sabato 20 febbraio 2016

A proposito di Dalton Trumbo

Lista nera contro i rossi di Hollywood

Manifestazione per la libertà dei Dieci di Hollywood
Il cinema americano rilegge criticamente gli anni della guerra fredda, le lotte per i diritti civili e per la libertà di espressione. Dopo Selma e Il ponte delle spie, è la volta de L’ultima parola. La vera storia di Dalton Trumbo, di Jay Roach, biografia di un eccellente sceneggiatore vittima della caccia alle streghe al tempo del maccartismo. Il tema della «lista nera» era stato più volte trattato; un titolo per tutti: Il prestanome di Martin Ritt con Woody Allen (1976). Mancava però una messa a fuoco della vicenda emblematica di Trumbo: fino a che punto era stata accettata la sua riabilitazione? In effetti, egli l’aveva faticosamente ottenuta a colpi di successi cinematografici scritti senza firma (da Vacanze romane a La più grande corrida), e grazie al sostegno di personaggi come Kirk Douglas (il quale, oggi quasi centenario, ha apprezzato il film e il principale interprete, Brian Cranston). Per Douglas, Trumbo scrisse Spartacus che, con Exodus (regia di Otto Preminger), fu il primo film che riportava il suo nome come sceneggiatore, dopo i lunghi anni di ostracismo. D’altra parte, la storia di Dalton Trumbo – la prigione, l’esilio, il lavoro sottopagato e anonimo per produttori indipendenti di B-movies – è stata una delle poche a lieto fine; altre biografie di cineasti perseguitati hanno avuto come esito la povertà, l’oblio, talvolta la morte prematura.
Nel film in realtà il contesto storico, anche se correttamente inquadrato, fa solo da sfondo al dramma di un uomo e di una famiglia. Ben venga però la sollecitazione a riconsiderare un’epoca di speranze e disinganni: a partire dagli anni ‘30 del secolo scorso, quando l’industria hollywoodiana trainò la risalita dalla Grande Depressione, quasi di concerto con il New Deal del presidente Roosevelt che incrementava l’intervento pubblico nell’economia e veniva incontro ai disoccupati. Con lo sviluppo degli Studios progrediva anche la lotta sindacale dei lavoratori del cinema e rifioriva quella sinistra politica e intellettuale che poco prima era stata duramente repressa (nel 1927 Sacco e Vanzetti erano morti sulla sedia elettrica). Insieme con i sentimenti liberal e antifascisti cresceva il partito comunista americano, fortificato dalla diffusa simpatia per i difensori della repubblica spagnola e dal prestigio dell’Urss, che di lì a poco, nel 1941, diventò alleata degli Usa nel conflitto mondiale contro l’Asse militarista-razzista. 
Ma dopo la guerra le cose cambiano: i russi sono ormai avversari degli Stati uniti e gli ex nazisti sono potenziali amici; la destra repubblicana è all’attacco e il presidente Truman, democratico, non è Roosevelt: l’ultimo ministro rooseveltiano, l’ex vicepresidente Henry A. Wallace, viene defenestrato e la sua candidatura indipendente alla Casa Bianca fallisce stritolata dal bipartitismo perfetto. È in questo quadro che la Commissione per le attività anti-americane va all’assalto di Hollywood indicata come un covo di comunisti. Gli artisti vengono convocati, costretti a dichiarare di essere stati membri del partito e a denunciare i compagni. La prima linea di resistenza è quella opposta nel 1947 dai «Dieci di Hollywood», registi e sceneggiatori che sono o sono stati comunisti militanti, fra cui Trumbo, i quali si rifiutano di rispondere alle domande e invocano il Primo emendamento – la libertà di opinione costituzionalmente garantita. Vanno quasi tutti in carcere.
Manifesto di propaganda anticomunista
Ma è solo l’inizio. La psicosi anticomunista dilaga dal 1949, con il primo esperimento nucleare sovietico, la vittoria di Mao in Cina, la guerra in Corea. Si manda in prigione Alger Hiss, ex alto funzionario rooseveltiano, e si condannano a morte per spionaggio i coniugi Rosemberg. Entra in scena il senatore McCarthy che darà il suo nome a un’epoca: gli Studios arrendevoli accettano di compilare le blacklist dei presunti «comunisti» privandosi di molti cineasti qualificati ma, in cambio, ottenendo la pace sociale e la scomparsa dei sindacati fastidiosi. La caccia si estende a macchia d'olio fino a Broadway, alla radio e alla televisione. A essere spazzate via sono centinaia di democratici di sinistra e liberal, o semplicemente persone che non vogliono «fare i nomi» opponendosi al meccanismo delatorio che è la chiave di volta della costruzione maccartista (in singolare ma non inspiegabile sintonia col metodo staliniano). Proliferano le «liste grigie», non ufficiali ma non meno deleterie, affidate ad associazioni civiche e religiose, ai gossip columnist come Hedda Hopper (interpretata nel film da Helen Mirren). È così che lo scrittore Dashiell Hammett finisce dietro le sbarre, che Charlie Chaplin si vede negato il visto per il rientro in America, che l’attore John Garfield (Il postino bussa sempre due volte) si lascia morire per la disperazione. La lista nera ha termine col mutamento di clima politico, nell’era della coesistenza pacifica, di Kruscev e Kennedy. Ma da quella débacle morale il cinema americano, pur continuando a sfornare prodotti ben confezionati, non si risolleverà davvero che negli anni ’70.
Impossibile menzionare i molti blacklisted di talento e di alterne sorti. Ricordiamo qui il documentarista Leo Hurwitz, che nel 1961 sarà ingaggiato dalla BBC per la diretta televisiva del processo Eichmann (è il soggetto del film britannico Eichmann show) e due sceneggiatrici – iscritte al partito comunista negli anni ’40 – che non lavoreranno quasi più: Marguerite Roberts (Ivanhoe) e Bess Taffel (Fuga d’amore). «Non erano fanatici con gli occhi da fuori – ha detto la Taffel dei suoi colleghi e compagni – erano persone intelligenti e ragionevoli che non si accontentavano di adagiarsi e godersi i lussi e gli agi del successo, ma che invece investivano molto del loro tempo e delle loro risorse per fare del mondo un posto migliore. Li rispettavo e li ammiravo e volevo essere come loro».

