ora). Gli agrari armano direttamente lo squadrismo nelle regioni dove più forte è il bracciantato rosso, l’Emilia e la Puglia; nella terra di Di Vittorio (la regione del Sud che ha eletto più parlamentari socialisti) l’azione squadrista è assunta nel 1920 dall’agrario cerignolese Giuseppe Caradonna: Di Vittorio ne denuncerà le responsabilità per l’omicidio del primo deputato vittima dei fascisti, Giuseppe Di Vagno (ucciso a Mola di Bari nel 1921) e ne fronteggerà le milizie difendendo la Camera del Lavoro di Bari Vecchia (1922). La Puglia è stata una regione cruciale per il movimento operaio e di conseguenza per la reazione fascista. Bari sarà premiata dal duce vittorioso con l’istituzione dell’Università, della Fiera del Levante e con altre grandi opere pubbliche. Eppure, secondo il reportage che Tommaso Fiore invia nelle lettere a Piero Gobetti (poi diventate il suo libro più famoso, Un popolo di formiche), nel 1925 il fascismo pugliese è in fondo una variante in continuità con il trasformismo meridionale, e con i mazzieri della tradizione agraria di cui anche Giolitti – un altro “antimeridionalista”! – si è servito nei collegi elettorali del Sud. Il fascismo – afferma Fiore – è rimasto in superficie, cooptando la borghesia grande e piccola senza conquistare il mondo contadino. La rivoluzione meridionale sarebbe forse ancora pensabile, ma ormai il governo Mussolini, figlio delle complicità e debolezze di molti, si sta trasformando in una dittatura, in un regime durevole che prepara la guerra. Se la storia potesse insegnarci qualcosa, direbbe che i fascismi e le loro variabili storiche nascono dalla crisi della democrazia liberale, nonché dalla incapacità delle forze progressiste di guidare una coalizione sociale, e praticare l’unità.

Pasquale Martino
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 12 marzo 2019

mercoledì 9 gennaio 2019

Rosa Luxemburg


Cent’anni senza la rossa Rosa.
Come sarebbe stata la rivoluzione in Occidente?

