martedì 15 aprile 2014

Giovanni Gentile

Il filosofo al potere, vittima di se stesso


Gentile nel suo studio, 1923, foto Armando Bruni archivio RCS 
Il 15 aprile 1944 Giovanni Gentile fu ferito a morte da colpi di pistola davanti alla sua abitazione a Firenze. Spirò mentre veniva condotto in ospedale. A compiere l’attentato di cui ricorre il settantesimo anniversario – uno degli episodi più emblematici della Resistenza – era stato un gruppo d’azione patriottica (Gap) composto da partigiani comunisti, che colpirono in Gentile l’ideologo del fascismo e la figura di spicco della Repubblica di Salò. La ferocia nazifascista nell’occupazione e nella guerra civile non dava respiro e non risparmiava gli intellettuali del campo opposto; era nell’ordine delle cose che Gentile, alto esponente del regime, potesse rientrare fra gli obiettivi della lotta armata. Da questo punto di vista la sua uccisione è perfettamente comprensibile, sebbene ci si interroghi ancora oggi sulla opportunità di una scelta che una parte dei resistenti non condivise. 
Nessuno però mise in dubbio la tempra morale degli esecutori; il loro capo, Bruno Fanciullacci, fu insignito della medaglia d’oro alla memoria per il coraggio con cui affrontò due volte l’arresto e la tortura restando ucciso. Ai preparativi dell’azione contro Gentile prese parte anche la studentessa Teresa Mattei, che conosceva personalmente il filosofo; eletta nell’Assemblea costituente, sarà tra le madri della Costituzione italiana. Uomini e donne di alta dirittura, dunque, che non perdonarono a Gentile proprio l’aver rafforzato col suo prestigio l’ultima e sanguinaria battaglia di Mussolini in veste di fantoccio hitleriano. E tuttavia ci si chiede ancora se nella decisione di ucciderlo «siano entrate anche valutazioni politiche non direttamente note a quanti, sulla collina fiorentina, spezzarono il filo della sua vita» (Gennaro Sasso, Dizionario biografico degli italiani, 2000). 
Bruno Fanciullacci nel 1943
L’esecuzione del sessantanovenne filosofo di Castelvetrano potrebbe essere stata infatti l’esito finale di una complessa dinamica di forze. A studiare il caso fu il filologo e storico Luciano Canfora (La sentenza, Sellerio, 1985) che mise in luce sia le trame degli angloamericani sia l’ostilità interna al fascismo repubblichino contro Gentile. E in effetti sembra inspiegabile che l’uomo appena nominato presidente dell’Accademia italiana dal duce in persona (e destinatario di recenti lettere minatorie) fosse del tutto privo di scorta. Un altro tema controverso – indagato anch’esso da Canfora – è il rapporto fra Gentile e Concetto Marchesi, che lasciando il rettorato dell’università di Padova aveva chiamato gli studenti alla lotta partigiana. Nel dicembre ’43 Gentile pubblicò sul «Corriere della Sera» un appello alla pacificazione al di là dei partiti, e contro «ogni spirito di vendetta e di fazione»; appello assai sgradito ai molti oltranzisti repubblichini, e d’altronde respinto dagli antifascisti come un tentativo disperato di indebolire il movimento di liberazione. Marchesi rispose dalla Svizzera denunciando le gravissime responsabilità di Gentile e affermando che «la spada non va riposta, va spezzata».  La conclusione dell’articolo fu modificata nell’edizione clandestina che apparve in Italia con le seguenti parole: «la giustizia del popolo ha emesso la sentenza: morte!». Che la frase sia stata scritta dal professore comunista è incerto; essa venne comunque interpretata come un verdetto di condanna cui seguì l’esecuzione. Tuttora non è facile ricostruire l’esatta catena di comando che portò a quello sbocco (benché dieci anni fa Teresa Mattei abbia ribadito che la decisione fu presa a Firenze). Ma la sostanza non cambia. E anche Sergio Romano, autore di una biografia del «filosofo al potere» (Rizzoli, 1984 e 2004), pur deplorando l’omicidio nega la mera equiparazione degli esecutori a «terroristi».
Resta la valutazione del vasto apporto di Gentile alla cultura italiana del Novecento. Un contributo che fece di lui il protagonista con Benedetto Croce della rivincita idealista contro il positivismo di fine Ottocento, e il maestro di una filosofia dell’«atto puro» che, meglio dell’idealismo crociano, dette centralità al rapporto fra intellettuali e politica. Non a caso il suo «ritorno al De Sanctis» (modello di intellettuale civile) e il suo “attualismo” incentrato sul primato della volontà offrivano suggestioni anche al marxismo antipositivista di giovani rivoluzionari come Gramsci. Dopo la lunga collaborazione con Croce nella direzione della rivista «La Critica», edita da Laterza, il rapporto fra i due pensatori si rompe nel 1925, l’anno dei «manifesti», quello fascista di Gentile e quello antifascista scritto dal filosofo abruzzese. Nella visione gentiliana il fascismo è lo Stato etico hegeliano e la prosecuzione del Risorgimento, tanto che perfino la violenza squadrista gli appare giustificata («discorso del manganello», 1924), così come l’imposizione del giuramento di fedeltà ai docenti universitari. Direttore della Normale di Pisa e del «Giornale critico della filosofia italiana» da lui fondato, senatore, ministro della pubblica istruzione e autore della riforma della scuola, direttore scientifico dell’Enciclopedia italiana, proprietario e dirigente della casa editrice Sansoni: bastano questi riferimenti a testimoniare l’impegno di Gentile come organizzatore della cultura. Ma negli ultimi anni del regime, specie in quelli della guerra mondiale, egli non è più un militante attivo; rimane una personalità onorata ma tutto sommato marginale nella scenografia del fascismo ed estranea all’accelerazione filonazista e razzista (da cui tuttavia non si dissocia pubblicamente). Dopo il 25 luglio è perfino sospettato di volersi avvicinare a Badoglio. Appare davvero fatale la decisione che invece egli prese, sollecitato da Mussolini, di unirsi all’atroce avventura di Salò. Era in qualche modo l’attestazione di una tragica, astratta coerenza. 

