lunedì 8 giugno 2026

Puglia 1946. Le donne vanno al referendum

Anna, Dana e le pugliesi che fecero la Storia



Chi voglia individuare una data simbolica, capace di alludere alla nascita, nel Tacco d’Italia, di una soggettività femminile destinata a raggiungere un primo traguardo nei seggi del 1946, dovrebbe forse pensare al 23 agosto del 1942. Quel giorno a Monteleone di Puglia – comune del Subappennino, il più alto della regione – quattrocento donne si ribellarono contro il razionamento del grano, la conseguente mancanza di pane e farina, e contro la causa di tutto: la guerra; che, fra l’altro, aveva portato via i loro uomini. I carabinieri spararono sulla folla radunatasi ferendo donne e bambini. La popolazione occupò la caserma e il municipio. Per lunghissime ore il paese restò nelle mani delle insorte: le rappresentanze del potere si erano dileguate. Nei giorni seguenti i rinforzi inviati dal prefetto effettuarono retate nel paese: Teresa Visconti, leader della protesta, fu arrestata con molte altre; due detenute si ammalarono e morirono in carcere pochi mesi dopo. Nel 1950 l’amnistia aprì alle monteleonesi le sbarre delle celle.  

     La rivolta delle donne nel piccolo comune della Daunia fu la punta di un iceberg: essa confermò alle autorità che il consenso sociale al fascismo si era incrinato nel profondo; e la guerra era stato il fattore scatenante. Sei mesi dopo, gli scioperi nelle fabbriche dell’Italia settentrionale certificarono la crisi del regime, gettando le basi – unitamente all’invasione angloamericana in Sicilia – del crollo avvenuto il 25 luglio del 1943. Non a caso l’antifascismo popolare, spontaneo, delle donne scaturiva dal dissesto sociale, dalla politica annonaria di guerra instaurata dal regime, che colpiva duramente le classi più povere. Né può apparire casuale che fossero le donne a prendere la parola, spinte da una inedita e drammatica condizione, mentre più di tre milioni di maschi italiani erano impegnati lontano, sui fronti bellici, e oltre seicentomila si trovavano rinchiusi nei campi di prigionia americani e inglesi (e a essi si aggiunsero, dopo l’armistizio, altri ottocentomila militari deportati nei Lager tedeschi). La donna era adesso capofamiglia, lavoratrice fuori e dentro casa, procacciatrice dei più disparati mezzi di sopravvivenza, custode dei rifugi antiaerei, scioperante, dimostrante, capopopolo. Del resto, sette anni prima, quando ancora non c’era la guerra mondiale ma già si mobilitavano uomini in vista dell’attacco all’Etiopia, era toccato alle lavoratrici del tabacco dare vita a proteste e scioperi nel Salento; il 15 maggio del 1935 esse avevano guidato una manifestazione popolare a Tricase: era seguita la reazione non certo inusuale delle forze dell’ordine, che avevano aperto il fuoco uccidendo cinque dimostranti, fra cui un ragazzo quindicenne e tre donne: Maria Assunta Nesca, Cosima Panico e Donata Scolozzi. Sempre meno tollerabili erano lo sfruttamento e la sofferenza sociale in cui versavano le tabacchine, addette a quella sorta di fabbrica diffusa per la coltivazione e la lavorazione del tabacco che aveva cambiato il paesaggio agrario in provincia di Lecce. 