Sarà un’occasione speciale, per i manifestanti che ogni anno nella stessa data si riuniscono a Berlino presso il canale dove fu gettato il corpo di Rosa Luxemburg. Era la notte fra il 15 e il 16 gennaio 1919, e sono cent’anni da quando la quarantottenne dirigente comunista fu assassinata con il compagno di partito Karl Liebknecht dagli scherani dei Freikorps, corpi franchi ingaggiati per schiacciare la rivoluzione dei consigli operai in Germania. La notizia fece subito il giro del mondo, e non solo grazie alla stampa di sinistra: qui da noi il «Corriere delle Puglie» registrava il fatto, e il periodico «Humanitas» diretto dal repubblicano Piero Delfino Pesce commemorò la rivoluzionaria barbaramente uccisa. Rosa Luxemburg era stata un faro e un simbolo: «un’aquila» la definì Lenin, che pure ebbe con lei non pochi dissidi; una «grande guida spirituale del proletariato» secondo il filosofo György Lukács.
      Ebrea polacca, si trasferì in Germania acquisendone la cittadinanza: poté così militare nel più forte partito marxista del mondo, la socialdemocrazia tedesca. Cresciuto sulla spinta della classe operaia emergente e rafforzatosi in decenni di pace, il socialismo europeo sembrava fino al 1914 essere giunto sulla soglia del potere in molti paesi, Italia inclusa, e specie In Germania. Rosa Luxemburg diventò in breve una figura celebre, pensatrice, economista, formidabile oratrice – lei così piccola e fragile. Era l’esempio più noto di una novità imposta dal movimento operaio: la presenza significativa delle donne ad alti livelli (si pensi a Clara Zetkin, amica di Rosa, organizzatrice delle donne socialiste), convinte – a differenza delle loro sorelle suffragiste – che la liberazione della donna procedesse di pari passo con quella dell’intero proletariato. Ma lo scoppio del conflitto mondiale segnò un drammatico naufragio: i socialdemocratici tedeschi sostennero la guerra imitati dai socialisti degli altri paesi belligeranti (eccettuate Italia e Russia), convertiti al nazionalismo. 
     «La guerra mondiale – scrisse Rosa nel 1915 – ha annientato i risultati di quarant'anni di lavoro del socialismo europeo». Merito indiscutibile di Rosa Luxemburg fu l’aver condotto una lotta intransigente contro la guerra rilanciando in termini aggiornati la gloriosa (e dismessa) tradizione antimilitarista della socialdemocrazia. In generale, avversò sempre ogni nazionalismo compreso quello polacco di sentimenti antirussi, anzi invitò gli operai polacchi e russi alla fraterna solidarietà di classe. Pagò l’intransigenza con la prigione, dove trascorse quasi tutti gli anni della Grande Guerra. Nel contempo contribuiva alla nascita della Lega Spartaco (Spartakusbund), corrente interna alla socialdemocrazia, poi – dopo l’espulsione dal partito nel 1917 – organismo autonomo; ne fu la testa pensante, con Karl Liebknecht, il solo deputato che avesse votato contro i crediti di guerra, popolarissimo fra operai e soldati. Intanto in Russia, nel ’17, è in atto la rivoluzione. Scarcerata alla fine del conflitto, Rosa trova un Paese travolto dal crollo di un’intera classe dirigente, la quale si appoggia ora proprio alla vecchia socialdemocrazia per sopravvivere mentre la rivoluzione scuote anche la Germania. Nascono consigli operai pure a Vienna, repubbliche sovietiche verranno costituite in Baviera e Ungheria, e in Italia il Biennio Rosso culminerà nell’occupazione delle fabbriche: tutta l’Europa sembra voler “fare come in Russia”, inverando la rivoluzione internazionale in cui sperano gli stessi bolscevichi a Mosca.
Memoriale per Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht,
di Ludwig Mies van  den Rohe
(Berlino 1926, demolito dai nazisti nel 1935)
     A dicembre del ’18 gli spartachisti fondano il partito comunista tedesco. Rosa è con loro. Ha sempre combattuto l’illusione che il socialismo possa arrivare per lenta evoluzione; ma nessuno più di lei – prima di Gramsci – si è reso conto della enorme complessità di un processo rivoluzionario in Occidente, rispetto alla dinamica più elementare della Russia zarista. Pur elogiando altamente la rivoluzione russa, ne critica la soppressione della libertà. Non Voltaire, ma Rosa Luxemburg ha detto, nel ‘17: «La libertà è sempre e soltanto libertà di chi pensa diversamente». I comunisti tedeschi non governeranno, scrive nel ‘18, «se non per la chiara, espressa volontà della grande maggioranza delle masse proletarie tedesche e con la loro adesione cosciente». E preconizza un itinerario di «amare esperienze, attraverso vittorie e sconfitte». La tragedia della rivoluzione tedesca fu di aver avuto contro proprio la socialdemocrazia: un ministro socialdemocratico, Noske, armò la mano dei Freikorps. Rosa proponeva ai comunisti di partecipare alle elezioni della assemblea costituente, di non accettare la sfida dello scontro armato in quel momento; i suoi compagni non la ascoltarono, ma lei non li abbandonò. Fu sequestrata con Karl, e trucidata. 
     La sua memoria fu sempre onorata dalle sinistre, appannata solo nell’Urss staliniana. In Italia fu tra le icone del ’68 prima maniera, eretico e “consiliare”, ed ebbe successo l’antologia di suoi scritti a cura di Lelio Basso pubblicata da Editori Riuniti nel 1967, riproposta nel 2018 con una nuova illuminante introduzione di Guido Liguori. Margarethe Von Trotta realizzò un bel film biografico con Barbara Sukowa nella parte di Rosa (1986). Oggi la “rossa Rosa” conserva il fascino della alternativa che non poté esprimersi: che cosa sarebbe stata l’Europa se la rivoluzione avesse trionfato in Germania, se la sconfitta delle rivoluzioni non avesse lasciato aperta la via all’incubo nazifascista? Come ciò avrebbe cambiato l’esperienza della Russia sovietica? Il monito di Rosa Luxemburg, «socialismo o barbarie», ci sembra più che mai attuale. In una metafora marxiana a lei cara, la talpa scava sotterra ed emerge inaspettata; è la rivoluzione che si dichiara – sono le ultime parole scritte da Rosa, il 14 gennaio – : «Io ero, io sono, io sarò!».     

