domenica 20 settembre 2015

L'"industria Millennium"

Stieg Larsson vive?
Il nuovo Millennium non uccide il vecchio ma rischia di perdersi


Nessuna novità editoriale è stata promossa con una campagna altrettanto imponente. Preannunciato da oltre un anno, Quello che non uccide di David Lagercrantz è uscito il 27 agosto contemporaneamente in 32 paesi. L’editore svedese, Norstedts, aveva inviato all’estero il manoscritto per corriere e sotto il vincolo di segretezza. Il testo è stato redatto su un computer scollegato da internet, per prevenire intrusioni. Stiamo parlando del “quarto” romanzo della serie Millennium edito in Italia da Marsilio, che lo presenta in prima di copertina come la continuazione della «saga di Stieg Larsson»: un nome che invece manca nella copertina svedese. Stiamo parlando, insomma, dell’«industria Millennium»; quella che in dieci anni si è alimentata con la trilogia del geniale e sfortunato Larsson – incentrata sulle inchieste della detective hacker Lisbeth Salander e del giornalista Mikael Blomkvist – vendendo 75 milioni di copie nel mondo (4 milioni in Italia) senza contare i diritti cinematografici, nonché i gadget e i fumetti.
Nulla da obiettare, beninteso, visto che il mestiere di un editore – spiega la Norstedts – è vendere libri. E nulla da eccepire nemmeno sul fatto che si affidi a un secondo autore il compito di proseguire l’opera del primo, defunto, visto che ciò risponde all’insopprimibile desiderio del pubblico di sapere “come continua” una narrazione popolare, “che cosa fanno” gli eroi dopo che l’appassionante racconto si è esaurito. La storia dei libri abbonda di situazioni simili (per non parlare del cinema e della televisione): il più riuscito sequel della letteratura italiana è l’Orlando Furioso di Ariosto, che riprende trama e personaggi di Boiardo dove questi si ferma. Un po’ diversa è la faccenda ai giorni nostri, qualora esista un copyright: chi non è autorizzato rischia sgradevoli contenziosi, come è successo a colui che ha preteso di continuare Il giovane Holden di Salinger. Lagercrantz è stato selezionato a tal fine dall’Industria Millennium*, che – è opportuno precisarlo – non fa capo soltanto all’editore, ma anche agli eredi legali di Larsson, cioè al padre e al fratello. I due hanno fatto valere inflessibilmente la legge che non concede nulla alle unioni di fatto, escludendo dall’eredità Eva Gabrielsson, compagna di Stieg Larsson per trentadue anni.
Quella di Stieg ed Eva è la storia di una coppia degli anni ’70, che ha condiviso entusiasticamente la formazione culturale, tutte le scelte di vita, la militanza di sinistra e antirazzista, influenzando le attività professionali di ognuno dei due: architetta lei, giornalista lui. La Gabrielsson ha raccontato la vicenda nel libro Stieg e io (stampato in Italia nel 2012 dall’editore “larssoniano” Marsilio), nel quale fra l’altro disegna un ritratto impietoso degli eredi di Larsson. Il fratello, Joakim, ha ribattuto alle accuse nel proprio sito (moggliden.com). Rimane l’amaro paradosso per cui la clamorosa fortuna postuma non ha portato niente in tasca all’autore di Uomini che odiano le donne, vissuto quasi poveramente e morto di infarto subito dopo aver dato i manoscritti all’editore, ed ha sfiorato Eva Gabrielsson solo per via indiretta, grazie al citato volume autobiografico. La compagna di Stieg non intende accettare i compromessi che le sono stati proposti: rivendica il diritto di gestire autonomamente il lascito letterario del suo compagno – in coerenza con l’ispirazione di lui – e in cambio rinuncia a ogni lucro. Amici e intellettuali l’hanno appoggiata ed è stato anche creato un sito web (supporteva.com) che però risulta ora cancellato – brutto segno.
D’altra parte, va riconosciuto che gli eredi – anche incalzati dalla pressione indomabile della Gabrielsson – hanno impiegato parte dei profitti per istituire una fondazione intitolata allo scrittore (sito web: stieglarssonsstiftelse.se) e un premio annuale, che è stato assegnato a «Expo», la più importante rivista antifascista e antirazzista di Svezia, fondata da Stieg Larsson, e a varie personalità fra cui Soraya Post, ebrea rom, europarlamentare del partito Iniziativa Femminista. Inoltre ad «Expo» (sito web: expo.se), modello dell’immaginaria rivista «Millennium», andranno i proventi del quarto volume di spettanza dei familiari secondo la ben nota volontà di Larsson. Egli aveva progettato altri sette volumi della serie e – racconta Eva – aveva già scritto duecento pagine del quarto. Questi materiali sarebbero nel computer usato dal giornalista, che però apparterrebbe a «Expo». Un altro mistero e soprattutto un altro paradosso: perché Quello che non uccide non sviluppa gli abbozzi larssoniani, ma è frutto dell’invenzione di Lagercrantz. Il quale afferma peraltro di avere ristudiato i tre romanzi con immenso rispetto per aderire il più possibile allo stile originario. Conosciuto finora per la biografia da lui scritta del calciatore Ibrahimovic, Lagercrantz se la cava – va detto – dignitosamente. Non vogliamo parlare del libro, per non guastare il piacere della lettura: diciamo solo che lo sforzo di far rivivere Lisbeth e Mikael, le loro idealità libertarie e "anticapitaliste", non è stato vano. L'universo matematico, l'elettronica avveniristica e la guerriglia del web – temi già propri di Lisbeth – diventano predominanti. 
E tuttavia qualcosa – ci sembra – si è perso. La forza del male si colloca in un'oscura alleanza fra ambienti della statunitense National Security Agency – campione dello spionaggio informatico planetario – e una scheggia della mafia russa dedita al traffico di segreti industriali. Sfuma sul fondo la realtà propriamente scandinava, con i suoi conflitti e il suo lato tenebroso, la xenofobia e le pulsioni autoritarie, indagata dalla sensibilità sociale di Larsson. Forse ha di nuovo ragione la Gabrielsson, quando sottolinea la diversità di provenienza e di formazione del continuatore rispetto all'inventore. Ma questa storia non è ancora finita.  