Pasquale Martino


«La Gazzetta del Mezzogiorno», 15 aprile 2014

mercoledì 9 aprile 2014

Giorgio Pasquali

Gli ottant’anni di un libro duraturo
E Pasquali ci spiegò la tradizione


Dopo la conoscenza del greco, anche quella del latino sembra condannata a una progressiva riduzione nel curriculum scolastico. Si ignorano gli effetti di lunga durata. Non si sa, per esempio, che posto occuperà nella cultura italiana una disciplina come la filologia, incaricata di assicurare basi di metodo allo studio delle lingue e delle letterature antiche, ma, in verità, anche di quelle moderne. Ce ne hanno ricordato l’importanza le recenti scomparse di Cesare Segre e di Ezio Raimondi, fra i massimi studiosi italiani di filologia romanza e moderna. È arduo fissare un confine non puramente empirico tra filologia classica e romanza, nonché tra lo studio filologico della letteratura e quello di ogni altro sapere fondato su una tradizione scritta: dal diritto alla storia, dalla filosofia alle discipline scientifiche. Concetti che divennero più chiari e in qualche modo definitivi quando, ottant’anni fa, apparve la Storia della tradizione e critica del testo di Giorgio Pasquali (1934), un saggio che ha incontrato una duratura fortuna. Direttore del seminario di filologia classica della Normale di Pisa, Pasquali (1885-1952) aveva assimilato le metodiche di scuola germanica, le più avanzate fin dal secolo precedente. Un altro suo libro importante di quegli anni, Preistoria della poesia romana (1936), argomentava l’origine greca del verso saturnio, la forma metrica adoperata agli albori della letteratura latina e da molti studiosi considerata autoctona. Una dimostrazione, quella di Pasquali, che non era precisamente in armonia con gli orientamenti nazionalistici del classicismo fascistizzato di quel tempo; firmatario del manifesto antifascista di Croce nel 1925, Pasquali si era poi adattato al regime riportandone qualche vantaggio, senza però accodarsi alla retorica romano-imperiale. Storia della tradizione era comunque un libro capitale, un seme i cui frutti si sarebbero visti nell’impronta di una generazione di allievi eccellenti, fra i quali Mariotti, Timpanaro, La Penna, gli italianisti Bonora e Caretti e, non da ultimo, il futuro direttore di «Belfagor», Carlo Ferdinando Russo che, trasferitosi a Bari negli anni ‘50, vi trapiantò l’ispirazione pasqualiana facendo degli studi di filologia classica una realtà di punta dell’Ateneo barese.   
La trattazione di Pasquali dissipa ogni equivoco tecnicista per mostrare la sostanza della filologia come lavoro sui testi sorretto da una preparazione multidisciplinare; poiché ha come fine di ricostruire il più possibile le parole originali di un documento – e, per esse, l’intento e il pensiero dell’autore – la filologia studia l’intero percorso di trasmissione del testo da un supporto materiale all’altro, dalle varie forme di manoscritto alla prima edizione a stampa e oltre (la tradizione, appunto). Non si può fare critica del testo senza storia della tradizione, cioè storia della cultura, dell’esegesi testuale, dell’attività di edizione e dei modi di riprodurre un documento. Solo da questa indagine, che richiede finezza critica oltre che erudizione, si possono comprendere certe trasformazioni subite dal testo, gli errori, le omissioni, le aggiunte. Altrimenti si rischia di prendere per buono un testo che non lo è affatto. Perché, come ha spiegato Luciano Canfora, allievo a sua volta di C.F. Russo, il copista è in realtà un autore (Il copista come autore, 2002): il “vero” autore del manoscritto che abbiamo sotto mano, in quanto ha potuto innovare ciò che ha letto (integrando, fraintendendo o interpretando), sostituirlo con un nuovo testo e seppellire quello vecchio in un dimenticatoio da cui il più delle volte non potrà riemergere. Va da sé che lo storicismo filologico pasqualiano – che spingeva lo sguardo ben oltre l’età antica, fino a considerare il fenomeno delle varianti nei testi di Petrarca, Boccaccio, Manzoni – era negli anni ’30 poco conforme non solo ai miti fascisti, ma anche alla visione crociana dell’opera letteraria come pura espressione dello spirito, non condizionata dalla materialità dei processi di composizione e pubblicazione. Il racconto di Pasquali configurava infine una storia di vasto respiro della critica letteraria e della filologia, nella quale prendevano posto i protagonisti decisivi della tradizione, come – per fare solo un esempio – il grande editore e grammatico Valerio Probo, la cui attività nel I secolo d.C. fu determinante per la trasmissione di buona parte della letteratura latina. Questo libro ottantenne ma sempre attuale ci rammenta che il nostro patrimonio culturale non è un’entità oggettiva, ma una conquista della ricerca, e che le sue basi vanno ricostruite a prezzo di indagini faticose e di enorme complessità. La stessa scuola non può restare all’oscuro del lavoro filologico, pena lo svuotamento del senso critico, e d’altra parte la filologia non può vivere se non è alimentata da rinnovate domande e dalla sensibilità di una comunità che legge e studia.   
   
Pasquale Martino    

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 9 aprile 2014


   

martedì 8 aprile 2014

Caserma Rossani

Urbanistica contrattata e urbanistica partecipata
Racconto di una città

Prefazione a Diario Rossani di Nicola Signorile (Caratteri Mobili, Bari, 2014)

La Caserma Rossani negli anni '50 (www.artribune.com)




















Non è di poco conforto sapere che il principale quotidiano pugliese – quello più letto, sfogliato e sgualcito da tante mani sui tavoli di tutti i bar – ospita settimanalmente una rubrica di critica dell’architettura e dell’urbanistica. Da un po’ di anni l’appuntamento con «Piazza Grande» di Nicola Signorile è diventato un’occasione stimolante per imparare qualcosa; soprattutto, per guardare Bari e la sua area metropolitana in uno spettro di luce dispiegato, nella sua realtà plurima e nelle sue potenzialità spesso nascoste o misconosciute. Autore di libri agili e dotti sulla storia dell’architettura contemporanea nel capoluogo pugliese, Signorile si districa con una carta nautica rigorosa nel mare del tessuto urbano in via di trasformazione – e dei soggetti che vi operano e vi si scontrano: i costruttori, i proprietari di suoli, i cittadini, gli enti pubblici – mettendo in campo indagini e riflessioni interdisciplinari che intrecciano storia, arte, sociologia e politica. Già di per sé, dunque, «Piazza Grande»  è il diario avvincente di una città che cambia, di una vicenda urbanistica complicata in cui le aperture suggestive verso il primato del bene comune si alternano alle deludenti ricadute verso soluzioni affaristiche; è la cronaca ragionata di una quotidiana lotta sui temi degli spazi pubblici, della qualità urbana, della memoria storica.
E tuttavia, quando si legge Diario Rossani, estrapolazione e raccolta dei resoconti critici incentrati sulla grande questione del riuso della caserma abbandonata al centro di Bari, si ha l’impressione di avere a che fare non con il montaggio di materiali preesistenti, ma con un altro genere letterario: un opus che trascendendo le cronache di architettura e urbanistica, sostanziate di cultura e di tensione civile, diventa racconto di una città; romanzo di una storia in corso, in divenire. Perché la discussione, le intenzioni e i fatti relativi al vasto quadrilatero di proprietà pubblica incastrato fra i quartieri Murat, Carrassi e San Pasquale, e destinato a verde urbano per oltre metà dal piano regolatore, hanno assunto il valore emblematico di una narrazione che riguarda il presente e il futuro della città, e che, comunque si evolva, parlerà a tutta la Puglia e in buona misura all’intero Paese. La questione ha finito infatti col catalizzare tutti i filoni del dibattito urbanistico e politico-culturale dell’ultimo decennio a Bari: fin dall’avvio della prima amministrazione comunale di centrosinistra (2004-2009), cui Signorile non risparmia critiche – che ovviamente mi toccano, visto il mio contributo a quella esperienza. (E qui apriamo una parentesi. Forse per questo Nicola ha coinvolto proprio me per introdurre il suo racconto, considerando l’antica amicizia che ci lega, la condivisione di tutte le cose essenziali, e insieme sollecitando un punto di vista non discordante, ma prospetticamente sfasato rispetto al suo.) 
Torniamo ai primi cinque anni. Una pagina complessa, in cui si videro alcuni atti significativi, rispondenti agli impegni assunti – tali furono la demolizione dei palazzi di Punta Perotti e l’inizio della bonifica del sito Fibronit – e più in generale coerenti con l’ispirazione del progetto politico – e qui penso alla decisione sia pure sofferta e faticosa di sbarrare la strada alla Cittadella della Giustizia. Tutte questioni che suscitarono dibattito, entusiasmi e feroci polemiche, nonché i noti contenziosi di giustizia amministrativa e penale (da uno dei quali proprio l’autore di Diario Rossani, chiamato in causa per essere una voce scomoda, è uscito con una limpida vittoria). Ma in quel quinquennio iniziale fu anche dischiusa la porta (con sottovalutazione, con battaglia interna insufficiente, con qualche disattenzione di troppo) ai primi passi di un metodo che nel mandato successivo sarebbe diventato un tenace filo conduttore sebbene solo parzialmente attuato: stiamo parlando dell’«urbanistica contrattata», quella prassi amministrativa adottata da molti comuni italiani che configura una sostanziale rinuncia a porre rigidi vincoli di interesse pubblico sul territorio.