     Gli episodi citati sono come strappi sulla tela apparentemente uniforme di una storia di dominio e sottomissione. Osservato con una lente di ingrandimento, non panoramica, quel tessuto rivela le scuciture e le rotture dovute al fulmineo manifestarsi di istanze popolari subito dopo rientrate nella esteriore ordinarietà. Il conflitto sociale, agito dalle donne, è – come si è già detto – la cifra dell’antifascismo popolare in un dato momento storico. L’esplorazione di carte di prefettura e di polizia farebbe risaltare, al di sotto degli scoppi dirompenti, il pulviscolo dell’opposizione sociale al potere classista incarnato dal fascismo; e si incontrerebbe traccia di una ricorrente e multiforme indocilità femminile. La tradizione orale ha conservato, in un canto di lavoro delle tabacchine, la protesta contro la «maestra», sorta di caporeparto e sorvegliante aguzzina: «Lli grida la maestra / “Se secuti a tardare / te ‘ccusu allu patrunu / e poi te fazzu llecenziare.” / Ci ete ‘sta maestra? / Ca de ‘stu magazzinu / mandàtila ddha ffore / va sci a ccoja petrusinu». Il quotidiano attrito delle braccianti con i fattori e i caporali nelle campagne del Tarantino, al tempo del fascismo e della guerra, e poi, dal 1943, l’esperienza sindacale e di partito sono raccontati nelle memorie di Maria Colamonaco, di Santeramo in Colle; trent’anni dopo, candidata dal PCI, sarà la prima donna eletta nel Consiglio regionale della Puglia. 

     Nel 1943, per l’appunto, il 25 luglio fa saltare la cappa imposta dal fascismo: nel repentino accelerarsi degli eventi, il ribollire del malessere sociale viene alla luce del sole nonostante la repressione attuata dal governo monarchico-militare di Badoglio. La storica Marina Comei ha contato 56 agitazioni di massa in provincia di Bari nell’anno che segue la caduta di Mussolini; i commissariati di polizia danno conto di migliaia di manifestanti: difficile pensare che le donne non siano una componente del movimento, attiva e comunque visibile. Una presenza che si affaccia anche in una manifestazione segnatamente politica, come quella organizzata dagli antifascisti a Bari il 28 luglio per festeggiare la recuperata libertà e l’imminente scarcerazione degli oppositori. La testimonianza del giovane pubblicista Plinio Salerno racconta della «irsuta e fiammeggiante vecchia» che prende parte al gioioso sgombero di una sede rionale del partito fascista assalita dai dimostranti. E poco dopo, quando i soldati sparano ripetutamente contro chi manifesta – i morti saranno venti, nel più grave eccidio dei «quarantacinque giorni» badogliani – lo stesso giornalista porge aiuto a «una giovane fanciulla [che] sanguinava da un braccio». Presenze anonime, che non compariranno negli elenchi dei morti, dei feriti e degli arrestati, e che soltanto la penna di Salerno riesce a fissare nel ricordo.  E ancora, nella giornata coraggiosa del 9 settembre, quando a Bari si combatte contro i tedeschi che attaccano in più punti – il Porto, le Poste, il trasmettitore di Radio Bari – una donna della città vecchia corre ad avvertire il generale Nicola Bellomo, che mette in piedi un’improvvisata difesa raccogliendo gli uomini che trova sul posto; e almeno due testimonianze riferiscono che sulle antiche mura, a dar man forte ai soldati italiani – quando il quindicenne Michele Romito ferma un’autocolonna tedesca mandando in fiamme con una bomba a mano il mezzo di testa – fra gli scugnizzi di Bari Vecchia compaiono anche delle ragazzine; e da un’altra parte della città, vicino al passaggio a livello del rione Madonnella, una diciannovenne, Adriana Di Donato, a suo rischio e pericolo corre avanti e indietro per segnalare ai soldati del presidio i movimenti delle truppe germaniche: tanto che l’associazione dei partigiani, l’ANPI, accoglierà la ragazza tra le sue file con la qualifica di «benemerita», perché – è scritto in una dichiarazione – «ha collaborato alla cacciata dei tedeschi dalla città di Bari».

