lunedì 9 settembre 2019

Ritratto di Michele Romito



IL QUINDICENNE CHE FERMÒ I TEDESCHI
Il giorno eroico (9 settembre 1943)
e la lunga giovinezza del comunista di Bari Vecchia



Ho avuto per mia fortuna l’amicizia e la stima di Michele Romito, il ragazzo che fermò l’esercito tedesco a colpi di bombe a mano, il 9 settembre 1943 a Bari. Ho potuto dargli un ultimo saluto in ospedale, il giorno prima che morisse, a ottantadue anni, il 31 agosto 2009. Sono trascorsi dieci anni, e volgere il pensiero alla memoria di Michele è doveroso, tanto più nella circostanza del 76° anniversario di quella vicenda straordinaria nella storia di Bari. Fu un tempo drammatico in tutta Italia, l’8 settembre e i giorni che seguirono: quando lo Stato e l’esercito italiani si sfaldarono, il re e il governo fuggirono, le truppe tedesche dilagarono e sembrò arrivata – come è stato detto – la morte della Patria. Se la Patria non morì, lo si deve ad alcune migliaia di persone, che in modo pressoché spontaneo reagirono, fecero scelte cui pochissime di loro erano preparate, salvando soldati fuggiaschi, opponendosi nei modi possibili ai nazisti e ai fascisti redivivi, impugnando un’arma. Fu uno di quei passaggi sconvolgenti in cui – per opera di una minoranza non sparuta – un popolo e una nazione che erano sul punto di morire invece rinascono, si riconoscono, si rifondano come ex novo.
     Successe anche a Bari, dove protagonista fu un miscuglio estemporaneo di popolo, soldati, marinai, postelegrafonici, donne, ragazzi che soprattutto nella città vecchia e nel porto trovarono la scena del loro imprevisto momento di gloria, ed ebbero la loro rappresentazione in due figure emblematiche: il generale Nicola Bellomo, che senza ordini superiori (anzi, contro la riluttanza di buona parte dei comandi) diresse l’azione improvvisata di una compagnia eterogenea di militari e seppe coinvolgere anche i civili, impedendo alle truppe tedesche di distruggere le installazioni portuali; e il quindicenne Michele Romito, a capo di una banda di ragazzini che, sostenuti da numerosi altri scugnizzi e ragazze, si unirono ai soldati, si armarono di bombe e dall’alto della Muraglia bersagliarono l’autocolonna della Wehrmacht che tentava, penetrando in Bari Vecchia, di prendere alle spalle chi combatteva al porto. Fu proprio Romito a fare centro, causando l’incendio di un autocingolato che bloccò l’intera colonna tedesca, mentre i combattimenti continuavano davanti all’arco di San Nicola. Nel tardo pomeriggio i tedeschi dovettero ritirarsi, per seminare distruzione lungo il loro cammino verso Nord; si concluse così, con sei morti italiani sul terreno, una giornata violenta e tempestosa che è stata più volte raccontata ma sulla quale molto si vorrebbe ancora sapere.  
    
Michele Romito riceve la medaglia dal sindaco Vernola.
Fra i due nella foto, Tommaso Sicolo e Arrigo Boldrini.  
     Chi era Michele Romito? Apparteneva a una numerosa famiglia “barivecchiana”, 7 figli maschi e 3 femmine; aveva poca istruzione, si arrangiava in lavori portuali saltuari. Non saprei dire se nella scelta di campo istantanea di quel 9 settembre – cui non fu estraneo, certo, l’istinto popolare di autodifesa del proprio territorio – influì già un orientamento politico; forse sì, visto che nel dopoguerra Michele seguirà il fratello maggiore Antonio, suo punto di riferimento, nella adesione al Partito comunista. La famiglia Romito gravitava verso le due grandi istituzioni sociali e formative di Bari Vecchia: da una parte il Pci, dall’altra la Cattedrale. Michele crebbe lavorando nel porto e nei cantieri edili. Non si sposò, visse con i familiari nella casa madre del quartiere San Marco. Gli anni si allontanavano dall’epica giornata del ’43, e Bari era smemorata.  
     Il tempo di gloria tornò dopo il ’68, quando studenti di idee rivoluzionarie entrarono a frotte in Bari Vecchia per cercare le proprie ragioni interrogando la città proletaria che fino a quel momento ignoravano. Solidarizzarono con molti loro coetanei, ma in Michele Romito, quarantenne, trovarono insieme un padre e un compagno da ammirare: un ragazzo cresciuto e rimasto ribelle, insofferente, critico verso il Pci. La mia amicizia con lui non fu solo mia, ma fu quella di una comunità, specialmente il Circolo Lenin, che si strinse intorno a lui, facendosi raccontare in un estroverso dialetto barese non solo la storia emozionante di quelle bombe, ma tanti episodi della sua vita di lavoratore. Erano gli anni delle stragi e dello squadrismo nero, del nuovo antifascismo; l’Italia riscopriva la Resistenza, e Bari riscoprì gli insorti del settembre ’43. Il 25 aprile 1974 Romito riceve dal sindaco Nicola Vernola la medaglia d’oro della civica amministrazione, nel teatro Petruzzelli, alla presenza  del presidente nazionale dell’Associazione Partigiani, Arrigo Boldrini. La sera, una festa di giovani abbraccia l’“eroe” (titolo che Romito mai avrebbe pensato di attribuirsi). È merito indubbio dell’ANPI l’aver dato il dovuto rilievo alla figura di Romito, l’aver fatto conoscere la sua testimonianza, come anche l’aver valorizzato in anni recenti i “ragazzi” di Bari Vecchia che sono ancora fra noi e possono raccontare quei fatti.
Romito a una manifestazione
dell'Anpi a Bari 
     In seguito Michele frequentò la comunità di Santa Chiara, gruppo cristiano di base, si riavvicinò al Pci e, dopo lo scioglimento, a Rifondazione Comunista. Non mancava mai alle celebrazioni antifasciste; era a suo modo un personaggio: un giorno anche Moni Ovadia andò a trovarlo. Ma visse poveramente, come custode dei bagni comunali, infine come modestissimo pensionato. La sua ultima apparizione pubblica risale a due mesi prima della morte: fisicamente malandato, non volle mancare nel giugno 2009 alla manifestazione per i quaranta anni del Circolo Lenin di Puglia, nella Vallisa, dove fu calorosamente riabbracciato da quei giovani con i capelli ormai imbiancati che lo avevano avuto amico e compagno.
     Due anni dopo, nel 2011, venne deposta la “pietra d’inciampo” che lo ricorda, nel luogo che era stato teatro del gesto di coraggio per il quale Bari gli è debitrice.

