lunedì 25 novembre 2013

Lucrezio


La peste di Atene
De rerum natura VI, 1138-1286

 

Lucrezio, busto del Pincio
L'episodio della peste di Atene, forse il piú celebre del De rerum natura, chiude con un esplicito gioco di simmetrie e antitesi l'ultimo libro che è stato aperto dall'elogio di Atene e, con esso, l'intero poema. Non è forse senza significato, peraltro, che nel proemio laudativo la capitale dell’Attica sia evocata enfaticamente per nome (praeclaro nomine Athenae: v. 2), mentre nella luttuosa chiusura venga identificata mediante perifrasi (la città di Cecrope e Pandione: vv.  1139 e 1143). Il libro VI affronta l'analisi scientifica dei fenomeni naturali: fulmini, trombe marine, pioggia e arcobaleno, terremoti, eruzioni vulcaniche, inondazioni, magnetismo; per ultime, le malattie e le epidemie (secondo un ordine consueto nelle antiche esposizioni di fisica). Che il possente affresco della peste di Atene concluda, in un grandioso finale, il poema della natura appare quindi del tutto comprensibile e coerente con l'impostazione dell'opera. Non sembra pertanto fondata la tesi che denuncia la presunta incongruenza di questa conclusione, ricavandone un indizio di incompiutezza del poema.  

La «pestilenza» qui descritta è l'epidemia che si abbatté sull'Attica nel 430 a.C., in piena guerra del Peloponneso, e a seguito della quale, nel 429 a.C., morí anche Pericle. La natura del morbo non è stata accertata: i sintomi riferiti da Tucidide e da Lucrezio non corrispondono a quelli della peste bubbonica, ma hanno fatto pensare piuttosto al morbillo, al vaiolo o al tifo. L'esposizione di Tucidide (La guerra del Peloponneso, II, 47-54) è la fonte principale utilizzata da Lucrezio, che attinge però anche ad alcuni trattati del Corpus Hippocraticum (l'insieme degli scritti di medicina attribuibili a Ippocrate e ai suoi scolari, V-IV secolo a.C.), specialmente al Prognostico, per rappresentare i sintomi dello stato agonico. Significativa testimonianza del rigore scientifico con cui Lucrezio si è documentato è appunto la consultazione dei testi che nel V secolo fondarono il metodo di indagine indiziaria: Tucidide e Ippocrate sono intenti a un’analoga analisi dei sintomi che consentono nell’un caso di presagire gli esiti di un processo storico, nell'altro di diagnosticare la natura di una malattia e prevedere il suo decorso. Non è da escludere, naturalmente, l’influenza non documentabile di opere di Epicuro come per esempio quella attribuitagli da  Diogene Laerzio (Vite de filosofi X, 28), intitolata Opinioni sulle malattie. 


Dopo aver accennato all'origine dell'epidemia e al suo arrivo nell'Attica (vv. 1138-1144), il poeta si sofferma dettagliatamente sulla sintomatologia del morbo (vv. 1145-1181) e sugli indizi dell'imminente decesso (vv. 1182-1198); descrive poi la condizione di coloro che sopravvivono al morbo, ma solo per morire in un secondo momento o soltanto grazie all’amputazione delle membra (vv. 1199-1214), gli effetti della pestilenza sugli animali (vv. 1215-1225), l'assenza di rimedi, che introduce la rappresentazione delle disastrose conseguenze psicologiche dell'epidemia (vv. 1226-1234); segue il quadro dei comportamenti ispirati a egoismo oppure a umana pietà, tutti ugualmente impo­tenti a limitare il disastro (vv. 1235-1251). La visuale si allarga alla popolazione del contado, che a causa delle misere condizioni affluisce in massa nella città, provocando un addensamento abnor­me e un contagio ancor piú virulento (vv. 1252-1271); ne consegue l'orrendo spettacolo dei moribondi e dei cadaveri disseminati dappertutto, anche nei luoghi sacri, e lo stravolgimento dei riti funebri tradizionali, fino alla rissa sui roghi, dove ciascuno vuole bruciare i propri morti (vv. 1272-1286).
 

Non pochi sono gli elementi di originalità di Lucrezio rispetto al rac­conto tucidideo: in primo luogo l'accentuazione degli aspetti orridi e patetici, ottenuta grazie al violento espressionismo dei ritratti, dei gesti, dei movimenti (nonché a un linguaggio e a uno stile che si fanno piú aspri, densi di dure allitterazioni, di iperbati, di effetti fonici e locuzioni "forti"); in secondo luogo, la maggiore attenzione ai risvolti psicologici: la paura, l'angoscia, la pietà, il calcolo egoistico. A poco a poco, la narrazione fa intravedere il suo vero oggetto: il dibattersi e incattivirsi degli uomini infelici, la dimensione universale del dolore. La morte non è nulla per noi, ha insegnato Epicuro, e Lucrezio nel suo poema non ha cessato di ripeterlo; pure, il trapasso verso la morte può avvenire in modi orrendi, e la pestilenza ne è l'esem­pio inoppugnabile e spaventoso. Di fronte a questa inarrestabile degradazione fisica, psichica e morale che colpisce un'intera comunità (fatta salva la rara eccellenza dei magnanimi che in tanta catastrofe si dedicano a curare gli altri), niente può nemmeno la scienza: la medicina deve confessarsi impotente, e «balbettare ammutolita dallo sgomento». Nel finale del De rerum natura il tema dell'angoscia, vero Leitmotiv sotteso a tutta l'opera, emerge prepotentemente in un «crescendo» drammatico e ossessivo; la fiducia epicurea nel raggiungimento della serenità vacilla: ma forse Epicuro aveva insegnato l'otti­mismo e aveva nascosto la dimensione tragica dell'esistenza?