Pasquale Martino    
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 19 febbraio 2016

giovedì 28 gennaio 2016

I triangoli rossi di Boris Pahor

Memorie e storia dello sterminio 

I triangoli, cuciti sulla casacca, erano di vari colori. La gamma cromatica tristemente nota riflette l’enormità del sistema concentrazionario nazista. Una rete capillare di campi e sottocampi, disseminati fra l’Alsazia e i paesi baltici, moltiplicata a dismisura durante la guerra, quando il Nuovo ordine europeo annunciato da Hitler sembrò prendere forma. Un continente all’ombra della croce uncinata, dalla Norvegia alla Grecia. Migliaia di vagoni ferroviari che corrono per tutta l’Europa gravitando verso il centro, per sorreggere lo sforzo immane dell’economia di guerra, per trasportare tutto il trasportabile, dalle materie prime agli esseri umani, verso la fornace che si alimenta di ininterrotto saccheggio. Una catena di violenza che colpisce tutte le masse umane utilizzabili e le destina senza soluzione di continuità a deportazione, internamento, lavoro forzato e morte. Nei gironi infernali del lager quelli a cui va meno peggio sono i prigionieri di guerra, purché non siano sovietici: ché in tal caso vengono schiavizzati e uccisi, perché bolscevichi e perché razza slava, anch’essa inferiore. Qualche possibilità di sopravvivere (ma fino a quando?) ce l’hanno i triangoli verdi e neri, internati per crimini comuni o «asociali», fra i quali vengono scelti molti kapò. Nel girone più insondabile e oscuro sprofondano le stelle gialle, che hanno zero probabilità di cavarsela. Eppure neanche la «soluzione finale» riservata agli ebrei – la mala razza per eccellenza, con gli zingari (ma questi meno pericolosi di quelli, perché meno numerosi e non integrati) – sarebbe stata messa in atto senza la condizione eccezionale di incontrastato dominio ottenuta dai nazisti grazie alla conquista dell’Est europeo. Ferma restando la profezia annientatrice, che, come sottolinea Raul Hilberg, si incarnava primariamente nella volontà di Hitler. Occorre perciò, nella persistenza della memoria, dare valore alla storia: non smettere di guardare alla Seconda guerra mondiale come al tragico culmine del XX secolo, in cui sono precipitate tutte le contraddizioni e si è delineata quella “unicità” di una organizzazione scientifica dello sterminio su scala industriale, che non a caso si impone nello stravolgimento morale del conflitto più devastante di sempre (60-70 milioni di vittime in sei anni, in maggioranza civili). La «distruzione degli ebrei d’Europa» (ancora Hilberg, che così intitola il suo ineguagliato saggio storiografico) si determina non tanto come apice di un processo diacronico – un destino metastorico di persecuzione – quanto come risultato intenzionale e catastrofico di una dimensione sincronica: i fascismi, il razzismo hitleriano, la guerra. La cosa giusta è dunque confrontare e far dialogare le memorie nello spazio pubblico.
Un prezioso contributo alla memoria dei «triangoli rossi» – gli oppositori politici, i resistenti – è venuto dallo scrittore triestino-sloveno Boris Pahor, il cui capolavoro, Necropoli (1967; Fazi, 2008), è a nostro parere il libro che più merita di essere accostato a Se questo è un uomo di Primo Levi. Arrestato a Trieste nel 1944 come membro del Fronte di liberazione sloveno, fu deportato a Dachau, Natzweiler, Dora-Mittelbau e a Bergen Belsen. Vide i forni crematori funzionare a pieno regime. Si salvò anche perché venne scelto come infermiere. Con il suo libro più famoso Pahor ha rievocato la terrificante odissea, ma oggi, instancabile testimone a 102 anni, torna a parlarne in un agile volumetto, Triangoli rossi (Bompiani, 2015); dove stupiscono ancora la qualità narrativa e la delicatezza poetica che ripercorre l’orrore con tratti sobri e senza farsi mancare un filo di ironia. Ma il libro è anche una rivendicazione di orgoglio del triangolo rosso: di quanti, nel loro piccolo ma con tutte le forze di cui disponevano, hanno alzato nel Vecchio Continente la bandiera della Resistenza. Concorrendo alla vittoria contro il nazifascismo. Già protagonista della prima stagione di racconto del lager, con l’opera capostipite, La specie umana di Robert Antelme (1947) e con il film Notte e nebbia di Alain Resnais (1956; NN, Nacht und Nebel: così erano designati dai tedeschi i prigionieri politici), la generazione internazionale dei resistenti e dei partigiani è stata consacrata in un libro memorabile come le Lettere di condannati a morte della Resistenza europea (Einaudi 1954, con prefazione di Thomas Mann), che raccoglie testimonianze da 18 paesi sotto il tallone nazista. Anche questa leva di “degeneri” per scelta – ci ricorda Pahor – ha conosciuto le camere a gas, oltre che le celle di tortura della Gestapo. Non senza aver continuato a lottare: per esempio sabotando nel lager di Dora-Mittelbau i missili che Wernher von Braun faceva partire contro l’Inghilterra. È la generazione degli antifascisti pugliesi Filippo D’Agostino, Alfredo Violante, Vincenzo Gigante, inceneriti ad Hartheim, a Mauthausen, alla Risiera di San Sabba. Ma il libro contiene altri episodi rivelatori. Eccone uno. A Struthof alcuni deportati istriani protestano perché una SS li insulta come «zingari», ma il milite li picchia urlando: «Italiani e zingari, è lo stesso!». Nella ossessione nazionalsocialista gli italiani – già traditori, fannulloni e falsi ariani – scivolano facilmente verso il fondo dell’abisso.   