Pasquale Martino
La Gazzetta del Mezzogiorno, 9 gennaio 2019
      

venerdì 7 settembre 2018

Il '68 in Puglia/3


La lunga rivolta delle campagne 
Occupazione, diritti, collocamento pubblico: conquiste che sembrarono irreversibili


Corteo di braccianti in sciopero nel Foggiano, 1971

Nelle campagne pugliesi il Sessantotto durò a lungo: iniziato nel 1967, culminò nel 1969 con una coda nel ’71. Nonostante la sua tradizione, il movimento bracciantile e contadino mostrò indubbie analogie con i nuovi movimenti, studentesco e operaio: perché oltre alla giusta richiesta di reddito da parte di lavoratori bisognosi e precari, dette voce anche alla loro rivendicazione di maggior potere, di diritti e tutele nel mercato del lavoro. 
Regione ancora massicciamente agricola, a dispetto dei recenti poli industriali, la Puglia presentava una struttura produttiva assai articolata, comprendente l’azienda agraria capitalistica, i vecchi feudi latifondistici, la miriade di piccoli poderi a coltivazione diretta. La figura del bracciante era a sua volta molto variegata: includeva una minoranza di salariati fissi, una maggioranza di lavoratori a giornata e stagionali e una serie di figure miste come piccoli contadini, coloni e mezzadri che lavoravano anche a salario per altri, o che a loro volta assumevano uno o due braccianti a giornata. Forse per la prima volta nel ’68 pugliese, tutte queste figure – fino a quel momento divise dalla imperante capacità di controllo degli agrari rappresentati dalla Confagricoltura – riuscirono a unificarsi in un fronte comune. Fu merito di un movimento sindacale che faticosamente superò le divisioni raggiungendo momenti inediti di unità, ma fu soprattutto l’effetto di una spinta dal basso, di un contesto generale, di un’onda di ribellione che pareva volersi estendere a ogni piega della società. 

Nell’estate del ’67 lo sciopero dura 17 giorni, più degli scioperi precedenti incluso quello importante del ’62. Non intendo esaltare lo sciopero fine a se stesso, ma evidenziare quanto sia difficile la situazione di partenza, quanto necessariamente duro il conflitto, il braccio di ferro con un padronato arrogante e tornato baldanzoso dopo i ripiegamenti subiti negli anni di Di Vittorio. Una associazione datoriale che non vuol neppure sedersi a trattare. Si capisce che, quando i sindacati su richiesta del prefetto di Bari propongono di sospendere lo sciopero in cambio della apertura di trattative, scoppino proteste dei lavoratori in molti comuni, numerosi comizi vengano interrotti, perché si teme una ennesima astuzia padronale. Così il mito della radicalità bracciantile, non disposta a compromessi, contagia le avanguardie giovanili del ’68. Spesso interi paesi solidarizzano ed è vistosa la partecipazione delle donne, come lavoratrici e non soltanto nella dimensione “popolare” del movimento. Raffaele Cavalluzzi – italianista, studioso del rapporto fra letteratura e cinema, militante e dirigente politico – mi dà la sua testimonianza a partire da Grumo Appula, dove vive: in quel ciclo di lotte – dice – non si muovono solo le zone di tradizione rossa, ma altresì la moderata conca barese, dove prevale la figura ambivalente del contadino-bracciante; è un moto generalizzato, nel quale secondo Cavalluzzi incide pure una memoria collettiva risalente sia alle burrascose rivolte contadine sia a movimenti coscienti e organizzati come gli “scioperi alla rovescia” (negli anni ’10 a Grumo i contadini di propria iniziativa completano una strada di campagna, da allora detta “strada dei socialisti”). A fianco di sindacalisti esperti, alcuni dei quali pubblicheranno saggi e memorie su quella esperienza (Vitantonio Abbatista, Giuseppe Gramegna, Antonio Mari) si cimentano a vari livelli le nuove leve, di cui è espressione Mimmo D’Onchia, cresciuto nel Pci (il più giovane dirigente della Federbraccianti nel ’69) come lo sono anche giovani del Circolo Lenin, il gruppo della sinistra extraparlamentare presente in molti comuni pugliesi e attivo fra i braccianti, nel quale fanno “gavetta” fra gli altri Pietro Alò, futuro senatore comunista, e Angelo Leo, una vita nella Cgil, entrambi fra i protagonisti della battaglia contro il caporalato negli anni seguenti. 