Pasquale Martino    
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 9 settembre 2019       
       

   

sabato 22 giugno 2019

Piazza Fontana 12 dicembre 1969


Ingiustizia è fatta, ma la verità è detta.
Storia di un’odissea giudiziaria (che passò anche da Bari). 
Il libro di B. Tobagi e gli altri

Mezzo secolo ci separa dal memorabile 1969, quando la grande avanzata del movimento operaio conquistò con i rinnovi contrattuali anche lo statuto dei diritti dei lavoratori pensato da Gino Giugni, docente di diritto del lavoro a Bari, e approvato all’inizio del 1970. Ma l’anno fu pure concluso tragicamente – e non a caso – dalla strage di piazza Fontana, avvenuta il 12 dicembre a Milano: la “madre di tutte le stragi”, che inaugurò la sequenza dello stragismo nero culminata con la bomba di Bologna (1980). L’attentato del ‘69 fu il più grave della storia repubblicana fino a quel momento, per numero di morti: 17 (l’ultimo dei quali deceduto anni dopo per i postumi delle ferite), e in più il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, innocente, fermato nelle prime indagini di polizia e morto il 15 dicembre nella questura milanese dove era trattenuto irregolarmente da più di tre giorni (sulla sua vicenda ci soffermeremo a tempo debito). Tuttavia, di questo evento cruciale e simbolico c’è scarsa conoscenza: indagini su campioni di giovani mostrano che solo una esigua minoranza sa che gli attentatori furono neofascisti; il resto attribuisce le responsabilità ad altri soggetti e soprattutto alle Brigate Rosse (il gruppo terroristico cui una versione falsante addebita tutte le violenze degli anni successivi). Sono perciò benvenute le novità librarie che incominciano ad apparire per il cinquantenario, e aiutano a capire la storia messa in moto da quella bomba. Vanno menzionati due bei volumi editi da Laterza: 12 dicembre 1969, chiara sintesi dello storico Mirco Dondi, uscita nel 2018 per la serie «10 giorni che hanno fatto l’Italia», e Prima di Piazza Fontana, del giornalista Paolo Morando (2019), che racconta la prova generale della strage, la serie di attentati senza vittime del 1969, uno «sciame sismico» secondo l’efficace definizione di Benedetta Tobagi, giornalista e storica. Tobagi, da parte sua, dopo avere dato alle stampe nel 2013 un ottimo lavoro sulla strage di Brescia del 1974 (Una stella incoronata di buio, Einaudi), pubblica ora per lo stesso editore Piazza Fontana. Il processo impossibile.
Un libro importante: spiega le verità fondamentali sulla bomba raccontando trent’anni di vicenda processuale con scrupoloso studio dei documenti e con avvincente piglio narrativo.
Se il regista Marco Tullio Giordana intitolò il suo film del 2012 Romanzo di una strage, il libro di Tobagi è a sua volta il romanzo di un’odissea giudiziaria. Il segmento più ampiamente trattato è quello dei processi di Catanzaro (1975-79) e di Bari (1984-85). Sì, perché proprio nel trasferimento del processo dalla sua sede naturale, Milano (ritenuta troppo politicizzata), a un Sud distante e, nel caso del capoluogo calabrese, perfino difficile da raggiungere, qualcuno aveva riposto la speranza che il caso finisse insabbiato. Non fu così. La sentenza di primo grado di Catanzaro (che assolve gli anarchici e condanna i neofascisti veneti di Ordine Nuovo individuando le complicità nei servizi segreti), sebbene riformata in appello e cancellata poi dalla Cassazione che rinvia il nuovo processo a Bari, sarà ricordata come la sentenza più vicina alla verità: è convalidata nella sostanza proprio dall’ultima pronuncia della Cassazione, che nel 2005 pone termine al tormentato iter giudiziario sancendo che gli ordinovisti Freda e Ventura (sebbene ormai assolti in via definitiva) sono responsabili della strage. La pagina barese del processo (affiancata da un giudizio collaterale a Potenza, per falsa testimonianza), pur deludente negli esiti, si distingue per l’assoluzione degli anarchici con formula piena (non più per insufficienza di prove), per la corposa argomentazione del ricorso scritto dal procuratore generale di Bari Umberto Toscani (respinto dalla Cassazione che conferma l’assoluzione anche dei fascisti), e inoltre per le puntuali cronache della «Gazzetta del Mezzogiorno» firmate dal veterano Italo del Vecchio. Quella esperienza stimolò l’azione di studiosi baresi, cui Tobagi tributa un giusto riconoscimento: la pionieristica raccolta di saggi e documenti a cura di Nicola Magrone e Giulia Pavese (Ti ricordi di piazza Fontana?, Edizioni Dall’Interno, Bari, 1986); l’annosa ricerca dello storico Aldo Giannuli, consulente della commissione stragi e di molte procure, che nel 1989 stampa per le Edizioni Associate la riedizione della controinchiesta cult del 1970, La strage di Stato, prima di una serie di opere da lui dedicate alle trame dei fascisti e dei servizi segreti (la più recente: Storia della “Strage di Stato”, Ponte alle Grazie, 2019); e infine la stessa riflessione più complessiva di Franco De Felice, docente di storia contemporanea a Bari e a Roma, che in quegli anni formulò la tesi – oggi ampiamente accolta – del «doppio Stato» e della «doppia lealtà», osservando come in molti apparati statali e in una parte della classe politica dietro all’ossequio apparente per la costituzione democratica si celassero una obbedienza alle logiche della guerra fredda e una disponibilità a tramare o a coprire progetti incostituzionali di limitazione della democrazia.
Se è vero che la storia processuale di piazza Fontana – punteggiata da voluti rallentamenti, rinvii, depistaggi – non ha fatto giustizia perché non ha punito i colpevoli, è altresì indubbio (e Tobagi lo sottolinea) che essa ha prodotto – grazie anche alla feconda riapertura delle indagini negli anni ’90 – un progressivo accertamento delle responsabilità storiche e politiche, tanto del neofascismo quanto degli apparati di intelligence e di esponenti dei governi di allora. E ha lasciato una enorme mole di documentazione e testimonianze: materia per gli studi storici che continueranno a svilupparsi, e anche, ci si augura, per l’impegno delle scuole cui spetta il compito di trasmettere la conoscenza critica di una pagina che ha plasmato in modo decisivo la storia del nostro Paese.  

Pasquale Martino            
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 22 giugno 2019


Cronache dal tribunale

Italo Del Vecchio, morto nel 2000 a 75 anni, giustamente ricordato nel libro di Benedetta Tobagi, è stato una firma storica della «Gazzetta del Mezzogiorno», capocronista e inviato speciale, maestro di giornalismo in un’epoca in cui gli strumenti del mestiere non erano il computer e lo smartphone, ma il telefono fisso e la macchina da scrivere portatile. Specialista di cronaca giudiziaria (seguì a Bari il processo contro il capomafia Luciano Liggio, nel 1969) fu tra le figure più operose di quell’area di corrispondenti di varie testate che Aldo Giannuli nel suo libro Bombe a inchiostro (Rizzoli, 2008) chiama la «controinformazione democratica», di cui fecero parte per esempio Camilla Cederna, Giorgio Bocca e Walter Tobagi, padre di Benedetta. Giornalisti che, in sintonia con la parte più avvertita dell’opinione pubblica, contribuirono a mettere in dubbio i risultati fuorvianti delle prime indagini su piazza Fontana e a fare emergere verità nascoste. I réportage di Del Vecchio dal processo di Bari furono un punto di riferimento per colleghi di altri giornali.

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giovedì 4 aprile 2019

La rivolta di Battipaglia


Lavoro, lotta, sangue, Sud
9 aprile 1969, cinquanta anni dopo




Contrariamente a quanto tramandato dal luogo comune, il 1968 italiano è stato assai poco violento: l’anno meno violento nel decennio tumultuoso che si inaugurava. Solo a dicembre, come un veleno nella coda, arrivarono le vittime: i due manifestanti uccisi dalle forze dell’ordine ad Avola, in Sicilia, durante uno sciopero di braccianti. Fu un segnale di svolta: pochi mesi dopo si aggiunsero i morti di Battipaglia, ad aprire un anno ben altrimenti drammatico. Era il 9 aprile 1969, cinquanta anni fa. Con Avola e Battipaglia, fra l’altro, il Sud entrava a pieno titolo in un grande capitolo di storia nazionale – la stagione dei diritti – e ci entrava pagando il primo tributo di sangue.   
     Battipaglia in provincia di Salerno era un nodo strategico delle comunicazioni, nonché centro  agroindustriale della piana del Sele, una delle zone di agricoltura avanzata distribuite a macchia di leopardo nell’Italia meridionale, dove aveva avuto parziale attuazione la riforma agraria. Gli stabilimenti di trasformazione del prodotto agricolo locale, creati dalla salernitana Saim (Società agricola industriale del Mezzogiorno), uno zuccherificio e di un tabacchificio, davano lavoro e avevano agevolato il rapido incremento demografico della cittadina campana. Ma non mancavano le ombre: il lavoro nelle fabbriche era per lo più stagionale come quello nei campi; la condizione dell’operaio al pari di quella del bracciante, entrambi sottopagati, era precaria, priva di diritti, soggetta al caporalato; le numerose tabacchine – protagoniste della rivolta – erano indice non soltanto di una emancipazione femminile attraverso il lavoro, ma anche di una intensa emigrazione della manodopera maschile: contraddizioni del distorto sviluppo meridionale, che si portava dietro le sacche del sottosviluppo vecchie e nuove.   
    