Pasquale Martino
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 27 gennaio 2016      


domenica 24 gennaio 2016

Arcangelo Lisi e Locorotondo

Da una all’altra generazione


Sono contento di avere contribuito in qualche modo a consolidare in Antonio e Dino Angelini l’intenzione, che essi accarezzavano da tempo, di pubblicare nuovamente l’autobiografia politica di Arcangelo Lisi in formato elettronico e cartaceo.
Da parte mia avevo sollevato il caso dell’epigrafe che a Locorotondo commemora Giuseppe Di Vagno, ucciso dai fascisti nel 1921. Il dettato stesso attesta la travagliata vicenda dell’iscrizione, che già di per sé è una pagina di storia della lotta politica e della democrazia nel comune del Sudest barese. «La codardia nemica due volte distrusse, il popolo due volte pose». Affissa originariamente il 1° novembre 1921, poco dopo l’assassinio, la pietra era stata ricollocata in via definitiva il 1° maggio 1947. Ma quando e in quali circostanze erano avvenute le due distruzioni? Al mio interrogativo Dino Angelini rispondeva che gli episodi erano narrati nel memoriale di Lisi.
Conoscevo questo libro e, naturalmente, mi erano ben chiare la figura dell’autore e la sua importanza nella formazione politica dei miei coetanei a Locorotondo e in tutta la Valle d’Itria. Avevo però ormai una memoria assai vaga del testo. Questo è il racconto di Lisi, che Dino mi ha riassunto e che trovo nel memoriale: la lapide era stata infranta una prima volta durante il fascismo; dopo la caduta del regime, i frammenti furono rivenuti nella casa del fascio, cosicché l’iscrizione fu ricomposta e posata il 4 giugno ’44; venne distrutta di nuovo nel ’45, contestualmente all’assalto neofascista contro la sezione del Pci.
Il libro del vecchio militante comunista affermava insomma quanto mi era parso di intuire: che uno degli atti vandalici risalisse al periodo post-fascista; ed era questa la riprova, ove ce ne fosse bisogno, di una continuità nel blocco sociale e politico dominante a Locorotondo. Non si porta a termine un’azione squadristica di tale gravità, distruggendo fra l’altro l’intera biblioteca della sezione comunista, sotto lo sguardo remissivo dei carabinieri, senza godere di potenti appoggi nella società locale. «Nessun processo – scrive Lisi –. Se lo avessero fatto i nostri, forse ancora sarebbero dentro». E poi, come se non bastasse, altre aggressioni, intimidazioni, minacce di morte. «Così tempestosamente si chiudeva il 1945», commenta l’anziano dirigente che pure aveva vissuto tanti momenti critici, e aveva avuto la soddisfazione di vedere la caduta del duce («Lui se n’è andato!»), la fine della guerra, la Liberazione. Il ‘45 sarebbe dovuto essere l’anno del nuovo inizio!

Continuità, dunque. Il primo podestà fascista di Locorotondo – è ancora Lisi a sottolinearlo – non era altri che il sindaco sempre riconfermato nei trent’anni precedenti. E dopo, nell’età della repubblica antifascista, la contesa a Locorotondo fra democristiani e monarchici per l’egemonia, che riecheggiava il vecchio contrasto prefascista fra «senussi» e «beduini», non faceva che riproporre la dominanza, nel paese e soprattutto in campagna, di certi rapporti di classe. L’unità fra agrari, grandi produttori e grandi professionisti, con la massa dei piccoli contadini in posizione subalterna, e con i lavoratori e garzoni malpagati delle allora numerose aziende artigiane, mostrava una sostanza antipopolare e una coloritura espressamente nostalgica. In tempi recenti l’amministrazione comunale locorotondese ha fatto parlare di sé per la scarsa attitudine a celebrare il 25 aprile. E sempre nel comune del vino bianco DOC ha avuto spazio un’associazione mussoliniana che agiva da punto di riferimento per la galassia neofascista del Brindisino.
Di contro alla inveterata superbia e alla sfrontatezza di quanti hanno interpretato l’esclusivismo sociale di un blocco egemonico, si è stagliata la fierezza indomabile di uomini come Lisi, i quali hanno assunto fino in fondo il dovere di rappresentare una minoranza oppressa e sfruttata avendo ben chiari i rischi cui andavano incontro: l’arresto, i pestaggi, la morte, senza contare l’ordinaria precarietà lavorativa e la povertà, cui è condannato chi non partecipa alla briciole del banchetto padronale.
Operaio edile a giornata, Lisi ha imparato a leggere e a scrivere nella scuola elementare ai primi del Novecento, ma ha costruito da autodidatta il suo sapere, leggendo giornali e libri. L’esperienza pratica del movimento operaio e le letture marxiste hanno sviluppato in lui la capacità di analizzare lucidamente il territorio in cui vive e di tratteggiare con precisione realistica le figure sociali. Ma c’è anche il suo acume empirico, di lavoratore, di uomo del popolo. Per Lisi non esistono genericamente «l’operaio» o «l’artigiano»; esistono invece, per esempio, il «manovale mezzo carrettiere», il «barbiere di Bitonto che lavorava in un salone di Locorotondo a giornata», oltre al «bottaio», al «capraio» e via dicendo.