Nel contesto barese l’urbanistica contrattata ha assunto fra l’altro la fisionomia del «credito edilizio», un presunto diritto di costruire, “a prescindere”, da parte di chi è proprietario di suoli: per cui, se, per esempio, una legge nazionale vieta di edificare sulla costa, chi detiene i suoli resi inedificabili diventa titolare di un «credito», che il Comune gli riconoscerà in altre sezioni della maglia urbana da definire per via contrattuale. Per questo la Caserma Rossani, l’incredibile vuoto nel cuore della città, a un passo dalla stazione ferroviaria, diventa un bel pezzo di suolo appetibile. Specie se il suo valore viene associato a quello delle aree del centro che saranno rese disponibili in seguito all’attuazione dell’annoso progetto del Nodo ferroviario. In tal modo il tema Caserma Rossani invade la prospettiva di tutti i quartieri centrali, poiché si connette inevitabilmente a quello della sistemazione del quartiere Murat – la riqualificazione di via Sparano (per ora dormiente) che non potrà escludere via Argiro e tutte le aree adiacenti – , al destino del teatro Margherita (riguardo al quale è stato imbastito un discusso accordo pubblico-privato per trasformarlo in un museo d’arte contemporanea) e del magnifico complesso della Manifattura che – disusato dall’Università e sottoutilizzato dal Comune – potrebbe cambiare la storia del quartiere Libertà ricucendolo virtuosamente al murattiano. Basti pensare che per la galleria d‘arte contemporanea sono state avanzate anche le proposte di collocarla nella Rossani o nella Manifattura dei Tabacchi (ubicazioni entrambe ben più congeniali del Margherita).
L’altro Leitmotiv di questo racconto è l’urbanistica partecipata; di fatto, l’esatto opposto di quella contrattata: in quanto presuppone l’intervento nel dibattito pubblico da parte dei soggetti che non sono portatori di un interesse privato di tipo economico ancorché legittimo, ma di bisogni sociali, di visioni collettive, di azioni che tendono a rendere effettiva la fruizione sociale di un bene generale, a non privatizzarlo. L’urbanistica partecipata diventa una forma essenziale della democrazia nella città che cambia, affinché questo cambiamento non sia frutto di un’opaca negoziazione di élites economiche e di vertici tecnico-burocratici. E anche qui la Rossani è un caso paradigmatico: fin da quando il Comune ne ottenne la proprietà dal demanio statale scambiandola con la Chiesa Russa da consegnare al patriarcato ortodosso (un’altra operazione in cui, a conti fatti, le ombre sembrano prevalere sulle luci, visto che ha comportato lo sfratto non solo degli uffici circoscrizionali, ma anche della biblioteca del quartiere Carrassi). Dagli albori della questione, una rete di associazioni si è costituita in comitato per discutere con la parte pubblica (Comune e Regione) sul progetto di riapertura e riuso dell’ex caserma. Il Comitato Rossani è riuscito nel 2012 a ottenere il ritiro della delibera comunale che prevedeva un project financing indirizzato a realizzare in quell’area alberghi, residenze e parcheggi sotterranei. Le prime due cose, ma non la terza, sono poi scomparse nella proposta di Massimiliano Fuksas che, vincendo il concorso di idee «Baricentrale», ha immaginato la spazio pubblico della Rossani in relazione alla ferrovia e al murattiano. Di nuovo, il Comitato Rossani ha riaperto la questione. Nel frattempo, l’urbanistica partecipata dimostrava le sue possibilità virtuose nel caso di San Marcello, “periferia” di San Pasquale (non certo lontana dalla Rossani), dove un laboratorio urbano con il protagonismo dei residenti aveva come esito una modifica profonda del programma di riqualificazione, accantonando la demolizione e ricostruzione e sostituendola col risanamento del costruito.
Poi è arrivata l’occupazione della Rossani. L’azione è partita dai giovani che in precedenza avevano rivitalizzato il rudere di villa Roth, un manufatto tardo-ottocentesco con parco annesso, ubicato a San Pasquale e di pertinenza della Provincia. Dopo lo sgombero voluto dall’ente provinciale, il gruppo ha rilanciato il tema degli spazi pubblici “riaprendo” l’ex caserma. Questa esperienza si è allargata alla rete del Comitato Rossani, ad altri soggetti e a una numerosa cittadinanza, famiglie, anziani, bambini, che stanno dando una mano alla riappropriazione civica dello spazio verde compreso fra i vecchi edifici militari.

L'area della Caserma Rossani oggi
Il Comune e il soggetto assembleare che anima la Rossani si sono per un po’ di tempo soltanto sfiorati: sopralluoghi, la mediazione di alcuni politici, contatti tecnici, la messa in sicurezza di qualche fabbricato. Poi è arrivato un dialogo più sostanziale. La scelta giusta da parte del Comune non sarebbe certo quella di prendere tempo in attesa che questo esperimento si consumi da solo. Va colta invece  l’occasione per incominciare davvero quel laboratorio di partecipazione democratica, assumendo la sperimentazione in atto come orientamento e come partnership; allargando, certo, l’arco della cittadinanza attiva da convocare. Facendo dell’ex caserma il punto di partenza qualificante per una nuova relazione con la città.
L‘instant book di Nicola Signorile si ferma qui, in un frangente critico e aperto verso scenari contrastanti. Le scorciatoie non funzionano e i nodi non risolti vengono al pettine (lasciatemi ripetere questa banale verità). Nel nostro caso il nodo è un rapporto di forza: da un lato i poteri pubblici (con le coalizioni che li esprimono), i quali vogliono almeno in teoria migliorare il vivere civile, e a tal fine dovrebbero farsi forti di un consenso attivo, non solo elettorale, evitando di offrire ai cittadini il surrogato di una partecipazione da semplici spettatori; dall’altro un certo modo di fare impresa, che ha corsie preferenziali negli uffici tecnici e in molti anfratti della politica: per cui tutto si decide in una dimensione separata, dove si gioca a memoria da sempre  e ognuno sa già che cosa deve fare. Se la dialettica fra guida pubblica e impresa privata si chiude per cedere il passo all’uniformità di vedute e interessi, allora si ha il patto oligarchico che uccide ogni speranza. Bari che osserva i grandi modelli urbani d’Europa non dovrebbe ignorare che da una soluzione democratica della questione Rossani e dei nodi connessi dipende molto dell’identità che sta cercando, di città amica, di città intelligente e città di cultura.


