lunedì 27 marzo 2017

De Sanctis

Il filo rosso fra cultura e popolo
L’eredità discussa del grande intellettuale meridionale, 200 anni dopo



Davvero un lungo bicentenario, quello della nascita di Francesco De Sanctis (28 marzo 1817-2017). Le celebrazioni inaugurate già da qualche anno con un nutrito programma – di cui abbiamo dato conto a suo tempo («La Gazzetta del Mezzogiorno», 17/12/2014) – culminano in questi giorni, nella natia Irpinia e non solo, visto che il Mibact annuncia l’emissione di una moneta commemorativa e, per venire a noi, il liceo classico di Trani intitolato allo storico della letteratura promuove un certame e una giornata di studi. Sembra condivisa l’opportunità di solennizzare l’anniversario e farne occasione di dibattito; meno univoca appare la chiave di lettura da utilizzare per intendere, due secoli dopo, e accostare ai giovani la figura complessa di questo grande studioso che fu anche uomo d’azione.
È forse il modello di intellettuale “meridionale” – ci si chiede – capace con la sua adesione al Risorgimento di fare apparire il Sud più protagonista e meno subalterno nel controverso processo di unificazione? È il grande innovatore della critica, l’inventore di un genere letterario – la moderna storia della letteratura – che egli seppe forgiare narrando come in un romanzo l’epopea delle lettere italiane in simbiosi con la genesi del sentimento nazionale? O ancora, è un padre della scuola italiana unitaria, per la quale si batté in qualità di ministro della pubblica istruzione del primo governo d’Italia, e poi di parlamentare, sforzandosi di avviarla a un legame fra «scienza e vita», di farne una scuola di educazione popolare? Certo De Sanctis è tutte queste cose e molto di più. Egli è innanzitutto, ci pare, una coscienza critica di quella borghesia ottocentesca che fra incertezze e contraddizioni riuscì a realizzare, quasi del tutto senza masse popolari, un capolavoro politico ammirato in Europa, l’unità di Italia. Coscienza critica, perché non gli sfuggivano affatto gli errori e i limiti del processo compiuto e ancora in via di compimento. Il punto nodale era per lui l’antica separazione fra intellettuali e popolo, che attraversava la storia letteraria italiana; una storia dialettica, nel concetto desanctisiano, caratterizzata da avanzate e ritorni indietro sebbene in una tensione costante verso il progresso.

Francesco De Sanctis (1817-1883)
La formazione di una cultura, letteraria e non solo, che scaturisca da un dialogo con il sentimento popolare e sappia interpretarlo: questo è il cruccio di De Sanctis. Schierandosi con la sinistra parlamentare e osservando senza pregiudizio di classe il nascente movimento socialista, lo studioso irpino configura un nuovo tipo di intellettuale, antiaccademico, capace – sulle orme di Dante Alighieri – di estendere il più possibile la comprensione della poesia e il gusto estetico ai ceti umili. Ciò comporta una concezione diversa della cultura, che non può sussistere senza essere «lotta culturale», per generare «un’etica, un modo di vivere, una condotta civile e intellettuale»: sono parole di una celebre pagina dei Quaderni del carcere dedicata a De Sanctis. E qui ricordiamo l’altro anniversario in corso, l’80° della morte di Antonio Gramsci (1937): a lui si deve la riproposizione, nel Novecento, dell’esempio “militante” di De Sanctis come antitesi di una concezione distaccata ed elitaria dell’attività intellettuale. Il che non significava né sancire una volta per sempre una particolare metodologia o ispirazione estetico-critica, né avallare l’idea che il metodo desanctisiano fosse meno rigoroso di altri fondati sulla astrazione di uno specialismo incontaminato.
Antonio Gramsci (1891-1937)
Del resto, proprio l’anniversario è un’occasione per rivisitare la feconda produzione critica di uno dei nostri più grandi letterati. Ma qui vogliamo in conclusione domandarci se la sua figura intellettuale, paradigmatica nella storia italiana, abbia ancora un vigore e un senso. Se lo abbia, per esempio, dopo «il grande silenzio» degli intellettuali denunciato anni fa da Alberto Asor Rosa. E dopo che si va estinguendo una generazione che ha ritenuto inscindibile il binomio cultura-impegno civile. Pensiamo a Ermanno Rea scomparso di recente, che ripercorse l’itinerario del Viaggio elettorale di De Sanctis ricavandone un reportage fotografico – lui divenuto poi famoso come scrittore (se ne è parlato in un incontro promosso dai Fotografi di strada a Bari). Se oggi la “democrazia” è quella “del web”, con tutte le implicazioni nella formazione dell’opinione pubblica, quale intellettuale – docente, comunicatore, artista – consapevole e responsabile (e non solo tecnico competente) ne è il corrispettivo? E il sistema scolastico, nella sua precarietà, è in grado di farsene carico? Il binomio di cui sopra resiste qua e là a macchia di leopardo: coscienza inquieta di una transizione, non si sa ancora verso dove.

Pasquale Martino    
«La Gazzetta del Mezzogiorno» 28 marzo 2017