Lisi con la sua famiglia 
La società locorotondese della prima metà del Novecento, in cui prevalgono la piccola proprietà contadina e l’insediamento sparso, mentre il lavoro dipendente si identifica per lo più con i muratori soggetti al ricatto della disoccupazione, è così descritta: «gli edili erano e sono quasi sempre fuori a lavorare, e i contadini, essendo quasi tutti piccoli proprietari, non hanno mai sentito il bisogno di organizzarsi e di lottare». Nel primo ventennio del secolo, quando si determina un momento favorevole per i lavori pubblici (è allora che viene realizzato «l’imponente edificio scolastico» destinato ad accogliere gli alunni delle elementari), la concentrazione e la forza degli edili rendono possibili episodi di lotta e di crescita sindacale, fra cui la conquista delle otto ore che il fascismo abolirà. In quella temperie il giovane Lisi diventa una guida consapevole, un dirigente proletario. «Gli edili allora erano quasi tutti del paese, mentre oggi [1956] sono quasi tutti della campagna e numerosissimi, per cui si fanno fra loro una spietata concorrenza a danno di tutti».
La biografia politica di Arcangelo Lisi percorre interamente il ciclo del movimento operaio novecentesco: i conflitti sindacali di inizio secolo, la dolorosa vicenda dell’emigrazione, il pacifismo socialista, la lotta contro le violenze delle camicie nere, la scissione fra socialisti e comunisti, la resistenza dura, quotidiana, individuale nel corso del ventennio, la rinascita dell’antifascismo durante gli ultimi anni di guerra, la ripresa dell’organizzazione politica e sindacale nell’Italia repubblicana. Le notizie e gli spunti sono numerosi, già rilevati da Dino, oltre che da Attilio Grassi nella vecchia prefazione. Vorrei solo aggiungere qualche segnalazione: mi sembrano degni di nota il passaggio da Locorotondo della sindacalista rivoluzionaria e femminista Maria Rygier; il confino per propaganda pacifista di Giovanni Gianfrate (capo socialista, amico e maestro di Lisi) che ci rammenta come era gestito il “fronte interno” nel corso della Grande Guerra; l’arrivo di Rita Maierotti e Filippo D’Agostino subito dopo il congresso di Livorno, per organizzare in loco il neonato partito comunista; l’eclisse dei fascisti locali nei giorni del delitto Matteotti; Mario Assennato sfollato a Locorotondo durante la Seconda guerra; il primo contatto di Lisi a Bari con Raffaele Pastore e Domenico De Leonardis per riconnettere le fila del Pci nel settembre ’43.
Si potrebbe continuare. Ma voglio concludere con ciò che viene dopo la stesura delle memorie: non una semplice appendice, tanto meno un epilogo, bensì una prosecuzione logica di quel ciclo del movimento operaio, che negli anni ’60-’70 trova forse la sua fase conclusiva. Mi riferisco allo straordinario passaggio di testimone fra Lisi e la giovane generazione di compagni locorotondesi, di cui è prova la stessa avventura editoriale che ha originato la pubblicazione di questo libro. Dopo aver circolato in forma manoscritta – tanto da subire danneggiamenti non casuali – il testo del memoriale è preso in cura da Dino Angelini e Gino Palmisano, che lo ricopiano in dattiloscritto subito dopo il ’68 (anno della morte di Lisi e anche anno della presa di coscienza definitiva di una nuova sinistra che rivendica un proprio ruolo). Quindi Antonio Angelini provvede a stamparlo nel 1970, per i tipi della Arti Grafiche Angelini & Pace.
Quei giovani che si appassionano ai nuovi termini della questione contadina, che con Dudduzzo (Leonardo Pastore) e con un nutrito gruppo di giovanissimi operai e apprendisti danno vita al Circolo Che Guevara di Locorotondo e, poco dopo, con molti loro coetanei di tutta la regione, al Circolo Lenin di Puglia, sono figli ed eredi di Arcangelo Lisi. Ne assimilano intimamente l’insegnamento morale, politico e umano.
Qualche anno fa Marisa Valentini, scrivendo una nitida testimonianza sulla figura di Gino Palmisano, ha raccontato come nel 1963 l’allora giovanissimo compagno fosse rimasto profondamente colpito e commosso da un incontro con Lisi, avvenuto in modo occasionale nella bottega del barbiere. Aveva scoperto che al vecchio comunista non restava, letteralmente, una lira in tasca; e mancavano ancora dodici giorni alla data in cui avrebbe riscosso il modesto assegno mensile di pensionato. L’uomo che più di altri, fra quanti erano allora in vita, aveva incarnato a Locorotondo una storia di lotte per la democrazia e per la giustizia sociale, conduceva ora l’esistenza in una condizione di miseria. È una di quelle lezioni che cambiano la vita di un adolescente, ne motivano lo spirito di ribellione e ne indirizzano potentemente le scelte morali.    


Pasquale Martino  
gennaio 2016


lunedì 28 dicembre 2015

Il ponte delle spie

La vera storia del «colonnello Abel»