Contadini e studenti in corteo nel Barese.
Dopo aver ottenuto risultati utili con la vertenza del ‘67, i braccianti aderiscono nel ’68 al movimento contro le gabbie salariali, e i loro elementi più sindacalizzati danno man forte ai primi scioperi degli operai della zona industriale. Nel ’69 una ulteriore e veemente lotta contrattuale scompagina il fronte padronale, ottenendo l’accordo separato con la Coldiretti, poi 140 accordi aziendali, e piegando infine anche la Confagricoltura: si conquistano i delegati aziendali e il diritto d’assemblea, cui si aggiunge la contrattazione collettiva dei patti colonici, finora lasciati ai singoli. Nel ’71 si perviene all’orario di 40 ore settimanali, al rapporto di lavoro a tempo indeterminato dopo 180 giorni, alle qualifiche specializzate oltre che alla estensione dei diritti sindacali ai coloni (che apre la strada alla trasformazione della colonia in affitto). 
Due questioni care ai braccianti sembrano avviate a soluzione: la salvaguardia degli elenchi anagrafici (dove sono iscritti i lavoratori destinatari di interventi assistenziali e previdenziali) che gli agrari vogliono “sfoltire”, e la fine del “mercato di piazza” con l’obbligo di ricorrere al collocamento pubblico (sancito per legge nel 1970). Di fatto il mercato di piazza sopravvivrà, e tornerà in auge negli anni recenti della deregulation, della intermediazione privata e del nuovo caporalato, nonché dei migranti che lavorano in condizioni spaventose, e intraprendono da capo una difficile lotta per i diritti. «I braccianti, italiani e stranieri – mi dice Anna Lepore, segretaria provinciale della Flai-Cgil di Bari (la Federbraccianti di oggi) – continuano ad essere reclutati attraverso il caporale, non necessariamente in piazza, magari col cellulare. È lui che decide chi, dopo una giornata che ancora adesso inizia alle tre del mattino, porterà a casa il pane, sulla base di una selezione che tiene conto esclusivamente di quanto il lavoratore ‘si adatta’ alle condizioni di lavoro offerte dal datore». 


Forme di lotta, partecipazione, repressione giudiziaria

Negli anni 1967-71 gli studenti assistono e talvolta partecipano alle forme della lotta bracciantile nei comuni: blocchi stradali e ferroviari, occupazioni di masserie, sequestro di trebbiatrici, in qualche caso abbattimento di alberi e vigneti, occupazioni di municipi e uffici del lavoro, blocco dei mercati, cortei, manifestazioni intercomunali, assemblee in piazza, dove si svolgono consigli comunali e si riscuote la solidarietà istituzionale, di associazioni, scuole e partiti compresa in molti casi la DC locale. È un conflitto duro ma nel complesso disciplinato, maturo, che non conosce le rabbiose esplosioni di violenza incontrollata del passato. È questa coralità impressionante che sconsiglia alle forze dell’ordine un drastico intervento immediato (ma ad Avola, in Sicilia, nel dicembre ’68 esse sparano sui braccianti in sciopero facendo due vittime); poco dopo arriva però la repressione di una magistratura ancora incrostata di mentalità punitiva, che nella sola provincia di Bari – riferisce il procuratore generale nel 1970 – ha aperto procedimenti giudiziari (per blocco stradale e picchettaggio) a carico di 188 braccianti e 85 studenti. I giuristi democratici protestano, i legali del comitato di solidarietà riescono in parte a limitare il danno.


