Lavoro,
lotta, sangue, Sud
9
aprile 1969, cinquanta anni dopo
Contrariamente
a quanto tramandato dal luogo comune, il 1968 italiano è stato assai poco
violento: l’anno meno violento nel decennio tumultuoso che si inaugurava. Solo
a dicembre, come un veleno nella coda, arrivarono le vittime: i due
manifestanti uccisi dalle forze dell’ordine ad Avola, in Sicilia, durante uno
sciopero di braccianti. Fu un segnale di svolta: pochi mesi dopo si aggiunsero
i morti di Battipaglia, ad aprire un anno ben altrimenti drammatico. Era il 9
aprile 1969, cinquanta anni fa. Con Avola e Battipaglia, fra l’altro, il Sud
entrava a pieno titolo in un grande capitolo di storia nazionale – la stagione
dei diritti – e ci entrava pagando il primo tributo di sangue.
Battipaglia in provincia di Salerno era un
nodo strategico delle comunicazioni, nonché centro agroindustriale della piana del Sele, una
delle zone di agricoltura avanzata distribuite a macchia di leopardo nell’Italia
meridionale, dove aveva avuto parziale attuazione la riforma agraria. Gli
stabilimenti di trasformazione del prodotto agricolo locale, creati dalla
salernitana Saim (Società agricola industriale del Mezzogiorno), uno
zuccherificio e di un tabacchificio, davano lavoro e avevano agevolato il
rapido incremento demografico della cittadina campana. Ma non mancavano le
ombre: il lavoro nelle fabbriche era per lo più stagionale come quello nei
campi; la condizione dell’operaio al pari di quella del bracciante, entrambi
sottopagati, era precaria, priva di diritti, soggetta al caporalato; le
numerose tabacchine – protagoniste della rivolta – erano indice non soltanto di
una emancipazione femminile attraverso il lavoro, ma anche di una intensa
emigrazione della manodopera maschile: contraddizioni del distorto sviluppo
meridionale, che si portava dietro le sacche del sottosviluppo vecchie e nuove.
Quando la Saim chiude lo zuccherificio e
annuncia la chiusura del tabacchificio, la città prova sgomento e rabbia. Il consiglio
comunale chiama la popolazione allo sciopero il 9 aprile, mentre il sindaco va
a incontrare il governo. La manifestazione è enorme, tutti aderiscono e gli
esercizi commerciali chiudono per solidarietà; la città è ferma, la protesta è
assolutamente pacifica. I manifestanti occupano i binari della ferrovia,
attuando una forma di lotta che si è andata affermando in Italia (a marzo, i
treni vengono bloccati per ore a Parma, dopo il fallimento dell’industria di
elettrodomestici Salamini). La polizia ha ordine da Roma di intervenire con pugno
ferreo; è questa la causa degli incidenti, come la storiografia dà oggi per acquisito
(si legga per esempio Guido Crainz, che a quegli anni ha dedicato studi
importanti). La polizia italiana, prima di avviare un difficile percorso di
democratizzazione approdando alla controversa riforma del 1981, trattava gli
scioperanti come un nemico pubblico e aveva il grilletto facile. A Battipaglia,
durante gli scontri di piazza, si sparò a lungo sui dimostranti: di 200 feriti,
100 risultarono colpiti da arma da fuoco, i fori di proiettile sui muri ad
altezza d’uomo erano visibilissimi e fu quasi un miracolo se i morti furono soltanto
due: la professoressa di liceo Teresa Ricciardi, 26 anni, che affacciatasi al
balcone di casa venne raggiunta al cuore, e l’operaio tipografo Carmine Citro,
19 anni, colpito alla testa. Citro, il cui posto di lavoro non era a rischio,
aveva detto ai familiari che scendeva in piazza «per i diritti degli altri, per
i diritti di tutti». Il fotografo Elio Caroccia fu picchiato (era capitato a
Mimmo Castellano a Bari, nel 1962, durante lo sciopero degli edili) e finì in
ospedale. Dopo l’eccidio la rivolta è generalizzata, la polizia è costretta a
ritirarsi e la città resta in mano ai ribelli. L’11 aprile si svolgono gli
imponenti funerali dei due caduti, mentre è in corso in tutta Italia lo
sciopero generale di protesta. In seguito, la chiusura delle fabbriche verrà
revocata e Battipaglia potrà respirare almeno per un po’; ma i responsabili
della sparatoria non saranno individuati.
La rivolta di Battipaglia non è
assimilabile a quella del 1970 a Reggio Calabria, ambigua e ben presto presa in
mano dai neofascisti. Questi avevano tentato di infiltrarsi a Battipaglia, ma
con un ruolo marginale. Vero è che nella città campana furono contestati
sindacalisti e politici venuti “da fuori”, ma in seguito la classe operaia che
era stata il nerbo della protesta si organizzò sindacalmente e anche la
Federbraccianti Cgil ebbe una notevole crescita di iscritti. Fu la sinistra a
dare voce a quelle ragioni: a Bari il segretario del Psiup Giacomo Princigalli
fu denunciato e assolto per un volantino di accusa alla polizia. La sommossa
nella piana del Sele era stata avvisaglia di un imminente corso storico
caratterizzato da un conflitto di forze: da un lato il possente movimento
dell’Autunno Caldo, che unì Nord e Sud (mai stati così vicini) e produsse lo
statuto dei lavoratori (cui lavorò Gino Giugni nei suoi anni di insegnamento
barese); dall’altro la reazione violenta che non esitò a ricorrere all’arma
criminale dello stragismo nero (attivo in tutto il 1969 fino alla bomba di
dicembre a Milano), innescando un circolo vizioso che avrebbe avuto il
risultato di limitare le conquiste sociali pur cospicue e di inceppare il
processo democratico.
In un documentario indipendente girato a
Battipaglia un anno dopo da Luigi Perelli e Giorgio Rambaldi (conservato dall’Archivio
audiovisivo del Movimento operaio e restaurato con il concorso dell’Archivio
storico Benedetto Petrone di Brindisi), una giovane tabacchina dichiara durante
un’assemblea alla Camera del Lavoro: «siamo operai, siamo poveri,
siamo schiavi, è meglio che ci aiutiamo fra di noi». Più semplice e chiara
“filosofia” di quel momento irripetibile non si potrebbe trovare, ed è
emblematico che a enunciarla sia stata una lavoratrice del Sud.
Pasquale Martino
«La
Gazzetta del Mezzogiorno», 3 aprile 2019