Francobollo commemorativo dell' Urss per 
Rudolf Abel, 1990 (poco prima dello scioglimento)
Era finito nel dimenticatoio, sepolto in un remoto archivio. Ma era stato l’episodio più clamoroso di spionaggio e di scambio di prigionieri nella guerra fredda. «Il caso del colonnello Abel», come recitava il titolo nella prima edizione italiana del libro di James B. Donovan Strangers on a Bridge (Rizzoli, 1968). Donovan era l’avvocato dell’agente segreto russo arrestato a Brooklyn nel 1957 e scambiato nel 1962 – sul ponte di Grienecke fra le due Germanie – con l’aviatore statunitense Francis G. Powers, che i sovietici catturarono dopo averne abbattuto l’aereo-spia. Il personaggio di Donovan è interpretato dal sempre bravo Tom Hanks nel film Il ponte delle spie, ultima fatica di Steven Spielberg che ha il pregio di rievocare quella storia con intelligenza. L’editore Garzanti ripubblica tempestivamente il diario dell’avvocato, con un nuovo titolo (La verità sul caso Rudolf Abel, 2015). È sperabile che Adelphi rilanci un vecchio libro del 1982: Il cacciatore capovolto, di Kirill Chenkin, un resoconto intessuto di autobiografia. L’autore era stato infatti allievo e amico di Abel, nonché agente segreto, poi giornalista, prima di emigrare in Israele negli anni ’70. Tanto più interessante in quanto è scritto da chi ha maturato una dissidenza radicale vivendo all’interno del sistema sovietico, il saggio di Chenkin restituisce la complessa personalità e lo spessore morale di Abel, che impressionarono pure Donovan e che d’altronde traspaiono nel film, grazie anche all’interpretazione di Mark Rylance.
Per cominciare, il suo vero nome era William Henrichovic Fisher. Nato nel 1903 e morto nel 1971; il padre era un operaio tedesco socialista, emigrato in Russia e in Inghilterra; la futura spia – Willy, per gli amici – parla l’inglese e il russo come lingue madri. Rudolf Ivanovic Abel era invece un suo amico e compagno, un militare morto poco prima dell’arresto di Willy. Questi ne assume l’identità e da quel momento diventa il colonnello Abel: il doppio nome lo seguirà persino sull’epitaffio. Fisher è un combattente plasmatosi nell’età aurorale della rivoluzione russa, quando la guerra delle informazioni riservate, lo spionaggio, era una variante della lotta politica internazionale, della «guerra civile europea» la cui posta in gioco – per chi ne condivideva gli ideali – era la sopravvivenza del paese dei Soviet, il primo esperimento socialista della storia. A combattere la battaglia nascosta della intelligence, dalla parte di Mosca, non erano soltanto i rivoluzionari del Comintern, ma anche un variegato milieu di simpatizzanti e intellettuali del mondo occidentale, quasi un vivaio dal quale si poteva partire volontari per difendere la Spagna repubblicana o altresì ritirarsi nell’ombra per svolgere missioni occulte. E dopo, durante la guerra antinazista, sembrava meritorio e comunque non disdicevole aiutare l’Urss, alleata e non nemica degli Angloamericani. Ma poi arriva il tempo della guerra fredda, di un duro confronto in un orizzonte da incubo nucleare. E la parte più rischiosa tocca ancora al veterano: spiare, non già al riparo di una comoda copertura diplomatica, ma entrando in clandestinità dal 1948 nel paese ostile. Mimetizzandosi, fingendosi americano. Ciò che Fisher fa con meticolosa preparazione: per esempio, leggendo in biblioteca i giornali newyorkesi degli anni passati, per conoscere cronache e dettagli che sostanziano la sua falsa memoria; o stringendo amicizie che in buona misura sono relazioni umane autentiche. Una coppia di amici andrà in Russia, negli anni ’60, senza riuscire però a incontrare l’uomo cui nonostante tutto era affezionata.        
Poliglotta, cólto, dedito alla pittura, Willy è un professionista che unisce la freddezza e l’autocontrollo al senso di umanità e al rispetto per l’avversario. Una figura estranea a quella del burocrate che gestiva il controllo poliziesco all’interno della società sovietica. Egli fa parte di una schiera di patrioti che combattono fuori dei confini, nel cuore del pericolo, guardando con malcelato spregio alla macchina di funzionari del KGB, incarnazione dello Stato di polizia. Anche Markus Wolf, capo dell’intelligence degli affari esteri della DDR – «Misha», modello reale del letterario Karla, il grande burattinaio dei romanzi di John Le Carré – esibiva disdegnosa lontananza dalla Stasi, il soffocante apparato del ministero della sicurezza tedesco-orientale. È nel vivo della contraddizione che si rivela la qualità degli individui.
Rientrato in patria, Fisher conduce un tenore di vita sobrio; è chiamato a tenere lezioni e conferenze, insignito dell’Ordine di Lenin, ma non del titolo di Eroe dell’Unione Sovietica (che invece era stato concesso alla memoria di Richard Sorge, la spia uccisa dai giapponesi nel ’44). Non aveva mai rivelato nessun nome né ammesso nulla, se non di essere russo e di chiamarsi Abel. Aveva attraversato indenne il regno micidiale dell’inganno, del doppio gioco, del sospetto e della paranoia. Forse Abel il pittore è stato artefice di un complicato dipinto criptico, in cui a malapena, se si guarda fra i rami di un albero, si scorge la sagoma di un cacciatore capovolto.
  