Pasquale Martino
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 18 agosto 2018

giovedì 9 agosto 2018

La primavera cecoslovacca


Storia di un Sessantotto sequestrato
Praga così vicina, così lontana e sola 

21 agosto 1968 a Brno (dal sito extrastory.cz)
La ribellione del ’68 nacque in molte parti del mondo, contemporaneamente, secondo dinamiche simili ma con obiettivi in parte diversi, e con durate differenti. C’è il “lungo Sessantotto” italiano e c’è il ’68 breve del maggio francese, quasi una insurrezione generale contro il sistema. E c’e n’è un altro, che interessò i paesi comunisti dell’Est europeo: il «Sessantotto sequestrato», così lo definisce il titolo di un libro uscito in occasione di questo Cinquantennale. Curato e introdotto da Guido Crainz, il denso volumetto (Donzelli, Roma) raccoglie saggi di vari autori dedicati a diverse realtà nazionali, Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia. Una pagina di storia “sequestrata” come in una dimensione in disparte, sia per volontà dei regimi interni, sia (nel caso della Polonia e soprattutto della Cecoslovacchia) per le pressioni e l’intervento dell’Urss a difesa del monolitismo, pilastro del proprio impero nella guerra fredda. Sequestrata, anche perché ignorata o sottovalutata dai “movimenti fratelli” nel resto del mondo, e sostanzialmente snobbata dalla sinistra europea. Eppure proprio l’effervescente e drammatica «primavera di Praga» fu un evento capitale di quell’anno memorabile.
Tutto ha inizio qualche tempo prima, in un paese binazionale (oggi diviso fra Cechia e Slovacchia), culturalmente e industrialmente avanzato, che dal 1960 si è voluto fregiare – unico fra i satelliti dell’Urss – del titolo di repubblica «socialista»; in cui, cioè, il socialismo non è in via di costruzione ma si dà per realizzato. E precisamente l’idea di un socialismo proprio e autonomo anima il ’68 praghese, desideroso di innestare sulle conquiste sociali il  tema fino a quel momento eluso dal mondo sovietico: la libertà e la democrazia. La rivolta antiautoritaria ha come punta di diamante gli studenti universitari, nell’autunno 1967 – e ciò accomuna il movimento praghese alle ribellioni studentesche di tutto il mondo – , conquista gli intellettuali animando un dibattito culturale che esalta vivaci tradizioni, e trova un solido sostegno nello stesso Partito comunista, in cui la vecchia e screditata direzione di Antonin Novotny (che ha scagliato la polizia contro gli studenti e ha vietato la influente rivista Literární noviny) viene sostituita a gennaio del ’68 da una nuova maggioranza guidata dallo slovacco Alexander Dubcek.
