Anna, Dana e le pugliesi che fecero la Storia
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La rivolta delle donne nel piccolo comune
della Daunia fu la punta di un iceberg: essa confermò alle autorità che il
consenso sociale al fascismo si era incrinato nel profondo; e la guerra era
stato il fattore scatenante. Sei mesi dopo, gli scioperi nelle fabbriche
dell’Italia settentrionale certificarono la crisi del regime, gettando le basi
– unitamente all’invasione angloamericana in Sicilia – del crollo avvenuto il
25 luglio del 1943. Non a caso l’antifascismo popolare, spontaneo, delle donne
scaturiva dal dissesto sociale, dalla politica annonaria di guerra instaurata
dal regime, che colpiva duramente le classi più povere. Né può apparire casuale
che fossero le donne a prendere la parola, spinte da una inedita e drammatica
condizione, mentre più di tre milioni di maschi italiani erano impegnati
lontano, sui fronti bellici, e oltre seicentomila si trovavano rinchiusi nei
campi di prigionia americani e inglesi (e a essi si aggiunsero, dopo
l’armistizio, altri ottocentomila militari deportati nei Lager tedeschi). La
donna era adesso capofamiglia, lavoratrice fuori e dentro casa, procacciatrice
dei più disparati mezzi di sopravvivenza, custode dei rifugi antiaerei,
scioperante, dimostrante, capopopolo. Del resto, sette anni prima, quando
ancora non c’era la guerra mondiale ma già si mobilitavano uomini in vista
dell’attacco all’Etiopia, era toccato alle lavoratrici del tabacco dare vita a
proteste e scioperi nel Salento; il 15 maggio del 1935 esse avevano guidato una
manifestazione popolare a Tricase: era seguita la reazione non certo inusuale
delle forze dell’ordine, che avevano aperto il fuoco uccidendo cinque
dimostranti, fra cui un ragazzo quindicenne e tre donne: Maria Assunta Nesca,
Cosima Panico e Donata Scolozzi. Sempre meno tollerabili erano lo sfruttamento
e la sofferenza sociale in cui versavano le tabacchine, addette a quella sorta
di fabbrica diffusa per la coltivazione e la lavorazione del tabacco che aveva
cambiato il paesaggio agrario in provincia di Lecce.
Gli episodi citati sono come strappi sulla
tela apparentemente uniforme di una storia di dominio e sottomissione.
Osservato con una lente di ingrandimento, non panoramica, quel tessuto rivela
le scuciture e le rotture dovute al fulmineo manifestarsi di istanze popolari
subito dopo rientrate nella esteriore ordinarietà. Il conflitto sociale, agito
dalle donne, è – come si è già detto – la cifra dell’antifascismo popolare in
un dato momento storico. L’esplorazione di carte di prefettura e di polizia
farebbe risaltare, al di sotto degli scoppi dirompenti, il pulviscolo
dell’opposizione sociale al potere classista incarnato dal fascismo; e si
incontrerebbe traccia di una ricorrente e multiforme indocilità femminile. La
tradizione orale ha conservato, in un canto di lavoro delle tabacchine, la
protesta contro la «maestra», sorta di caporeparto e sorvegliante aguzzina:
«Lli grida la maestra / “Se secuti a tardare / te ‘ccusu allu patrunu / e poi
te fazzu llecenziare.” / Ci ete ‘sta maestra? / Ca de ‘stu magazzinu /
mandàtila ddha ffore / va sci a ccoja petrusinu». Il quotidiano attrito delle
braccianti con i fattori e i caporali nelle campagne del Tarantino, al tempo
del fascismo e della guerra, e poi, dal 1943, l’esperienza sindacale e di
partito sono raccontati nelle memorie di Maria Colamonaco, di Santeramo in
Colle; trent’anni dopo, candidata dal PCI, sarà la prima donna eletta nel
Consiglio regionale della Puglia.