Quando la Saim chiude lo zuccherificio e annuncia la chiusura del tabacchificio, la città prova sgomento e rabbia. Il consiglio comunale chiama la popolazione allo sciopero il 9 aprile, mentre il sindaco va a incontrare il governo. La manifestazione è enorme, tutti aderiscono e gli esercizi commerciali chiudono per solidarietà; la città è ferma, la protesta è assolutamente pacifica. I manifestanti occupano i binari della ferrovia, attuando una forma di lotta che si è andata affermando in Italia (a marzo, i treni vengono bloccati per ore a Parma, dopo il fallimento dell’industria di elettrodomestici Salamini). La polizia ha ordine da Roma di intervenire con pugno ferreo; è questa la causa degli incidenti, come la storiografia dà oggi per acquisito (si legga per esempio Guido Crainz, che a quegli anni ha dedicato studi importanti). La polizia italiana, prima di avviare un difficile percorso di democratizzazione approdando alla controversa riforma del 1981, trattava gli scioperanti come un nemico pubblico e aveva il grilletto facile. A Battipaglia, durante gli scontri di piazza, si sparò a lungo sui dimostranti: di 200 feriti, 100 risultarono colpiti da arma da fuoco, i fori di proiettile sui muri ad altezza d’uomo erano visibilissimi e fu quasi un miracolo se i morti furono soltanto due: la professoressa di liceo Teresa Ricciardi, 26 anni, che affacciatasi al balcone di casa venne raggiunta al cuore, e l’operaio tipografo Carmine Citro, 19 anni, colpito alla testa. Citro, il cui posto di lavoro non era a rischio, aveva detto ai familiari che scendeva in piazza «per i diritti degli altri, per i diritti di tutti». Il fotografo Elio Caroccia fu picchiato (era capitato a Mimmo Castellano a Bari, nel 1962, durante lo sciopero degli edili) e finì in ospedale. Dopo l’eccidio la rivolta è generalizzata, la polizia è costretta a ritirarsi e la città resta in mano ai ribelli. L’11 aprile si svolgono gli imponenti funerali dei due caduti, mentre è in corso in tutta Italia lo sciopero generale di protesta. In seguito, la chiusura delle fabbriche verrà revocata e Battipaglia potrà respirare almeno per un po’; ma i responsabili della sparatoria non saranno individuati.
    
La rivolta di Battipaglia non è assimilabile a quella del 1970 a Reggio Calabria, ambigua e ben presto presa in mano dai neofascisti. Questi avevano tentato di infiltrarsi a Battipaglia, ma con un ruolo marginale. Vero è che nella città campana furono contestati sindacalisti e politici venuti “da fuori”, ma in seguito la classe operaia che era stata il nerbo della protesta si organizzò sindacalmente e anche la Federbraccianti Cgil ebbe una notevole crescita di iscritti. Fu la sinistra a dare voce a quelle ragioni: a Bari il segretario del Psiup Giacomo Princigalli fu denunciato e assolto per un volantino di accusa alla polizia. La sommossa nella piana del Sele era stata avvisaglia di un imminente corso storico caratterizzato da un conflitto di forze: da un lato il possente movimento dell’Autunno Caldo, che unì Nord e Sud (mai stati così vicini) e produsse lo statuto dei lavoratori (cui lavorò Gino Giugni nei suoi anni di insegnamento barese); dall’altro la reazione violenta che non esitò a ricorrere all’arma criminale dello stragismo nero (attivo in tutto il 1969 fino alla bomba di dicembre a Milano), innescando un circolo vizioso che avrebbe avuto il risultato di limitare le conquiste sociali pur cospicue e di inceppare il processo democratico.
     In un documentario indipendente girato a Battipaglia un anno dopo da Luigi Perelli e Giorgio Rambaldi (conservato dall’Archivio audiovisivo del Movimento operaio e restaurato con il concorso dell’Archivio storico Benedetto Petrone di Brindisi), una giovane tabacchina dichiara durante un’assemblea alla Camera del Lavoro: «siamo operai, siamo poveri, siamo schiavi, è meglio che ci aiutiamo fra di noi». Più semplice e chiara “filosofia” di quel momento irripetibile non si potrebbe trovare, ed è emblematico che a enunciarla sia stata una lavoratrice del Sud.   

Pasquale Martino      
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 3 aprile 2019