Pasquale Martino

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 27 dicembre 2015   

venerdì 18 dicembre 2015

Francesco De Sanctis

Letteratura, scuola e libertà
Una lezione intellettuale e civile

«La mia vita ha due pagine, una letteraria, l’altra politica, né penso a lacerare nessuna delle due: sono due doveri che continuerò fino all’ultimo». Così scriveva in una lettera del 1869 Francesco De Sanctis, il grande intellettuale nato nel 1817, quasi due secoli fa. (Il suo bicentenario è già un evento in corso, anticipato di alcuni anni e articolato in numerosi progetti che si svolgeranno fino al 2017.) Quelle due «pagine» s’incontravano per speciale vocazione in un punto cruciale: la scuola. A Napoli il giovane docente irpino dava voce, con l’insegnamento letterario, a un crescente sentimento di libertà; tutti i suoi studenti, si può dire, si associarono alla rivoluzione del 1848: quella in cui, secondo De Sanctis, sarebbe stato «combattitore» se fosse vissuto anche Giacomo Leopardi, da lui conosciuto negli anni napoletani del poeta; quella rivoluzione sconfitta in cui il professore trentunenne vide cadere  sotto il piombo borbonico il suo migliore allievo, il ventenne venosino Luigi La Vista. Esule a Torino e a Zurigo, De Sanctis rientrò a Napoli nel 1860 per partecipare all’unificazione italiana; nel governo Cavour, fu chiamato a reggere per primo il dicastero della pubblica istruzione dell’Italia unita. Straordinaria e magnifica ventura: perché, appunto, bisognava ora «fare gli Italiani», e la scolarizzazione era il passaggio ineludibile. La visione di De Sanctis – due volte ministro e a lungo parlamentare impegnato sui temi della scuola – postulava il rapporto fra «scienza e vita»: umanista di formazione idealistica ed hegeliana, perseguiva un programma singolarmente antiretorico dando spazio alle discipline tecniche, all’educazione fisica, al carattere popolare dell’istruzione. La sfida più ardua di quel tempo – da lui condivisa e sostenuta – era la costruzione di una scuola elementare pubblica e unitaria, di cinque anni, con parziale obbligo di frequenza, estesa a tutto il territorio nazionale e con personale assunto dallo Stato: progetto che si compirà definitivamente solo nel 1911, cinquant’anni dopo l’Unità. 

Di sicuro, l’illustre critico figurava in quella schiera di intellettuali del Sud, liberali di varia estrazione – Bertrando Spaventa, l’amico Luigi Settembrini, il coetaneo e corregionale Pasquale Stanislao Mancini, Ruggiero Bonghi (gli ultimi due anch’essi ministri dell’istruzione) – i quali si posero con nettezza sul terreno del Risorgimento e della unificazione nazionale in uno Stato centralizzato, accettando il compromesso con i Savoia e appoggiando il disegno cavouriano, convinti che questa fosse l’unica strada realistica per soddisfare l’aspirazione all’unità e all’indipendenza e per avviare le desiderate riforme. Non venne mai meno peraltro in De Sanctis la suggestione mazziniana; si rafforzò in lui un orientamento democratico e progressista con l’adesione al nuovo gruppo parlamentare della «sinistra giovane». Del resto, il suo impegno nella battaglia per la cultura e per la scuola è radicato nell’intensa attività di studioso e saggista che gli ha dato un posto di rilievo assoluto nella storia della letteratura. Molti suoi scritti sono rielaborazioni di corsi di studio da lui tenuti; il suo stesso capolavoro, la Storia della letteratura italiana (1870-71) fu concepito come manuale per i licei. Ma fu, nel contempo, il massimo contributo intellettuale alla “invenzione” di una nazione. Quella che il grande critico boemo-statunitense René Wellek definì «la più bella storia di una letteratura che sia mai stata scritta» si presentava per certi versi come un romanzo dell’Ottocento: un appassionante racconto “di formazione” – secondo un’acuta notazione di Remo Ceserani – in cui un protagonista collettivo, la coscienza nazionale italiana, nasce e vigoreggia nell’età dei comuni, entra in crisi nell’età rinascimentale con la perdita dell’indipendenza politica, ma combattendo risorge pian piano con la Nuova scienza galileiana e con l’illuminismo. Oggi questa narrazione può giustamente essere decodificata come una lettura lineare e ideologica in chiave risorgimentale di quelli che furono processi o episodi diversificati e discontinui. È da tempo che Asor Rosa ha sancito la fine del «diagramma De Sanctis»; la critica ha attraversato paradigmi profondamente innovativi. D’altra parte è innegabile che certi snodi del metodo desanctisiano conservino un interesse duraturo:  l’opera letteraria come «Forma», che sintetizza e risolve in sé un «contenuto» non separabile e altrimenti irripetibile; la «situazione» di un testo nella sua particolarità storica unica e intrinseca, come dato indispensabile per la comprensione di esso. Così come non è certo inattuale – pur nelle epocali trasformazioni di un secolo e mezzo – il tema posto con forza dallo studioso irpino: la necessità di superare lo storico e irrisolto distacco, in Italia, fra ceto cólto e popolo. Ci sembra insomma che abbia serbato il suo fascino l’esempio desanctisiano di intellettuale “militante” – ben diverso dal letterato “neutrale” e arroccato – che piacque a Gramsci tanto da fargli auspicare il «ritorno al De Sanctis» come a un modello, a prescindere dalle posizioni datate. Un figura di intellettuale che «prende parte», che «non è indifferente» rispetto ai dilemmi della società e della storia. Un esempio – riteniamo o almeno speriamo – che potrebbe ancora parlare ai giovani del nostro tempo, nella inquieta ricerca di riferimenti ideali e morali.       

Pasquale Martino      
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 17 dicembre 2015


Gli eventi del bicentenario

Inaugurato due anni fa sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, il “lungo bicentenario” della nascita di Francesco De Sanctis (1817-1883), che culminerà nel 2017, è promosso da numerose università italiane (Bari fra queste) e straniere (Barcellona e Zurigo) e da: Società nazionale di scienze, lettere e arti in Napoli, Società napoletana di storia patria e Parco letterario Francesco De Sanctis. Oltre che ad Avellino, cui fa capo il comune natale del grande critico (Morra Irpino, oggi Morra De Sanctis, pour cause), iniziative, convegni e seminari si sono già svolti a Napoli e a Torino. Il Parco letterario organizza itinerari nelle località dell’Irpinia legate alla vicenda biografica di De Sanctis e ha in programma incontri, la pubblicazione di un annuario e la creazione di un museo virtuale. È nata inoltre la rivista «Studi desanctisiani», pubblicata a Pisa da Fabrizio Serra editore e diretta da Toni Iermano (università di Cassino e del Lazio meridionale). Nel comitato editoriale della rivista (ne sono usciti finora tre fascicoli) l’università di Bari è rappresentata dall’italianista Pasquale Guaragnella. Qualche mese fa l’Expo 2015 di Milano ha ospitato una sessione di letture desanctisiane dell’attore Michele Placido.           
P.M. 