Nel 1943, per l’appunto, il 25 luglio fa
saltare la cappa imposta dal fascismo: nel repentino accelerarsi degli eventi,
il ribollire del malessere sociale viene alla luce del sole nonostante la
repressione attuata dal governo monarchico-militare di Badoglio. La storica
Marina Comei ha contato 56 agitazioni di massa in provincia di Bari nell’anno
che segue la caduta di Mussolini; i commissariati di polizia danno conto di
migliaia di manifestanti: difficile pensare che le donne non siano una
componente del movimento, attiva e comunque visibile. Una presenza che si
affaccia anche in una manifestazione segnatamente politica, come quella
organizzata dagli antifascisti a Bari il 28 luglio per festeggiare la
recuperata libertà e l’imminente scarcerazione degli oppositori. La
testimonianza del giovane pubblicista Plinio Salerno racconta della «irsuta e
fiammeggiante vecchia» che prende parte al gioioso sgombero di una sede rionale
del partito fascista assalita dai dimostranti. E poco dopo, quando i soldati sparano
ripetutamente contro chi manifesta – i morti saranno venti, nel più grave
eccidio dei «quarantacinque giorni» badogliani – lo stesso giornalista porge
aiuto a «una giovane fanciulla [che] sanguinava da un braccio». Presenze
anonime, che non compariranno negli elenchi dei morti, dei feriti e degli
arrestati, e che soltanto la penna di Salerno riesce a fissare nel
ricordo. E ancora, nella giornata
coraggiosa del 9 settembre, quando a Bari si combatte contro i tedeschi che
attaccano in più punti – il Porto, le Poste, il trasmettitore di Radio Bari –
una donna della città vecchia corre ad avvertire il generale Nicola Bellomo,
che mette in piedi un’improvvisata difesa raccogliendo gli uomini che trova sul
posto; e almeno due testimonianze riferiscono che sulle antiche mura, a dar man
forte ai soldati italiani – quando il quindicenne Michele Romito ferma
un’autocolonna tedesca mandando in fiamme con una bomba a mano il mezzo di
testa – fra gli scugnizzi di Bari Vecchia compaiono anche delle ragazzine; e da
un’altra parte della città, vicino al passaggio a livello del rione Madonnella,
una diciannovenne, Adriana Di Donato, a suo rischio e pericolo corre avanti e
indietro per segnalare ai soldati del presidio i movimenti delle truppe
germaniche: tanto che l’associazione dei partigiani, l’ANPI, accoglierà la
ragazza tra le sue file con la qualifica di «benemerita», perché – è scritto in
una dichiarazione – «ha collaborato alla cacciata dei tedeschi dalla città di
Bari».
Pochi mesi dopo, a dicembre, muore nel
capoluogo la sessantottenne Anna Quintavalle. Quarantacinque anni prima, il 27
aprile del 1898, quella «barivecchiana» allora ventitreenne ha capeggiato la
rivolta contro l’aumento del prezzo del pane, scatenatasi a Bari come in molte
altre città italiane. Sotto la guida della «portabandiera» – così sarà
soprannominata la Quintavalle, che pare trascinasse la folla brandendo
effettivamente un vessillo – fu assalito, occupato e in parte devastato il
palazzo di città. Per riportare l’ordine arrivò il generale Luigi Pelloux (che
pochi mesi dopo sarebbe diventato presidente del Consiglio dei ministri) il
quale poté placare il furore popolare anche attuando una tipica misura
pacificatrice: lavori pubblici per i disoccupati; entro poche settimane fu
avviata la costruzione del teatro Petruzzelli, che, progettato, era rimasto
fino a quel momento sulla carta. Cosicché la realizzazione del grande politeama
cittadino si deve alla lotta dei lavoratori disoccupati e anche alla
Quintavalle che dette il la alla ribellione. Ci si può domandare che cosa pensò
la portabandiera nel 1943, quando la sua città fu scossa da grandi eventi quali
l’eccidio del 28 luglio e la battaglia del 9 settembre. Chi riflette su quei
fatti è còlto dalla suggestiva fantasia che gli fa identificare la
«fiammeggiante vecchia» ritratta da Plinio Salerno con l’anziana Anna
Quintavalle immaginata mentre conduce, contro la sede fascista, l’ultimo
assalto della sua vita.