Pasquale Martino
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 20 settembre 2015

* Casi consimili sono ricorrenti e si direbbe abituali nella storia della letteratura e specie nella "narrativa di genere". L'esempio più macroscopico è probabilmente quello della serie imperniata sulle avventure di James Bond: la Gildrose Production che detiene i diritti per le opere di Ian Fleming e per il personaggio di 007 ha commissionato ad altri scrittori, fra cui John E. Gardner e Raymond Benson, la stesura degli ulteriori romanzi che hanno per protagonista la spia britannica. 


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Stieg Larsson


domenica 19 luglio 2015

Cartagine in fiamme


Debiti, trattati, sottomissione: come soffocare un Paese. 
Una lezione antica per la Grecia e l'Europa di oggi


Giambattista Tiepolo, La conquista di Cartagine
La Grecia di Tsipras è stata spinta a una drammatica guerra difensiva:  assediata dall’Europa dei creditori, è stata infine piegata. Ci si è ricordati, per analogia, di episodi noti della storia antica: la battaglia delle Termopili, per esempio, dove un pugno di Spartani rallentò l’armata persiana ma fu sterminato (poi però i Greci vinsero la guerra); e la distruzione di Cartagine, freddamente decisa da Roma e perseguita a passi sempre più stringenti. E questo secondo esempio, in verità, appare più calzante.
Dopo due tragiche guerre, Cartagine era prostrata. Aveva perso il lungo duello con la rivale Roma, che era diventata, vincendo, padrona del Mediterraneo. La fiorente e secolare città situata sulla costa dell’odierna Tunisia pagava regolarmente alla vincitrice le rate ingenti di un esoso debito di guerra; non aveva più un impero, non aveva diritto a una politica estera, era vincolata da un trattato-capestro e tenuta a bada dal cane da guardia dei Romani, il re numida Massinissa.  Ciononostante, a Roma il fantasma punico faceva ancora paura. Quando il debito imposto a Cartagine fu interamente saldato, nel 152 a.C., l’ex creditrice decise che la mucca ormai munta doveva morire. La maggioranza della classe dirigente voleva vedere rasa al suolo la patria di Annibale «che infiniti addusse lutti» ai Romani; il più noto dei liquidatori era Catone il Censore, che, ottuagenario, andò in delegazione a visitare Cartagine e tornò più che mai convinto che la città di Didone costituisse tuttora una minaccia per Roma: bisognava distruggerla. Altri, come Scipione Nasica detto Corculone, dissentivano dall’ex censore non per spirito umanitario, ma perché temevano che, scomparsa la Grande Nemica,  Roma non avrebbe avuto più nessun collante di difesa “nazionale” e – come in effetti avvenne – sarebbe caduta preda delle discordie intestine. I pacifisti però erano in minoranza. Roma dunque aspettava solo il pretesto per dare il via alla soluzione finale della questione punica.  

Quando, esasperati dalle provocazioni di Massinissa, i Cartaginesi risposero a mano armata, scoccarono forse inconsapevolmente la scintilla della terza e ultima guerra punica. Si videro subito dichiarare guerra da Roma. Traditi anche da Utica, l’altra grande città della costa africana, che si arrese ai Romani, decisero di offrire a loro volta la resa. Per prima cosa, i nemici imposero loro di consegnare trecento giovani come ostaggi, e di attendere ulteriori ordini dei consoli. Nonostante la protesta di chi, come Magone, faceva osservare che il primo cedimento avrebbe reso inevitabile il successivo crollo, i Cartaginesi accettarono. I Romani misero le mani sugli ostaggi, dopodiché i consoli emanarono il secondo ordine : consegnare tutte le armi. E fu ancora un amarissimo sì. «Allora apparve evidente – scrive Polibio – quando grande fosse il potenziale della città: essi consegnarono a Romani più di duecentomila armature e duemila catapulte». Per inciso, il greco Polibio conosceva bene i fatti, essendo amico, accompagnatore e “ospite” (in realtà ostaggio) di Scipione Emiliano, il “risolutore”. Si scoprì a questo punto che le concessioni non bastavano ancora. L’ultima feroce ingiunzione fu di abbattere Cartagine per ricostruirla altrove, lontano.  Solo allora i Cartaginesi, inermi, dissero no. E nonostante tutto, chiusi dentro le mura,riuscirono a resistere per qualche anno, grazie anche all’inettitudine dei generali romani che dirigevano l’assedio. Finché non fu mandato Scipione Emiliano, nipote del vincitore di Annibale e dotato di indubbia attitudine militare. Fu lui a dare adempimento all’odio vendicativo dei Romani, e a piangere sulle rovine di Cartagine che egli stesso mise a ferro e fuoco.  L’ultimo comandante punico, Asdrubale, si era comunque arreso; ma sua moglie, sebbene avesse avuto dai nemici garanzia di salvezza, aveva preferito uccidersi con i figli gettandosi tra le fiamme come Didone. Era il 146 a.C. La Cartagine punica non esisteva più; ma in seguito, in quella terra che diventerà una provincia romana, nello stesso sito, sorgerà una nuova e florida città con lo stesso nome.  I Romani sfruttarono in proprio quelle fertili campagne e quei centri di commercio,  e fecero tradurre in latino un trattato punico di agricoltura per capire meglio le tecniche cartaginesi di coltivazione.  