giovedì 14 marzo 2019

Il fascismo nel 1919


Era marzo, cent’anni fa nascevano i Fasci

Raduno di Sansepolcristi
«Aderiamo vostra adunata mandando nostri rappresentanti»: con questo stringato telegramma il Fascio di difesa nazionale di Bari annunciava la presenza all’atto di fondazione dei Fasci italiani di combattimento, il 23 marzo 1919 a Milano. Nasceva cento anni fa, in una sala offerta dalla associazione industriali, in piazza San Sepolcro, il movimento fascista che avrebbe segnato catastroficamente la storia d’Italia e d’Europa. Pochi avrebbero scommesso allora sulle fortune di un gruppo minoritario tutto da inventare. I presenti al raduno non sono più di un centinaio; dalla Puglia c’è il solo Michele Costantino, a nome del fascio di difesa del capoluogo, giungono per iscritto le adesioni di Araldo Di Crollalanza (futuro podestà, sottosegretario e ministro dei Lavori pubblici) e di qualcun altro. I membri di quello sparuto drappello si fregeranno in seguito del titolo di «sansepolcristi»: i camerati della primissima ora. 
Il "Fascio primogenito" in Piazza S. Sepolcro
     Il raggruppamento che nasce in una Italia stravolta e frastornata dai postumi della Grande Guerra appare uno dei tanti; non ha identità definita né idee originali. Nemmeno il nome è nuovo: “fasci” di ogni tipo, intesi come unioni di forze (o debolezze) disparate, sorgono qua e là per finalità varie dandosi questa denominazione allora comune; perfino il termine «fascismo» non è coniato da Mussolini ma, un anno prima, dal sindacalista rivoluzionario Angelo Olivetti. Il programma sansepolcrista è una congerie eterogenea che grazie ai suoi accenti di sinistra ha la velleità di competere con il colosso socialista in piena ascesa. Mussolini si proclama insieme «reazionario e rivoluzionario» con tipica acrobazia retorica tanto stupefacente quanto vacua. Cambierà e capovolgerà le proprie idee nel corso degli anni (per dirne una, il “movimento” che si proclama antipartitico diventerà nel 1921 un partito, il PNF): «nessuna preoccupazione di coerenza formale» gli riconoscerà Gioacchino Volpe, una testa pensante del fascismo. Ma nella spregiudicata abilità tattica che porterà il maestro di Predappio in capo a tre anni al vertice del Paese due costanti soprattutto restano immutate: il nazionalismo, nutrito di risentimento e frustrazione, e l’odio anti-socialista, interiorizzato dall’ex militante che il partito di Turati ha espulso. Il nazionalismo gli servirà per raccogliere i consensi di combattenti e reduci dirottando contro i presunti complotti delle grandi potenze e contro i “bolscevichi” la rabbia per il disastro sociale del dopoguerra italiano (di cui era colpevole chi aveva gettato la nazione nella sanguinosa avventura bellica); l’antisocialismo praticato con dura violenza (a partire dall’assalto alla sede dell’«Avanti!», a Milano il 15 aprile 1919) gli servirà per stremare le masse proletarie, ottenendo a questo scopo appoggi e finanziamenti dalla grande industria e dal padronato agrario.
     Ma tutto ciò nel ’19 è ancora in divenire. All’ordine del giorno c’è invece qualcosa che assomiglia alla rivoluzione russa: il “biennio rosso” si snoda dalle sommosse contro il caro-vita alle lotte dei contadini del Sud per la terra fino alla occupazione delle fabbriche. Nelle elezioni politiche del 16 novembre si vota col sistema proporzionale: il fascismo subisce una disfatta, eleggendo un solo parlamentare; vincono i socialisti, primo partito, seguiti dal neonato partito popolare cattolico; insieme le due forze avrebbero la maggioranza della Camera, che sarebbe ancora più ampia con il gruppo giolittiano (a riprova che il sentimento prevalente in Italia non è nazionalista, ma pacifista e non-interventista). Entrambi i partiti di massa però, in conflitto fra loro, sono impreparati a concepire una strategia e una tattica complesse, e il partito socialista, diviso al suo interno, è per di più bloccato da una storica incomprensione (denunciata da Salvemini) della questione meridionale, che gli impedisce di unificare il movimento operaio e contadino a livello nazionale.
Tessera di "sansepolcrista"
     Questo impasse rianima il tramortito fascismo, che pareva defunto sul nascere (Mussolini era finito perfino in carcere per qualche ora). Gli agrari armano direttamente lo squadrismo nelle regioni dove più forte è il bracciantato rosso, l’Emilia e la Puglia; nella terra di Di Vittorio (la regione del Sud che ha eletto più parlamentari socialisti) l’azione squadrista è assunta nel 1920 dall’agrario cerignolese Giuseppe Caradonna: Di Vittorio ne denuncerà le responsabilità per l’omicidio del primo deputato vittima dei fascisti, Giuseppe Di Vagno (ucciso a Mola di Bari nel 1921) e ne fronteggerà le milizie difendendo la Camera del Lavoro di Bari Vecchia (1922). La Puglia è stata una regione cruciale per il movimento operaio e di conseguenza per la reazione fascista. Bari sarà premiata dal duce vittorioso con l’istituzione dell’Università, della Fiera del Levante e con altre grandi opere pubbliche. Eppure, secondo il reportage che Tommaso Fiore invia nelle lettere a Piero Gobetti (poi diventate il suo libro più famoso, Un popolo di formiche), nel 1925 il fascismo pugliese è in fondo una variante in continuità con il trasformismo meridionale, e con i mazzieri della tradizione agraria di cui anche Giolitti – un altro “antimeridionalista”! – si è servito nei collegi elettorali del Sud. Il fascismo – afferma Fiore – è rimasto in superficie, cooptando la borghesia grande e piccola senza conquistare il mondo contadino. La rivoluzione meridionale sarebbe forse ancora pensabile, ma ormai il governo Mussolini, figlio delle complicità e debolezze di molti, si sta trasformando in una dittatura, in un regime durevole che prepara la guerra. Se la storia potesse insegnarci qualcosa, direbbe che i fascismi e le loro variabili storiche nascono dalla crisi della democrazia liberale, nonché dalla incapacità delle forze progressiste di guidare una coalizione sociale, e praticare l’unità.

Pasquale Martino
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 12 marzo 2019

mercoledì 9 gennaio 2019

Rosa Luxemburg


Cent’anni senza la rossa Rosa.
Come sarebbe stata la rivoluzione in Occidente?

Sarà un’occasione speciale, per i manifestanti che ogni anno nella stessa data si riuniscono a Berlino presso il canale dove fu gettato il corpo di Rosa Luxemburg. Era la notte fra il 15 e il 16 gennaio 1919, e sono cent’anni da quando la quarantottenne dirigente comunista fu assassinata con il compagno di partito Karl Liebknecht dagli scherani dei Freikorps, corpi franchi ingaggiati per schiacciare la rivoluzione dei consigli operai in Germania. La notizia fece subito il giro del mondo, e non solo grazie alla stampa di sinistra: qui da noi il «Corriere delle Puglie» registrava il fatto, e il periodico «Humanitas» diretto dal repubblicano Piero Delfino Pesce commemorò la rivoluzionaria barbaramente uccisa. Rosa Luxemburg era stata un faro e un simbolo: «un’aquila» la definì Lenin, che pure ebbe con lei non pochi dissidi; una «grande guida spirituale del proletariato» secondo il filosofo György Lukács.
      Ebrea polacca, si trasferì in Germania acquisendone la cittadinanza: poté così militare nel più forte partito marxista del mondo, la socialdemocrazia tedesca. Cresciuto sulla spinta della classe operaia emergente e rafforzatosi in decenni di pace, il socialismo europeo sembrava fino al 1914 essere giunto sulla soglia del potere in molti paesi, Italia inclusa, e specie In Germania. Rosa Luxemburg diventò in breve una figura celebre, pensatrice, economista, formidabile oratrice – lei così piccola e fragile. Era l’esempio più noto di una novità imposta dal movimento operaio: la presenza significativa delle donne ad alti livelli (si pensi a Clara Zetkin, amica di Rosa, organizzatrice delle donne socialiste), convinte – a differenza delle loro sorelle suffragiste – che la liberazione della donna procedesse di pari passo con quella dell’intero proletariato. Ma lo scoppio del conflitto mondiale segnò un drammatico naufragio: i socialdemocratici tedeschi sostennero la guerra imitati dai socialisti degli altri paesi belligeranti (eccettuate Italia e Russia), convertiti al nazionalismo. 
     «La guerra mondiale – scrisse Rosa nel 1915 – ha annientato i risultati di quarant'anni di lavoro del socialismo europeo». Merito indiscutibile di Rosa Luxemburg fu l’aver condotto una lotta intransigente contro la guerra rilanciando in termini aggiornati la gloriosa (e dismessa) tradizione antimilitarista della socialdemocrazia. In generale, avversò sempre ogni nazionalismo compreso quello polacco di sentimenti antirussi, anzi invitò gli operai polacchi e russi alla fraterna solidarietà di classe. Pagò l’intransigenza con la prigione, dove trascorse quasi tutti gli anni della Grande Guerra. Nel contempo contribuiva alla nascita della Lega Spartaco (Spartakusbund), corrente interna alla socialdemocrazia, poi – dopo l’espulsione dal partito nel 1917 – organismo autonomo; ne fu la testa pensante, con Karl Liebknecht, il solo deputato che avesse votato contro i crediti di guerra, popolarissimo fra operai e soldati. Intanto in Russia, nel ’17, è in atto la rivoluzione. Scarcerata alla fine del conflitto, Rosa trova un Paese travolto dal crollo di un’intera classe dirigente, la quale si appoggia ora proprio alla vecchia socialdemocrazia per sopravvivere mentre la rivoluzione scuote anche la Germania. Nascono consigli operai pure a Vienna, repubbliche sovietiche verranno costituite in Baviera e Ungheria, e in Italia il Biennio Rosso culminerà nell’occupazione delle fabbriche: tutta l’Europa sembra voler “fare come in Russia”, inverando la rivoluzione internazionale in cui sperano gli stessi bolscevichi a Mosca.
Memoriale per Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht,
di Ludwig Mies van  den Rohe
(Berlino 1926, demolito dai nazisti nel 1935)
     A dicembre del ’18 gli spartachisti fondano il partito comunista tedesco. Rosa è con loro. Ha sempre combattuto l’illusione che il socialismo possa arrivare per lenta evoluzione; ma nessuno più di lei – prima di Gramsci – si è reso conto della enorme complessità di un processo rivoluzionario in Occidente, rispetto alla dinamica più elementare della Russia zarista. Pur elogiando altamente la rivoluzione russa, ne critica la soppressione della libertà. Non Voltaire, ma Rosa Luxemburg ha detto, nel ‘17: «La libertà è sempre e soltanto libertà di chi pensa diversamente». I comunisti tedeschi non governeranno, scrive nel ‘18, «se non per la chiara, espressa volontà della grande maggioranza delle masse proletarie tedesche e con la loro adesione cosciente». E preconizza un itinerario di «amare esperienze, attraverso vittorie e sconfitte». La tragedia della rivoluzione tedesca fu di aver avuto contro proprio la socialdemocrazia: un ministro socialdemocratico, Noske, armò la mano dei Freikorps. Rosa proponeva ai comunisti di partecipare alle elezioni della assemblea costituente, di non accettare la sfida dello scontro armato in quel momento; i suoi compagni non la ascoltarono, ma lei non li abbandonò. Fu sequestrata con Karl, e trucidata. 
     La sua memoria fu sempre onorata dalle sinistre, appannata solo nell’Urss staliniana. In Italia fu tra le icone del ’68 prima maniera, eretico e “consiliare”, ed ebbe successo l’antologia di suoi scritti a cura di Lelio Basso pubblicata da Editori Riuniti nel 1967, riproposta nel 2018 con una nuova illuminante introduzione di Guido Liguori. Margarethe Von Trotta realizzò un bel film biografico con Barbara Sukowa nella parte di Rosa (1986). Oggi la “rossa Rosa” conserva il fascino della alternativa che non poté esprimersi: che cosa sarebbe stata l’Europa se la rivoluzione avesse trionfato in Germania, se la sconfitta delle rivoluzioni non avesse lasciato aperta la via all’incubo nazifascista? Come ciò avrebbe cambiato l’esperienza della Russia sovietica? Il monito di Rosa Luxemburg, «socialismo o barbarie», ci sembra più che mai attuale. In una metafora marxiana a lei cara, la talpa scava sotterra ed emerge inaspettata; è la rivoluzione che si dichiara – sono le ultime parole scritte da Rosa, il 14 gennaio – : «Io ero, io sono, io sarò!».     