Da settembre ai primi di ottobre del ’43
si protrae il lungo tragico mese della ritirata / occupazione tedesca in Puglia
(che nei territori limitrofi della Capitanata si prolungherà fino a novembre).
Devastante ritirata, punteggiata da distruzioni sistematiche, saccheggi,
uccisioni e rappresaglie, contro militari e civili italiani, mentre più rari (e
concentrati nel Tarantino) sono gli scontri a fuoco con gli Alleati che
risalgono dopo essere sbarcati nel porto ionico. E sanguinosa occupazione
militare, imposta soprattutto al Nord della Puglia, a partire dai terrificanti
quattordici giorni di Barletta. Le donne non meno degli uomini pagano un prezzo
a quel tempo di ferro e fuoco. Vi sono donne, anziane, giovani, bambine, che
muoiono sotto il fuoco dell’artiglieria germanica (ad Ascoli Satriano, a
Barletta), o come vittime “collaterali” dei combattimenti (a Castellaneta,
Trani) o prese di mira singolarmente mentre assicurano la continuità – si
vorrebbe dire la normalità – della vita in quell’universo capovolto: Rosaria
Cannito è uccisa da una sventagliata di mitra quando apre la porta di casa a un
milite tedesco che bussa (Barletta, 12 settembre); Filomena Procino cade
trafitta mentre sta stendendo il bucato ad asciugare (Gioia del Colle, 16
settembre); Angela Guarnieri è uccisa mentre – così recita uno scarno resoconto
– è «di passaggio in una via campestre» (Putignano, 9 settembre); Domenica
Pappalardo è «presa a fucilate e ferita gravemente» quando sta andando a
lavorare in campagna (Gravina in Puglia, 9 settembre). Tornano alla mente i
filmati di Sarajevo assediata (1992-95), dove si intravvedono donne cariche di
buste della spesa attraversare la strada sotto il tiro accanito dei cecchini.
Nell’autunno del ’43, in Puglia, vi sono donne che non solo resistono, ma
reagiscono: Addolorata Sardella e Lucia Corposanto estraggono un uomo quasi
moribondo dal groviglio di corpi dei vigili urbani trucidati dai nazisti e lo
trascinano in salvo (Barletta, 12 settembre); Leonarda Bertinelli,
da sola con suo padre, mantiene il contatto telefonico fra il centralino
dell’acquedotto e la stazione dei carabinieri, nonostante le minacce mortali
dei tedeschi (Corato, 3 ottobre); Maria Rosaria D’Amelio è con un gruppo di
civili armati che sparano contro i tedeschi assecondando l’ingresso degli Alleati
(Alberona, 2 ottobre). E non è finita: la guerra continuerà a colpire anche
dopo il ritiro delle forze germaniche: donne e uomini periscono in una corriera
che salta su una mina tedesca a Candela (15 novembre); 53 civili a Canosa e 6 a
Molfetta (fra cui una bambina e tre bambini) sono stroncati da un raid aereo
germanico il 6 novembre. Né si possono dimenticare le migliaia di vittime (il
numero definitivo non è mai stato accertato), donne, uomini, bambini, sepolti
sotto le macerie di Foggia crollata per i bombardamenti alleati nell’estate
dello stesso anno.