Mosaico nel Museo del Bardo, Tunisi
Il “sadismo” con cui i Romani eseguirono l’assassinio di Cartagine per progressivo soffocamento sarà in qualche modo riproposto milletrecento anni dopo dall’imperatore Federico Barbarossa: ricevuta la resa dei milanesi, nel 1162, comunicò in seguito la sua decisione di radere al suolo Milano, sollecitata invero dalle città rivali, Pavia, Cremona, Como, Lodi. Vae victis, «guai ai vinti», aveva detto – si narrava – il gallo Brenno quando aveva occupato Roma due secoli e mezzo prima della catastrofe cartaginese. Legge inossidabile della storia. La vicenda attuale della Grecia – paese ricchissimo di risorse culturali e paesaggistiche che fanno gola a eserciti di “privatizzatori” –,  però, è ancora aperta e non sappiamo come andrà a finire; né sappiamo che cosa ne sarà dell’Europa strozzina e dell’implacabile Germania. Scipione piangeva soprattutto perché pensava che ciò che era capitato a Cartagine sarebbe potuto succedere in futuro anche a Roma. Scipione presagiva i Visigoti e i Vandali alla porte della propria città.  

Pasquale Martino 
   

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 19 luglio 2015

sabato 27 giugno 2015

Leonard Peltier

Un Sioux in carcere, icona della resistenza indiana


«L’unico indiano buono è quello morto», è il celebre aforisma attribuito al generale P. H. Sheridan, veterano delle guerre indiane negli Usa del XIX secolo; si potrebbe aggiungere: se non morto, almeno in galera. Tali concetti non sembrano del tutto sorpassati. Il caso emblematico è quello di Leonard Peltier: nativo americano del Nord Dakota, 71 anni, attivista dell’AIM (American Indian Movement), Peltier sconta da 39 anni l’ergastolo sotto l’accusa – mai provata, secondo molti osservatori indipendenti fra cui Amnesty International – di aver ucciso due agenti dell’FBI il 26 giugno 1975, esattamente quarant’anni fa. L’anniversario della sparatoria di Pine Ridge che è all’origine della condanna spinge i difensori dei diritti dei nativi a tentare di riaprire il caso e di ottenere la grazia dal presidente Obama: cosa assai difficile, visto che quindici anni fa l’orientamento di Clinton favorevole alla scarcerazione fu revocato dopo un raduno di protesta (sedizioso, verrebbe da dire) di 500 agenti federali davanti alla Casa Bianca.   

Tutta la vicenda si presta a molte riflessioni. Incominciamo dall’AIM: associazione militante, fondata nel 1968, raccoglie le mai sopite istanze di riscatto delle comunità superstiti di nativi confinati nelle riserve-ghetto dove regnano povertà e disoccupazione; l’AIM rilancia l’orgoglio indiano ispirandosi alla radicalità dei nuovi movimenti politici e sociali degli anni ’60, a partire da quello afroamericano. I leader neri Malcolm X e Luther King avevano guardato con interesse alla convergenza fra i due movimenti.  L’AIM viene subito classificata come associazione sovversiva al pari del Black Panther Party ed entra nel mirino dell’FBI, che J. Edgar Hoover (morto nel 1972) ha plasmato come gendarme della maggioranza bianca anglosassone protestante. I federali sono coadiuvati dal BIA (Bureau of Indian Affairs), che, capeggiato da cricche clientelari e autoritarie di nativi, funge da agente del governo per il controllo e la repressione nelle riserve indiane. È proprio il malcontento contro le vessazioni dei rappresentanti ufficiali che induce l’AIM a promuovere nel 1973 la più grande rivolta indiana del XX secolo: Wounded Knee II. Circa 200 indiani Oglala, membri della nazione Sioux, occupano il sito della riserva di Pine Ridge in Sud Dakota, proprio dove ottantatre anni prima, nel 1890, le truppe statunitensi avevano compiuto l’ultimo massacro di nativi (Wounded Knee I). la rivendicazione è, sulla carta, assai poco radicale: si chiede il rispetto dei trattati e un contatto  diretto con il governo, che esautori gli odiati rappresentanti. Gli occupanti resistono 71 giorni all’assedio della polizia; in questo frangente si mette in luce il ventinovenne Leonard Peltier, che organizza azioni di supporto ai ribelli. Pur senza esiti pratici significativi, la rivolta costituisce una prova di forza e un esempio per tutte le tribù indiane. Nello stesso anno Marlon Brando non ritira l’Oscar del Padrino per solidarietà con i nativi. Il bilancio delle vittime è relativamente modesto (due attivisti uccisi), ma nel biennio successivo 60 attivisti vengono assassinati uno alla volta, senza dar luogo a indagini; pare evidente che essi siano vittime di una sorta di squadrone della morte dotato di ampie coperture. 