Fiorisce la primavera di Praga, giornali e riviste si moltiplicano e vanno a ruba, anche gli operai partecipano e si discute di forme di autonomia e di direzione consiliare ispirate per certi versi alla «autogestione» iugoslava. L’economista Ota Sik elabora il «nuovo corso» dell’economia sburocratizzata che dovrà coniugarsi con un rinnovato ruolo di avanguardia del partito di Dubcek, di cui non si contesta il monopolio. La prudenza è necessaria, se si ricorda quanto sia costata  la “fuga in avanti” dell’Ungheria nel 1956, sanguinosamente schiacciata dai carri armati russi. Ma anche ora, a Praga, i conservatori reagiscono e a Mosca i sovietici sono nervosi: a fine giugno il Manifesto delle Duemila parole, con cui gli intellettuali cechi affermano l’irreversibilità del nuovo corso, suscita forti contrasti e convince la dirigenza del Pcus capeggiata da Leonid Breznev a preparare l’intervento militare; l’indipendenza praghese potrebbe essere il principio di uno sgretolamento. Il 21 agosto le truppe del Patto di Varsavia invadono la Cecoslovacchia, in coincidenza con la celebrazione del congresso del partito comunista cecoslovacco che si svolge ugualmente nella clandestinità. La popolazione protesta in modo per lo più nonviolento, con grandi raduni in piazza San Venceslao, con l’ironia e le scritte murali; ai giovanissimi soldati sovietici convinti di essere lì per “combattere il fascismo” i manifestanti mostrano le tessere di iscritti al partito comunista cecoslovacco (Umberto Eco è lì e racconta questi fatti). Tuttavia la normalizzazione ha la meglio, nonostante le tragiche code dei suicidi di protesta di Jan Palach e Jan Zajic. Dubcek viene rimosso e umiliato (verrà riabilitato dopo l’’89).
Per l’Urss è una vittoria di Pirro. La fine violenta del «socialismo dal volto umano», replica della repressione in Ungheria di dodici anni  prima, è la prova definitiva che il sistema sovietico non è riformabile. Anche se questo segno dei tempi non viene colto immediatamente a sinistra. Nell’ambito anticomunista la critica è scontata, ma la condanna americana è sempre rispettosa della sfera di influenza altrui e pretende rispetto per la propria (Cile docet). Fra i paesi socialisti, Cuba e Vietnam del Nord approvano l’intervento, la Cina condanna egualmente Breznev e Dubcek, solo la Iugoslavia appoggia Praga. Il Pci si dissocia da Mosca, non senza resistenze interne, e Berlinguer incomincia il suo cammino di critica all’Urss, irto di difficoltà e contraccolpi. Il Psi dà spazio alla opposizione praghese e candida al parlamento europeo Jiri Pelikan, ex direttore della televisione cecoslovacca. Nell’universo della nuova sinistra, che non ama l’Urss, la simpatia per la primavera di Praga è però tiepida: a Ovest il sogno non è di riformare con la democrazia un socialismo che c’è, ma di conquistare con la rivoluzione un socialismo che non c’è. Solo Rudi Dutskche, leader del movimento studentesco tedesco, fraternizza apertamente con i giovani cechi. In Italia fa eccezione «il Manifesto», la rivista eretica diretta da Lucio Magri e Rossana Rossanda, che nel 1969 con l’editoriale Praga è sola auspica la  sconfitta interna dei regimi sovietici a opera delle forze progressiste di quei paesi. «il Manifesto» è stampato da Dedalo a Bari, dove a dicembre Laterza pubblica uno dei suoi libri sul ’68 che escono con riuscito tempismo: Praga 1968, le idee del nuovo corso, illuminante raccolta di saggi i cui curatori si firmano con lo pseudonimo collettivo di Jan Cech.  