 
Dal punto di vista dottrinario, l’episodio ha la funzione di comprovare che l’epidemia è un fenomeno squisitamente naturale, contro il quale a nulla valgono le pratiche della religio, cosí come in nulla entrano gli dèi nella sua origine: il che contrasta con la diffusa credenza popolare, riprodotta per esempio nel libro I dell’Iliade, dove l’indovino Calcante – quello stesso che aveva consigliato il nefando sacrificio di Ifigenia – se ne serve per spiegare la pestilenza che infuria tra i Greci davanti a Troia. Inoltre l’estrema e generale afflizione causata dal morbo è una efficace metafora della condizione umana non ancora illuminata dalla predicazione epicurea. Nemmeno ora dobbiamo illuderci – sembra voler dire il poeta – che il cammino verso la saggezza e la felicità sia appianato. La chiusura del poema appare come l'antitesi del gioioso inno di apertura: lí la vittoria momentanea di Venere, forza generatrice e rassere­natrice; qui il trionfo, definitivo, della mors inmortalis (III, v. 869). E anche questo sembra del tutto coerente con il pensiero di Lucrezio.

Dopo Tucidide e Lucrezio, la narrazione della peste diventa un «pezzo di bravura» per il cimento di poeti e prosatori di tutte le letterature, a cominciare da Virgilio, che chiude il III libro delle Georgiche con la «peste del bestiame» nel Norico, seguito da Ovidio, che esercita il suo talento verseggiando la peste di Egina nel libro VII delle Metamorfosi. Per la letteratura medievale e moderna, basti pensare a Boccaccio e a Manzoni.
 
Pasquale Martino

da: Lucrezio, Antologia di passi tratti dal De rerum natura, a cura di P. Martino, D'Anna, Messina-Firenze, 2007

domenica 24 novembre 2013

Storia e memoria

Se la memoria diventa monumento
bisogna scavare le radici



Memoria e ricerca storica interagiscono; a volte, se così si può dire, si rincorrono, e a volte divergono. La memoria collettiva si costruisce nel tempo come fattore di coesione di comunità civiche, sociali, nazionali; è un insieme di memorie individuali ma anche una complessa sintesi che seleziona gli elementi fondativi di un racconto corale, di una vicenda di oppressione e di riscatto. Raramente è un patrimonio condiviso, poiché coesiste con memorie “altre”, addirittura confliggenti; si pensi alla compresenza, nella generazione degli anni ’70, di narrazioni del tutto distanti (se ne è avuta una riprova nelle discussioni sollevate dai funerali del brigatista Gallinari). Per questo la storiografia è indispensabile: perché tenta di definire i termini entro i quali il ricordo e il racconto hanno un fondamento attendibile, non sottostanno all’arbitrio di una parzialità. Peraltro, il sapere storico è esso stesso materia di controversia, essendo improntato a punti di vista comunque soggettivi; i quali tuttavia, se ispirati a un metodo serio, devono pur confrontarsi e dare risposte documentate ai punti di vista difformi.

Tutto ciò rischia di complicarsi quando la memoria diventa istituzione; perché tende a irrigidirsi in uno standard, a ripetersi, addirittura a saturarsi. È necessario, certo, che la memoria collettiva venga istituzionalizzata, in un certo senso consacrata, affinché il monumentum sia in pari tempo testimonianza e pubblica ammonizione: ma è proprio allora che la ricerca storica deve giocare al rilancio, per aprire le piste che si dipanano inesplorate; anche se l’esito del cammino introdurrà sensibili varianti nella narrazione originaria. L’istituzionalizzazione, inoltre, comporta quello che è stato chiamato l’«uso pubblico della storia», e dunque l’intreccio inevitabile fra memoria e politica. Per fare un esempio significativo, a lungo la storiografia della Resistenza ha coinciso con la tradizione della memoria antifascista in una rappresentazione sostanzialmente compatta; poi i cambiamenti prodottisi con la fine della guerra fredda hanno frastagliato il racconto; ma non necessariamente in senso “revisionistico”. Una categoria ostica come quella di «guerra civile» è entrata nella storiografia antifascista ma – al netto di una scaltra pubblicistica dedita a deprecare la violenza dei partigiani – ha consentito di sviluppare percorsi conoscitivi intorno alla «moralità della Resistenza» (è il sottotitolo del saggio più noto di Claudio Pavone) indagando inoltre criticamente anche l’“altra memoria”, quella di chi combatté dalla parte opposta. Per converso la Shoah, che fino a un certo punto era stata trattata come un tragico capitolo all’interno della grande epopea internazionale antinazista, ha via via assunto una dimensione autonoma, dispiegando nella rievocazione e nella celebrazione il suo valore prevalente di unicità storica.
È stato giusto fissare la rappresentazione della Shoah, in un certo senso assicurandola, nella giornata del 27 gennaio. Ma poi, la ricerca ha incominciato a scandagliare in profondità la fase storica che ha precorso la «soluzione finale»: in Italia, l’applicazione delle leggi razziali del 1938, il cui ricordo era rimasto a lungo schiacciato dall’enormità dell’Olocausto, apparendo quasi secondario. Parallelamente, la storiografia sta facendo emergere le responsabilità italiane non soltanto nei raccapriccianti eccidi coloniali, ma anche in quelli della seconda guerra mondiale e nella stessa persecuzione degli ebrei; sta destrutturando lo stereotipo «cattivo tedesco, bravo italiano» (è il titolo di un libro di Francesco Focardi appena uscito): un’operazione di verità, doverosa per ripensare l’autobiografia di una nazione che molto spesso è stata incline ad assolversi.