     Pochi mesi dopo, a dicembre, muore nel capoluogo la sessantottenne Anna Quintavalle. Quarantacinque anni prima, il 27 aprile del 1898, quella «barivecchiana» allora ventitreenne ha capeggiato la rivolta contro l’aumento del prezzo del pane, scatenatasi a Bari come in molte altre città italiane. Sotto la guida della «portabandiera» – così sarà soprannominata la Quintavalle, che pare trascinasse la folla brandendo effettivamente un vessillo – fu assalito, occupato e in parte devastato il palazzo di città. Per riportare l’ordine arrivò il generale Luigi Pelloux (che pochi mesi dopo sarebbe diventato presidente del Consiglio dei ministri) il quale poté placare il furore popolare anche attuando una tipica misura pacificatrice: lavori pubblici per i disoccupati; entro poche settimane fu avviata la costruzione del teatro Petruzzelli, che, progettato, era rimasto fino a quel momento sulla carta. Cosicché la realizzazione del grande politeama cittadino si deve alla lotta dei lavoratori disoccupati e anche alla Quintavalle che dette il la alla ribellione. Ci si può domandare che cosa pensò la portabandiera nel 1943, quando la sua città fu scossa da grandi eventi quali l’eccidio del 28 luglio e la battaglia del 9 settembre. Chi riflette su quei fatti è còlto dalla suggestiva fantasia che gli fa identificare la «fiammeggiante vecchia» ritratta da Plinio Salerno con l’anziana Anna Quintavalle immaginata mentre conduce, contro la sede fascista, l’ultimo assalto della sua vita.

     Da settembre ai primi di ottobre del ’43 si protrae il lungo tragico mese della ritirata / occupazione tedesca in Puglia (che nei territori limitrofi della Capitanata si prolungherà fino a novembre). Devastante ritirata, punteggiata da distruzioni sistematiche, saccheggi, uccisioni e rappresaglie, contro militari e civili italiani, mentre più rari (e concentrati nel Tarantino) sono gli scontri a fuoco con gli Alleati che risalgono dopo essere sbarcati nel porto ionico. E sanguinosa occupazione militare, imposta soprattutto al Nord della Puglia, a partire dai terrificanti quattordici giorni di Barletta. Le donne non meno degli uomini pagano un prezzo a quel tempo di ferro e fuoco. Vi sono donne, anziane, giovani, bambine, che muoiono sotto il fuoco dell’artiglieria germanica (ad Ascoli Satriano, a Barletta), o come vittime “collaterali” dei combattimenti (a Castellaneta, Trani) o prese di mira singolarmente mentre assicurano la continuità – si vorrebbe dire la normalità – della vita in quell’universo capovolto: Rosaria Cannito è uccisa da una sventagliata di mitra quando apre la porta di casa a un milite tedesco che bussa (Barletta, 12 settembre); Filomena Procino cade trafitta mentre sta stendendo il bucato ad asciugare (Gioia del Colle, 16 settembre); Angela Guarnieri è uccisa mentre – così recita uno scarno resoconto – è «di passaggio in una via campestre» (Putignano, 9 settembre); Domenica Pappalardo è «presa a fucilate e ferita gravemente» quando sta andando a lavorare in campagna (Gravina in Puglia, 9 settembre). Tornano alla mente i filmati di Sarajevo assediata (1992-95), dove si intravvedono donne cariche di buste della spesa attraversare la strada sotto il tiro accanito dei cecchini. Nell’autunno del ’43, in Puglia, vi sono donne che non solo resistono, ma reagiscono: Addolorata Sardella e Lucia Corposanto estraggono un uomo quasi moribondo dal groviglio di corpi dei vigili urbani trucidati dai nazisti e lo trascinano in salvo (Barletta, 12 settembre); Leonarda Bertinelli, da sola con suo padre, mantiene il contatto telefonico fra il centralino dell’acquedotto e la stazione dei carabinieri, nonostante le minacce mortali dei tedeschi (Corato, 3 ottobre); Maria Rosaria D’Amelio è con un gruppo di civili armati che sparano contro i tedeschi assecondando l’ingresso degli Alleati (Alberona, 2 ottobre). E non è finita: la guerra continuerà a colpire anche dopo il ritiro delle forze germaniche: donne e uomini periscono in una corriera che salta su una mina tedesca a Candela (15 novembre); 53 civili a Canosa e 6 a Molfetta (fra cui una bambina e tre bambini) sono stroncati da un raid aereo germanico il 6 novembre. Né si possono dimenticare le migliaia di vittime (il numero definitivo non è mai stato accertato), donne, uomini, bambini, sepolti sotto le macerie di Foggia crollata per i bombardamenti alleati nell’estate dello stesso anno.