Pasquale Martino
La Gazzetta del Mezzogiorno, 9 gennaio 2019
      

venerdì 7 dicembre 2018

Benedetto Petrone, una storia italiana


Qualche messa a punto quaranta anni dopo il delitto

 
Gigantografia di Benedetto Petrone, muro esterno della ex Caserma Rossani occupata
(si ringrazia Kasamatta disobbediente per la fotografia)  

Nota (dicembre 2017). Ho fatto leggere questo testo ad alcuni amici e compagni che conoscono bene le vicende raccontate. Mi hanno dato suggerimenti dei quali li ringrazio. 
     Com’è ovvio, la responsabilità di quanto affermato è solo mia.

Nota (dicembre 2018). Questa comunicazione è stata presentata durante il seminario di studi Benedetto Petrone. Gli anni ’70 e la città di Bari, promosso dal Comune di Bari, Assessorato alle Culture, organizzato da Fondazione Gramsci di Puglia e IPSAIC e tenutosi a Bari il 28 novembre 2017, nel quarantennale, presso il Palazzo ex Poste.  La stesura è stata approntata subito dopo ed è apparsa nel volume degli atti da poco pubblicato (Edizioni dal Sud, Bari, 2018).
     Fra gli amici e compagni che l’hanno letta in anteprima esprimendo il loro parere c’era il compianto Raffaele Licinio. È stato il mio ultimo contatto con lui: egli ci ha lasciati dopo un mese.
     Perciò questo resoconto sia ora dedicato alla sua memoria.


È motivo di soddisfazione poter ragionare all’interno della traccia delineata da Peppino Cotturri. Essa ci invita – in armonia con l’impostazione stessa del convegno – a intendere correttamente i giorni di Benedetto Petrone nella complessità di un contesto storico nazionale. Possiamo riaffermare con argomenti condivisi ciò che abbiamo sempre ritenuto a dispetto di ogni tentazione riduzionista: che non si tratta di una pagina di “storia locale”. Il significato di quell’episodio non può essere riassorbito nella spiegazione rassicurante di una anomalia fortuita esplosa dentro una dinamica cittadina e provinciale, quale repentina frattura di un equilibrio poi fortunatamente ricomposto. È la vicenda di un delitto politico che accade nel 1977, anno cruciale della storia italiana, quando muoiono di morte violenta nel Paese quattro giovani di sinistra in circostanze diverse di cui va però indagata la disposizione in un quadro di insieme, unitario. Il filo conduttore apparve chiaro, allora, alle forze democratiche del Paese, che risposero alla morte di Petrone con manifestazioni di protesta in tutte le principali città, mentre un insieme variegato di personalità della cultura e della Resistenza (da Bobbio a Lombardi, da Foa a Terracini) rivolse al parlamento un appello per lo scioglimento del MSI, manifestando orrore per il «barbaro assassinio del giovane militante comunista Benedetto Petrone», che si univa alla «schiera dei giovani militanti di tutti gli schieramenti della sinistra» vittime della violenza neofascista.  
     La situazione politica segna in quel momento il precipitare degli anni ’70 verso una svolta e una conclusione: la stagione delle amplissime lotte sociali, la tensione accumulata in un decennio, il processo di cambiamento e il conflitto politico sembrano approssimarsi rapidamente a uno sbocco e a un punto risolutivo. Il PCI è sulla soglia del governo, come mai è stato nel trentennio dopo il ’47: pericolosamente vicino alla stanza dei bottoni, dal punto di vista delle forze conservatrici che in tutti quegli anni si sono adoperate sia per scongiurare questo esito deprecato sia per frenare l’avanzamento della società; vicino, ma fuori dell’esecutivo, in condizioni tali da non potere incidere a fondo, ingabbiato nella posizione di “non sfiducia”, bersaglio di un tiro incrociato da più direzioni. L’ostilità del “movimento del ’77” nei confronti di un PCI la cui manovra di accostamento al governo è interpretata come normalizzazione repressiva, è una leva che può essere utilizzata da chiunque lavori per divaricare ulteriormente le posizioni, per acuire il contrasto fra il movimento di massa nelle sue varie forme e quella che resta la massima espressione della sinistra politica, indebolendo così entrambi e spingendoli verso la sconfitta.
     