È in questo contesto di vendetta e di autodifesa che si verifica l’«incidente di Oglala» del 1975. Due agenti federali entrati nella riserva di Pine Ridge per arrestare un piccolo delinquente – è la spiegazione fornita dall’FBI – vengono bersagliati da un gruppo di nativi a colpi di arma da fuoco. Nella sparatoria restano uccisi, oltre ai due agenti, anche un attivista dell’AIM. Prima stortura giudiziaria: per la morte dell’indiano non si indaga, mentre per quella dei federali vengono incriminati tre nativi fra cui Peltier. Questi fugge in Canada; gli altri due vengono processati e assolti. Seconda aberrazione: estradato in Usa, Peltier è processato separatamente in base allo stesso materiale probatorio, ma da una giuria diversa, ed è condannato. Nessuno testimonia di averlo visto uccidere; perfino la testimonianza in base alla quale gli Usa avevano ottenuto l’estradizione viene ritirata, ma il tribunale non consente alla difesa di utilizzare questa circostanza.  
Nel 1992 venne realizzato il film-inchiesta Incident at Oglala, prodotto da Robert Redford che prestò anche la voce narrante, e diretto da Michael Apted, già allora famoso come regista di Gorky Park e di Gorilla nella nebbia. Recensendo il documentario il Washington Post commentò: «è difficile vedere il film senza concludere che Leonard Peltier è innocente. Solo chi è volutamente fazioso negherebbe che il suo processo sia stato altro che una parodia orchestrata dal governo».
Nella sua lunga prigionia Peltier ha sempre proclamato la propria innocenza, pur affermando di essere presente a Pine Ridge durante i fatti, e ha continuato a battersi per i diritti dei nativi americani, diventando quasi un simbolo e un’icona della loro fiera resistenza. Sperare in un atto di clemenza è d’obbligo, ma il pessimismo è pure giustificato quando si considera che le prigioni statunitensi traboccano di poveri, di afroamericani e – in proporzione al piccolo numero – di indiani. Né maggior fortuna ha avuto il tema della memoria storica: in Usa esiste un grande memoriale della Shoah, ma nessun monumento pubblico che ricordi lo sterminio degli indiani o la schiavitù degli afroamericani.  Da oltre mezzo secolo i Sioux vanno faticosamente realizzando in Sud Dakota un enorme monumento a Cavallo Pazzo, il vincitore del generale Custer. 

 Pasquale Martino     

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 27 giugno 2015     

www.whoisleonardpeltier.info/home/resources/blog/






mercoledì 10 giugno 2015

Scrittura e scuola


Che cosa resterà dei nostri tweet?


«La Gazzetta del Mezzogiorno» ha dedicato un servizio alla classe di   scuola primaria di Noci (Bari) che ha sperimentato la corrispondenza con una classe di Pomezia (Roma) mediante lettere scritte rigorosamente a mano, con tanto di busta e francobollo comprati in tabaccheria. 
Il quotidiano mi ha chiesto un commento. 
Eccolo (con qualche integrazione).