     Poi, mentre a nord della linea Gustav la guerra continua, nella Puglia sconvolta e povera – occupata ora dagli angloamericani – ha inizio un difficile dopoguerra. Il 28 gennaio 1944, quando si riunisce a Bari il congresso dei CLN, prima assemblea libera in Europa – assemblea chiusa al pubblico, a cui sono ammessi soltanto i delegati dei partiti per rigida disposizione degli Alleati – una sola donna siede in un palco del teatro Piccinni, ad ascoltare il discorso inaugurale di Benedetto Croce: è la partigiana «Clorinda», ovverosia la scrittrice e giornalista Alba De Céspedes, per l’occasione cronista di Radio Bari. «Cominciavo a capire – dirà quella sera stessa nella trasmissione Italia combatte – che non soltanto un regime era finito, ma tutto un modo di vivere […] C’era un gran sole attorno, era proprio una giornata bellissima, come qualche volta in primavera quando ogni cosa rinasce e la speranza è più facile». E nel mondo che si sforza di rinascere le donne si prendono un posto. Ci piace ricordare la ragazza Lucrezia Andriani (Zina), laureata in lingue, che funge da interprete a Radio Bari, dà una mano in redazione, batte a macchina e all’occorrenza fa anche da speaker radiofonica. A fronte delle partigiane di origine pugliese emigrate al Nord, e di quelle rientrate nelle proprie città di Puglia, arriveranno dal Nord nel capoluogo, con i loro compagni o da sole, non poche partigiane che lavoreranno come impiegate, infermiere, casalinghe, e intellettuali come Anna Macchioro che andrà a insegnare al liceo Quinto Orazio Flacco e sua cognata Celsa Resta anche lei docente (Anna ha per marito il futuro etnologo Ernesto De Martino, Celsa sposa l’economista Aurelio Macchioro). Ma ancora prima è sopraggiunto un gruppo di partigiane slovene, ex prigioniere, che si addestra con i compagni in quello che la memoria storica jugoslava chiama il «campo di Gravina», ovvero il «campo 65» in agro di Altamura (la travagliata e avventurosa epopea di quelle partigiane, guidate da Dana Žagar, è stata raccontata di recente da Sante Cutecchia e Francesco Massaro); per quello stesso campo passerà, subito dopo, l’odissea delle esuli istriane, con le loro famiglie (l’ha rievocata in un suo libro Nevia Mitton, allora bambina). E sarà il tempo dell’ondata di profughe e profughi che si riversa in Puglia, ultimo margine d’Italia e d’Europa: nella Casa Rossa di Alberobello vengono convogliate le «indesiderabili», prostitute, ex collaborazioniste, “sbandate” e senza famiglia di tutto il Vecchio Continente, e inoltre ebree ed ebrei che peraltro trovano collocazioni provvisorie pure a Palese e in altri campi e strutture disseminate lungo la costa, anelando alla partenza verso una terra promessa e sconosciuta. 