Pasquale Martino   
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 8 agosto 2018




venerdì 11 maggio 2018

Bicentenario di Karl Marx


Il Capitale, Cafiero, 
i rivoluzionari meridionali


Il «ritorno a Marx» è una costante ciclica del dibattito filosofico, economico e politico. Un pensiero la cui inesausta forza analitica resta attrattiva anche quando gli eredi politici della sua tradizione sembrano scomparsi. Tanto più si vorrebbe riscoprirne la prorompente freschezza degli albori, della nascita e divulgazione, in quella seconda metà dell’Ottocento che fu età di rivoluzioni borghesi ancora in corso e di insorgenti lotte di classe capaci di incrinare le certezze del capitalismo trionfante. Nell’Italia appena unificata erano proprio i primi apostoli del movimento operaio a credere che le plebi del Nord e del Sud potessero associarsi nella ribellione contro l’ingiustizia, ispirate di volta in volta dal mazzinianesimo, dal radicalismo di Pisacane, dalla anarchia di Bakunin e dal socialismo scientifico di Marx ed Engels. 
      Molti intellettuali meridionali militavano nella nuova impresa, e fra questi alcuni pugliesi che rinunciarono a facili carriere perseguendo il riscatto delle classi lavoratrici. Il più generoso e culturalmente vivace fu Carlo Cafiero, nato nel 1846 da una ricca famiglia di Barletta, amico del pittore Giuseppe De Nittis suo concittadino, formatosi nel seminario di Molfetta e poi a Napoli: a lui, espressione di un “proto-marxismo libertario” (la definizione è di Gian Mario Bravo), va il merito di aver fatto conoscere per primo a un largo pubblico italiano la dottrina di Marx.
     Recatosi a Londra, Cafiero stabilì un legame soprattutto con Friedrich Engels, col quale restò in corrispondenza epistolare. Tornato in Italia, si adoperò con due conterranei, il tranese Enrico Covelli suo compagno di studi e Carmelo Palladino di Cagnano Varano, per riorganizzare a Napoli la prima sezione che sotto la guida di un altro pugliese, il sarto Stefano Caporusso di Modugno, aveva aderito alla Associazione internazionale dei lavoratori (la Prima Internazionale). È il 1871, il tempo della Comune di Parigi, quando la rivoluzione proletaria sembra incombere sull’Europa. Marx ed Engels guardano con interesse alle potenzialità dell’Italia, ma lo stesso fa l’ormai rivale Bakunin, che ha vissuto nella penisola e vi annovera numerosi seguaci. Pure Cafiero abbandona la linea marxista per abbracciare l’idea bakuniniana: finanzia l’acquisto della Baronata, una villa presso Locarno dove vive con la moglie Olimpia Kutuzova  e che mette a disposizione di Bakunin, ma in seguito prende le distanze dal leader anarchico; la vicenda è narrata nel romanzo di Riccardo Bacchelli Il diavolo al Pontelungo (1927). 
     Dopo aver promosso sfortunate insurrezioni a Castel del Monte e nel Matese, Cafiero si dedica alla sua opera più importante: la riduzione in agile compendio del libro I di Das Kapital, la grande summa teorica di Marx. Il volumetto esce nel 1879, rivolto non solo a lavoratori e a borghesi illuminati, ma, con lungimiranza, anche alla «prima gioventù delle scuole». Karl Marx in persona scrive a Cafiero per lodare la superiore qualità della nuova epitome rispetto a precedenti tentativi altrui e non solo in Italia. Efficacia e chiarezza connotano l’excursus come in questo passo: «La nascita del capitale si risolve nell'altra questione […]: trovare una merce che ci dia più di quanto ci è costata; […] la quale […] possa crescere di valore […] Questa merce tanto singolare esiste davvero e si chiama potenza del lavoro, o forza del lavoro». Opera mai tramontata: Il Capitale compendiato da Cafiero in edizione del 1913 è fra i libri di Gramsci, che nei Quaderni auspica possa realizzarsi una sintesi di pari utilità per le giovani generazioni; l’edizione Samonà e Savelli del 1970 rifornisce le biblioteche dei sessantottini; il compendio è stato sempre ripubblicato ed è disponibile come ebook. 

     Prima di morire proprio nell’anno di fondazione del partito socialista (1892), Cafiero – che ha scritto saggi non irrilevanti su comunismo e anarchia – fa in tempo a maturare posizioni pragmatiche, sulla scia di Andrea Costa staccatosi dall’insurrezionalismo anarchico per sostenere il movimento socialista organizzato. Contribuisce alla diffusione dei testi marxisti anche il socialista beneventano Pasquale Martignetti, lui pure corrispondente di Engels (al quale inoltre pervengono lettere da semplici militanti e simpatizzanti di Trani e Molfetta); tuttavia, mentre Il Capitale viene pubblicato a dispense a Torino, sulla rivista borghese «Bilbioteca dell’Economista», nel socialismo italiano l’assimilazione della teoria di Marx è superficiale e venata di positivismo. Toccherà al pensatore napoletano Antonio Labriola dare impulso alla fine del secolo a una rigorosa conoscenza del marxismo e dello stesso Manifesto di Marx ed Engels. La traduzione e pubblicazione delle opere dei due tedeschi sarà intrapresa nel 1899 da un altro valoroso intellettuale delle nostre terre, il “professore socialista” cioè il potentino Ettore Ciccotti, in collaborazione con la moglie Ernestina D’Errico. E siamo ormai alla prima delle – anch’esse cicliche – “crisi del marxismo”, addirittura alla “morte del marxismo teorico” proclamata da Benedetto Croce al sorgere del Novecento. 
     Invece il “secolo breve” segna l’avventura drammatica di un movimento storico di grandi masse che in tutto il pianeta ha nelle idee di Marx il proprio vessillo. Concluso quel secolo con dolorosi fallimenti ma con una inevasa domanda di eguaglianza e libertà, rimane il fascino di un pensatore radicalmente critico, che nel Bicentenario della nascita è forse ancora il più studiato nel mondo, e grazie a un intelligente regista haitiano (Raoul Peck) fa ora discutere il pubblico del grande schermo.   

Pasquale Martino   
"La Gazzetta del Mezzogiorno", 5 maggio 2018