Pasquale Martino

martedì 25 marzo 2014

Neofascismo

Ombre nere in Puglia



Con una sentenza di ammirevole nitidezza, la Cassazione (quinta sezione penale, 10.2.2011) ha respinto l’imputazione di reato diffamatorio a carico di chi aveva definito il gruppo di Forza Nuova non solo «chiaramente fascista», ma anche portatore di «xenofobia, razzismo, violenza e antisemitismo». Infatti, argomenta la Suprema Corte – ed è ciò che intendiamo qui sottolineare – , non soltanto le affermazioni in questione rientrano nel diritto di critica storica e politica, ma, soprattutto, se si tiene fermo il dato storico obiettivo, la qualità di fascista «non può essere depurata dalla qualità di razzista e ritenersi incontaminata dall’accostamento al nazismo». Insomma, chi è e si dichiara fascista non può pretendere di dissociare il proprio credo da tutto ciò che il fascismo, storicamente, ha significato e incarnato: il razzismo, l’antisemitismo, il culto della violenza, la complicità col nazismo e l’intima parentela con esso.
Da questo assunto vogliamo partire, in quanto esso esprime con chiarezza le motivazioni che spingono l’Anpi a contrastare le attività dei gruppi neofascisti, mettendo a disposizione delle istituzioni e del pubblico una più articolata informazione in proposito. L’Anpi non è mossa da accanimento ideologico contro “innocue” manifestazioni del pensiero, ma dal dovere istituzionale di identificare forme di organizzazione e pratiche che, ispirandosi esplicitamente al fascismo, e celebrandone l’apologia, contraddicono lo spirito della Costituzione antifascista e le leggi della Repubblica: in particolare la legge n. 205 25/6/1993 («legge Mancino») che – riprendendo e articolando le leggi n. 645 20/6/1952 e n. 654 6/10/1975 – vieta non solo la propaganda e le azioni di tipo fascista ma altresì la costituzione di organizzazioni e movimenti finalizzati a compiere tali azioni.
Manifestazione di Forza Nuova a Manduria
In questo doveroso adempimento, l’Anpi non intende assumersi l’onere di un’inchiesta né presume di rivelare fatti nuovi – tali sono le competenze di altri soggetti e organi – ma si propone di presentare in maniera ordinata, e divulgare, quelle informazioni che sono reperibili attraverso i mass media, i centri di documentazione e gli stessi siti web neofascisti.
È infatti risultato evidente, negli ultimi anni e negli ultimi mesi, che alcuni gruppi neofascisti, e in particolare CasaPound, hanno potuto operare troppo a lungo in una sorta di zona d’ombra, evitando le sovraesposizioni quando era possibile, coltivando le simpatie e i sostegni in aree politiche da loro ritenute contigue, cercando interlocuzioni anche in schieramenti politici distanti. Soltanto alcuni gravi episodi di violenza, di eco nazionale, hanno contribuito a strappare il velo di opacità attorno a CasaPound: si pensi – a titolo puramente esemplificativo – all’aggressione subita da alcuni militanti del Pd a Roma, nel 2011, per la quale è stato incriminato e arrestato un dirigente del raggruppamento neofascista (il che ha indotto un leader nazionale dello stesso gruppo a esultare scompostamente su Facebook per la morte del magistrato che aveva disposto il provvedimento giudiziario); e soprattutto all’eccidio dei senegalesi a Firenze, alla fine dello stesso anno, commesso da un militante da cui invano CasaPound ha tentato di prendere le distanze a posteriori. A tale misfatto si è aggiunta in seguito la sceneggiata del console italiano di Osaka – vergognosa sul piano politico-istituzionale e simbolico – che si è esibito in una manifestazione musicale fascista collegata a CasaPound. E ancora, la dinamica dei fatti di violenza avvenuti il 22 marzo 2012 a Roma, nel quartiere di Casal Bertona – cui la cittadinanza ha risposto con una manifestazione antifascista chiedendo la chiusura delle sede neofascista – indica un’attiva responsabilità di CasaPound nell’alimentare un clima di scontro e negli effetti violenti che non di rado ne conseguono.
A questi episodi si sono aggiunti, nella nostra regione, l’arresto di quattro esponenti di CasaPound a Lecce per aggressione, e, a Parma, l’assalto a un circolo Arci da parte di componenti della stessa formazione. Tutto ciò ha incominciato a stimolare una presa di coscienza – che va incoraggiata e approfondita – riguardo alle modalità d’azione “ordinarie” del gruppo neofascista. Tale raggruppamento ha la pretesa di custodire nel proprio statuto e nella propria vita interna un’espressa identità fascista (riferita proprio al fascismo del ventennio e della repubblica di Salò, «mussoliniano, gentiliano, pavoliniano»), e nel contempo di edulcorare tale identità nelle relazioni pubbliche, parlando di superamento della destra e della sinistra storiche, di «fascismo del terzo millennio» che sarebbe qualcosa di nuovo, di estraneo alla violenza, al razzismo e alla xenofobia.
Volantino neofascista in Puglia
Qui sarà appena il caso di ricordare che il fascismo si presenta storicamente, fin dalle origini, come movimento «terzaforzista», «né capitalista né socialista», e che tale collocazione è stata riproposta negli anni ‘70 da Terza Posizione, gruppo cui appartennero alcuni numi tutelari della futura CasaPound (nata a sua volta all’inizio degli anni 2000). L’“edulcorazione” dei neofascisti odierni è funzionale a favorire i rapporti con le istituzioni e con il mondo della scuola, con l’obiettivo di consolidare e in qualche modo legittimare la presenza del gruppo nel territorio. Ma a tale proposito, in effetti, la tattica si riduce spesso al tentativo furbesco di vera e propria dissimulazione: l’identità del gruppo viene rimossa e sostituita con altre sigle nelle richieste formali di patrocinio, di concessione di sedi, di interventi per la messa in opera di una manifestazione, per poi ricomparire all’improvviso soltanto nei materiali cartacei e online che propagandano l’iniziativa in questione. In Puglia questo trucco ha funzionato più volte, sfruttando la buona fede o la disattenzione altrui. Il colmo dell’improntitudine è stato raggiunto quando a Bari esponenti di CasaPound, all’indomani dei tragici fatti di Firenze, hanno tentato – per fortuna vanamente – di farsi schermo delle comunità di immigrati senegalesi coinvolgendola in una propria conferenza stampa.
Nessuno vorrà poi negare la pericolosità della tattica di infiltrazione che gruppi come CasaPound e Forza Nuova attuano all’interno di lotte sociali e movimenti di protesta, anche in questo caso oscurando per lo più la propria identità. Come nel cosiddetto «movimento dei Forconi» in Puglia (e non solo), il ritornello è in questi casi la dichiarazione di apoliticità, l’appello «contro tutti i partiti», l’essere «né di destra né di sinistra». Ovviamente altra cosa è la ricerca di una partecipazione marginale in un vasto movimento di massa, di natura pluralistica – all’interno del quale, se mai, il rischio è che il neofascismo svolga il ruolo di fautore di episodi di degenerazione violenta (come nella manifestazione studentesca in piazza Navona a Roma nel 2008) –; cosa ben diversa è la presenza in posizione dirigenziale, promotrice e organizzatrice, rispetto a movimenti specifici come quello sopra ricordato, in Puglia, in Sicilia e altrove: presenza tanto più pericolosa in quanto mimetizzata sotto l’aspetto di un generico qualunquismo antisistema.
In conclusione, questo dossier sulle recenti attività di CasaPound e di altre formazioni neofasciste in Puglia vuol essere un promemoria – molto parziale e senza nessuna ambizione di compiutezza – ad uso delle istituzioni, delle forze politiche costituzionali, dei sindacati, dei movimenti, dell’associazionismo democratico: Esso è finalizzato alla conoscenza di un fenomeno che, oltre a porsi sul terreno incostituzionale dell’apologia di fascismo, ha dimostrato più volte (a Roma, Firenze, Lecce, Parma ecc., e anche in Puglia) di sconfinare nella violenza politica, verso la quale – nella migliore delle ipotesi – il suo pensiero e la sua pratica non rappresentano certamente un argine, ma un terreno pericolosamente inclinato.

