giovedì 9 agosto 2018

La primavera cecoslovacca


Storia di un Sessantotto sequestrato
Praga così vicina, così lontana e sola 

21 agosto 1968 a Brno (dal sito extrastory.cz)
La ribellione del ’68 nacque in molte parti del mondo, contemporaneamente, secondo dinamiche simili ma con obiettivi in parte diversi, e con durate differenti. C’è il “lungo Sessantotto” italiano e c’è il ’68 breve del maggio francese, quasi una insurrezione generale contro il sistema. E c’e n’è un altro, che interessò i paesi comunisti dell’Est europeo: il «Sessantotto sequestrato», così lo definisce il titolo di un libro uscito in occasione di questo Cinquantennale. Curato e introdotto da Guido Crainz, il denso volumetto (Donzelli, Roma) raccoglie saggi di vari autori dedicati a diverse realtà nazionali, Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia. Una pagina di storia “sequestrata” come in una dimensione in disparte, sia per volontà dei regimi interni, sia (nel caso della Polonia e soprattutto della Cecoslovacchia) per le pressioni e l’intervento dell’Urss a difesa del monolitismo, pilastro del proprio impero nella guerra fredda. Sequestrata, anche perché ignorata o sottovalutata dai “movimenti fratelli” nel resto del mondo, e sostanzialmente snobbata dalla sinistra europea. Eppure proprio l’effervescente e drammatica «primavera di Praga» fu un evento capitale di quell’anno memorabile.
Tutto ha inizio qualche tempo prima, in un paese binazionale (oggi diviso fra Cechia e Slovacchia), culturalmente e industrialmente avanzato, che dal 1960 si è voluto fregiare – unico fra i satelliti dell’Urss – del titolo di repubblica «socialista»; in cui, cioè, il socialismo non è in via di costruzione ma si dà per realizzato. E precisamente l’idea di un socialismo proprio e autonomo anima il ’68 praghese, desideroso di innestare sulle conquiste sociali il  tema fino a quel momento eluso dal mondo sovietico: la libertà e la democrazia. La rivolta antiautoritaria ha come punta di diamante gli studenti universitari, nell’autunno 1967 – e ciò accomuna il movimento praghese alle ribellioni studentesche di tutto il mondo – , conquista gli intellettuali animando un dibattito culturale che esalta vivaci tradizioni, e trova un solido sostegno nello stesso Partito comunista, in cui la vecchia e screditata direzione di Antonin Novotny (che ha scagliato la polizia contro gli studenti e ha vietato la influente rivista Literární noviny) viene sostituita a gennaio del ’68 da una nuova maggioranza guidata dallo slovacco Alexander Dubcek.
Fiorisce la primavera di Praga, giornali e riviste si moltiplicano e vanno a ruba, anche gli operai partecipano e si discute di forme di autonomia e di direzione consiliare ispirate per certi versi alla «autogestione» iugoslava. L’economista Ota Sik elabora il «nuovo corso» dell’economia sburocratizzata che dovrà coniugarsi con un rinnovato ruolo di avanguardia del partito di Dubcek, di cui non si contesta il monopolio. La prudenza è necessaria, se si ricorda quanto sia costata  la “fuga in avanti” dell’Ungheria nel 1956, sanguinosamente schiacciata dai carri armati russi. Ma anche ora, a Praga, i conservatori reagiscono e a Mosca i sovietici sono nervosi: a fine giugno il Manifesto delle Duemila parole, con cui gli intellettuali cechi affermano l’irreversibilità del nuovo corso, suscita forti contrasti e convince la dirigenza del Pcus capeggiata da Leonid Breznev a preparare l’intervento militare; l’indipendenza praghese potrebbe essere il principio di uno sgretolamento. Il 21 agosto le truppe del Patto di Varsavia invadono la Cecoslovacchia, in coincidenza con la celebrazione del congresso del partito comunista cecoslovacco che si svolge ugualmente nella clandestinità. La popolazione protesta in modo per lo più nonviolento, con grandi raduni in piazza San Venceslao, con l’ironia e le scritte murali; ai giovanissimi soldati sovietici convinti di essere lì per “combattere il fascismo” i manifestanti mostrano le tessere di iscritti al partito comunista cecoslovacco (Umberto Eco è lì e racconta questi fatti). Tuttavia la normalizzazione ha la meglio, nonostante le tragiche code dei suicidi di protesta di Jan Palach e Jan Zajic. Dubcek viene rimosso e umiliato (verrà riabilitato dopo l’’89).
Per l’Urss è una vittoria di Pirro. La fine violenta del «socialismo dal volto umano», replica della repressione in Ungheria di dodici anni  prima, è la prova definitiva che il sistema sovietico non è riformabile. Anche se questo segno dei tempi non viene colto immediatamente a sinistra. Nell’ambito anticomunista la critica è scontata, ma la condanna americana è sempre rispettosa della sfera di influenza altrui e pretende rispetto per la propria (Cile docet). Fra i paesi socialisti, Cuba e Vietnam del Nord approvano l’intervento, la Cina condanna egualmente Breznev e Dubcek, solo la Iugoslavia appoggia Praga. Il Pci si dissocia da Mosca, non senza resistenze interne, e Berlinguer incomincia il suo cammino di critica all’Urss, irto di difficoltà e contraccolpi. Il Psi dà spazio alla opposizione praghese e candida al parlamento europeo Jiri Pelikan, ex direttore della televisione cecoslovacca. Nell’universo della nuova sinistra, che non ama l’Urss, la simpatia per la primavera di Praga è però tiepida: a Ovest il sogno non è di riformare con la democrazia un socialismo che c’è, ma di conquistare con la rivoluzione un socialismo che non c’è. Solo Rudi Dutskche, leader del movimento studentesco tedesco, fraternizza apertamente con i giovani cechi. In Italia fa eccezione «il Manifesto», la rivista eretica diretta da Lucio Magri e Rossana Rossanda, che nel 1969 con l’editoriale Praga è sola auspica la  sconfitta interna dei regimi sovietici a opera delle forze progressiste di quei paesi. «il Manifesto» è stampato da Dedalo a Bari, dove a dicembre Laterza pubblica uno dei suoi libri sul ’68 che escono con riuscito tempismo: Praga 1968, le idee del nuovo corso, illuminante raccolta di saggi i cui curatori si firmano con lo pseudonimo collettivo di Jan Cech.  