Poi, mentre a nord della linea Gustav la
guerra continua, nella Puglia sconvolta e povera – occupata ora dagli
angloamericani – ha inizio un difficile dopoguerra. Il 28 gennaio 1944, quando
si riunisce a Bari il congresso dei CLN, prima assemblea libera in Europa –
assemblea chiusa al pubblico, a cui sono ammessi soltanto i delegati dei
partiti per rigida disposizione degli Alleati – una sola donna siede in un
palco del teatro Piccinni, ad ascoltare il discorso inaugurale di Benedetto
Croce: è la partigiana «Clorinda», ovverosia la scrittrice e giornalista Alba
De Céspedes, per l’occasione cronista di Radio Bari. «Cominciavo a capire –
dirà quella sera stessa nella trasmissione Italia combatte – che non
soltanto un regime era finito, ma tutto un modo di vivere […] C’era un gran
sole attorno, era proprio una giornata bellissima, come qualche volta in
primavera quando ogni cosa rinasce e la speranza è più facile». E nel mondo che
si sforza di rinascere le donne si prendono un posto. Ci piace ricordare la
ragazza Lucrezia Andriani (Zina), laureata in lingue, che funge da interprete a
Radio Bari, dà una mano in redazione, batte a macchina e all’occorrenza fa
anche da speaker radiofonica. A fronte delle partigiane di origine pugliese
emigrate al Nord, e di quelle rientrate nelle proprie città di Puglia,
arriveranno dal Nord nel capoluogo, con i loro compagni o da sole, non poche
partigiane che lavoreranno come impiegate, infermiere, casalinghe, e
intellettuali come Anna Macchioro che andrà a insegnare al liceo Quinto Orazio
Flacco e sua cognata Celsa Resta anche lei docente (Anna ha per marito il
futuro etnologo Ernesto De Martino, Celsa sposa l’economista Aurelio
Macchioro). Ma ancora prima è sopraggiunto un gruppo di partigiane slovene, ex
prigioniere, che si addestra con i compagni in quello che la memoria storica
jugoslava chiama il «campo di Gravina», ovvero il «campo 65» in agro di
Altamura (la travagliata e avventurosa epopea di quelle partigiane, guidate da
Dana Žagar, è stata raccontata di recente da Sante Cutecchia e Francesco
Massaro); per quello stesso campo passerà, subito dopo, l’odissea delle esuli
istriane, con le loro famiglie (l’ha rievocata in un suo libro Nevia Mitton,
allora bambina). E sarà il tempo dell’ondata di profughe e profughi che si
riversa in Puglia, ultimo margine d’Italia e d’Europa: nella Casa Rossa di
Alberobello vengono convogliate le «indesiderabili», prostitute, ex
collaborazioniste, “sbandate” e senza famiglia di tutto il Vecchio Continente,
e inoltre ebree ed ebrei che peraltro trovano collocazioni provvisorie pure a
Palese e in altri campi e strutture disseminate lungo la costa, anelando alla
partenza verso una terra promessa e sconosciuta.
È il dopoguerra delle rinnovate lotte del
lavoro. Perché tutto manca: terra da coltivare, impiego lavorativo quale che
sia, salario sufficiente e dignitoso, sussidi per tanti che ne hanno bisogno;
quasi dappertutto inesistenti i diritti sindacali. Alle tabacchine del Salento,
che non demordono, si affiancano a Bari, idealmente, le operaie della “moderna”
Manifattura dei Tabacchi, la fabbrica-cittadella incastonata quasi nel cuore
della città. Qui, ai primordi della sindacalizzazione, aveva portato il suo
messaggio di emancipazione Rita Majerotti, la sindacalista veneta, comunista,
antifascista e femminista ante litteram “venuta da lontano”; nel
dopoguerra si prodigherà per le tabacchine di Bari la militante sindacale e
socialista Ada Del Vecchio, che diventerà parlamentare; infine, le operaie
della manifattura raggiungeranno col tempo un traguardo simbolico eleggendo una
di loro, Luigia De Marinis, come prima donna nel consiglio comunale del
capoluogo. A Foggia le operaie della Cartiera, la più importante industria
cittadina, cooperano innanzitutto alla ricostruzione dello stabilimento dopo