Pola durante l'esodo istriano
Il che ci conduce a un altro «giorno del ricordo»: il 10 febbraio, istituito poco tempo dopo la giornata del 27 gennaio. Per essere portatrice di una catarsi autentica, la rappresentazione delle sofferenze subite dagli italiani vittime delle foibe e dell’esodo non dovrebbe oscurare il contesto della ventennale oppressione fascista ai danni del popolo sloveno, culminata in atroci crimini di guerra. Il paradosso è che in questo caso una commissione storica paritetica italo-slovena ha prodotto nel 2000 un’ampia relazione, soffermandosi sulle responsabilità delle due parti: una rara operazione di anamnesi condivisa, che offre un’importante cornice per la ricerca storiografica, ma che le celebrazioni ufficiali sembrano tenere in poco conto. È il rischio che si corre quando la consacrazione della memoria resta impigliata fra gli steccati dell’opportunità politica contingente, soggiacendo alla tentazione di usare una memoria contro l’altra, per un impossibile bilanciamento delle colpe.

Pasquale Martino

pubblicato su «La Gazzetta del Mezzogiorno» 9 febbraio 2013

Momigliano

«Sopravvissi grazie a Dante e a Tasso»

Attilio Momigliano, il grande critico ebreo espulso dall’università.
Non riebbe mai la cattedra


È un bene che la memoria della persecuzione razziale in Italia si rinnovi seguendo i percorsi delle storie di vita, ricostruendo biografie individuali e collettive. È il caso, per esempio, della vicenda del grande critico letterario Attilio Momigliano: uno dei nomi più noti – starei per dire “popolari” – fra gli studenti almeno fino alla metà degli anni ’60, grazie specialmente ai suoi commenti dei classici italiani.
Eppure erano pochi a conoscerne la storia di perseguitato.  

Momigliano era nato nel 1883 da un ramo di un’antica famiglia ebrea radicata nella provincia di Cuneo. Appassionato di letteratura, s’era formato nell’università di Torino alla scuola del metodo storico; lo studio dell’estetica di Benedetto Croce, che fu per lui il contraltare dell’erudizione positivista, non ne fece uno scolaro del filosofo abruzzese nonostante l’etichetta «crociana» che gli venne affibbiata soprattutto dalla critica storicista del secondo dopoguerra. In realtà Momigliano restava fedele a un proprio singolare metodo, che si potrebbe definire psicologico-biografico: immedesimandosi in qualche modo nell’autore da lui studiato, ne riviveva il processo creativo, quasi “riscrivendone” l’opera attraverso la sua esegesi; «la critica – affermava – è, non dico una gara con la poesia, ma un tentativo di rifarla da un altro punto di vista». Non a caso la sua produzione davvero ineguagliata è quella vastissima dei commenti scolastici, in cui l’analisi si esplica in una  funzione “di servizio” ai testi, svolta con finezza ammirevole: un’attitudine e un acume interpretativi che, prima del passaggio alla docenza universitaria, s’erano forgiati durante quasi tre lustri di insegnamento nelle scuole superiori (1906-1920).

Lo studioso piemontese aderì nel 1925 al manifesto antifascista di Croce, senza per questo diventare un intellettuale “militante” come non lo erano molti firmatari. Negli anni del consenso al fascismo trionfatore non pochi di essi dovettero adattarsi a un modus vivendi; e quando poi, nel 1931, milleduecento docenti universitari – Momigliano fra questi – vennero obbligati a prestare giuramento di fedeltà, solo una dozzina di loro si rifiutò rinunciando al posto. Ma nel 1938 i docenti ebrei furono colpiti dalle leggi razziali; Momigliano – di cui proprio in quell’anno Laterza stampava gli illuminanti Studi di poesia– venne espulso dalla sua cattedra universitaria a Firenze, che fu immediatamente, e senza concorso, occupata da un altro; questi lo soppiantò inoltre come critico del Corriere della Sera. Per avere un’idea del “clima”, basti pensare che il direttore di un’importante casa editrice ebbe a compiacersi per gli spazi di mercato improvvisamente aperti dalla soppressione dei libri di testo scolastici di autore ebreo. Ma va ricordato a loro merito che né Massimo Bontempelli né Luigi Russo accettarono di prendere il posto di Momigliano.