Un paradosso dei nostri tempi è la cresciuta disponibilità di mezzi per comunicare, non solo in viva voce ma anche per iscritto – i social network – a fronte di un pauroso impoverimento della capacità di scrittura.  Possiamo far sì che le nostre parole scritte arrivino con inaudita rapidità in tutto il mondo, ma non sappiamo scrivere. Un vero analfabetismo di ritorno, peggiore di quello antico e tradizionale, più preoccupante della scarsa pratica scrittoria dei nostri nonni, perché non è arretratezza ma ignoranza tutta moderna, indotta dalla rivoluzione tecnologica: una ignoranza che scambia la brevità e le forme stenografiche (negli sms, nei tweet e via dicendo) con la sgrammaticatura o, peggio, con l’irrilevanza della grammatica; talché accenti, apostrofi, ortografia, coniugazioni diventano dettagli insignificanti. Si gettano le basi di una società in cui la corretta conoscenza della lingua sarà opzionale. Si sta dimenticando che – per parafrasare don Milani – chi meglio padroneggia la lingua è più libero di chi ha strumenti linguistici poveri.
Fa bene dunque la scuola pubblica, quando si preoccupa di contrastare una tendenza negativa che si impone specialmente ai giovani attraverso l’uso riduttivo e distorto delle tecnologie. Occorre tenacia e continuità; occorrono molte ore di scrittura corretta, raffinata da un percorso didattico e culturale, e inoltre da una abitudine costante di lettura, per battere la concorrenza di un pressapochismo travestito da modernità, capace ormai di invadere anche lo spazio dello studio e della scuola.
Pure usando il computer, com’è ovvio, si può imparare a esprimersi in modo appropriato, disponendo per di più di correttori ed elenchi di sinonimi compresi nel software. E tuttavia sarebbe un danno irreparabile dismettere la scrittura a mano, l’antica tecnica che conserva in sé una parentela con l’arte del disegno e della pittura: l’uso di carta e penna, quale tirocinio indispensabile, esercizio della mente e della fantasia soprattutto per chi apprende i rudimenti dello scrivere.  Specie se la pagina vergata con l’inchiostro non resta chiusa nel nostro cassetto, ma circola fra le mani di uno o più lettori. Scrivere per sé e per gli altri – anche solo per quei pochi che poseranno gli occhi su un foglietto da noi tracciato – , ma scrivere meditando, correggendo, ritornando più volte sul proprio scritto, non è solo «una misura di igiene» (Italo Svevo), ma è un modo essenziale per affermare l’universalità della scrittura come civiltà, memoria, storia. Le lettere spedite un secolo fa al tempo della Grande Guerra, fra soldati e familiari, madri, mogli, e tramandate fino a noi, anche quando tradiscono una proprietà linguistica assai limitata, mettono in luce tuttavia lo sforzo di produrre una comunicazione densa di sostanza emotiva; di sollevare la scrittura alla dignità della testimonianza, del ricordo di sé, del monumento di famiglia. C’è da temere che non vi sia traccia, oggi, di una simile intenzione. Di qui a cento anni, che cosa resterà della produzione scritta “di massa”, del documento multiforme della nostra irripetibile quotidianità, se essa, diseducata e per di più priva di supporti duraturi, sarà consegnata in una rozza veste solamente all’effimero del mondo virtuale? È un  tema che dovremmo proporre a noi stessi con molta serietà.


Pasquale Martino   

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 9 giugno 2015 

lunedì 18 maggio 2015

Il paradosso di Augusto


La nascita del principato secondo Canfora



Chi, accingendosi a leggere il più recente lavoro di Luciano Canfora, Augusto. Figlio di Dio (Laterza, 2015, pp. 567, euro 24) si attendesse quasi la ripresa e il completamento di uno studio sulla «rivoluzione romana» avviato sedici anni fa con il fortunato Giulio Cesare. Il dittatore democratico (Laterza, 1999), rischierebbe di restare deluso, o quanto meno spiazzato. E non perché la nuova ponderosa monografia sia estranea all’indagine che l’illustre filologo barese va conducendo sulle trasformazioni storiche del potere imperiale romano; nella quale indagine, anzi, essa si colloca come un esito significativo. Ma perché, mentre il libro sul “padre”, il Divo Giulio, si configurava come un vero e proprio saggio biografico di impianto narrativo, al contrario il libro sul “figlio”, Cesare Ottaviano Augusto, segue uno schema diverso e, in qualche modo, più congeniale al metodo del suo Autore: quello della «storia della tradizione». Esso è infatti una ricerca e una discussione di straordinaria perizia sulle fonti e sulle stratificazioni di notizie in esse depositate. Tanto da apparire, da questo punto di vista, quale cospicuo esemplare in una ideale collana di studi che prenda le mosse dal classico Storia della tradizione e critica del testo di Giorgio Pasquali (1934), maestro di Carlo Ferdinando Russo e, per suo tramite, del Nostro.
Per oltre metà del volume di cui stiamo parlando il vero protagonista non è nemmeno Augusto, ma è un altro: lo storico greco del II secolo d.C. Appiano di Alessandria. Scrittore poco noto al largo pubblico in Italia: non esistono edizioni economiche della sua opera, e la traduzione italiana più recente è quella pubblicata nel 2001 dalla costosa Utet, praticamente introvabile se non in biblioteca. Appiano è l’autore dei cinque libri delle Guerre civili che, nell’ambito di un progetto generale di storia romana da lui realizzato ma pervenutoci incompleto, costituiscono la più vasta trattazione storiografica antica su cento anni di conflitti intestini a partire dal tribunato dei Gracchi. Ben tre dei cinque libri appianei sono riservati agli eventi successivi alla morte di Cesare, svolgendo le vicende che condussero alla presa del potere da parte di Augusto. Su quali fonti si è documentato lo storico alessandrino, tanto da disporre, due secoli dopo i fatti, di informazioni di prima mano che non si trovano in altre ricostruzioni antiche? Appiano ha avuto «sul suo scrittoio», per dirla con Canfora, due testi fondamentali che sono poi andati perduti, ma di cui la ricerca filologica ha trovato le tracce. Il primo era la storia delle guerre civili composta da Seneca il Vecchio, padre del filosofo, secondo un’ottica repubblicana e anti-augustea: donde, in Appiano, la rappresentazione nient’affatto apologetica della condotta politica del Divi filius. L’altro testo erano i Commentarii autobiografici che lo stesso Augusto redasse seguendo il modello di Cesare che aveva scritto i resoconti sulla guerra gallica e sulla guerra civile. Solo che le memorie del padre adottivo si sono salvate, quelle del figlio si sono perse (non vanno confuse perciò con le Res Gestae, la sintesi tarda che Augusto affidò a solide epigrafi e che pertanto si è conservata fino a noi). L’autobiografia augustea era ovviamente difensiva e giustificatoria, ma conteneva spunti e dettagli che solo Augusto poteva conoscere, e che ricorrono in Appiano.