     È il dopoguerra delle rinnovate lotte del lavoro. Perché tutto manca: terra da coltivare, impiego lavorativo quale che sia, salario sufficiente e dignitoso, sussidi per tanti che ne hanno bisogno; quasi dappertutto inesistenti i diritti sindacali. Alle tabacchine del Salento, che non demordono, si affiancano a Bari, idealmente, le operaie della “moderna” Manifattura dei Tabacchi, la fabbrica-cittadella incastonata quasi nel cuore della città. Qui, ai primordi della sindacalizzazione, aveva portato il suo messaggio di emancipazione Rita Majerotti, la sindacalista veneta, comunista, antifascista e femminista ante litteram “venuta da lontano”; nel dopoguerra si prodigherà per le tabacchine di Bari la militante sindacale e socialista Ada Del Vecchio, che diventerà parlamentare; infine, le operaie della manifattura raggiungeranno col tempo un traguardo simbolico eleggendo una di loro, Luigia De Marinis, come prima donna nel consiglio comunale del capoluogo. A Foggia le operaie della Cartiera, la più importante industria cittadina, cooperano innanzitutto alla ricostruzione dello stabilimento dopo gli ingenti danni bellici e intraprendono la via accidentata della rivendicazione dei propri diritti. Ma, in un quadro sociale e istituzionale incerto e tutto in divenire, il movimento sindacale e la protesta popolare si esprimono in forme dure e spesso incontrollate. A entrare in ebollizione sono soprattutto le campagne, i centri agricoli grandi e piccoli, dove inapplicati restano i decreti del ministro Fausto Gullo, che concederebbero a contadini associati in cooperative di coltivare quote di terra lasciate incolte dai proprietari. La rabbia cresce, la «fame violenta» spinge i braccianti ad azioni di forza in risposta alle chiusure di un padronato ottusamente egoista, le forze dell’ordine intervengono in ossequio a un automatismo pregiudiziale e inveterato per cui ogni ribellione è tout court sovversione da stroncare militarmente. «La Puglia – si legge nell’agosto del 1945 sul quotidiano “Il Popolo” – appare l’epicentro di una agitazione meridionale che si esprime in forme di acuta violenza». Il 25 giugno di quell’anno Minervino Murge insorge, si proclama «repubblica» contro il regno d’Italia e si prepara all’assedio fortificando e armando i punti salienti dell’abitato. Accorrono ingenti forze militari, un cittadino muore nel conflitto a fuoco, ma infine è risolutivo l’intervento di mediazione di dirigenti del PCI provinciali e nazionali. Né manca la violenza terroristica: il 7 maggio a Molfetta, mentre la popolazione festeggia in piazza la prima notizia della resa tedesca che pone termine alla guerra, una bomba lanciata da mano ignota – quasi certamente da fascisti che stazionano lì nei pressi – ferisce molti e uccide le due sorelline Antonia e Giacomina De Bari (18 e 7 anni). 

     Dentro le occupazioni delle terre, che vedono intere famiglie insediarsi nei campi lontani dai centri abitati, per iniziare i lavori necessari, e dentro le agitazioni popolari che scuotono i paesi e assediano i municipi, le donne sono partecipi e spesso protagoniste in prima fila. Ciò avviene anche nel capoluogo pugliese; «La Gazzetta del Mezzogiorno» fa sapere che nella protesta dei disoccupati davanti alla prefettura, alla quale la polizia risponde sparando e uccidendo un giovane (27 dicembre 1947), e poi nei tumulti del 15 luglio 1948, originati a Bari dall’attentato a Togliatti, ha svolto un ruolo di primo piano una tale Cecilia De Meo, definita dal quotidiano «una vera professionista delle agitazioni di piazza». Ma la vicenda davvero emblematica si è svolta ad Andria. 7 marzo 1946: dopo giorni di scioperi e scontri che hanno già causato morti e feriti, la massa lavoratrice attende in piazza l’arrivo del grande leader Giuseppe Di Vittorio; dal prospiciente palazzo padronale della famiglia Porro vengono esplosi colpi di arma da fuoco. La folla assalta il palazzo a uccide brutalmente le due anziane sorelle Luisa e Carolina Porro. «A infierire sono soprattutto le donne – ha scritto Luciana Castellina – donne contro donne di diverso destino, a dividerle la fame, subita o imposta». Una terza sorella, si racconterà, viene trascinata nella sezione comunista e lì schiaffeggiata da un’altra donna, e poi è chiamata in coro «puttana» mentre viene portata alla Croce verde. L’indomani, 8 marzo, si celebra in Italia la prima Giornata internazionale della Donna; Di Vittorio parla ad Andria in una piazza acquietata ma non pacificata. Due giorni dopo, il 10 marzo, le donne per la prima volta, In Puglia come nel resto d’Italia, si mettono in coda davanti ai seggi elettorali.  

Pasquale Martino

Saggio compreso in: La donne della Repubblica. Il voto al referendum 80 anni dopo, edizione per la Puglia, in edicola con il quotidiano la Repubblica il 2 giugno 2026. 

Immagine: Donne braccianti in Puglia, fotografia di Federico Patellani, 1947 (Museo di Fotografia Contemporanea, Cinisello Balsamo).