All’età di 55 anni il grande critico – che aveva avuto fra i suoi allievi Walter Binni, Aldo Capitini e Franco Fortini – si adatta a vivere pubblicando articoli sotto falso nome. Per un quinquennio sperimenta qualcosa di simile alla condizione esule del suo amato Dante, del quale così scrive in un famoso saggio: «L’esilio gli ha tolto una patria, ma non gliene ha data un’altra […] sua patria è il mondo, una patria troppo vasta per consolare il cuore». Si arriva all’8 settembre 1943: con la moglie Haydée Sacerdoti, Momigliano sfugge alla caccia all’uomo scatenata da tedeschi e repubblichini, nascondendosi per mesi in una stanza d’ospedale a Borgo San Sepolcro. Qui lavora al suo commento a Torquato Tasso, che pubblicherà subito dopo la Liberazione, nel 1945, scrivendo nella premessa: «Devo al Tasso e a Dante le due o tre ore di assenza che la sorte mi concedeva quasi ogni giorno. Nel pomeriggio, mentre mia moglie si assopiva dopo gli assidui terrori del giorno e della notte, io dimenticavo che ad ogni minuto un calcio improvviso poteva spalancare la mia porta, e mi sprofondavo a poco a poco nel mondo lontano della poesia. Devo dire che, se per questa io sono sempre vissuto, per questa soltanto sono sopravvissuto».

C’è un epilogo poco consolatorio. Nel 1946 Momigliano, avviandosi all’ultima stagione di una feconda attività critica (che durerà fino alla morte avvenuta nel 1952), fu reintegrato nell’insegnamento universitario; non però nella sua antica cattedra – su cui venne confermato chi era stato messo al suo posto dal fascismo – bensì in qualità di «professore soprannumerario», cioè in uno status ben diverso da quello cui aveva diritto. Fu uno dei molti episodi della giustizia negata e della mancata epurazione: si gettavano le basi per l’oblio, per la rimozione di un passato troppo scomodo.

Pasquale Martino

pubblicato su «La Gazzetta del Mezzogiorno», 30 gennaio 2013

sabato 23 novembre 2013

Catullo


 