Pasquale Martino   
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 8 agosto 2018




domenica 13 maggio 2018

Mauthausen Memorial


Memoria e Liberazione.
La manifestazione internazionale del 6 maggio


Lettura del giuramento nella Appelplatz
Il bel sole di domenica 6 maggio accoglie nel Mauthausen Memorial i partecipanti all’incontro internazionale che ogni anno commemora la liberazione del Lager nazista avvenuta il 5 maggio 1945. La piana antistante l’ingresso del pauroso recinto è diventata un parco dei monumenti nazionali – imponente quello sovietico, il memoriale dell’Italia è maestoso nella sua semplicità – davanti ai quali si raccolgono oggi le nutrite delegazioni, una folla variopinta e apparentemente caotica che assomma ad alcune migliaia di persone. La delegazione italiana è forse la più numerosa: una ventina di gonfaloni di enti locali – in testa La Spezia, Empoli, molta Toscana – i labari dell’Aned (Associazione nazionale ex deportati) e dell’Anpi, tante scolaresche dal Nord Italia; molti hanno al collo fazzoletti a strisce bianche e azzurre come la casacca dei deportati, con al centro il triangolo rosso: lo stigma dei detenuti politici internati a Mauthausen domina dap-pertutto nei simboli di questa incredibile manifestazione.

Anataoi Malevannyi, russo, fra i
più giovani internati di Mauthausen
Certi aspetti enfatici propri della ufficialità – militari di nazionalità diverse in alta uniforme, saluti, squilli di tromba – non offuscano il carattere essenzialmente popolare e informale del grande raduno, in cui gli stendardi arcobaleno della pace si mescolano ai cartelli per Giulio Regeni, agli striscioni della «gioventù contro l’oblio» (Jugendliche gegen das Vergessen), dietro cui sfilano ragazze delle quali parecchie indossano il velo o hijab, alle bandiere dei curdi che ricordano come le lotte di liberazione siano ancora all’ordine del giorno. La manifestazione diventa un lungo corteo, che si snoda attraverso il Lager. Nel vasto piazzale al centro del campo, l’Appelplatz dove le SS eseguivano l’appello e la selezione dei prigionieri, oggi i rappresentanti di vari paesi fra cui anziani ex deportati rileggono ad alta voce in molte lingue il «giuramento di Mauthausen»: pronunciato collettivamente in quella piazza, dopo l’arrivo delle truppe americane e in occasione della partenza degli ex prigionieri russi, i primi a rimpatriare, il giuramento si conclude con la promessa solenne di non dimenticare i «milioni di fratelli assassinati dal nazifascismo» e di promuovere la libertà e la solidarietà internazionale. Non si resta indifferenti sentendo queste parole risuonare in quel luogo, in italiano, spagnolo, francese, tedesco, ungherese, russo, polacco, ceco, serbo-croato e via dicendo. È come se per un solo giorno si fosse ricostituita la grande alleanza antinazista di popoli e di Stati che nel secolo scorso segnò un momento altissimo di lotta per la libertà. Ma, ammonisce un oratore nel corso della giornata, «questo non è più il tempo del ricordo: è il tempo dell’impegno».
Mauthausen è un luogo impressionante, rimasto pressoché intatto: si sono conservati i grigi muraglioni di cinta, le torrette, la «scala della morte», molte baracche, camere a gas e crematori. Sembra inconcepibile che il dolce paesaggio di colline verdi e villaggi armoniosi nella valle danubiana sia stato il teatro di una mostruosa industria di schiavitù e sterminio le cui propaggini tentacolari si diramavano per tutta l’Austria. Era uno dei centri nodali del sistema concentrazionario nazista: un Lager per gli «irrecuperabili» – oppositori politici e partigiani di tutta l’Europa, e inoltre ebrei e prigionieri di guerra russi – destinati a sfiancarsi nelle cave di granito e per la produzione di armi, a morire di sfinimento, denutrizione e malattie, fucilati, gasati, gettati giù dalle rupi. Si conta che fra il 1938 e il 1945 vi siano stati internati 200.000 esseri umani, di cui 10.000 donne, e che almeno 103.000 vi siano stati uccisi. Gli italiani furono circa 8000 di cui la metà morì nel campo.


Antifascisti e partigiani pugliesi a Mauthausen

     
La delegazione italiana davanti al proprio memoriale
C’è un cospicuo drappello di pugliesi deportati e uccisi a Mauthasen, le cui vicende dovrebbero essere raccontate, e che citiamo qui in un elenco provvisorio e incompleto. Ai nomi più noti – l’avvocato Alfredo Violante, socialista liberale nato a Rutigliano; il sindacalista comunista Filippo D’Agostino, di Gravina – si affianca ora il nome dell’antifascista cattolico barese Giuseppe Zannini, la cui memoria il Comune di Bari ha onorato il 9 maggio, in una delle pietre d’inciampo per il quarantennale del suo amico Aldo Moro. Fra i triangoli rossi del Lager austriaco si annoverano cinque antifascisti di vecchia data, schedati nel Casellario politico centrale: due socialisti (Francesco Re, nato a Oria, e Antonio Brunetti, di Spinazzola, entrambi operai Fiat a Torino) e tre comunisti (Vincenzo Aulisio di Ascoli Satriano, partigiano delle Brigate Garibaldi, il ruvese Michele Rossini, operaio Fiat e partigiano, e l’elettricista tarantino Mario De Pasquale, il solo che sopravvisse). Operai Fiat erano anche il barlettano Pasquale Valente e il coratino Felice Scaringella, partigiano; lavoravano a Milano come operai o impiegati Giovanni Compagnone di Sansevero, Vladimiro Fratini di Taranto, Nicola Gangale e Giuseppe Rinella di Andria, Rocco Riefolo di Barletta e Pietro Carucci di Martina Franca (gli ultimi due sono sopravvissuti). 

      Trova conferma in questi dati la numerosa emigrazione meridionale nelle fabbriche del Nord rappresentata anche negli scioperi del marzo ’44 che dettero impulso alla Resistenza cui i tedeschi reagirono intensificando la deportazione di operai. Fra gli internati troviamo figure borghesi: il commerciante Pietro Civitano di Grumo Appula, arrestato in provincia di Siena; l’artista Girolamo Lopez, nato e residente a Bari, catturato a Milano; l’ufficiale dell’esercito e partigiano garibaldino Antonio Salcito, di Casalnuovo Monterotaro (Foggia), arrestato a Foligno. Sangue pugliese, versato unitamente a quello d’Italia e d’Europa, per la liberazione e per la fede in un mondo migliore.