Canfora ricostruisce le fonti appianee e risale alle motivazioni che erano alla base di quegli scritti. Cosicché la conquista del potere da parte di Augusto è restituita al lettore in una dinamica complessa e contraddittoria, cioè nella dimensione dei fatti storici in divenire, il cui esito non è scontato, dalla “marcia su Roma” di Ottaviano alla guerra contro i «cesaricidi», al decennio turbolento del triumvirato, fino alla battaglia di Azio. Una guerra civile che diventa man mano anche una guerra della memoria e della interpretazione storica. Per cui Augusto invade il campo della cultura e della storiografia, tenta di condizionare gli storici, manipola gli intellettuali, e dispiega fra l’altro un’operazione strategica come la pubblicazione postuma (parziale e selettiva) degli archivi epistolari di Cicerone. Dai quali si evince che il grande oratore – la vittima più eminente delle proscrizioni triumvirali, che Ottaviano non volle o non poté salvare – aveva puntato le sue ultime carte politiche proprio sul giovane figlio adottivo di Cesare.
Uomo di notevolissima intelligenza, freddo calcolatore, cinico, capace di manovrare destramente fra mutevoli alleanze e inimicizie, l’Augusto raccontato da Canfora attraversa un’epoca di ferro e fuoco mantenendosi fedele soltanto a due principi ispiratori. Il primo: vendicare suo “padre”, punirne gli assassini; essere fino in fondo quello che la fortunata adozione gli ha permesso di essere: l’erede di un uomo che è diventato dio, il che è un vantaggio propagandistico non da poco, specie per tenere uniti a sé i soldati, vero fondamento del nuovo potere. La seconda ispirazione: non fare come suo “padre”; non atteggiarsi a monarca urtando la tradizione e la sensibilità romane, ma viceversa presentarsi come il restauratore della repubblica. Essendo, in questo, l’erede invece di Cicerone (l’uomo di cui aveva causato o permesso la morte); proprio Cicerone aveva teorizzato il principe in re publica, il moderatore che alla stregua di Pericle o di Scipione Emiliano salvaguardasse le istituzioni con la propria autorevolezza. È il modello che Augusto fece suo, ma con un “dettaglio” differente: in apparenza un moderatore, in realtà un monarca. Di qui un notevole paradosso storico: il castello propagandistico di Augusto non resse a lungo, non nell’ambito della élite intellettuale (nella generazione che precede Appiano, Tacito lo smontava pezzo per pezzo); il sistema politico da lui istituito, il principato, invece, continuava a reggere pur tra sussulti e crisi interne, e aveva dimostrato di non avere alternative pratiche nell’amministrazione di una enorme compagine come l’impero romano. Augusto aveva cessato di essere un modello virtuoso se mai lo era stato; ma la monarchia da lui fondata era la forma di governo che anche Appiano riconosceva come necessaria e funzionante.   

Pasquale Martino     


Questa recensione è stata pubblicata il 17 maggio 2015 su «Il Quotidiano Italiano»:



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sabato 25 aprile 2015

Partigiani dalla pelle scura


Sangue africano per liberare l'Italia

La banda di Roti (Macerata), composta da italiani, iugoslavi, etiopi, somali

L’Italia che celebra il 70° della vittoria contro il nazifascismo è anche il paese in cui un alto rappresentante dello Stato ha potuto paragonare una donna italo-congolese a un orango, senza dimettersi subito dopo. Non è certo rituale ricordare che sul suolo d’Italia, per liberarla, è stato versato sangue africano; e non solo di militari alleati, ma anche di civili: perché al fianco dei partigiani bianchi, contro una tirannide che fra i suoi orrori annoverava il razzismo, hanno combattuto i partigiani neri. Il che è avvenuto in generale nella Resistenza europea. Si prenda la storia di Addi Bâ: il «terrorista nero», così chiamato dai tedeschi. Partigiano franco-guineano, viene arrestato e fucilato nel 1943, a 27 anni. È stato insignito della medaglia della Resistenza francese alla memoria.
La repubblica italiana ha conferito la medaglia d’argento alla memoria ad Alessandro Sinigaglia. Figlio di un italiano ebreo e di una donna afroamericana trasferitasi in Italia al seguito della famiglia statunitense per cui lavorava, Sinigaglia era un operaio di Fiesole iscritto al partito comunista e perciò obbligato a riparare in Francia durante il fascismo («negro ebreo comunista», dunque – come recita il titolo di un libro di M. Valeri che ne racconta la vita – quasi a sfidare tutti in una volta gli stereotipi dell’intolleranza). Volontario antifranchista in Spagna, fu arrestato in Francia, consegnato all’Italia e mandato al confino. Dopo il 25 luglio ‘43 rientrò a Firenze e, all’indomani dell’armistizio, fu tra gli organizzatori dei Gap che iniziarono la lotta contro i nazifascisti nel capoluogo toscano. Cadde nel 1944, a 42 anni, in un’imboscata tesagli dalla Banda Carità.
Avventurosa e straordinaria è la vicenda dei «Cinquanta d’Oltremare»: un folto gruppo di etiopi, eritrei e somali che gli italiani trasferirono a Napoli nel maggio 1940 per impiegarli come figuranti di ambientazioni folcloristiche nella Mostra delle Terre d’Oltremare. L’esposizione, inaugurata meno di un mese prima dell’entrata in guerra dell’Italia, fu subito interrotta per il pericolo di bombardamenti. Gli africani – ascari, artigiani, donne e bambini – vennero alloggiati da qualche parte; era impensabile rimandarli a casa mentre la guerra si scatenava anche sul mare. Molti di loro furono poi spostati nelle Marche, dove nel ’43 entrarono nella Resistenza. Grazie all’afflusso di ex prigionieri iugoslavi, russi, inglesi, unitisi agli italiani, nacque una sorta di brigata internazionale, di cui fecero parte la banda di Roti (Macerata) e il «battaglione Mario», comandato dall’istriano Mario Depangher. Fu così che i figli dei popoli colonizzati del Corno d’Africa impugnarono le armi accanto ai loro compagni per liberare i colonizzatori e se stessi. Fra i partigiani d’Oltremare si distinguono i somali al comando del principe Aden. La figura di cui si ha qualche notizia in più è quella dell’etiope Carlo Abbamagal; Carlo è verosimilmente un appellativo acquisito in Italia, mentre il nome Abba Magal ricorre nella tradizione nobiliare d’Etiopia. Il giovane è al fianco del comandante Mario nel novembre 1943, quando il suo gruppo si scontra con i tedeschi e lui stesso rimane ucciso. Solo di recente si è incominciato a ricostruire la storia dei Cinquanta d’Oltremare per merito di giovani studiosi. Nel 2014 il comune di San Severino Marche ha dedicato un’epigrafe a Carlo Abbamagal.