Il viaggio di Berenice nella letteratura

Berenice II, Gipsoteca di Monaco
Ciò che rende famosa La Chioma di Berenice è in primo luogo la storia singolare di questo testo che, nato nel III secolo a.C. da un’invenzione di Callimaco – del quale però si è quasi del tutto perso l’originale greco – viene travasato due secoli dopo in un diverso contenitore linguistico, la versione  latina di Catullo, che gli consente di percorrere una tradizione di quasi due millenni, dopodiché rivive in una lingua moderna grazie alla bella traduzione di Ugo Foscolo.
L’idea nasce in ambiente alessandrino, assecondando parecchi caratteri tipici della poesia ellenistica e specialmente della poetica callimachea: in particolare il gusto per una poesia dotta, scientifica, «eziologica» (che spiega le origini di un mito raro o di un nome geografico, indagando l’àition o «causa»). Callimaco, letterato della corte di Alessandria, intende comporre un poema di chiara finalità encomiastica in onore della regina Berenice II, già principessa di Cirene, la quale, sposando nel 246 a.C. il re Tolomeo III Evergete, ha posto fine ai dissidi fra i due paesi e ha portato la propria terra in dote all’Egitto; un poema che, dunque, in pari tempo celebri la fusione fra Egitto e Cirenaica (patria di Callimaco oltre che di Berenice) ed esalti il ruolo che i Cirenei svolgono nel grande regno ellenistico. Inserito da Callimaco alla fine dei suoi IV libri di Àitia in distici elegiaci, il poemetto si propone di spiegare, appunto, la «causa» per la quale una costellazione celeste ha preso il nome di Chioma di Berenice.
Johannes Hevelius, Uranographia, 1690 
L’aneddoto, raccontato anche da Igino (De astronomia II, 4), è il seguente. Subito dopo aver sposato Berenice, Tolomeo Evergete parte per una guerra contro Seleuco II di Siria: in questa occasione la regina fa voto di tagliarsi i capelli se lo sposo tornerà vincitore. Al verificarsi dell’evento auspicato, la ciocca (o treccia) di capelli viene consacrata e collocata nel tempio di Venere Arsinoe Zefiritide; ma il giorno seguente scompare misteriosamente. Il re è molto contrariato da tale circostanza, ma a questo punto interviene opportunamente lo scienziato e astronomo Conone di Samo, il quale rivela che la chioma è stata assunta fra gli astri: e indica un gruppo di stelle collocate in coda al Leone, fino a quel momento rimaste senza nome. Da allora gli astronomi identificano una nuova costellazione, appunto la Chioma di Berenice: è l’operazione che i Greci chiamavano katasterismós, «collocazione fra le stelle».
L’originale greco del componimento callimacheo, in distici elegiaci, ci è pervenuto in pochi frammenti, uno dei quali, il piú cospicuo, rinvenuto su un papiro (Aitia, IV, fragm. 110 Pfeiffer). Sicché la versione catulliana costituisce una preziosa fonte per ricostruire il poemetto alessandrino e, là dove è possibile, confrontare la versione latina col testo greco frammentario, per apprezzare la qualità di Catullo come traduttore. A quanto dice lo stesso poeta latino (carme 65), la traduzione dell’elegia callimachea risponde a una sollecitazione di un amico, che per lo più viene identificato  con il celebre oratore Q. Ortensio Ortalo; questi, poeta egli stesso, ha chiesto in dono dei versi a Catullo; il giovane veronese riferisce a Ortensio che il suo stato d’animo è ora pervaso da una tristezza infinita a causa della morte del fratello. Ciononostante Catullo, se anche non riesce a comporre propri versi, manda all’amico la traduzione del poemetto di Callimaco. Tutto ciò è raccontato in una elegia di 12 distici (carme 65), raccolta nel liber catulliano subito prima della Chioma di Berenice, della quale costituisce la dedica indirizzata per l’appunto a Ortensio Ortalo.
Nel preteso carattere occasionale che Catullo dà alla pubblicazione (e forse anche alla composizione) del carmen doctum, come se non si trattasse di uno sforzo letterario notevolissimo, è da vedere il consueto atteggiamento, per cosí dire, “minimalista” del poeta novus che connota la propria fatica poetica come un’attività di natura privata e di ambito limitato, un contributo di affetto fra amici. Per altri versi la dedica a Ortensio non sembra affatto occasionale: infatti proprio l’oratore-poeta rappresentava, in seno alla poesia dotta romana, un indirizzo sostanzialmente anticallimacheo, tollerante nei confronti dei vasti componimenti epico-storici che Callimaco aborriva. La composizione e la dedica della Chioma di Berenice appaiono pertanto conseguenze di una consapevole valutazione militante, di battaglia letteraria.
Certo la trattazione dell’argomento astronomico è di per sé in linea con la vocazione dotta della poesia ellenistica: già Arato, contemporaneo di Callimaco, aveva pubblicato un poemetto scientifico che dava ampio spazio all’astronomia, i Fenomeni, molto lodato dallo stesso Callimaco (epigramma 27) e – proprio nell’età di Catullo – tradotto a Roma da Cicerone e imitato dal poeta novus Varrone Atacino; in età augustea, Manilio comporrà il poema Astronomica. Ma il tratto piú squisitamente callimacheo e neoterico della Chioma di Berenice è nella levitas ed eleganza che assortisce leggiadramente la dottrina astronomica, il mito, l’attualità e infine l’intensità dell’eros temperata dal pudore coniugale: temi questi ultimi molto cari a Catullo, insieme con la simpatia per le minuscole entità (qui la ciocca o il ricciolo di capelli femminei) sulle quali si proiettano la venustà e la gentilezza della donna.
Dopo aver contribuito alla fortuna di Catullo specialmente dall’Umanesimo in poi, La Chioma di Berenice ispira nel 1803 la traduzione in endecasillabi sciolti di Ugo Foscolo: un esercizio letterario raffinatissimo, che consente al poeta delle Odi e nei Sonetti (contemporanei alla Chioma) di sperimentare la rivisitazione e l’attualizzazione neoclassica del mito antico, da cui scaturiranno i frutti maturi e gli esiti complessi dei Sepolcri e delle Grazie, nuovi carmina docta in endecasillabi sciolti. E fra le numerose traduzioni poetiche che sono venute in seguito, non va taciuta quella delicata di un altro poeta, Salvatore Quasimodo, cui la lirica antica – nella sua duplice dimensione, di esperienza emotiva e di ricca elaborazione culturale – ha suggerito originali forme di rilettura novecentesca, quasi di «poesia pura» e di «frammento» mitologico.

Pasquale Martino
da: Catullo, Antologia di passi tratti dal Liber, a cura di P. Martino, D'Anna, Messina-Firenze, 2007

Che cos'è l'antifascismo

Ecco perché non possiamo non dirci
antifascisti

Noi, per la Costituzione e contro il fascismo che non è mai finito

 