Pasquale Martino
"La Gazzetta del Mezzogiorno", 12 maggio 2108   
Le fotografie sono state scattate da Maria Vittoria De Padova il 6 maggio 2018.

venerdì 11 maggio 2018

Bicentenario di Karl Marx


Il Capitale, Cafiero, 
i rivoluzionari meridionali


Il «ritorno a Marx» è una costante ciclica del dibattito filosofico, economico e politico. Un pensiero la cui inesausta forza analitica resta attrattiva anche quando gli eredi politici della sua tradizione sembrano scomparsi. Tanto più si vorrebbe riscoprirne la prorompente freschezza degli albori, della nascita e divulgazione, in quella seconda metà dell’Ottocento che fu età di rivoluzioni borghesi ancora in corso e di insorgenti lotte di classe capaci di incrinare le certezze del capitalismo trionfante. Nell’Italia appena unificata erano proprio i primi apostoli del movimento operaio a credere che le plebi del Nord e del Sud potessero associarsi nella ribellione contro l’ingiustizia, ispirate di volta in volta dal mazzinianesimo, dal radicalismo di Pisacane, dalla anarchia di Bakunin e dal socialismo scientifico di Marx ed Engels. 
      Molti intellettuali meridionali militavano nella nuova impresa, e fra questi alcuni pugliesi che rinunciarono a facili carriere perseguendo il riscatto delle classi lavoratrici. Il più generoso e culturalmente vivace fu Carlo Cafiero, nato nel 1846 da una ricca famiglia di Barletta, amico del pittore Giuseppe De Nittis suo concittadino, formatosi nel seminario di Molfetta e poi a Napoli: a lui, espressione di un “proto-marxismo libertario” (la definizione è di Gian Mario Bravo), va il merito di aver fatto conoscere per primo a un largo pubblico italiano la dottrina di Marx.
     Recatosi a Londra, Cafiero stabilì un legame soprattutto con Friedrich Engels, col quale restò in corrispondenza epistolare. Tornato in Italia, si adoperò con due conterranei, il tranese Enrico Covelli suo compagno di studi e Carmelo Palladino di Cagnano Varano, per riorganizzare a Napoli la prima sezione che sotto la guida di un altro pugliese, il sarto Stefano Caporusso di Modugno, aveva aderito alla Associazione internazionale dei lavoratori (la Prima Internazionale). È il 1871, il tempo della Comune di Parigi, quando la rivoluzione proletaria sembra incombere sull’Europa. Marx ed Engels guardano con interesse alle potenzialità dell’Italia, ma lo stesso fa l’ormai rivale Bakunin, che ha vissuto nella penisola e vi annovera numerosi seguaci. Pure Cafiero abbandona la linea marxista per abbracciare l’idea bakuniniana: finanzia l’acquisto della Baronata, una villa presso Locarno dove vive con la moglie Olimpia Kutuzova  e che mette a disposizione di Bakunin, ma in seguito prende le distanze dal leader anarchico; la vicenda è narrata nel romanzo di Riccardo Bacchelli Il diavolo al Pontelungo (1927). 
     Dopo aver promosso sfortunate insurrezioni a Castel del Monte e nel Matese, Cafiero si dedica alla sua opera più importante: la riduzione in agile compendio del libro I di Das Kapital, la grande summa teorica di Marx. Il volumetto esce nel 1879, rivolto non solo a lavoratori e a borghesi illuminati, ma, con lungimiranza, anche alla «prima gioventù delle scuole». Karl Marx in persona scrive a Cafiero per lodare la superiore qualità della nuova epitome rispetto a precedenti tentativi altrui e non solo in Italia. Efficacia e chiarezza connotano l’excursus come in questo passo: «La nascita del capitale si risolve nell'altra questione […]: trovare una merce che ci dia più di quanto ci è costata; […] la quale […] possa crescere di valore […] Questa merce tanto singolare esiste davvero e si chiama potenza del lavoro, o forza del lavoro». Opera mai tramontata: Il Capitale compendiato da Cafiero in edizione del 1913 è fra i libri di Gramsci, che nei Quaderni auspica possa realizzarsi una sintesi di pari utilità per le giovani generazioni; l’edizione Samonà e Savelli del 1970 rifornisce le biblioteche dei sessantottini; il compendio è stato sempre ripubblicato ed è disponibile come ebook. 

     Prima di morire proprio nell’anno di fondazione del partito socialista (1892), Cafiero – che ha scritto saggi non irrilevanti su comunismo e anarchia – fa in tempo a maturare posizioni pragmatiche, sulla scia di Andrea Costa staccatosi dall’insurrezionalismo anarchico per sostenere il movimento socialista organizzato. Contribuisce alla diffusione dei testi marxisti anche il socialista beneventano Pasquale Martignetti, lui pure corrispondente di Engels (al quale inoltre pervengono lettere da semplici militanti e simpatizzanti di Trani e Molfetta); tuttavia, mentre Il Capitale viene pubblicato a dispense a Torino, sulla rivista borghese «Bilbioteca dell’Economista», nel socialismo italiano l’assimilazione della teoria di Marx è superficiale e venata di positivismo. Toccherà al pensatore napoletano Antonio Labriola dare impulso alla fine del secolo a una rigorosa conoscenza del marxismo e dello stesso Manifesto di Marx ed Engels. La traduzione e pubblicazione delle opere dei due tedeschi sarà intrapresa nel 1899 da un altro valoroso intellettuale delle nostre terre, il “professore socialista” cioè il potentino Ettore Ciccotti, in collaborazione con la moglie Ernestina D’Errico. E siamo ormai alla prima delle – anch’esse cicliche – “crisi del marxismo”, addirittura alla “morte del marxismo teorico” proclamata da Benedetto Croce al sorgere del Novecento. 
     Invece il “secolo breve” segna l’avventura drammatica di un movimento storico di grandi masse che in tutto il pianeta ha nelle idee di Marx il proprio vessillo. Concluso quel secolo con dolorosi fallimenti ma con una inevasa domanda di eguaglianza e libertà, rimane il fascino di un pensatore radicalmente critico, che nel Bicentenario della nascita è forse ancora il più studiato nel mondo, e grazie a un intelligente regista haitiano (Raoul Peck) fa ora discutere il pubblico del grande schermo.   