gli ingenti danni bellici e intraprendono la via accidentata della
rivendicazione dei propri diritti. Ma, in un quadro sociale e istituzionale
incerto e tutto in divenire, il movimento sindacale e la protesta popolare si
esprimono in forme dure e spesso incontrollate. A entrare in ebollizione sono
soprattutto le campagne, i centri agricoli grandi e piccoli, dove inapplicati
restano i decreti del ministro Fausto Gullo, che concederebbero a contadini
associati in cooperative di coltivare quote di terra lasciate incolte dai
proprietari. La rabbia cresce, la «fame violenta» spinge i braccianti ad azioni
di forza in risposta alle chiusure di un padronato ottusamente egoista, le
forze dell’ordine intervengono in ossequio a un automatismo pregiudiziale e
inveterato per cui ogni ribellione è tout court sovversione da stroncare
militarmente. «La Puglia – si legge nell’agosto del 1945 sul quotidiano “Il
Popolo” – appare l’epicentro di una agitazione meridionale che si esprime in
forme di acuta violenza». Il 25 giugno di quell’anno Minervino Murge insorge,
si proclama «repubblica» contro il regno d’Italia e si prepara all’assedio
fortificando e armando i punti salienti dell’abitato. Accorrono ingenti forze
militari, un cittadino muore nel conflitto a fuoco, ma infine è risolutivo
l’intervento di mediazione di dirigenti del PCI provinciali e nazionali. Né
manca la violenza terroristica: il 7 maggio a Molfetta, mentre la popolazione
festeggia in piazza la prima notizia della resa tedesca che pone termine alla
guerra, una bomba lanciata da mano ignota – quasi certamente da fascisti che
stazionano lì nei pressi – ferisce molti e uccide le due sorelline Antonia e
Giacomina De Bari (18 e 7 anni).
Dentro le occupazioni delle terre, che
vedono intere famiglie insediarsi nei campi lontani dai centri abitati, per
iniziare i lavori necessari, e dentro le agitazioni popolari che scuotono i
paesi e assediano i municipi, le donne sono partecipi e spesso protagoniste in
prima fila. Ciò avviene anche nel capoluogo pugliese; «La Gazzetta del
Mezzogiorno» fa sapere che nella protesta dei disoccupati davanti alla
prefettura, alla quale la polizia risponde sparando e uccidendo un giovane (27
dicembre 1947), e poi nei tumulti del 15 luglio 1948, originati a Bari
dall’attentato a Togliatti, ha svolto un ruolo di primo piano una tale Cecilia
De Meo, definita dal quotidiano «una vera professionista delle agitazioni di
piazza». Ma la vicenda davvero emblematica si è svolta ad Andria. 7 marzo 1946:
dopo giorni di scioperi e scontri che hanno già causato morti e feriti, la
massa lavoratrice attende in piazza l’arrivo del grande leader Giuseppe Di
Vittorio; dal prospiciente palazzo padronale della famiglia Porro vengono
esplosi colpi di arma da fuoco. La folla assalta il palazzo a uccide
brutalmente le due anziane sorelle Luisa e Carolina Porro. «A infierire sono
soprattutto le donne – ha scritto Luciana Castellina – donne contro donne di
diverso destino, a dividerle la fame, subita o imposta». Una terza sorella, si racconterà,
viene trascinata nella sezione comunista e lì schiaffeggiata da un’altra donna,
e poi è chiamata in coro «puttana» mentre viene portata alla Croce verde.
L’indomani, 8 marzo, si celebra in Italia la prima Giornata internazionale
della Donna; Di Vittorio parla ad Andria in una piazza acquietata ma non
pacificata. Due giorni dopo, il 10 marzo, le donne per la prima volta, In
Puglia come nel resto d’Italia, si mettono in coda davanti ai seggi
elettorali.
Pasquale
Martino
Saggio compreso in: La donne della Repubblica. Il voto al referendum 80 anni dopo, edizione per la Puglia, in edicola con il quotidiano la Repubblica il 2 giugno 2026.
Immagine: Donne braccianti in Puglia, fotografia di Federico Patellani, 1947 (Museo di Fotografia Contemporanea, Cinisello Balsamo).