I tentativi più o meno recenti di rifondare su basi nuove la nostra repubblica – anche quando erano sinceri e meno compromessi con scopi di politica contingente – si sono sempre scontrati con l’impossibilità di definire un quadro di valori condivisi altrettanto forti e profondi quanto quelli che hanno presieduto alla nascita dell’Italia repubblicana nel 1945-46. In altri termini, non sono mai riusciti nonostante tutto a soppiantare nella coscienza civile il riferimento all’antifascismo, patrimonio ideale e religione laica che è a fondamento del patto costituzionale. Erra decisamente chi crede che l’antifascismo si caratterizzi solo in negativo, come un “anti qualcosa”, e poiché questo qualcosa – il fascismo – non esiste più (un presupposto peraltro falso), anche l’antifascismo sarebbe da riporre fra i vecchi arnesi che non hanno ormai ragion d’essere. In verità l’antifascismo, ben lungi dal rappresentare soltanto un episodio di opposizione politica, è stato una grande rivoluzione storica e un processo costituente che dura nel tempo: quel cammino tormentato che – attraverso la drammatica svolta della Resistenza – ha condotto gli italiani a dotarsi di una legge fondamentale, scritta da un’assemblea costituente che era mancata al Risorgimento. L’antifascismo di oggi è la prosecuzione consapevole e attiva di quel patto e il suo tramandarsi alle nuove generazioni. Esso significa operare ininterrottamente per l’attuazione pratica dell’utopia costituzionale: il disegno di pacifica convivenza, di libertà di pensiero, di diritti del lavoro e della cittadinanza, di uno Stato che non sia punitivo o neutrale rispetto ai più deboli, che intervenga per rimuovere gli impedimenti all’esercizio dei diritti. Questo disegno di democrazia in movimento non può vivere senza memoria: non può dimenticare nemmeno per un istante le infamie della dittatura e della guerra, delle leggi razziali e della persecuzione, delle stragi e dei crimini contro l’umanità. Tutto ciò che è avvenuto potrebbe avvenire ancora (ammoniva Primo Levi): e di fatto avviene in parte, e se non ricompare in forma così atroce e vasta come nel passato è solo perché (e fin quando) gli anticorpi dell’antifascismo restano vivi nella società. Le subculture del fascismo non sono scomparse: la miscela di intolleranza, razzismo, xenofobia, antisemitismo, omofobia, mitologie della violenza e della morte (cui si sono aggiunti l’islamofobia, il negazionismo e altro ancora) è una sopravvivenza nient’affatto innocua, sottesa a molteplici forme di azione, talvolta violente, sempre minacciose. Essa è capace di produrre improvvise esplosioni di sconvolgente efferatezza, come in Norvegia; oppure di alimentare le ventate populiste e nazionaliste che spazzano l’Europa inveendo contro presunti complotti internazionali di poteri oscuri, strumentalizzando il disagio sociale e protestando contro “destra e sinistra”; o infine di supportare le avanzate elettorali di una demagogia di estrema destra che per esempio porta al governo dell’Ungheria una inquietante maggioranza apertamente autoritaria e razzista. Vicende prossime a noi, e vicende anche italiane. La fenomenologia dei gruppi neofascisti – come quelli di cui si parla nel dossier dell’Anpi Ombre nere* – è solo la punta dell’iceberg, dove la celebrazione del culto mussoliniano rivive in simbiosi col fascismo “sociale” di Salò appena dissimulato. Ancor più grave sarebbe se, come è accaduto in passato, da alcune parti politiche si lisciasse il pelo al fenomeno, forse per la mai morta convinzione che possa tornare utile ad accrescere i consensi o a compiere operazioni ancor più spregiudicate. 

Pasquale Martino
pubblicato su «La Gazzetta del Mezzogiorno» 18 gennaio 2013
* Il dossier Ombre nere sulle attività neofasciste in Puglia è stato presentato durante una manifestazione dell'Anpi a Bari, il 18.1.2013, alla presenza del presidente nazionale Carlo Smuraglia.

venerdì 22 novembre 2013

Il regno della Rosa




Liceo-ginnasio Q. Orazio Flacco, Bari
L'età meravigliosa
di Rosa Cifarelli
rapita nell'Olimpo dei saggi
 

 
La credevamo immortale. O forse, visto che non la incontravamo da una vita, la immaginavamo rapita dagli dèi in un Olimpo dove godeva il riposo dei giusti immersa nei suoi pensieri e nelle letture. Ora sappiamo che Rosa Cifarelli Canfora ci ha lasciati. E mentre partecipiamo al dolore dei familiari, alla donna straordinaria rendiamo un grato omaggio.
Quarta e quinta ginnasiale, liceo classico Orazio Flacco di Bari, anni 1961-62 e 1962-63: «Zia Rosa», professoressa di lettere indimenticabile. Mai più, in seguito, avremmo studiato tanto in così poco tempo. Eppure ci sembrò un’eternità; un’era meravigliosa, così la pensiamo nella memoria: il tempo in cui siamo usciti dalla fanciullezza e abbiamo imparato le cose essenziali – almeno, ci è parso – fra cui l’amicizia.
In quel tempo memorabile lei ha regnato, «signora e donna», con grazia austera, con voce armoniosa e forte. Temuta, venerata, ha insegnato il rigore, il sapere come dura fatica e come scoperta del piacere intellettuale, l’amore per la cultura. I ricordi si affollano: le sue letture intense dei poeti italiani, nel silenzio dell’aula; il magico esistere dell’umanità nel suono di lingue morte; le sgridate brevi e sferzanti, che lasciavano il segno. Quel giorno che fu presa da commozione, a mala pena contenuta, dovendo darci la notizia che un compagno di classe aveva cessato di vivere.

