venerdì 11 maggio 2018

Bicentenario di Karl Marx


Il Capitale, Cafiero, 
i rivoluzionari meridionali


Il «ritorno a Marx» è una costante ciclica del dibattito filosofico, economico e politico. Un pensiero la cui inesausta forza analitica resta attrattiva anche quando gli eredi politici della sua tradizione sembrano scomparsi. Tanto più si vorrebbe riscoprirne la prorompente freschezza degli albori, della nascita e divulgazione, in quella seconda metà dell’Ottocento che fu età di rivoluzioni borghesi ancora in corso e di insorgenti lotte di classe capaci di incrinare le certezze del capitalismo trionfante. Nell’Italia appena unificata erano proprio i primi apostoli del movimento operaio a credere che le plebi del Nord e del Sud potessero associarsi nella ribellione contro l’ingiustizia, ispirate di volta in volta dal mazzinianesimo, dal radicalismo di Pisacane, dalla anarchia di Bakunin e dal socialismo scientifico di Marx ed Engels. 
      Molti intellettuali meridionali militavano nella nuova impresa, e fra questi alcuni pugliesi che rinunciarono a facili carriere perseguendo il riscatto delle classi lavoratrici. Il più generoso e culturalmente vivace fu Carlo Cafiero, nato nel 1846 da una ricca famiglia di Barletta, amico del pittore Giuseppe De Nittis suo concittadino, formatosi nel seminario di Molfetta e poi a Napoli: a lui, espressione di un “proto-marxismo libertario” (la definizione è di Gian Mario Bravo), va il merito di aver fatto conoscere per primo a un largo pubblico italiano la dottrina di Marx.
     Recatosi a Londra, Cafiero stabilì un legame soprattutto con Friedrich Engels, col quale restò in corrispondenza epistolare. Tornato in Italia, si adoperò con due conterranei, il tranese Enrico Covelli suo compagno di studi e Carmelo Palladino di Cagnano Varano, per riorganizzare a Napoli la prima sezione che sotto la guida di un altro pugliese, il sarto Stefano Caporusso di Modugno, aveva aderito alla Associazione internazionale dei lavoratori (la Prima Internazionale). È il 1871, il tempo della Comune di Parigi, quando la rivoluzione proletaria sembra incombere sull’Europa. Marx ed Engels guardano con interesse alle potenzialità dell’Italia, ma lo stesso fa l’ormai rivale Bakunin, che ha vissuto nella penisola e vi annovera numerosi seguaci. Pure Cafiero abbandona la linea marxista per abbracciare l’idea bakuniniana: finanzia l’acquisto della Baronata, una villa presso Locarno dove vive con la moglie Olimpia Kutuzova  e che mette a disposizione di Bakunin, ma in seguito prende le distanze dal leader anarchico; la vicenda è narrata nel romanzo di Riccardo Bacchelli Il diavolo al Pontelungo (1927). 
     Dopo aver promosso sfortunate insurrezioni a Castel del Monte e nel Matese, Cafiero si dedica alla sua opera più importante: la riduzione in agile compendio del libro I di Das Kapital, la grande summa teorica di Marx. Il volumetto esce nel 1879, rivolto non solo a lavoratori e a borghesi illuminati, ma, con lungimiranza, anche alla «prima gioventù delle scuole». Karl Marx in persona scrive a Cafiero per lodare la superiore qualità della nuova epitome rispetto a precedenti tentativi altrui e non solo in Italia. Efficacia e chiarezza connotano l’excursus come in questo passo: «La nascita del capitale si risolve nell'altra questione […]: trovare una merce che ci dia più di quanto ci è costata; […] la quale […] possa crescere di valore […] Questa merce tanto singolare esiste davvero e si chiama potenza del lavoro, o forza del lavoro». Opera mai tramontata: Il Capitale compendiato da Cafiero in edizione del 1913 è fra i libri di Gramsci, che nei Quaderni auspica possa realizzarsi una sintesi di pari utilità per le giovani generazioni; l’edizione Samonà e Savelli del 1970 rifornisce le biblioteche dei sessantottini; il compendio è stato sempre ripubblicato ed è disponibile come ebook. 

     Prima di morire proprio nell’anno di fondazione del partito socialista (1892), Cafiero – che ha scritto saggi non irrilevanti su comunismo e anarchia – fa in tempo a maturare posizioni pragmatiche, sulla scia di Andrea Costa staccatosi dall’insurrezionalismo anarchico per sostenere il movimento socialista organizzato. Contribuisce alla diffusione dei testi marxisti anche il socialista beneventano Pasquale Martignetti, lui pure corrispondente di Engels (al quale inoltre pervengono lettere da semplici militanti e simpatizzanti di Trani e Molfetta); tuttavia, mentre Il Capitale viene pubblicato a dispense a Torino, sulla rivista borghese «Bilbioteca dell’Economista», nel socialismo italiano l’assimilazione della teoria di Marx è superficiale e venata di positivismo. Toccherà al pensatore napoletano Antonio Labriola dare impulso alla fine del secolo a una rigorosa conoscenza del marxismo e dello stesso Manifesto di Marx ed Engels. La traduzione e pubblicazione delle opere dei due tedeschi sarà intrapresa nel 1899 da un altro valoroso intellettuale delle nostre terre, il “professore socialista” cioè il potentino Ettore Ciccotti, in collaborazione con la moglie Ernestina D’Errico. E siamo ormai alla prima delle – anch’esse cicliche – “crisi del marxismo”, addirittura alla “morte del marxismo teorico” proclamata da Benedetto Croce al sorgere del Novecento. 
     Invece il “secolo breve” segna l’avventura drammatica di un movimento storico di grandi masse che in tutto il pianeta ha nelle idee di Marx il proprio vessillo. Concluso quel secolo con dolorosi fallimenti ma con una inevasa domanda di eguaglianza e libertà, rimane il fascino di un pensatore radicalmente critico, che nel Bicentenario della nascita è forse ancora il più studiato nel mondo, e grazie a un intelligente regista haitiano (Raoul Peck) fa ora discutere il pubblico del grande schermo.   

Pasquale Martino   
"La Gazzetta del Mezzogiorno", 5 maggio 2018