Giorgio Marincola terzo da destra con altri patrigiani
Più nota è la vicenda di Giorgio Marincola, medaglia d’oro alla memoria. Nacque nel 1923 nei pressi di Mogadiscio da un sottufficiale italiano, Giuseppe, e dalla somala Aschirò Hassan. Il padre riconobbe Giorgio e la sorella minore Isabella, portandoli in Italia. Il ragazzo frequenta un liceo romano, dove matura idee antifasciste alla scuola del docente Pilo Albertelli, futuro martire delle Fosse Ardeatine. Si iscrive quindi alla facoltà di medicina; nel 1943 partecipa alla difesa di Roma ed entra nelle formazioni partigiane del partito d’azione. La capitale è liberata nel giugno ‘44, ma Giorgio non disarma: accetta un rischioso incarico per conto del servizio segreto militare inglese e, dopo un corso di addestramento in Puglia, si fa paracadutare in Piemonte per raggiungere i partigiani. È arrestato e costretto a parlare ai microfoni di una radio nazifascista; invece di leggere il testo propagandistico impostogli, improvvisa con incredibile coraggio un discorso antinazista: «La patria – dice – non è identificabile con dittature simili a quella fascista. Patria significa libertà e giustizia per i popoli del mondo». Viene interrotto e selvaggiamente pestato. I tedeschi lo deportano in un lager presso Bolzano, ma non fanno in tempo a spedirlo in Germania. Si arriva al 25 aprile, e cinque giorni dopo il giovane italo-somalo è liberato. In val di Fiemme però la guerra non è ancora finita: Marincola si unisce a un gruppo partigiano che sorveglia la ritirata delle retroguardie tedesche verso l’Austria. Il 4 maggio un reparto di SS compie l’ultima strage nazista in Italia, uccidendo 27 persone fra Stramentizzo e Molina di Fiemme: fra queste, il ventiduenne Giorgio Marincola e altri undici patrioti.
A tener viva la memoria del fratello ha contribuito Isabella Marincola, a sua volta protagonista di una vita fuori dell’ordinario. Modella e attrice nel dopoguerra (compare in Riso amaro accanto a Silvana Mangano), va poi in Somalia dove si ricongiunge alla madre Aschirò. Allo scoppio della guerra civile somala torna a vivere in Italia col figlio Antar Mohamed fino al 2010, anno della morte di Isabella. Antar e sua madre hanno collaborato alla realizzazione del libro Razza partigiana, di C. Costa e L. Tedonio (2008), che ricostruisce la figura di Giorgio, e alla gestazione di Timira, «romanzo meticcio» di Wu Ming 2 (2012), basato sulla vita di Isabella.     