Una volta, alla fine del biennio, pensammo di “vendicarci” di lei sempre così esigente e implacabile. Dopo ripetuti tentativi, uno di noi riuscì a sbirciare il titolo del libro da cui Rosa sceglieva le tremende versioni latine per il compito in classe. Subito ne comprammo una copia; ma a questo punto, che fare? Non c’era allora internet e non sapevamo come risalire da un brano all’opera originale e quindi alla traduzione. Non restava che tradurre noi tutto il libro. Così facemmo, alacremente e in pochi giorni, distribuendoci i testi latini e mettendo in comune le traduzioni che ciascuno fece. Ci sobbarcammo un esercizio immane che nemmeno lei si sarebbe sognata di affibbiarci: tutto per l’ultimo maledetto compito in classe di latino. Eravamo vacuamente fieri di avergliela fatta; invece, ancora una volta aveva vinto lei, ed era stata la sua conclusiva e più grande vittoria.
 
Carlo Altamura, Paolo Andreussi, Giorgio Assennato,
Aldo Balducci, Mimmo Cannone, Michele Carbone,
Giorgio De Santis, Tommaso Fiore, Lorenzo Mancino,
Pasquale Martino, Tommaso Masiello, Pierfranco Moliterni

"La Gazzetta del Mezzogiorno", 13 marzo 2010

Pagina nostra

Lawrence Alma Tadema, il poeta preferito
Elogio del Latino

«accendere luci alla mente»
praepandere lumina menti

Lucrezio, De rerum natura I, 144



 
 
Il latino è l’italiano antico, e l’italiano è il latino moderno. Questa affermazione, non certo nuova e difficilmente contestabile, basterebbe di per sé a dare conto di quale valore abbia lo studio della lingua e della letteratura di Roma antica nel curricolo formativo. Un curricolo – beninteso – che contempli come obiettivo irrinunciabile la padronanza tanto della prospettiva storica quanto dei fenomeni linguistici.
Del resto, lo stesso concetto che abbiamo posto in apertura potrebbe sembrare decisamente parziale o addirittura limitativo. La lingua latina, infatti, non è soltanto la madre dell’italiano, ma anche di tutti gli idiomi neolatini o romanzi: dello spagnolo, la quarta lingua piú parlata nel mondo, nonché del portoghese e del francese che, a seconda delle diverse classifiche, si collocano fra il settimo e l’undicesimo posto (l’italiano segue, oscillando fra i numeri dodici e venti). È, insomma, il substrato delle parlate di circa un miliardo di persone. Senza contare la persistenza dell’eredità lessicale del latino – lingua internazionale comune per oltre un millennio – in un vasto arco di idiomi non romanzi, che spazia dall’inglese al russo, e le non irrilevanti analogie morfosintattiche che sussistono tra la famiglia linguistica latina e il greco, i ceppi germanico e slavo, fino ad arrivare al sanscrito e alle lingue che ne discendono, parlate in tutto il subcontinente indiano.
Per converso, è riduttivo e dunque inesatto configurare il latino soltanto come una lingua antica o come una lingua morta: dal Medioevo all’Umanesimo e per tutta l’età moderna, mentre si evolveva la storia parallela delle nuove lingue, in latino si è parlato, si è scritto e ci si è anche divertiti (basti pensare al latino «maccheronico»); per giunta, l’idioma di Cicerone e Virgilio – il cui vocabolario nel frattempo si era andato aggiornando – ha funzionato a lungo come strumento comunicativo della filosofia e fucina del linguaggio scientifico. Tuttora lo si studia e se ne fa uso nel mondo, e non solamente all’interno di cerchie accademiche o ecclesiastiche.
Piú pronta e generale adesione riscuote l’idea che la letteratura latina classica, o per lo meno i suoi capolavori, costituiscano un patrimonio di conoscenza che non può essere ignorato da chi si propone di diventare una persona cólta. Neppure i piú tenaci detrattori fra quanti considerano obsoleto e tedioso il lascito latino si sognerebbero di escludere dal canone delle letture consigliate l’Eneide o il De rerum natura, le poesie di Catullo o le operette morali di Seneca, le commedie di Plauto o gli epigrammi di Marziale, il Satyricon o L’asino d’oro. D’altra parte, sempre meno sostenitori – e sempre meno agguerriti – pare incontrare la tesi per cui sarebbe sufficiente leggere i testi latini solo in versione italiana, in un programma di “cultura generale”. Certo, come non rinunceremmo, sol perché non conosciamo lo sloveno o lo svedese, a leggere in traduzione i libri di Boris Pahor o di Stieg Larsson, allo stesso modo non penseremmo mai di dissuadere dalla lettura di buone traduzioni di Tacito chi eventualmente non possa accostarsi al testo latino. Altrettanto vero è che sarebbe del tutto improvvido disconoscere e quindi vanificare le (tuttora) solide condizioni che rendono relativamente agevole al pubblico italiano di misurarsi direttamente col testo latino: una tradizione di studi, un know how tutt'altro che disprezzabile, oltre al già citato rapporto di stretta filiazione latino-italiano. Inoltre, la diffusione di alcune collane economiche di classici latini tradotti con testo a fronte parla chiaro: dice dell’esistenza di una “quota di mercato” non propriamente elitaria, di una domanda che rende possibile tale offerta. Si tratta di giovani, di professionisti, di persone che, amando la cultura, vogliono riavvicinarsi ad autori a suo tempo incontrati nell'iter scolastico, e che non rinunciano a spostare lo sguardo sulla pagina a sinistra, per assaporare, quand’anche in modo intermittente, con assaggi parziali, il gusto della lingua originale. E se l’uso di un’edizione bilingue, da un certo livello di conoscenza in poi, diventa controproducente perché tende a distogliere il cultore del latino dal concentrarsi profondamente sul testo originale, esso è invece assai fruttuoso per chi si muove nella zona precedente a quel livello, con l’intento di predisporsi a ulteriori avanzamenti.
 