mercoledì 25 novembre 2015

Dalla Resistenza a Benny


Così Bari nutre la geografia della memoria  


Una sorta di geografia della memoria storica va prendendo forma a Bari. Esposizioni e monumenti realizzati in periodi e in modi diversi ma che potrebbero essere letti come un insieme coerente. All’interno di questa mappa, trova spazio una topografia della memoria antifascista che si è andata disegnando nel tempo, quasi a confutare l’annosa taccia di Bari «città fascista»: un cliché nato da un cedimento conformistico all’immobilismo storico; un affronto alla città da cui partivano gli appelli radiofonici alla Resistenza, e che  era stata una infrastruttura vitale degli Alleati nella guerra antinazista. Anche per influenza del quadro politico postbellico, quella memoria restava come sommersa, inespressa, assai poco alimentata dalle istituzioni rappresentative. Negli anni ’70 le epigrafi firmate in solitudine dall’Anpi presso il palazzo della Dogana del Porto e all’interno della Posta centrale –per coloro che il 9 settembre ’43 si erano opposti ai tedeschi – testimoniavano da un lato la tenacia dell’associazione partigiana, dall’altro la prudente distanza delle amministrazioni pubbliche. Del resto, non è casuale che la medaglia d’oro per la Resistenza alla città di Bari sia arrivata soltanto nel 2006, nella stagione, cioè, di un’operosa sensibilità istituzionale. Ma era appunto, ormai, un’altra epoca; in cui la lunga semina dell’impegno civico, della ricerca storiografica, del lavoro delle scuole produceva frutti maturi. A questa fase è ascrivibile fra l’altro il progetto delle «pietre d’inciampo» – ispirate agli Stolpersteine dell’artista Gunter Demnig – realizzato nel 2010-2013 dal Comune in collaborazione con l’Anpi, l’Ipsaic e la Camera del Lavoro-Cgil. Parole di pietra e di ottone, che nominano fatti e caduti dell’antifascismo nel 1922 e nel ’43. E dal 2014 una targa nell’aula consiliare barese reca doverosamente il nome di Filippo D’Agostino – deportato e ucciso dai nazisti – che fu eletto in quel consiglio prima della dittatura.  
Nello svolgimento complesso e problematico del rapporto fra città e storia, la vicenda delle commemorazioni di Benedetto Petrone, il giovanissimo antifascista ucciso il 28 novembre 1977 (ne ricorre il 38° anniversario), è quasi un paradigma. Dopo il processo, un velo di silenzio si stende sulle memorie individuali che molti continuano a custodire, mentre lo stesso antifascismo dà risposte sporadiche. Rimane l’icona di un volto fiero che a Bari tutti identificano  immediatamente, anche gli antipatizzanti e gli indifferenti. Resiste l’epigrafe in piazza Libertà, messa dai compagni di Benedetto, documento che la quotidianità opacizzante non ha potuto riassorbire. Resta – lo si dovrà riconoscere – la duratura pedagogia civile di un libretto collettivo, Le due città, che passa di mano in mano fra le generazioni di giovani che non c’erano, ma vogliono sapere. Poi, forze politiche riscoprono l’esempio del ragazzo assassinato da neofascisti, dando vita alle manifestazioni rievocative, preparando il terreno. Ed è in coincidenza con la rifioritura civica di cui abbiamo detto, che le commemorazioni di Benny diventano parte integrante del discorso pubblico. Fino a culminare nel 2009, con l’intitolazione a Petrone della via d’accesso a piazza Chiurlia, per decisione del Comune che accoglie la proposta del Comitato 28 Novembre. A Benedetto sono stati dedicati siti internet, film, spettacoli, recital, fra cui una ballata del compianto Enzo Del Re, e molteplici iniziative di giovani in tutta la Puglia.
Per questo ci sembra che un ulteriore e significativo evento si compia, oggi, grazie a una intelligente scelta dell’Arci. Nella sede di Bari Vecchia, l’associazione culturale istituisce, con il Comitato 28 Novembre, una mostra fotografica permanente sui giorni di Benedetto Petrone. Messa insieme collettivamente l’anno scorso per una esposizione provvisoria, la mostra prende ora il suo posto di rilievo nella geografia della coscienza storica barese, non diversamente – a ben vedere – dal Museo civico appena risistemato e dalla esposizione stabilmente allestita in Casa Piccinni. Tanto più se si considera la proprietà comunale dell’immobile, confiscato alla criminalità. Non è soltanto una vittoria conclusiva sulla menzogna che pretendeva di delegittimare Benny e i suoi amici come teppistelli «barivecchiani»: è giustizia per quei ragazzi che, riconoscendosi nel movimento operaio e nella democrazia, volevano sottrarre la città vecchia a un destino di povertà e devianza.  Ma la mostra ha per protagonista soprattutto la cittadinanza, colta nella sequenza del cordoglio, della rabbia, del ricordo. Uno specchio di corpi e facce in cui la città odierna potrà guardarsi, trovando conferma che quella non è una storia estranea, ma è la sua storia.  