Introduzione a: Ombre nere. Il punto sul neofascismo in Puglia, a cura dell'ANPI Puglia

(il documento è stato presentato nel corso di una manifestazione dell'ANPI il 15 gennaio 2013 presso l'aula consiliare del Comune di Bari, con la partecipazione del presidente nazionale Carlo Smuraglia)

martedì 18 marzo 2014

Cremuzio Cordo

I libri colpevoli
Tacito, Annales IV, 34-35
Cremutius Cordus

J. W. Godward, Bellezza classica
Alla metà del principato di Tiberio (14-37 d.C.), nel 25, si colloca l’emblematica vicenda di Aulo Cremuzio Cordo: il processo per lesa maestà, il suicidio dell’imputato che previene la condanna, il rogo dei libri di storia da lui scritti; una tragedia che sarà solo in parte alleviata dalla riabilitazione e ripubblicazione postuma dell’opera. Piuttosto che soffermarsi in modo ampio sulla vicenda, i cui particolari possiamo comunque arricchire grazie ad altre fonti, Tacito decide di far precedere il racconto da un solenne proemio interno (capitoli 32-33) in cui s’interroga sul significato della storiografia quando l’argomento di studio è un’epoca di tirannide (non a caso, anche Cremuzio Cordo era uno scrittore di storia), e sceglie poi di incentrare il racconto stesso quasi soltanto sulla oratio recta che riproduce il discorso di Cordo davanti ai senatori.
L’orazione esordisce col rilevare come l’accusa non concerna un atto criminale, ma le parole di un libro. Un reato d’opinione, si direbbe oggi: precisamente, le lodi tributate a Bruto e Cassio, campioni della libertas repubblicana in nome della quale uccisero Cesare. Il discorso prosegue considerando come in un recente passato sia stato consentito ad altri scrittori e storici, Livio e Pollione, Cicerone e Messalla Corvino, di esprimere aperta simpatia per gli avversari del principato – Pompeo, Bruto, Cassio, Catone e altri – o di criticare gli iniziatori del nuovo regime, Cesare e Augusto (come fecero poeti quali Catullo e Bibaculo) senza subire ritorsioni da parte di quegli uomini potentissimi. E ciò non soltanto per spirito di tolleranza, ma anche e soprattutto per intelligenza politica: reprimere il dissenso, infatti – osserva Tacito per bocca di Cremuzio – , ha l’effetto di ingigantirlo, convalidarne le ragioni, legittimarlo con l’aura del martirio.
La considerazione conclusiva del discorso ha lo scopo di difendere in qualche modo le ragioni dell’attività storiografica: questa non può fare a meno dell’indipendenza di giudizio; essa non è assimilabile alla propaganda politica, finalizzata a suscitare contese civili, poiché la materia di cui si occupa è il passato, che lo storico esamina spassionatamente e con sforzo di obiettività (sine ira et studio: Annales I, 1). Qui ben si intravedono l’attualità di tale atteggiamento per lo stesso Tacito – il quale scrive la sua opera storiografica quando le speranze nel nuovo corso del principato adottivo si sono andate decisamente affievolendo – nonché la rivendicazione di una superiore dignità della storiografia senatoria, che non può non valorizzare le testimonianze della libertas dovunque si manifestino, con buona pace dei vertici istituzionali del principato: per quanto indispensabili alla stabilità del sistema, essi non dovrebbero presumere di poter cancellare la memoria degli uomini illustri, che a loro volta si riconoscono nella tradizione repubblicana.


Statua di Tiberio
da Priverno
A determinare il processo di Cremuzio Cordo concorrono l’iniziativa di Seiano, il quale vuole sbarazzarsi in maniera esemplare di chi ostacola la sua ascesa, e la volontà di Tiberio di ridimensionare quella parte dell’aristocrazia senatoria che custodisce con un certo senso di superiorità il retaggio ideale della tradizione repubblicana. Cordo si era lasciato andare a giudizi sprezzanti sul prefetto del pretorio, e a battute sarcastiche sulla sua pretesa di imporre la propria effigie statuaria nel nuovo Teatro di Pompeo appena restaurato: non era questa la rinascita di quell’annoso monumento – aveva commentato il senatore – ma anzi la sua rovina definitiva. Nel 25 d.C. Seiano è in auge, al punto da tentare (per quanto senza successo, data l’opposizione di Tiberio) di perpetuare il proprio potere chiedendo in matrimonio la vedova di Druso Cesare; tuttavia, il prestigio dell’uomo politico non è una motivazione sufficiente a incriminare chi si esprime troppo liberamente nei suoi confronti: la condanna di Cordo sarà infatti sostenuta da ben altra argomentazione.