Pasquale Martino   
"La Gazzetta del Mezzogiorno", 5 maggio 2018             

venerdì 6 aprile 2018

Francesco Laudadio


La sirena delle 10, una lezione di libertà
La Resistenza, il '68, il cinema

È attuale l’antifascismo? La domanda non suonerà impropria, ora che il fondamento antifascista – variamente declinato nel corso della storia repubblicana – sembra sfumare dal dibattito pubblico. Vero è che il sentimento civile degli italiani ci ha abituati anche a sorprese positive, a sussulti di consapevolezza di fronte a fatti simbolici e drammatici. Perciò è utile che dell’antifascismo si faccia la storia, in questo settantesimo della Costituzione; che si racconti il percorso di accoglimento e sistemazione dell’eredità antifascista e partigiana nella cultura delle generazioni che sono venute dopo, e si consegni questa riflessione al confronto con i giovani.
Capita dunque a proposito la commemorazione del regista Francesco Laudadio (1950-2005), che si terrà il 6 aprile a Bari, nel tredicesimo anniversario della morte prematura: un ricordo che prende spunto dalla presentazione di un libro postumo – rinvenuto fra i molti manoscritti inediti lasciati dall’autore e dato alle stampe nel 2016 in edizione fuori commercio – che ha per titolo La sirena delle 10 e, come spiega il sottotitolo, racconta l’organizzazione degli scioperi operai del marzo 1943 a Torino, il grande sommovimento che accelerò la caduta del fascismo e anticipò la Resistenza. Il volume è arricchito da una prefazione del leader sindacale Maurizio Landini, da una introduzione dello storico Alexander Höbel e da una nota finale di Piero Di Siena, che ha condiviso l’impegno politico giovanile di Laudadio. Il cineasta barese è stato fino al 1975 un protagonista del movimento studentesco e della sinistra nella città natale. E qui sia consentita una nota personale: questa è per me l’attesa occasione del riavvicinamento alla personalità fuori del comune di Francesco, con cui a quel tempo ho avuto un rapporto di cooperazione, discussione e anche scontro.

Studente del liceo Orazio Flacco alla fine degli anni ’60, Laudadio vi aggrega un attivo nucleo della Federazione giovanile comunista, dando subito prova di energia e intelligenza vivacissime, e dialogando con altre componenti del mondo liceale con cui dà vita al primo organismo rappresentativo di un istituto scolastico a Bari. Nel ’68, La Fgci di Laudadio guida l’Orazio Flacco ad affiancare – prima scuola barese – gli universitari nella lotta per il “potere studentesco”. Il collettivo di ragazzi e ragazze si prodiga pure nelle vertenze operaie, dall’occupazione delle Fucine Meridionali agli scioperi degli allievi apprendisti del Ciapi. Critico verso il Pci, che diffida della contestazione giovanile, il gruppo abbandona il partito nel ’69 per intraprendere un’azione di movimento il cui tema di fondo è proprio l’antifascismo, l’esempio dei partigiani, il rilancio di una “nuova Resistenza”. È infatti il tragico momento delle trame nere, di piazza Fontana, di un altro squadrismo che a Bari ha punti di forza: un neofascismo che inaugura la violenza col pretesto di combattere l’infiltrazione “rossa”. Non l’estrema sinistra, ma la «Gazzetta del Mezzogiorno» racconta l’aggressione gratuita di squadre fasciste armate di mazze e caschi contro un pacifico corteo di migliaia di studenti medi, il 10 dicembre 1970. Episodio cruciale e salto di qualità: i giovani del movimento si organizzano unitariamente nel Caa, Comitato antimperialista antifascista, di cui Francesco assume la leadership con suo fratello Felice (che ha rievocato questa esperienza in un romanzo autobiografico del 2005, Il colore del sangue). L’antifascismo è all’epoca l'altra faccia dell’antimperialismo, che si riconosce nella lotta del Vietnam e dei popoli del Terzo Mondo contro gli Usa, e non accetta più la guida dell’Urss ma si ispira alla Cina di Mao. È d’obbligo il richiamo alla Resistenza: il giornale del Caa è «Lotta partigiana», la firma del direttore responsabile è quella prestigiosa di Tommaso Fiore, leader dell’antifascismo intellettuale in Puglia durante il Ventennio (nel ‘71 sarà ancora una volta processato, per diffamazione, e assolto). Nessun ammiccamento verso chi allora (in altre città) sragiona su lotta armata e clandestinità.

Francesco Laudadio (a destra) con Billy Wilder
Il ’72 è un anno di svolta: la spinta del ’68 sembra interrompersi, ed è sempre Francesco tra i promotori dell’ingresso (o rientro) di gran parte del Caa nel Pci, per fare fronte comune contro la sterzata a destra del governo Andreotti. Seguono tre anni intensi di esperienza come dirigente comunista in Puglia, a contatto con le realtà bracciantili; poi la scelta di discontinuità, il trasferimento a Roma per assecondare la passione del cinema. Ma proprio il ’75 è l’anno in cui Laudadio si dedica alla scrittura, realizzando la bozza di trattamento cinematografico (molto simile a un romanzo) incentrata sugli scioperi del ’43. La riflessione sulla Resistenza è ancora il suo rovello; ma c’è in questo racconto anche molto ’68: gli studenti che si avvicinano agli operai per ribellarsi al regime; gli operai torinesi che si mescolano agli immigrati meridionali; la partecipazione delle ragazze alla lotta. C’è la lezione unitaria della Resistenza, soprattutto unità dal basso: alla paziente preparazione dei lavoratori comunisti si affianca man mano l’apporto dei socialisti, dei cattolici, di chi fino a poco fa è stato fascista in buona fede.  Prima di sviluppare tematiche diverse nella trentennale carriera di regista e sceneggiatore (che lo riporterà a Bari per girare La riffa, il film del ’91 con l’esordiente Monica Bellucci), e quasi a consuntivo del fervido tirocinio giovanile, Laudadio venticinquenne ha lasciato in queste pagine un ritratto della nostra aurora di libertà, che conserva una freschezza sorprendente.