2 dicembre 1977: Benedetto Petrone è ricordato nella manifestazione
nazionale del metalmeccanici a Roma.
 La violenza è l’arma utilizzata per far saltare o deviare i processi politici: e non si tratta soltanto della strategia occulta, dello stragismo nero e del terrorismo nero o rosso, che vanno sviluppando ognuno per proprio conto i loro disegni sanguinosi e destabilizzanti; c’è una escalation della violenza politica diffusa, nelle manifestazioni di piazza e nello scontro di strada. Si registra nel ’77 una rinnovata propensione delle forze di polizia all’uso delle armi da fuoco in servizio di ordine pubblico: colpiti da pallottole di carabinieri o di agenti di polizia in borghese, cadono due giovani, Francesco Lorusso a Bologna e Giorgiana Masi a Roma. Anche nella manifestazione del 29 novembre a Bari, il giorno dopo il delitto, furono esplosi colpi d’arma da fuoco provenienti da reparti schierati nei pressi della sede della CISNAL che veniva assalita da un gruppo di manifestanti; sul terreno furono trovati numerosi bossoli: dalle forze dell’ordine si spiegò che si era sparato in aria, ma diversi testimoni affermarono di aver visto agenti mirare ad altezza d’uomo. In altre città alcuni gruppi del movimento, nell’area della “autonomia”, fecero la scelta aberrante di rispondere «alzando il livello dello scontro» come si usava dire, cioè prendendo l’iniziativa di sparare contro le forze dell’ordine in occasione di manifestazioni e scontri: morirono così i poliziotti Settimio Passamonti a Roma e Antonio Custra a Milano.   
     Il medesimo contesto spiega la recrudescenza dello squadrismo neofascista, peraltro sempre vivo in quegli anni. C’è una condizione politica difficile del MSI, che dal ’72 al ’76 ha perso molti consensi per la polarizzazione di voti a vantaggio della DC individuata dall’elettorato conservatore e reazionario come maggiore baluardo contro la paventata vittoria del PCI nei seggi. Il partito neofascista rilancia una sua presenza di piazza finalizzata a tenere sotto pressione le forze moderate e a giocare un ruolo negli sviluppi di una crisi di sistema. È sotto gli occhi di tutti il ricorso alla violenza da parte del MSI, del Fronte della Gioventù e di altre formazioni di estrema destra che vedono comunque nel partito erede della Repubblica sociale il loro retroterra e presidio difensivo. La corrente radicale di Pino Rauti acquista un peso determinante nel MSI e incalza la leadership non certo moderata di Giorgio Almirante. Nello squadrismo neofascista di questa fase sembra potersi leggere una strategia esplicitamente omicida: più precisamente, la scelta di una gestione di azioni violente nel territorio che contemplano la possibilità di un esito omicida. Come risultato si hanno due giovani vittime a distanza di un paio di mesi: Walter Rossi a Roma e Benedetto Petrone a Bari. La dinamica dei due fatti presenta somiglianze che non devono essere trascurate.
Manifestazione dopo l'assassinio di Walter Rossi, Roma 1977
(archivio de l'Unità)
     Entrambi i delitti maturano nel contesto di prolungate imprese squadristiche compiute da giovani del MSI per affermare il proprio controllo del territorio, per provocare e punire chi si oppone a questa pretesa. A Roma si tratta della Balduina, quartiere semicentrale che rappresenta una storica roccaforte del partito neofascista: nei giorni precedenti si verificano aggressioni e intimidazioni; una ragazza viene ferita da colpi di pistola durante una incursione dei neofascisti contro una vicina piazza che è ritrovo di giovani di sinistra. Il giorno dopo, 30 settembre, un gruppo di militanti di Lotta continua organizza un volantinaggio per le strade, spostandosi in prossimità della sezione MSI della Balduina; dai locali esce una squadra di neofascisti che assale i volantinatori: muore il ventenne Walter Rossi colpito da una pallottola. Tutto avviene sotto gli occhi della polizia che presidia la sede con una camionetta. Il resoconto di Michele Laforgia, che abbiamo appena ascoltato, dimostra che il 28 novembre pure i fascisti baresi erano armati di pistole, anche se non le usarono. La somiglianza fra le due vicende, di Roma e di Bari, appariva evidente già all’epoca e ne erano consapevoli gli stessi compagni che subirono l’aggressione: nella sua intervista poco dopo il ferimento, pubblicata dal giornale della FGCI «La Città Futura», Franco Intranò si augurava che presto fosse fatta luce sull’omicidio di Benedetto contrariamente a ciò che stava accadendo per la morte di Walter Rossi. 
     A Bari, la questione del controllo del territorio riguarda addirittura la federazione provinciale del MSI, quasi adiacente al palazzo di Città, vicinissima alla prefettura e alla questura; è il partito che ha la federazione più contigua ai centri del potere. Senza dubbio un ruolo provocatorio e intimidatorio è stato svolto per tutto il ’77 dalla sezione Passaquindici nei quartieri San Pasquale e Carrassi, dove si trovano molti istituti superiori che vedono presenze attive di giovani di sinistra. La serie impressionante di imboscate, attentati, intimidazioni compiuta dai militanti della Passaquindici sarà documentata dalla sezione Ruggero Grieco del PCI il cui segretario* rilascerà la più importante testimonianza nel processo per ricostituzione del partito fascista che si celebrerà poco dopo il delitto Petrone. Ma è decisiva soprattutto la posta in gioco nel centro della città, per il valore politico, simbolico, elettorale che esso riveste nella storia del neofascismo barese in tutto il dopoguerra. Nella tradizione e nella memoria dei neofascisti, Bari e in particolare la Bari “nuova” borghese e affaristica è un prodotto del fascismo e resta cosa sua anche dopo la fine del ventennio mussoliniano e dopo l’avvento della DC e del centro-sinistra. Via Sparano, nella parte prossima alla piazza San Ferdinando che ne è il cuore, è una zona “nera” dalla quale è pericoloso passare se si hanno sembianze “rosse”. Certo, dall’altro capo di via Sparano vi sono i giardini di piazza Umberto I, c’è l’Ateneo, territorio ostile frequentato da giovani di estrema sinistra verso il quale i fascisti si avventurano raramente. Ma il vero confronto è dato dalla presenza di Bari Vecchia dove il fascismo non ha mai potuto mettere radici, che non è mai stata fascista, e la cui antica storia popolare e proletaria sfida la centralità di Bari Nuova. La città vecchia respinse nel ’22 l’assedio fascista alla Camera del Lavoro difesa da Di Vittorio; nel ’43 ricacciò indietro i tedeschi che tentavano di occupare il porto; bacino elettorale dei partiti di sinistra, ha impedito di recente al MSI l’apertura di una sezione all’interno del quartiere. Soltanto il corso Vittorio Emanuele II divide Bari Vecchia dal centro del potere e dalla federazione del MSI. Bari Vecchia è insomma un bersaglio quasi naturale, con in sé gli elementi di una doppia memoria storica che si tramanda parallelamente da entrambe le parti assumendo – per la parte che il quartiere antico ha respinto come corpo estraneo – il valore simbolico di un nodo irrisolto e di un vecchio conto da saldare.   
     Il manipolo che quella sera si raduna nella federazione di via Piccinni per muovere verso una impresa violenta e – se le circostanze gli saranno favorevoli – sanguinosa e mortale, è un gruppo che sa di potersi avvalere di una larga rete di protezioni, simpatie e complicità. Sono giovani borghesi, della Bari bene e delle borghesia delle professioni, affiancati da sottoproletari e da veri e propri avventurieri legati a traffici illegali e ad ambienti criminali, in un caratteristico mix che ha imperversato a lungo in città, anche dopo il delitto Petrone e almeno fino all’omicidio del dj Traversa (1980). Per inciso, proprio la decentrata Passaquindici è il luogo più adatto per la verifica pratica di questi ambigui incroci, delle “doppie militanze” (MSI e Terza Posizione) e del connubio fascismo-criminalità; nel contempo, la Passaquindici è anche il serbatoio di manovalanza per le imprese che hanno obiettivi politici più alti. E quella del 28 novembre è una operazione studiata e preparata, con un obiettivo alto da conseguire nel centro della città. Quanto alla rete delle protezioni influenti, questa si manifesta chiarissima fin da subito, nella operazione riuscita – e condotta a più mani – che ha il fine di attribuire la responsabilità dell’omicidio a un personaggio marginale ed equivoco e di scagionare i ragazzi “perbene”. Perfino la mancata connessione fra due processi che dovevano essere strettamente collegati – quello per ricostituzione del partito fascista e quello per l’omicidio – appare il prodotto di un intenso lavorio di disinnesco che nasce da coperture ben accreditate ma è pure l’effetto di preoccupazioni politiche di ordine generale. E qui convergono, e si saldano nuovamente, le intenzioni del MSI, del suo notabilato “in doppiopetto” che riprende in mano la situazione dopo l’exploit dell’ala estremistica, e le intenzioni della DC che nella sua maggioranza non vuole concedere spazi significativi ad accordi col PCI.
     