L’esperienza scolastica è la dimensione non solo congeniale, ma per molti versi unica e irripetibile (almeno, non facilmente surrogabile), in cui la futura persona cólta può acquisire le conoscenze e le abilità di base grazie alle quali avrà poi la possibilità di reinventare il proprio personale rapporto con le opere letterarie della classicità latina. Il primo scoglio, e il piú impegnativo, è senza dubbio il superamento della difficoltà linguistica: un lavoro che richiede una disciplina metodica, il “tempo lungo” di una scuola. Vero è che i rimaneggiamenti dei programmi e delle metodologie didattiche hanno ridimensionato tale ostacolo, se non altro rispetto all’epoca in cui l’apprendimento delle lingue classiche si presentava quale una temibile prova del fuoco, uno studio autocentrato, un vero e proprio rito di iniziazione (nonché di selezione sociale). Sembra sia oggi consolidata – quasi preambolo concettuale di ogni possibile percorso didattico – la convinzione che la competenza linguistica non possa che procedere di pari passo con il curioso accostarsi del giovane a un patrimonio culturale, a una storia, a una civiltà, e che la conoscenza del latino – come ogni vero processo di arricchimento culturale – produca l’emergere di livelli profondi di intelligenza del pensiero e della realtà, il dischiudersi di visioni non altrimenti sperimentate. Né si può rinunciare all’ineguagliabile tirocinio formativo della versione e del laboratorio sul testo: la salutare palestra della mente che consiste nel confrontarsi con un “rompicapo” senza poterne uscire prima di aver trovato la soluzione. Per quanto l’allievo possa procurarsi traduzioni (non di rado scorrette) tramite le risorse disponibili in Internet, l’accesso a tali risorse dovrebbe essere, se mai, rinviato al momento della revisione, e perciò escluso nella fase di un lavoro e di una verifica ben organizzati e saldamente governati dal docente.
La traduzione è, peraltro, soltanto una delle fasi del laboratorio sul testo, fase che risulterebbe poco utile se non fosse integrata dall’analisi sintattica, con la puntuale decostruzione del periodo, e dall’analisi-commento del testo sotto il profilo lessicale, stilistico e storico-critico: operazioni, queste, per le quali è molto meno probabile trovare risposte preconfezionate. Non ci si dovrebbe precludere, poi, il gusto di immaginare esercizi sul testo alternativi alla stessa versione: per esempio, comporre in latino il riassunto del passo esaminato, senza passare attraverso la stesura di una traduzione scritta, ma avvalendosi del dizionario italiano-latino per scegliere sinonimi e locuzioni equivalenti. Quello che dovrebbe apparire chiaro è che lo studio della lingua latina si fa sui testi, cioè su “organismi” vivi, il che implica la comprensione dei valori semantici, dei procedimenti retorici e stilistici, delle forme di eloquenza e dei linguaggi “speciali” (oratorio, epico, lirico, satirico, tecnico e via dicendo); insomma, lingua e letteratura – laddove, come nel caso del latino, entrambe siano rappresentabili solo mediante il testo scritto – sono talmente interconnesse da risultare quasi una cosa sola. Ma questo studio linguistico-letterario non può essere affrontato senza un metodo critico scientifico che tenga conto di tutte le risultanze (a loro volta problematiche) della filologia, della critica letteraria, della grammatica e della storia della lingua. Inoltre, questo studio non può essere svolto al di fuori di una prospettiva storica, senza, cioè, la consapevolezza che gli scritti letterari sono il documento di una civiltà nel suo divenire, e che se tale divenire non può essere compreso a prescindere da quei testi, nemmeno il messaggio dei testi può essere veramente esplicato se non in relazione a quel contesto. Infine, dovremmo essere coscienti che la scoperta della sostanza storica di un’opera non è data una volta per tutte, ma è una risposta sempre inedita alle domande proposte da sempre nuove generazioni di lettori; domande che nascono dalla sensibilità culturale e sociale contemporanea.
In definitiva, lo studio del latino ha come fine ultimo la condivisione – auspicabilmente, la piú ampia possibile – di una grande avventura della conoscenza: l’esegesi, l’ermeneutica, l’interpretazione e discussione critica delle opere letterarie. Purché sappiamo interrogare le pagine della letteratura mossi dalle sollecitazioni del nostro tempo, il latino, lungi dall’essere una lingua morta, parlerà attraverso i testi letterari alla nostra coscienza di contemporanei. Quale altro compito, piú grande e degno di entusiasmo, potrebbe proporsi la Scuola?

Pasquale Martino
 
da Pagina nostra. Storia e antologia della letteratura latina.
Risorse per l'insegnante (D'Anna, Firenze, 2012)