Pasquale Martino  

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 5 aprile 2018

domenica 18 febbraio 2018

Il ’68 in Puglia/2


La Puglia operaia 
che scese in piazza con gli studenti


C’è stato in Puglia un ’68 operaio: un prologo dell’autunno caldo 1969, una avvisaglia che si concretizza nella dura vertenza contro le zone salariali e in numerose lotte aziendali le quali sfociano non di rado in occupazioni di fabbriche. Fin dall’inizio il ’68 del lavoro si intreccia col movimento studentesco (di cui abbiamo parlato nella «Gazzetta» del 20 gennaio scorso). Del resto, gli operai giovani hanno caratteristiche e storie somiglianti a quelle dei loro coetanei studenti. In una terra in cui soltanto il bracciantato e, in tempi più vicini, i lavoratori dell’edilizia vantano esperienze sindacali, operai e operaie della recente industria manifatturiera sono invece novellini apparentemente arrendevoli alla disciplina padronale. È questo in effetti uno dei criteri che negli anni ’60 sovrintendono alla nascita dei poli di sviluppo industriale nel Meridione e in Puglia: creare ricchezza e posti di lavoro, certo, ma nel contempo garantirsi contro il conflitto sociale. Anche a causa del suo entroterra di tradizione “rossa” (specie nel Nord Barese), probabilmente, Bari non è scelta per grandi insediamenti come Italsider e Montedison (nati a Taranto e a Brindisi), ma è preferita come luogo ideale per un’area di piccole e medie fabbriche che – si ritiene – consentiranno un controllo più capillare della forza lavoro occupata. Ciononostante l’investimento pubblico nella zona industriale di Bari, voluto dai conterranei Aldo Moro e Pietro Sette, presidente della finanziaria Breda controllata dallo Stato, è poderoso e ricco di risultati: una costellazione di fabbriche a partecipazione statale prevalentemente metallurgiche e meccaniche – Fucine Meridionali, Breda Hupp, Isotta Fraschini, Pignone Sud, Radaelli Sud e l’industria di pneumatici Firestone Brema – sorge accanto e intorno a solidi opifici come la vecchia raffineria Stanic e a industrie private quali le Officine Calabrese, il Tubificio Scianatico e le Acciaierie di Giovinazzo. La Fiat, che ha impiantato uno stabilimento a Lecce, preannuncia il suo ingresso nella zona industriale Bari-Modugno (aprirà nel 1970).
     Contrariamente al pronostico, l’avanguardia della lotta in Puglia nel 1968 è proprio il polo industriale barese. Ma come in un antefatto, analogamente a quanto è successo all’Università, il ciclo è aperto nel 1967 dagli operai del Calzaturificio del Sole, che occupano la fabbrica e ricevono il sostegno di studenti e giovani militanti: è il laboratorio del ’68. A febbraio sono già in corso vertenze aziendali in sette fabbriche metalmeccaniche, il clima sindacale si va decisamente riscaldando; anche gli autoferrotramvieri scendono in sciopero per più giornate, alla Sud Est e all’Amtab dove i bus vengono sostituiti da automezzi militari. Parte nel frattempo a livello nazionale la lunga lotta per la riforma delle pensioni (che otterrà, nel 1969, il sistema retributivo e la pensione sociale): il 7 marzo a Bari sfilano diecimila lavoratori (cifra della «Gazzetta»); il primo di tanti cortei sindacali che in quegli anni faranno risuonare di slogan le vie tranquille del capoluogo. Ma il il clamoroso atto inaugurale del movimento operaio, a maggio-luglio, sono i 47 giorni di occupazione delle Fucine Meridionali che pongono con forza il tema della democrazia nei luoghi di lavoro; e in autunno vengono occupati altri stabilimenti.
     Nel frattempo – mentre dilagano lotte aziendali in fabbriche finora assopite (Balsamo, Uniblok, Pollice, Palumbo) – s’è aperta la grande vertenza nazionale per abolire le odiose “gabbie” salariali (a Bari il salario è inferiore del 13% ai minimi tabellari) e conquistare finalmente la parità di retribuzione fra Nord e Sud. Alla prima giornata di sciopero generale (24 ottobre) aderiscono tutti i settori produttivi, sono paralizzati il porto e i trasporti di terra. Ancora due scioperi generali e cortei nel centro cittadino: il 14 novembre per la riforma previdenziale (in mattinata, tensione e scontro davanti a Calabrese e alla fabbrica tessile Hettemarks con manodopera femminile) e il 12 dicembre, con adesione anche di braccianti, poligrafici, lavoratori Amiu, Amgas, Sip, Poste e ferrovie in concessione. Esplode pure il movimento degli studenti medi nelle scuole di Bari e provincia, per ottenere il diritto d’assemblea – impensabile fino allora – e fra gli istituti ce n’è uno molto particolare: il Ciapi, Centro interaziendale di addestramento professionale per l’industria, attivo dal 1965 nel cuore della zona industriale, fiore all’occhiello della Cassa per il Mezzogiorno con i suoi 840 allievi che, sottoposti a un regime da caserma, dovranno diventare operai bravi e obbedienti. Al Ciapi scoppia una ribellione fra le più aspre, che si protrae per tutto il 1969 sostenuta da studenti universitari e medi. Nel ’68 il movimento studentesco aiuta gli operai nei picchetti davanti ai cancelli: senza queste barriere viventi molti lavoratori entrerebbero intimiditi dallo sguardo minaccioso degli addetti alle portinerie, che spesso agiscono da braccio armato delle direzioni aziendali. Organizzare picchetti e gruppi che vanno da una fabbrica all’altra per sostenere gli scioperanti è un compito dei sindacati metalmeccanici che nascono e crescono in breve tempo: il segretario della Fim-Cisl Franco Filieri tiene comizi volanti contro dirigenti e guardiani, che chiama con buffo epiteto «reazioncelli»; nel duro confronto con le squadre anti-sciopero spicca la determinazione del leader della Fiom-Cgil Paolo Pellicano. Emerge una giovane leva operaia che costruirà il sindacato: Giuseppe De Filippo della Isotta Fraschini, Margherita Di Ronzo e Caterina Spinelli della Hettemarks, e tanti altri.
     L’accordo per l’abolizione delle zone salariali è raggiunto a dicembre con le aziende pubbliche e a marzo ’69 con la Confindustria. Intanto, proprio nell’Università di Bari è attiva una illuminata scuola di diritto del lavoro guidata da Gino Giugni, fra i principali artefici del nuovo statuto dei diritti dei lavoratori che diventerà legge nel 1970. 