Il prefetto «dà in regalo» Cordo – secondo l’efficace immagine di Seneca – a due suoi clientes, Satrio Secondo e Pinario Natta, i quali muovono l’accusa contro il senatore (col manifesto sostegno di Seiano) proponendosi, in base alla legge vigente, di incamerare una quota dei suoi beni qualora riescano a ottenerne la condanna a morte.
Il reato ascritto risponde al crimen maiestatis (lesa maestà): una fattispecie penale che da Augusto in poi si estende a chi oltraggia o minaccia l’autorità dello Stato nella persona del principe. Cordo si sarebbe macchiato di tale crimine nella stesura dei suoi annales sull’età delle guerre civili. In quest’opera scritta parecchi anni prima le figure di Cesare e Augusto, gli iniziatori del principato, non erano certo presentate in una luce favorevole (per esempio, Cordo raccontava come Augusto facesse perquisire tutti i senatori prima di ammetterli alla seduta assembleare), ma neppure venivano denigrate; tanto che  – riferisce Cassio Dione – lo stesso Augusto aveva letto a suo tempo quegli annali senza nulla eccepire. La prova del reato è pertanto cercata altrove, e individuata nelle parole di caldo elogio riservate alle figure dei cesaricidi, Bruto e in particolare Cassio (definito da Cordo «l’ultimo dei Romani», cioè dei cittadini liberi, degni di questo nome). La causa dell’incriminazione è dunque un giudizio storico-politico, del quale si rileva la pericolosità per l’ordinamento vigente.
Non è invero la prima volta che ciò accade. Nel 12 d.C., tredici anni prima, vivente Augusto, sono stati condannati al rogo i libri dell’oratore e storico Tito Labieno, di famiglia repubblicana e filopompeiana. Non l’uomo è stato colpito, bensí la sua opera; ma Labieno non ha voluto sopravvivere: chiusosi nel sepolcro, si è lasciato morire. Ora sono invece a rischio di condanna tanto i libri (che infatti verranno bruciati) quanto l’autore. Alla consapevolezza di Cremuzio, il quale comprende che l’odio dell’“uomo forte” del regime gli lascia ben poche speranze, si aggiunge – racconta Tacito – l’ostilità che traspare dal volto di Tiberio, l’unico che potrebbe mitigare la condanna già scritta. Al vecchio senatore non resta che pronunciare il suo ultimo discorso davanti al consesso dei colleghi e all’imperatore in persona: Tacito sicuramente rielabora e in parte inventa – col pensiero ai frangenti politici da lui vissuti (dall’età di Domiziano a quella di Adriano) – ma qualcosa della sostanza di quella orazione deve essersi riversata nella composizione tacitiana. 
Il grande storico latino non descrive la morte di Cremuzio (riserverà narrazioni dettagliate ad altri suicidi, come quelli di Seneca e di Trasea Peto), si limita ad registrarne la notizia: il senatore si uccide per abstinentia, digiunando a oltranza. È proprio Seneca, invece, a raccontare distesamente la vicenda: Cremuzio si chiude in casa, nascondendo il proposito suicida alla figlia Marcia, che altrimenti vi si opporrebbe – ma fino a un certo punto, nobile e forte com’è: infatti ella stessa si rende conto che il padre «non ha altra via per sfuggire alla schiavitú» (illam unam patere servitutis fugam). Quando diventa ormai chiaro e di pubblico dominio che l’imputato sta morendo, sottraendosi cosí al processo e alla condanna, gli accusatori tentano di correre ai ripari, temendo che venga loro contestato il diritto di riscuotere quanto di loro spettanza dei beni di Cremuzio (questa norma odiosa che premiava i delatori era infatti molto criticata, e solo pochi mesi prima Tiberio aveva dovuto porre un freno alla proposta di renderla inapplicabile in caso di morte di un imputato prima della condanna). Come somma ingiuria verso Cremuzio, gli si vorrebbe perfino impedire di suicidarsi, ma per fortuna è ormai troppo tardi. I libri invece vengono per senatoconsulto consegnati agli edili che li gettano nelle fiamme.
Nondimeno, non si può certo rintracciare e distruggere tutte le copie esistenti, per quanto poche esse siano: Marcia ne conserva accuratamente una e qualche altra è in buone mani. L’opera storica di Cremuzio viene riabilitata dopo la morte di Tiberio, nel 37, quando il successore Caligola allenta la morsa repressiva e censoria e consente la circolazione degli scritti di Cremuzio, Labieno e altri (sebbene, a detta di Quintiliano, imponendo l’espunzione dei passi piú contestati).



LE FONTI: Seneca, Consolatio ad Marciam 1 e 22; Quintiliano, Institutio oratoria X, 1, 104; Tacito, Annales IV, 30 e 34-35; Svetonio, Divus Augustus 35 e Caligula 16; Cassio Dione, Storia di Roma LVII, 24. 

Pasquale Martino

Dai materiali online di Pagina nostra. Storia e antologia della letteratura latina, D’Anna casa editrice (imparosulweb.it). 

sabato 22 febbraio 2014

Giuseppe Pinelli

«Quella sera a Milano era caldo...»



Della Ballata del Pinelli circolano parecchie versioni testuali, disponibili nel web, con differenze anche sensibili. Composta di getto nell’ambito del movimento anarchico dopo la morte di Giuseppe Pinelli avvenuta nella notte del 15 dicembre 1969, sulla musica de Il feroce monarchico Bava (1898), è stata rimaneggiata da diversi autori; poi, diventata una canzone popolare fra le più eseguite, ha subito ulteriori modificazioni.
Questa è la versione che ricordo, indelebile nella memoria (ma, in un paio di passi, ricostruita grazie al ricordo di alcuni compagni), precedente al delitto Calabresi e alla fioca verità giudiziaria che comunque confermava la totale innocenza di Pinelli. Il testo è molto simile ma non identico a quello riportato da Giuseppe Vettori (Canzoni italiane di protesta, Newton Compton, Roma, 1974). Pubblico questa canzone come testimonianza e documento. Essa rappresenta uno stato d’animo e un pensiero di quella fase storica. 
Va detto (se ce ne fosse ancora bisogno) che l’assassinio di Luigi Calabresi non può essere in nessun modo considerato una forma se pure distorta di giustizia; e nemmeno può compendiare una storia di ribellione e di lotte: e questo è vero non solo oggi, ma lo fu anche allora, quando la maggioranza della stessa sinistra rivoluzionaria e del movimento non pensò che l'omicidio del commissario fosse attribuibile a una propria componente, ma lo interpretò (con ingenuo schematismo) come un ulteriore passo nella strategia della tensione.  «La vendetta più dura sarà» voleva dire sfiducia nella giustizia "borghese" e speranza in quella "proletaria", che avrebbe affermato la verità attraverso le lotte («questa lotta non avete fermato»). Se qualcuno intese quelle parole come una virtuale condanna a morte - che un giorno qualcun altro avrebbe potuto eseguire - l'ambiguità non venne sciolta.  Ma opinione prevalente a sinistra era che un gesto oscuro, tale da ritorcersi facilmente contro il movimento, non fosse farina del proprio sacco: «un compagno non può averlo fatto»   
Vanno infine ricordate alcune verità semplici e incontrovertibili. Un cittadino (per di più innocente) fu trattenuto nella questura in stato di fermo per due giorni in violazione dei suoi diritti. Un cittadino entrò vivo in un ufficio di polizia e ne uscì morto. Di questi fatti gravissimi – comunque siano andate le cose – c’è una responsabilità morale e politica dei dirigenti della questura, che non può essere elusa e resta indelebile.   