1978: giovani antifascisti collocano una epigrafe sulla abitazione
di Benedetto Petrone (l'epigrafe fu in seguito rimossa)
Fra i compagni di Benny nella sezione Pappagallo del PCI di Bari Vecchia emerse anche l’ipotesi che i mandanti dell’azione omicida fossero da ravvisare negli ambienti interessati a una grande manovra speculativa e immobiliare su Bari Vecchia, e intenzionati a spaventare chi contrastava quella manovra; ambienti che poi dettero un contributo attivo all’insabbiamento del processo. Una ipotesi suggestiva che meriterebbe di essere approfondita. È certo che Benedetto si batteva per difendere Bari Vecchia, ed è certo che quella operazione di svuotamento del quartiere era in corso ed ebbe un parziale successo negli anni seguenti. Ma ciò non deve far perdere di vista la trama propriamente politica dello scontro e la sua pertinenza rispetto a un contesto più nazionale che locale; un contesto nel quale si distinguono peraltro chiaramente i collegamenti regionali. L’apice della tragica avventura neofascista ha avuto inizio con la presenza di Rauti a Lecce, che nel giugno precedente è stata occasione di scontri violenti (nei quali, pure, la polizia ha sparato contro gli antifascisti). Ancora a Lecce, il 12 novembre, un corteo non autorizzato di giovani del MSI viene tollerato dalla polizia, che alla fine arresterà due fascisti ma nel frattempo carica il corteo di protesta della estrema sinistra, sparando colpi d’arma da fuoco ed effettuando 11 arresti in questa cerchia. Il giorno dopo, il 13 novembre, a Bari, a sole due settimane dal delitto, una manifestazione già preannunciata e autorizzata, che prevede un comizio finale di Pino Romualdi, uno dei capi del MSI, viene proibita dalla questura dopo la protesta espressa in un pubblico documento firmato da numerosissime sigle antifasciste. Quel giorno i neofascisti si radunano in massa nella sede di via Piccinni, minacciando di uscire ugualmente per tenere comunque la manifestazione; ma, diversamente che a Lecce, non lo faranno. Nelle stesse ore, gli antifascisti presidiano non a caso Bari Vecchia. Queste sono le premesse di una tragica dimostrazione di forza che è ormai nell’aria.  
     E a tale proposito non è inopportuno spendere qualche parola per smontare ancora una volta la falsa storia della “guerra tra bande” (tra “opposti estremismi”, tra “fascisti e comunisti”) che si sarebbe combattuta a Bari a in quel periodo; falsa storia non innocente, che trova tuttora una tarda eco. Non c’erano “bande”: c’erano movimenti di lotta per rivendicazioni sociali e per diritti collettivi, che toccavano in molti casi un coinvolgimento di massa notevole (basti dire della innegabile partecipazione operaia, studentesca e popolare alla manifestazione del 29 novembre), e c’era di contro un uso cinico dello squadrismo di destra che vi si contrapponeva per chiudere gli spazi di agibilità politica. Il documento approvato pochi giorni prima del delitto dal consiglio comunale – col voto favorevole della DC e quello contrario del MSI – indicava nei covi fascisti la fonte della violenza che le forze dell’ordine avrebbero dovuto reprimere. C’era nei movimenti, fra i giovani di sinistra e della stessa FGCI, una comprensibile disposizione alla autodifesa, a rintuzzare a muso duro gli assalti intimidatori; una scelta difensiva, appunto, laddove la scelta vera, strategica, era il movimento rivendicativo, la lotta, la manifestazione di massa, l’assemblea, e non certo la scaramuccia con i fascisti. D’altra parte l’antifascismo era un principio profondamente sentito, che il recente Trentennale della Liberazione aveva contribuito a riscoprire e valorizzare (in quella circostanza, fra l’altro, proprio all’eroe ragazzo della difesa di Bari Vecchia, Michele Romito, il Comune aveva conferito una medaglia)**. Nella decisione di tanti giovani che rifiutavano di lasciarsi intimidire, il coraggio poteva a volte ingenerare una logica militarista (che però non fece mai presa a Bari) o poteva semplicemente sconfinare nella temerarietà: e questo avvenne forse quella terribile sera, quando la pattuglia di ragazzi della Pappagallo camminò lungo il corso Vittorio Emanuele per dimostrare che i fascisti non facevano paura a nessuno, e si trovò di fronte all’imprevisto di una truppa organizzata che aveva teso la trappola.
     
Benedetto secondo da sinistra dietro lo striscione, Bari 1977
Va anche ricordato e raccontato come a Bari Vecchia si fosse creata una feconda trasversalità fra giovani del quartiere, grazie a un affiatamento fra l’ambiente della Cattedrale, i ragazzi della FGCI e della sezione Pappagallo, i loro coetanei della sinistra extraparlamentare, del Movimento lavoratori per il socialismo e di Lotta continua. Una consonanza che li faceva convergere anche in lotte e iniziative comuni. Fra le poche immagini filmate di Benedetto ve n’è una che lo ritrae alla testa di un corteo, mentre regge uno striscione con la scritta «Contro l’aumento dei prezzi, contro la disoccupazione, per il risanamento di Bari Vecchia»; dietro lo striscione, accanto a lui, si vedono ragazzi del MLS, anch’essi proletari del quartiere. Petrone era considerato e sentito come proprio compagno da tutti i giovani di sinistra della città vecchia, e da quanti altri, esterni al quartiere, vi erano stati accolti e vi avevano sperimentato il primo contatto e la prima conoscenza diretta di una condizione di vita proletaria. E qui sta probabilmente la peculiarità che distingue il caso di Benny dagli altri omicidî di giovani di sinistra commessi in quegli anni: il carattere unitario della sua figura altamente rappresentativa, capace di produrre un immediato coinvolgimento emotivo in un arco molto vasto abbattendo d’un colpo steccati che avevano segnato distanze e preclusioni politiche; il che è frutto della particolarità irripetibile di Bari Vecchia dal punto di vista sociale e culturale. E ciò induce a un’altra considerazione: quella sera il gruppo aggredito e le vittime sarebbero potuti appartenere non al PCI, ma ad altre formazioni della sinistra che con i ragazzi della Pappagallo condividevano attività e amicizie. 
      Non sappiamo in che modo sarebbero andate le cose se a restare ucciso fosse stato come a Roma un giovane della sinistra extraparlamentare. Questo avrebbe sicuramente comportato maggiori problemi per la federazione del PCI, che già visse una notte drammatica e una discussione interna sul che fare, mentre i compagni della Pappagallo dimostravano che Benedetto era un iscritto e lo riconoscevano come proprio compagno; ma si può essere quasi certi che la FLM – sindacato unitario dei metalmeccanici e vero propulsore della manifestazione del giorno dopo, contraddistinta dal colore delle tute blu – si sarebbe ugualmente mobilitata. Probabilmente la fertile rottura provocata dentro il moderatismo egemone nella città da quei giorni di rabbia e di lotta – giorni che una generazione di democratici e antifascisti considera fondativi della propria identità civile – si sarebbe richiusa prima e più facilmente; il che avrebbe tranquillizzato il gruppo dirigente democristiano (che in ogni caso sarebbe andato incontro di lì a poco a un trauma ben più sconvolgente: il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro) e avrebbe causato un minore travaglio nel PCI, la cui direzione a Bari e in Puglia, incline a una lettura poco problematica della linea di “solidarietà nazionale”, era preoccupata dalle possibili ricadute negative della vicenda nei rapporti con una DC locale peraltro riluttante a stabilire intese.  
     Forse la memoria di Benny sarebbe stata meno corale negli anni e nei decenni. Corale, intendo dire, nell’ambito della sua parte, quella dell’antifascismo consapevole, che però non si identifica come è noto con tutta la città. Ma questa è un’altra storia, un altro capitolo che dovrà essere scritto – la storia della memoria di Benedetto Petrone, delle memorie divise e delle memorie false. Per quanto riguarda la parte di Benny – quella della democrazia e della Costituzione – il ricordo è caratterizzato da una immagine e da una idea che resta l’autentica lezione di quel giovane appassionato: l’unità antifascista, intesa non come valore astratto, ma come unità nelle lotte, nell’impegno sociale e civile, nelle speranze e negli ideali di giustizia.