Pasquale Martino  


L’occupazione della fabbriche a Bari


A Bari c’è l’occupazione delle fabbriche. Nel 1967 un centinaio di ragazzi e ragazze che lavorano come operai con paghe di apprendisti negli ambienti insalubri del Calzaturificio del Sole sciopera chiedendo il rispetto del contratto di lavoro; la proprietà reagisce minacciando fallimento e licenziamenti; l’opificio viene occupato per 40 giorni, e i lavoratori fanno entrare studenti solidali, giovani militanti della sinistra e delle Acli. 
     L’occupazione più dirompente è alle Fucine Meridionali, fabbrica metallurgica del gruppo Breda (oggi privatizzata col nome di Fonderie Meridionali): le maestranze chiedono miglioramenti economici e salute in fabbrica. Agli scioperi la direzione risponde con la serrata dello stabilimento e con provvedimenti disciplinari tra cui il licenziamento in tronco del segretario della commissione interna Antonio Continisio. Di qui i 47 giorni di occupazione (27 maggio-11 luglio 1968) che impongono un tema inedito, il potere operaio che diventerà asse strategico di tutto il movimento in Italia fino alla istituzione dei consigli di fabbrica. La lotta unitaria – chiusa con un successo quasi completo (Continisio sarà comunque riassunto in un’altra azienda del gruppo Breda) – cementa il rapporto fra i tre sindacati confederali di categoria che daranno vita alla Flm, Federazione lavoratori metalmeccanici, e ottiene la mobilitazione per solidarietà delle altre fabbriche baresi nonché l’appoggio del movimento studentesco.  
     Circa 80 operai dell’Ati (Azienda tabacchi italiana) attuano uno sciopero a singhiozzo per ottenere aumenti salariali; per tutta risposta tre di loro vengono sospesi; dal 18 settembre lo stabilimento viene occupato per 43 giorni; infine i monopoli di Stato ne concedono la gestione a una cooperativa degli stessi lavoratori. All’Ucci (Unione cartaia e cartotecnica italiana) 34 dipendenti ricevono un preavviso di licenziamento: si decide l’occupazione della fabbrica, che dura 40 giorni a partire dal 13 ottobre, fino alla promessa di nuove commissioni che incrementeranno la produzione.  Durante le occupazioni gli operai si barricano dietro i cancelli, le famiglie portano generi di sussistenza, si attivano reti di solidarietà politiche e istituzionali, la «Gazzetta» e «l’Unità» scrivono cronache quotidiane. 
(P.M.)


«La Gazzetta del Mezzogiorno», 18 febbraio 2018

Leggi anche:
Il '68 in Puglia/1. Potere studentesco a Bari e a Lecce

Il '68 in Puglia/3. La rivolta delle campagne 



sabato 20 gennaio 2018

Il ’68 in Puglia/1


"Potere Studentesco" a Bari e a Lecce
La rivolta nelle Università 


Manifestazione studentesca a Lecce, 1968 (Archivio storico de "l'Unità")


A gennaio del 1968 la rivolta era già in corso nelle principali città universitarie d’Italia. Gli atenei pugliesi invece sembravano dormienti. C’era stato invero un antefatto, proprio un anno prima: a Bari il 29 gennaio 1967 gli studenti di Chimica avevano occupato il loro istituto; il rettore Pasquale Del Prete li aveva subito fatti sgomberare dalla polizia e aveva inoltre proclamato la serrata dell’Ateneo per alcuni giorni: atti inauditi, che sollevarono proteste perfino da parte del consiglio comunale e della FUCI, l’associazione degli universitari cattolici nella quale Del Prete aveva militato da giovane col suo amico Aldo Moro. Presero le distanze anche diversi docenti, tra cui il futuro rettore Aldo Cossu e il filologo Carlo Ferdinando Russo. Davanti all’Ateneo sbarrato molti studenti attuarono un sit-in subendo la carica della polizia. Bari insomma aveva inaugurato senza saperlo il prologo della ribellione universitaria, proseguito a febbraio del ‘67 con maggiore veemenza in altre città: Pisa, Torino, Venezia, Napoli, Trento. Una ouverture che fece maturare nel capoluogo pugliese “avanguardie” studentesche intenzionate a riprendere il discorso bruscamente interrotto. Un anno dopo, però, Bari latitava, mentre fu Lecce a scatenare la contestazione. L’Università del Salento – retta da una personalità di spicco, il democristiano Giuseppe Codacci Pisanelli, già membro della Costituente – venne occupata dagli studenti il 22 gennaio 1968: una occupazione “dura” che resisté parecchi giorni e fu sostenuta da una pronta mobilitazione delle scuole medie superiori, riuscendo a collegarsi con le altre realtà nazionali, tanto da essere raccontata da «l’Unità» e da «Quindici», il periodico del Gruppo ’63 che fece quasi da portavoce del movimento sessantottesco. Su ciò sta per uscire un libro dello storico salentino Silverio Tomeo.