Pasquale Martino 
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 24 novembre 2015  
    


domenica 1 novembre 2015

Indonesia 1965

Lo sterminio dimenticato

In un’epoca di memoria istituzionale, punteggiata da giornate che commemorano stragi, una grande dimenticanza copre l’immane carneficina indonesiana del 1965. Joko Widodo, il nuovo presidente di quel popoloso paese (il più vasto a maggioranza musulmana, con una costituzione laica) ha deluso finora le aspettative, non cogliendo l’occasione del cinquantenario per rompere il silenzio pubblico su una storia tragica, tuttora tabù. Un oblio di cui neppure i paesi occidentali sono incolpevoli, in primis gli Usa che sostennero il colpo di Stato del generale Suharto realizzando una vittoria strategica nella guerra fredda. 
In Occidente la vicenda fu rievocata dal lungometraggio di Peter Weir Un anno vissuto pericolosamente (1982) che valse l’Oscar all’attrice Linda Hunt. Ma la trama del film si ferma alla vigilia dello sterminio. Le stime sul numero dei morti oscillano fra il mezzo milione e, più verosimilmente, il milione e oltre. Erano militanti del partito comunista indonesiano (Pki), simpatizzanti, sindacalisti, immigrati cinesi vittime di odî etnici. Fino a quel momento l’Indonesia era governata dal presidente Sukarno, leader dell’indipendenza strappata all’Olanda nel 1945 e cofondatore con Nehru e Tito del movimento dei paesi non allineati, le cui basi furono gettate proprio nell’arcipelago indonesiano, a Giava, con la conferenza di Bandung (1955). Sukarno era inviso agli americani, che avevano già tentato di sbarazzarsene, per il suo neutralismo e per il compromesso interno che aveva raggiunto con i comunisti dopo averli contrastati. Il Pki era il più grande partito comunista fuori dai paesi socialisti, con tre milioni di iscritti e il 16% dei voti nelle elezioni parlamentari del 1955. Protagonista della lotta per la riforma agraria, aveva alcuni viceministri nel governo di Sukarno e si candidava a vincere le elezioni successive. Una prospettiva allarmante per gli Usa, già impegnati in Asia nella guerra del Vietnam e nella contesa regionale con la Cina, oltre che nel confronto globale con l’impero sovietico; uno scenario, peraltro, analogo a quello che si aprirà poco dopo nel Cile di Allende e per altri versi in Italia, negli anni dell’avanzata del Pci. 
Fra l’altro si discutevano in Indonesia ipotesi di nazionalizzazione degli impianti petroliferi e delle piantagioni di caucciù. L’alternativa – come nell’Iran indipendentista di Mossadeq, come in Grecia e in Cile – erano i militari, fra i quali si fece strada il quasi sconosciuto Suharto. Il pretesto fu un controverso colpo di mano avvenuto a Giacarta il 30 settembre ’65, nel quale furono uccisi sei generali. Sebbene il Pki condannasse il complotto, la colpa fu data ai comunisti, come nel 1933 per l’incendio del Reichstag. Suharto esautorò Sukarno e dette il via alla mattanza. Questa fu protratta per mesi dall’esercito con l’aiuto di bande paramilitari, di gruppi di gangster e di supporter anticomunisti d’ogni risma. La propaganda dipinse gli affiliati del Pki come belve sanguinarie e come propagatori dell’ateismo, ottenendo così la complicità degli integralisti islamici e indù (l’induismo è maggioritario a Bali, dove il Pki voleva abolire il sistema delle caste) e perfino di alcune minoranze cristiane. Le donne bollate come comuniste venivano esecrate quali demoni corruttori. Giustificazioni per lo sterminio. La caccia al comunista vero o presunto fu meticolosa, capillare, conclusa da detenzioni violente, torture sistematiche e sadiche esecuzioni in cui il modo più umano era il colpo di pistola, raro. Al placarsi della furia metodica chi era sopravvissuto restò in carcere, privo di ogni diritto. È dimostrato l’intervento della Cia nella preparazione golpista dei militari indonesiani e nella montatura propagandistica anti-Pki, molto probabile è inoltre che l’agenzia statunitense abbia fornito gli elenchi degli iscritti al partito.
Arresto di un militante del Pki da parte dell'esercito
Certo è che gli Usa puntellarono la trentennale dittatura di Suharto, anche quando occupò e annesse Timor Est nonostante la condanna dall’Onu e condusse una campagna di annientamento contro il fronte indipendentista dell’ex colonia portoghese, quasi facendo il bis del massacro indonesiano. Sul quale, intanto, era sceso un silenzio tombale. Dopo la caduta di Suharto (1998) e l’inizio di un processo di democratizzazione, associazioni non governative hanno incominciato a ricostruire la memoria di quei fatti, ottenendo ambigue e inconcludenti risposte dalle istituzioni. Il velo è stato strappato a livello internazionale dal documentario del regista americano Joshua Oppenheimer, The act of killing (2012), coprodotto da Werner Herzog e nominato nella cinquina degli Oscar. Oppenheimer ha rintracciato a Sumatra una comitiva di killers del ’65, criminali che gestivano fra l’altro il bagarinaggio dei cinema e che ancora oggi, da vecchi, taglieggiano i commercianti cinesi. Li ha messi a raccontare davanti alla cineprese, ed è venuta fuori la cronaca surreale e agghiacciante della strage (uno dei testimoni vanta mille omicidi) in nome della “libertà” e con una presunzione di eroismo che soltanto fugacemente è incrinata dall’emergere di un oscuro senso di colpa. È l’intuizione di Claude Lanzmann che in Shoah (1985) intervistò con apparente distacco i carnefici delle SS, elevata però a sistema, per così dire: tanto che gli assassini diventano qui narratori e attori, oltre che beniamini di un’associazione paramilitare dai tratti fascistoidi, la Gioventù di Pancasila, il cui referente politico è stato fino al 2009 il vicepresidente dell’Indonesia. Costoro non hanno mai temuto di essere processati. Invece i cineasti indonesiani che, rischiando, hanno collaborato al film sono citati come «anonimi» nei crediti finali. È duro fare i conti con un passato tanto scomodo. È stata finora sempre osteggiata la proposta di riabilitare le vittime e i loro figli e perfino di dare vita a una commissione per la riconciliazione nazionale.

Pasquale Martino

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 31 ottobre 2015