P.M.
16 dicembre 2013



Quella sera a Milano era caldo,
Calabresi nervoso fumava:
«Tu Lograno, apri un po' la finestra».
Ad un tratto Pinelli cascò.

«Commissario io ce l'ho già  detto,
le ripeto che sono innocente:
anarchia non vuol dire bombe,
ma giustizia nella libertà».

«Su confessa, indiziato Pinelli,
c’è Valpreda che ha già parlato:
è l'autore di questo attentato
ed il complice, è certo, sei tu!»

«Impossibile! – grida Pinelli –
Un  compagno non può averlo fatto,
e l'autore di questo delitto
tra i padroni bisogna cercar».

«Poche storie, indiziato Pinelli,
questa stanza è già  piena di fumo;
se tu insisti apriam la finestra,
quattro piani son duri da far».

Quella sera a Milano era caldo
ma che caldo, che caldo faceva.
È bastato aprir la finestra,
ad un tratto Pinelli cascò.

L'hanno ucciso perché era un compagno,
non importa se era innocente;
«Era anarchico e questo ci basta!»
disse Guida, il fascista questor.

C'è una bara e tremila compagni,
stringevamo le nostre bandiere,
noi quel giorno l'abbiamo giurato:
«Non finisce di certo così».

Calabresi e tu Guida assassini,
se un compagno ci avete ammazzato
questa lotta non avete fermato,
la vendetta più dura sarà.

Quella sera a Milano era caldo
ma che caldo, che caldo faceva.
È bastato aprir la finestra,
una spinta, e Pinelli va giù.

mercoledì 19 febbraio 2014

Salvatore Domenico Lugarà

Filologo, intellettuale, maestro


Ho incontrato per la prima volta Salvatore Lugarà nel settembre del 1983, quando era già un rinomato docente del Socrate, il liceo presso il quale prendevo allora servizio. Mi impressionò la familiarità con cui si rivolse al nuovo arrivato accogliendolo nell’estraneo ambiente di lavoro. Di quella prima conversazione non rammento gli argomenti precisi: mi rimane impresso lo stato d’animo di chi parla con una persona che gli sembri di conoscere da molto tempo, alla quale lo avvicini un’istintiva e cordiale sintonia.

Lugarà aveva allora 42 anni; era arrivato al Socrate nel 1976, poco dopo la nascita del «secondo liceo classico» di Bari.
Nato nel 1941 a Gioia Tauro, aveva compiuto gli studi superiori a Palmi, conseguendo la maturità classica nel 1959: il suo romanzo, Tutto giusto, rievoca con vivacità appassionata gli anni belli della formazione etica e culturale. In questo libro sofferto Lugarà non dissimula il rammarico per l’eccessiva severità di comportamento della famiglia e specie del padre, inflessibile lavoratore; ma riconosce ai genitori i sacrifici affrontati perché i figli potessero studiare, a cominciare da lui stesso, il primogenito. Dopo il diploma, scartata la possibile alternativa di Messina, si trasferisce a Bari con i familiari per iscriversi all’Università. Si lascia alle spalle l’amata Calabria. Non vi tornerà quasi piú, o lo farà molto raramente. Solo negli ultimi anni di vita i rientri nella terra patria diverranno piú frequenti, quando riallaccerà a Palmi i legami con il gruppo dei compagni di scuola da lui ritratti nel romanzo.
Laureatosi in lettere classiche nel 1965, incomincia subito a insegnare, prima come supplente, a Ostuni, poi con incarico annuale e triennale, a Monopoli; qui fa la conoscenza della collega Teresa De Benedictis, docente delle medesime materie, che diventerà sua moglie e diletta compagna. Nel frattempo consegue l’abilitazione ed entra in ruolo dal 1971, insegnando al liceo classico Sylos di Bitonto e, per cinque anni, al Casardi di Barletta. Infine, trentacinquenne, ottiene il trasferimento al Socrate, dove resterà diciotto anni, fino al 1994, lasciandovi un segno incisivo e duraturo. Si può dire, anzi, che del Socrate egli sia stato uno dei padri fondatori, sia per il prestigio del suo insegnamento che conferiva qualità e spessore al neonato liceo, sia perché fu attivamente impegnato nella lotta per dotare la nuova scuola delle indispensabili strutture. Si ricorda il giorno in cui, seguito dai suoi alunni, spostò i banchi dalla malmessa sede provvisoria fino al vicino immobile di via Guido Dorso, la nuova sede non ancora consegnata dal Comune alla scuola; e lí si mise a fare lezione.

I giudizi sulla sua figura di docente, da parte dei tanti allievi – alcuni di essi, oggi, a loro volta docenti del Socrate – convergono nell’evocare binomi convenientemente antitetici: autorevolezza e umanità; severità e dolcezza; serietà e generosità. Tutti ricordano le sue lezioni sempre interessanti, spesso divertenti, ricche di spirito e di ironia. Austero e paterno al tempo stesso, era «un grande professore» – tale è la definizione che gli si adatta – capace di trasmettere la passione per la letteratura. Adorato dalle sue classi, serbava fedeltà a un codice deontologico rigoroso e inderogabile. Un termine abusato, «professionalità» (e nel suo caso si trattava di professionalità altissima), sembra riduttivo e non rende pienamente giustizia all’ingente magistero di Lugarà. Egli amava definirsi un «artigiano»: in questo termine c’è tutta la sua complessità umana e professionale; la sua riservatezza, il suo minimalismo ironico e sornione, proprio di chi è pienamente conscio e pago di un non comune valore e non ha bisogno di ostentarlo; odiava l’ostentazione sebbene la sua personalità forte lo caratterizzasse come un protagonista. Era un artigiano, cioè un lavoratore e, insieme, un detentore di una raffinata tecnica: di un saper fare, oltre che di un sapere; ma un saper fare libero, creativo, indipendente.
Al primo posto c’erano per lui la serietà e il rigore cognitivo. Nella prefazione a Baden, il libro di versioni greche da lui pubblicato (Laterza, Bari, 1996), in un discorso apparentemente “tecnico” e puramente esplicativo, capita di leggere notazioni di energica efficacia come le seguenti: «[quella che si richiede è] una visione didatticamente chiara ed accurata dei vari fenomeni, del tutto coerente con l’uso che di questo volume dovrà essere fatto nella dura quotidianità della scuola, e lontana, per quanto possibile, da deleterie approssimazioni e facilonerie»; «l’impegnativo lavoro necessario per impadronirsi decentemente dei meccanismi della traduzione dal greco…». Lo studio è da lui inteso come un duro lavoro quotidiano, i cui primi nemici sono la superficialità e il pressapochismo. Come ogni artigiano consapevole, peraltro, e come ogni lavoratore professionale, Lugarà era ben cosciente della sua funzione produttiva e sociale, nonché dei suoi diritti. La materia sindacale stimolava in lui una partecipazione attiva, ragionata e dialogante. Dette un notevole contributo personale di discussione e di elaborazione negli anni 1986-88, allorché s’andò sviluppando un impetuoso movimento rivendicativo degli insegnanti che approdò a qualche risultato non da poco.
Anni che coincisero con la sua malattia e convalescenza. L’infarto di Lugarà fu un episodio memorabile nella storia del Socrate. Novembre 1986: appena entrato in aula, durante la prima ora, si rende contro che un grave malore lo sta attaccando; davanti agli occhi esterrefatti degli alunni lascia la classe, cosa mai prima accaduta, e va in presidenza, dove chiede al capo d’istituto, Giorgio Coluccia, di essere condotto immediatamente in ospedale. Il preside lo accompagna personalmente con la sua automobile, e solo questa tempestività gli salva la vita. La diagnosi medica infatti descrive le sue condizioni come «gravissime».
Ma Lugarà supera la crisi, si riprende. Durante i mesi di assenza si consulta con la sua giovane supplente: ne nasce un’amicizia profonda e duratura, tanto che Salvatore sarà il testimone di nozze della collega (anche lei, oggi, docente del Socrate). Trascorre la convalescenza raccogliendosi nello studio e nella scrittura; redige un promemoria sui problemi sindacali dei docenti: la coscienza professionale e l’innata ripulsa delle ingiustizie lo avvicinano all’idea della rivolta contro il misero trattamento della categoria, alla lotta dura dei comitati di base e dell’appena nata costola dei Cobas, la Gilda, proprio per l’ideale suggestivo di antica “corporazione”, di maestria artistica e di alta responsabilità professionale. Ma Lugarà è troppo “anarchico” per affiliarsi a un’organizzazione, per lasciarsi inquadrare: radicalmente critico, è insofferente verso tutto ciò che tende a configurarsi come gruppo di potere, come nuova gerarchia.