Pasquale Martino   

«La Gazzetta del Mezzogiorno» 23 aprile 2015
 







giovedì 26 marzo 2015

I manifesti del 1925



La battaglia di Croce e Gentile.
Gli intellettuali di fronte al fascismo





"Il Mondo" con la risposta di Croce al manifesto di Gentile 
Il 1925, novanta anni fa: un anno cruciale del regime fascista si apre col discorso del 3 gennaio, in cui Mussolini assumendo la responsabilità politica e morale del delitto Matteotti sancisce la sconfitta dell’Aventino, e si conclude con la prima delle leggi eccezionali (24 dicembre) che attribuisce al duce un potere inaudito. Fu anche l’anno di un tentativo ambizioso del fascismo di chiamare a raccolta gli intellettuali attorno a un manifesto scritto da Giovanni Gentile, cui si oppose il manifesto antifascista redatto da Benedetto Croce: i due promotori della filosofia idealistica italiana, amici e a lungo uniti nella rivista «La Critica» edita da Laterza, si schieravano da quel momento su fronti avversi. 
La battaglia dei due manifesti ebbe inizio con il congresso degli «intellettuali aderenti al fascismo» (Bologna, 29-30 marzo); la stampa comunicò i nomi di 250 presenti, che poi figurarono anche quali firmatari del manifesto scaturito dall’incontro e apparso il 21 aprile. Fra questi c’erano le due personalità che, con Gentile, rappresenteranno gli intellettuali di maggiore statura del fascismo, il giurista Alfredo Rocco e lo storico Gioacchino Volpe; vi comparivano inoltre Marinetti e Soffici – lo stato maggiore del Futurismo – , scrittori come Salvatore Di Giacomo, Malaparte, Ojetti, Panzini, il compositore Ildebrando Pizzetti, Margherita Sarfatti biografa del duce, Luigi Pareti storico di Roma antica e Nicola Pende futuro teorico della razza. Pirandello mandò una lettera di adesione. Firmava anche lo storico dell’arte Lionello Venturi, che in seguito diventò antifascista e rifiutò di prestare giuramento nel 1931.
Fu Giovanni Amendola, uno dei capi dell’Aventino, a sollecitare Croce perché scrivesse un “contromanifesto”, che apparve in effetti il 1° maggio sul «Mondo» col titolo di «risposta» al manifesto fascista. Tra i primi firmatari oltre a Croce e Amendola figuravano Emilio Cecchi, Luigi Einaudi, Giustino Fortunato, Rodolfo Mondolfo, De Ruggiero, Salvatorelli e Matilde Serao. Nelle settimane successive si aggiunsero numerose adesioni per un totale di circa 260, fra cui quelle di Sibilla Aleramo, Montale, Marino Moretti, e di una nutritissima schiera di docenti di tutte le università italiane (la piccola università di Bari, nata da poco, fu rappresentata solo dal botanico abruzzese Vincenzo Rivera). Spicca, in compagnia di molti altri, quasi tutta l’esigua pattuglia di professori che non giureranno fedeltà al regime.
Nel manifesto gentiliano colpisce l’assenza di riferimenti a un ruolo specifico degli intellettuali e dell’attività culturale. Rispondente anche a uno scontro interno al PNF contro l’ala radicale che affermava l’inutilità della cultura, il manifesto non si spinge oltre l’identificazione militante dell’intellettuale con il fascismo, con il suo «carattere religioso e perciò intransigente». Nato come «fede energica, violenta, non disposta a nulla rispettare che opponesse alla vita, alla grandezza della Patria», il fascismo è «subordinazione di ciò che è particolare ed inferiore a ciò che è universale ed immortale»; esso si esprime nell’azione, «non distingue la teoria dalla pratica, il dire dal fare». Erede delle minoranze del Risorgimento, la minoranza squadrista ha combattuto per inverare un nuovo ideale di Stato corporativo che rispecchia lo Stato etico hegeliano.
Al contrario, il documento scritto da Croce era incentrato su una ribadita distinzione fra politica e cultura e sulla responsabilità degli intellettuali innanzitutto verso il libero pensiero. «Varcare questi limiti dell'ufficio a loro assegnato – si leggeva nel manifesto – , contaminare politica e letteratura, politica e scienza è un errore, che, quando poi si faccia, come in questo caso, per patrocinare deplorevoli violenze e prepotenze e la soppressione della libertà di stampa, non può dirsi nemmeno un errore generoso». La separazione crociana appare invero “ottocentesca”: la lotta antifascista richiederà nel ventennio seguente ben altra capacità degli intellettuali di spendersi in un impegno militante, nel cercare un legame politico con la popolazione; lo stesso Croce diventerà nel 1944 guida politica e non solo morale dell’antifascismo, aprendo a Bari il congresso dei CLN. E tuttavia si deve rendere merito al rigore con cui il manifesto respinge il fascismo – duramente, per la prima volta da parte liberale, dopo le illusioni dialogiche persistenti fino a poco tempo prima – e all’asprezza con cui i sottoscrittori del testo gentiliano vengono sferzati: «nobilitare col nome di religione il sospetto e l'animosità sparsi dappertutto […] è cosa che suona, a dir vero, come un'assai lugubre facezia».  

Mussolini visita l'istituto Treccani (1931)
La storia successiva provò che una ferma dichiarazione di scrittori e docenti non sarebbe bastata a intralciare il regime. Mostrò altresì che una cultura integralmente fascista non nacque mai. La stessa azione di Gentile come organizzatore culturale – lontana da imposizioni totalitarie nei contenuti disciplinari – sta a dimostrarlo. L’alta cultura continuò a vivere per conto suo, sebbene umiliata da esteriori atti di sudditanza. Una maggiore interazione si sviluppò al livello della cultura di massa, nel cinema, nella letteratura popolare, nei littoriali, nel giornalismo, dove la ripetitività sloganistica sembrò dare corpo a un modello di intellettuale-funzionario. La cultura alternativa al fascismo invece si esprimeva al livello più alto, negli anni della dittatura, in un’opera che – per citare Norberto Bobbio – «fu scritta non in una delle dotte e gloriose università ma in una prigione di Stato», in terra di Bari, a Turi. 

Pasquale Martino   

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 25 marzo 2015