Assemblea del 2 marzo 1968, aula prima di Lettere
(foto Ficarelli, "La Gazzetta del Mezzogiorno")
    Bari dové aspettare fino al 2 marzo, quando – dopo un intenso lavoro preparatorio che comprendeva una rudimentale inchiesta con questionario fatto girare fra gli studenti – venne finalmente convocata una assemblea generale nella facoltà di Lettere e Filosofia. Proprio il giorno precedente si era svolta a Roma la battaglia di Valle Giulia fra polizia e studenti, uno degli episodi cruciali del ’68 italiano. Cosicché la notte fra il 1° e il 2 marzo un gruppo avventuroso di universitari baresi – poi ammantato di una sorta di leggenda che lo soprannominò «sporca dozzina» – tentò di occupare l’Ateneo senza però riuscirci, a causa della vigilanza del rettorato. L’assemblea dell’indomani fu comunque un evento straordinario, debitamente riferito dalla «Gazzetta del Mezzogiorno», che parlò di «una affollatissima assemblea nell’aula prima della facoltà di Lettere», con «oltre mille studenti di varie facoltà che hanno gremito l’anfiteatro e i corridoi adiacenti». Il quotidiano pubblicò anche una fotografia che mostrava, pendente sulla presidenza dell’aula strapiena, la scritta Potere Studentesco: e con questo slogan, finalmente, fu ’68 anche a Bari. Prima vennero i «controcorsi», la didattica alternativa, le assemblee permanenti, il braccio di ferro con i docenti; quindi arrivarono anche le occupazioni, a Lingue (facoltà numerosissima, stretta allora in angusto condominio con Economia e Commercio), poi a Lettere, a Giurisprudenza, in tutto l’Ateneo; il movimento cresceva nelle sedi universitarie (la «Gazzetta» registra 42 assemblee nei mesi di marzo e aprile) con interessanti sviluppi a Fisica e al Campus, mentre nelle scuole si muoveva solo l’agguerrito liceo Orazio Flacco. Ma il turno degli istituti scolastici verrà nell’autunno dello stesso anno, quando scioperi e manifestazioni scuoteranno tutte le scuole medie superiori – dal Giulio Cesare al Vivante, dal Bianchi Dottula al Marconi allo Scacchi e così via – in lotta per ottenere l’elementare e negato diritto di assemblea, e favoriranno l’incontro con i cortei dei lavoratori che si battono contro le gabbie salariali. Ne parleremo un’altra volta.  
     Torniamo alle università. Bari era allora il terzo polo universitario italiano dopo Roma e Napoli; aveva una popolazione studentesca in gran parte pendolare e fuori sede, proveniente dalle province di Bari, Foggia, Taranto, dalla Basilicata e dalla Calabria. L’Ateneo leccese, di nascita recente, contava su un minore numero di facoltà e di iscritti, appartenenti alle tre province salentine. L’incontro e la concentrazione di ragazzi e ragazze di tanti territori lontani e di comuni disseminati costituì un grande fattore di organizzazione e di presa di coscienza generale. I due atenei diventarono il “cervello collettivo” di una giovane generazione pugliese e lucana che si proiettava verso orizzonti più vasti: non a caso i leader del movimento universitario a Bari e a Lecce – primi inter pares nei comitati che dirigevano le lotte – furono rispettivamente Piero Di Siena di Rionero in Vulture in provincia di Potenza (futuro segretario regionale del PCI di Basilicata e senatore) e Pietro Mita di Ceglie Messapica in provincia di Brindisi (diventerà deputato e sindaco della sua città). 
     La ribellione coinvolse migliaia di ragazzi delle nostre regioni, a cerchi concentrici e con diversi gradi di intensità; vi si mescolavano cause materiali e motivi ideali. Da un lato una condizione di studente-massa privo di strumenti, di servizi, di “potere”, dentro una struttura universitaria opprimente che riproduceva le diseguaglianze sociali; di qui la disubbidienza all’autoritarismo accademico, la rivendicazione di democrazia e gratuità degli studi. Dall’altro la consapevolezza che la propria lotta era legata da molteplici fili ad altri processi di liberazione, riguardanti le classi lavoratrici meridionali (nel ’67 la Puglia era stata attraversata da una potente protesta bracciantile) nonché popoli e movimenti di ogni continente. Era l’educazione di una gioventù di origini borghesi ma anche operaie e contadine, animata da profonde istanze egualitarie; nell’immediato, essa avrebbe ottenuto qualche respiro e qualche spazio di libertà; attraverso le prove difficili negli anni futuri, avrebbe dato una spinta a ridisegnare – almeno per un po’ – un’Italia migliore.

Pasquale Martino
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 20 gennaio 2018           

        
Movimento, riviste, editoria

    A scrivere delle lotte universitarie di Bari è per prima la grande rivista di cultura «Belfagor», che pubblica nel marzo 1967 un vivace intervento del direttore Carlo Ferdinando Russo, con lo sguardo rivolto anche a Pisa e Torino. La “lavorazione” della rivista è divisa a metà fra Marina di Pietrasanta sede della redazione e Bari dove C. F. Russo insegna Letteratura greca e Filologia classica. Su quello stesso numero si legge uno dei primissimi scritti di Luciano Canfora. L’occupazione di Lecce trova spazio invece su «Quindici», rivista d’avanguardia e “di movimento” fondata dal Gruppo 63, che nel n. 8 di febbraio-marzo 1968 ospita una riflessione di Pietro Mita. Nel comitato di agitazione a Lecce si distingue il giovane Piero Manni, che fonderà una battagliera casa editrice. A proposito, anche gli editori si stanno adoperando in gara per realizzare al più presto libri che rispecchino il ’68 ormai al suo apice. Ad aprile l’editrice barese Laterza stampa il volume Documenti della rivolta universitaria, «a cura del Movimento studentesco» riconosciuto come soggetto politico-culturale; vi sono riprodotti i materiali delle occupazioni di varie città (fra cui Trento, Torino, Milano) ma non di Bari; Mario Santostasi che è in redazione vorrebbe inserire anche questa, ma non c’è tempo: nello stesso mese pure Marsilio, a Padova, esce con una silloge di documenti delle principali città (Università: l’ipotesi rivoluzionaria). A marzo-aprile appare il numero monografico 28-29 di «Problemi del Socialismo» intitolato La rivolta studentesca in Italia, Stati Uniti, Germania federale. Il periodico diretto da Lelio Basso – figura carismatica dell’antifascismo ed esponente di primo piano del PSIUP – comprende un articolo di Giuseppe Trulli, barese, segretario nazionale della federazione giovanile del PSIUP e futuro segretario regionale della CGIL in Puglia. A Bari il partito della estrema sinistra socialista, guidato dal segretario provinciale Giacomo Princigalli, è uno spazio accogliente in cui le idee del movimento studentesco internazionale si confrontano con le suggestioni del marxismo eretico e del terzomondismo. Altri editori baresi non restano fermi. De Donato pubblica a giugno L’anno degli studenti di Rossana Rossanda, quasi un primo bilancio del ’68: va a ruba ed è ristampato a novembre. La Rossanda è impegnata inoltre con l’editore Raimondo Coga, che per la Dedalo incomincerà a stampare a Bari nel gennaio ’69 «il Manifesto» mensile, le cui tesi politiche costeranno al gruppo redazionale una rapida estromissione dal PCI. Ma già nel ’68 Dedalo fa uscire l’edizione italiana della «Monthly Review», tribuna prestigiosa della nuova sinistra americana, e include nel numero 10 di ottobre una sintesi – curata dalla redazione italiana – sul convegno nazionale del movimento studentesco tenutosi un mese prima a Venezia, a cui hanno partecipato delegazioni da Bari e Lecce.

P. M.

sabato 4 novembre 2017

I Cento anni dell’Ottobre (1917-2017)


Scuola e cultura nella Rivoluzione russa
Lunaciarskij e il commissariato del popolo all’Istruzione

Quando, dopo aver preso il potere il 7 novembre 1917, i bolscevichi presentarono al congresso dei Soviet la lista dei commissari del popolo – i nuovi ministri – la lettura di un solo nome eguagliò gli applausi clamorosi suscitati dai nomi di Lenin e Trotskij: quello del commissario alla Istruzione, Anatolij Lunaciarskij. Grazie a uno spiccato talento di conferenziere e oratore instancabile, il quarantaduenne intellettuale era diventato una delle personalità più popolari della rivoluzione; veniva ora messo a capo di una formidabile impresa: creare una nuova scuola e armonizzare il patrimonio della cultura russa col progetto di una società egualitaria. Da figure come la sua, poco ricordata, sarebbe interessante prendere le mosse per rileggere la complessità di un evento epocale il cui centesimo anniversario ci capita fra capo e collo un quarto di secolo dopo la fine dell’Urss, mentre con quella storia ci sembra di non aver più a che fare.