Nello stesso periodo incomincia a scrivere il suo romanzo autobiografico, che pubblicherà nel 1990 (Tutto giusto, Milella, Lecce), con lo pseudonimo «Tore De Vincenzo» (Vincenzo era il nome di suo padre). Si distinguono in lui ancora una volta il riserbo e il pudore: questo lavoro di scrittura intima è inteso quasi come un’evasione, un’applicazione a latere rispetto all’impegno professionale; qui egli si narra e si confessa liberamente, sia pure sotto altro nome. Negli anni successivi, appaiono l’uno dopo l’altro i suoi lavori critici e filologici. Oltre al libro di versioni già citato, pubblica i commenti a due orazioni di Lisia, Per l’uccisione di Eratostene (Loffredo, Napoli, 1992) e Per Mantiteo (ivi, 1996). Ammirevoli sono il rigore, la chiarezza e la sobrietà degli apparati di note e degli approfondimenti di carattere filologico, storico, biografico che accompagnano il testo. Prepara inoltre l’abbozzo di una grammatica greca che non potrà condurre a termine: a quattordici anni dal primo attacco di cuore, un secondo e fulmineo malore lo porterà via, nel 2000, a soli 59 anni di età. Curata e sviluppata da valorosi colleghi, la grammatica uscirà postuma presso Cappelli (Bologna, 2009). Restano altri scritti e abbozzi inediti, ancora da esplorare.
La competenza linguistica di Lugarà era senza alcun dubbio eccezionale. Si trattava di un’assoluta padronanza, che gli consentiva non solo di “parlare” in greco e in latino, ma anche, per esempio, di scomporre e sezionare con alcuni studenti un passo di Tucidide particolarmente complicato – come gli sentii fare una volta – e concludere con meditato convincimento che in quel caso nemmeno il grande scrittore aveva chiaro che cosa intendesse dire.
Si sarebbe indotti a supporre che un filologo di tale perizia ed erudizione si sia laureato con una tesi su un frammento controverso di un poeta raro. Niente affatto: Lugarà si laurea discutendo una tesi di storia delle religioni, relatore Ambrogio Donini; l’argomento verte su Martin Lutero. Salvatore univa la preparazione filologica a una visione culturale di ampio respiro, da intenditore della letteratura moderna, da amante dell’arte e della musica. Il tema Lutero non cesserà di alimentare il suo interesse: nel 1991, nel numero 1 dei «Quaderni del Socrate», pubblica un breve scritto sul riformatore tedesco, in cui si sofferma sulle parole sarcastiche da lui rivolte al re Enrico VIII, le stesse riservate all’imperatore Claudio nella Apokolokyntosis di Seneca, aut regem aut fatuum nasci oportet, «si nasce o re o scemo». E qui, preso atto di quanto piacesse a Salvatore l’irrisione del potere, è anche il caso di accennare con discrezione al suo inquieto rapporto con la religiosità: agnostico, disponibile alla ricerca; anticlericale, amico di religiosi intelligenti. Soprattutto, difensore del libero pensiero, diffidente verso tutte le strutture che si configurano in maniera chiesastica, come ideologie opprimenti, sul piano culturale e su quello politico, come le due “chiese” che negli anni Cinquanta – l’epoca della sua formazione – vede contrapporsi, «chierico rosso, o nero», per dirla con Montale. Ma nel romanzo racconta la sua presa di posizione di studente a sostegno di un professore del liceo di Palmi, perseguitato dalle autorità scolastiche per le sue idee comuniste (che, pure, erano vigorosamente discusse e contestate da quel giovane che lo difendeva).
È assai significativo che l’umanità e la dolcezza di Lugarà si rivelassero in modo disteso anzitutto con gli studenti. Nei rapporti umani si definiva un orso o un istrice; era orgoglioso, insofferente, tanto incline a mettere in tavola generosamente la sua cordialità quanto pronto ad adombrarsi di fronte a comportamenti che riteneva sbagliati o ingiusti nei suoi confronti. Con lui ci si poteva facilmente scontrare. Ricordo quando stroncò immediatamente, con gelida ira, una battuta certo innocente ma stupida che riproponeva lo stereotipo di una Calabria identificata con la criminalità.
Dopo quasi un ventennio, il «grande professore» lasciò la scuola che aveva fatto nascere, per trasferirsi presso il liceo Orazio Flacco dove prestò servizio negli ultimi anni; una scelta favorita dalla vicinanza di questo istituto alla sua abitazione, ma originata anche da disarmonie e logoramenti prodottisi nelle relazioni di lavoro. Un’incrinatura che non si poté o non si volle sanare. Restò l’amaro in bocca per questo divorzio: quello di un padre che si staccava dalla creatura; o della creatura che non badava al distacco del padre.
È anche vero però che, istituendo il certamen a lui intitolato e valorizzando con intelligenza il lascito di un non dimenticato insegnamento, il Socrate ha saputo tributare il riconoscimento dovuto a questo intellettuale e professore, sua nobile guida nell’età eroica della nascita e della crescita.

Pasquale Martino
2011

http://www.liceosocratebari.gov.it/Download/risorse/Agon/salvatore_lugara.pdf