Pasquale Martino

* Raffaele Licinio.
** Per l’esattezza, l’onorificenza della civica amministrazione venne conferita a Romito il 25 aprile 1974 dal sindaco Nicola Vernola alla presenza del presidente nazionale dell’ANPI Arrigo Boldrini.





mercoledì 28 novembre 2018

Il dovere dell'antifascismo


Ricordare Benedetto, un antidoto contro i  nuovi fascismi 


Il modo migliore per ricordare oggi Benedetto Petrone, il giovane ucciso 41 anni or sono a Bari dai neofascisti, crediamo sia quello di fare i conti senza retorica con la pratica reale della solidarietà, della pace, del rispetto dei diritti: quei valori che Porzia Petrone, l’indomita sorella di Benny, non si stanca di additare ai ragazzi come il sostanzioso messaggio lasciato in eredità dal diciottenne comunista barbaramente accoltellato quella tragica sera del 1977. Sul versante della memoria e della consapevolezza storica, infatti, si può constatare con parziale soddisfazione che sono stati compiuti passi in avanti; il quarantennale della morte è stato celebrato degnamente. Sopravvive, è vero, in alcuni il luogo comune dello scontro tra fazioni, degli stereotipati “anni di piombo”, il rifiuto di prendere atto che quella morte fu l’esito di una aggressione unilaterale e premeditata. Resta, soprattutto, l’ingiustificabile dimenticanza della vicenda Petrone in molte ricostruzioni riguardanti il 1977 in Italia, anche le più recenti: forse perché è una vicenda “meridionale”? perché è “anomala”, irriducibile rispetto allo stereotipo di cui sopra?
     Ma torniamo all’assunto iniziale: onoriamo l’antifascista barese parlando del presente. Sì, perché l’esistenza o meno di un pericolo fascista in Italia, in Europa e nel mondo è diventata un tema rilevante del dibattito politico-cullturale odierno. Un tema che a nessuno, tanto meno a noi italiani, è consentito di sbrigare con leggerezza: visto che, se non altro, un romanzo come M di Scurati (Bompiani), in testa alle classifiche di vendita, dovrebbe ricordare a molti che un italiano fu l’inventore del fascismo nel mondo. A proposito di libri, sembra che sia in corso una sorta di confronto a distanza, se non una battaglia virtuale, tra volumi apparsi quest’anno: da un lato Istruzioni per diventare fascisti di Michela Murgia (Einaudi), altro best seller, ironica trattazione sul riemergere in Italia di modelli e luoghi comuni che sono retaggio e relitto del fascismo; dall’altro Neofascismo e neoantifascismo di uno storico del calibro di Franco Cardini (La Vela), che all’opposto afferma nello stile del pamphlet l’inservibilità di entrambe le categorie contrapposte, in quanto obsolete, e per altri versi il saggio di impianto storiografico Fascismo e antifascismo del contemporaneista Alberto De Bernardi (Donzelli), che si interroga sulla inopportunità di evocare in modo ricorrente quella dicotomia storica e simbolica applicandola alla attualità politica. Noi proponiamo qui poche considerazioni.
     A suo tempo, nonostante la raffinatezza culturale del famoso saggio di Umberto Eco Il Fascismo Eterno (1995), ci lasciò perplessi la tesi di un “idealtipo” fascista che sfida il tempo della storia. I sistemi fascista e nazista furono il prodotto di un’epoca ben definita, anche se le loro matrici ideologiche preesistevano. D’altra parte, è vero che dopo la catastrofe nazifascista del 1945 sono nati in Occidente movimenti di varia consistenza – secondo il luogo e il tempo – che si è convenuto di chiamare neofascisti e neonazisti perché eredi dichiarati di quella nefasta esperienza. È innegabile poi che il modello fascista abbia ispirato alcuni nazionalismi arabi e certi regimi militari sudamericani, fino all’Europa dei colonnelli greci e alle dittature di lunga durata in Spagna e Portogallo. Insomma il fascismo, abbattuto nella sua forma primigenia e più devastante, ha continuato a fare scuola in “sottoprodotti” che non si può dire abbiano avuto breve fortuna. Esso ha stabilito una sorta di forma storica esemplare dalla quale non hanno potuto prescindere – pur adattandola e assumendo nomi variegati – le successive esperienze che hanno voluto rimescolare con diverse gradazioni gli stessi ingredienti di base: paternalismo e assistenzialismo di Stato, nazionalismo, razzismo, violazione dei diritti umani e sociali, subalternità delle donne presentata come esaltazione della funzione materna, omofobia, criminalizzazione della solidarietà, propaganda demagogica e metodi polizieschi, e infine manipolazione e condizionamento dei meccanismi democratici in chiave autoritaria e plebiscitaria. Senza contare che da quasi 80 anni pure il linguaggio comune bolla come “fascista” chiunque sia prevaricatore e autoritario in ambito lavorativo, sociale, familiare: anche questo “antifascismo popolare”, spontaneo e non meditato, è un dato storico inoppugnabile. Ed è vero che molti degli ingredienti citati sono variamente assunti nel XXI secolo da movimenti di destra o destroidi che vengono definiti populisti e (con termine ambiguo che preferiremmo evitare) “sovranisti”. Le punte estreme di quest’area sono sistematicamente violente, come è denunciato in quella sorta di dossier che è la risoluzione contro la violenza neofascista approvata dall’europarlamento il 25 ottobre scorso; estremisti neri che spesso hanno ottimi rapporti con le maggioranze governative dei rispettivi paesi, tanto da costituirne una testa d’ariete, data la condivisione di politiche xenofobe, discriminatorie e intolleranti. In Italia si aggiunge il non ingenuo richiamo di esponenti del governo alla sloganistica del Ventennio (“molti nemici molto onore”, “tiriamo dritto”, “me ne frego”). In qualunque modo si voglia chiamare tutto ciò – anticamera di un fascismo metamorfico oppure pinco pallino – esso è preoccupante e pericoloso per la democrazia, per la convivenza civile, per i diritti e le garanzie costituzionali.
     Ecco, quando ricorderemo Benedetto non dobbiamo eludere un sano sentimento di allarme democratico, cui non sappiamo dare nome più giusto che antifascismo.    

Pasquale Martino
La Gazzetta del Mezzogiorno, 28 novembre 2018

Fotografia: una manifestazione del 1977 a Bari; Benedetto Petrone regge lo striscione, terzo da sinistra.