Marxista dalla adolescenza, Lunaciarskij aveva vissuto all’estero per scelta e poi per l’esilio impostogli dalla polizia zarista. Studiò a Zurigo, dove conobbe Rosa Luxemburg. Soggiornò in Italia: a Firenze, a Capri (ospite di Maksim Gorkij), a Napoli (e qui apprezzò il teatro popolare di Scarpetta e Di Giacomo), in Abruzzo, a Bologna (dove incontrò Giovanni Pascoli). Conosceva bene la lingua e la letteratura italiane; nel ’24 ingaggerà una disputa storico-letteraria su Dante, da lui interpretato come espressione non del Medioevo, ma della età di transizione.
Alla caduta dello zar, nel ’17, arrivò a Pietrogrado poco dopo Lenin, di cui condivise le scelte in quella fase cruciale. Sebbene fosse soprattutto un critico e uno scrittore, ebbe un ruolo di rileivo nell’Ottobre, attestato anche dal celeberrimo reportage di John Reed Dieci giorni che sconvolsero il mondo. Guidò poi il Narkompros (Commissariato del popolo all’Istruzione) come un collettivo, circondandosi di collaboratori fra cui Nadezda Krupskaia, non soltanto “moglie di Lenin”, ma intelligente organizzatrice, insegnante e pedagogista. Duro compito degli inizi fu convincere gli insegnanti ad appoggiare il nuovo corso; e durissimo fu combattere l’analfabetismo, sopperire all’indigenza in cui versavano molti docenti, accrescere il numero degli asili per ospitare le miriadi di bambini abbandonati e orfani di guerra. Nel contempo, il Narkompros lanciò l’utopica «scuola unificata del lavoro», che doveva essere ambiziosamente uguale per tutti, obbligatoria fino a 17 anni, gestita democraticamente, laica e politecnica, non professionalizzante. Numerose sperimentazioni furono messe in atto e si resterebbe sorpresi nello scoprire quale dibattito acceso e pluralistico si sviluppò sulle concezioni e sui metodi educativi, specie a proposito del rapporto scuola-lavoro. Fra tentativi e susseguenti riordini in quel caotico momento si gettarono le basi di un sistema formativo che favorì una relativa mobilità sociale nell’Urss.

Ma il Narkompros aveva competenza anche su musei, teatri, beni culturali e promozione della cultura: Lunaciarskij ebbe il merito di mediare con tenacia fra il Proletkult (il vasto movimento che propugnava una «cultura proletaria»), le avanguardie artistiche (cubofuturismo, costruttivismo, il LEF o Fronte della sinistra nell’arte sostenuto dal poeta Majakovskij) e i cosiddetti «compagni di strada», artisti e scrittori più legati alla tradizione, come il poeta simbolista Aleksandr Blok. Finché durò la mancanza di carta e il conseguente crollo della produzione libraria, si moltiplicarono le pubbliche letture di poesia e gli spettacoli teatrali, diffusi anche nelle scuole. Mentre pittori già affermati come Kandinskij e Chagall collaboravano col ministero, nascevano – per diventare punti di riferimento mondiali – il formalismo russo di Viktor Sklovskij nella teoria e critica della letteratura, il teatro biomeccanico di Mejerchold, la fotografia e la grafica pubblicitaria di Rodcenko, la cinematografia con una leva di registi (Eistenstein, Dziga Vertov), tecnici e attori; erano attrici di cinema anche la seconda moglie di Lunaciarskij, Natalia Rosenel, e Lili Brik, amata da Majakovskij, ritratta da Rodcenko nella foto di un famoso manifesto della rivoluzione, nei panni di una giovane popolana che grida: knighi! (libri!). Un’operazione decisiva fu il coinvolgimento della prestigiosa Accademia delle Scienze, fondata da Pietro il Grande, che in seguito diventò Accademia delle Scienze dell’Urss e garantì una parziale autonomia alla élite accademica durante i periodi più oscuri dello stalinismo conseguendo risultati di valore in vari ambiti, dalla fisica alla storia.

Nel 1923 Lunaciarskij pubblicò quello che resta forse il suo libro più noto: Profili di rivoluzionari, schizzi vivaci che per esempio ritraggono l’allegria e la cordialità innate di Lenin e – in tempi in cui ciò era ancora possibile – presentano Trotskij innegabilmente come il «secondo leader» della rivoluzione, mentre ignorano Stalin. Il volumetto non fu più ristampato in Russia fino al ’65, quando riapparve in edizione emendata; in Italia fu pubblicato integralmente nel 1968 per felice scelta editoriale del barese De Donato. Lunaciarskij era estraneo alla lotta di vertice nel partito: uscì indenne dal drammatico scontro degli anni ’20 che vide la caduta di Trotskij e l’affermazione di Stalin. Commissario fino al ’29, nominato nel ’33 ambasciatore a Madrid, morì durante il viaggio di trasferimento. La prematura scomparsa (a 58 anni) lo preservò, probabilmente, dalla ondata delle purghe che si abbatté sulla vecchia guardia bolscevica. Nel frattempo, l’irripetibile fervore culturale e politico dei primi anni si era spento, sostituito dalla opacità di un regime repressivo nel quale discussioni e polemiche alla luce del sole non erano più pensabili.     

Pasquale Martino
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 4 novembre 2017

Immagini:

Manifesto propagandistico di Aleksandr Rodcenko. La donna ritratta è l’attrice Lili Brik, che lancia l’appello ai libri. 

Manifesto per una conferenza di Lunaciarskij (dal volume: Religione e socialismo, Guaraldi, Rimini, 1973). La scritta dice:  “…Il mondo è per il proletario uno sconfinato, ininterrotto torrente di forze, una eterna cascata di inesauribile energia”… Circolo Moderno, sabato 11 novembre 1917, conferenza di A. Lunaciarskij “Nel regno del socialismo”. A beneficio del circolo proletario. Ingresso gratuito per i membri del circolo.

Copertina del libro Profili di rivoluzionari (De Donato, Bari, 1968).