venerdì 6 aprile 2018

Francesco Laudadio


La sirena delle 10, una lezione di libertà
La Resistenza, il '68, il cinema

È attuale l’antifascismo? La domanda non suonerà impropria, ora che il fondamento antifascista – variamente declinato nel corso della storia repubblicana – sembra sfumare dal dibattito pubblico. Vero è che il sentimento civile degli italiani ci ha abituati anche a sorprese positive, a sussulti di consapevolezza di fronte a fatti simbolici e drammatici. Perciò è utile che dell’antifascismo si faccia la storia, in questo settantesimo della Costituzione; che si racconti il percorso di accoglimento e sistemazione dell’eredità antifascista e partigiana nella cultura delle generazioni che sono venute dopo, e si consegni questa riflessione al confronto con i giovani.
Capita dunque a proposito la commemorazione del regista Francesco Laudadio (1950-2005), che si terrà il 6 aprile a Bari, nel tredicesimo anniversario della morte prematura: un ricordo che prende spunto dalla presentazione di un libro postumo – rinvenuto fra i molti manoscritti inediti lasciati dall’autore e dato alle stampe nel 2016 in edizione fuori commercio – che ha per titolo La sirena delle 10 e, come spiega il sottotitolo, racconta l’organizzazione degli scioperi operai del marzo 1943 a Torino, il grande sommovimento che accelerò la caduta del fascismo e anticipò la Resistenza. Il volume è arricchito da una prefazione del leader sindacale Maurizio Landini, da una introduzione dello storico Alexander Höbel e da una nota finale di Piero Di Siena, che ha condiviso l’impegno politico giovanile di Laudadio. Il cineasta barese è stato fino al 1975 un protagonista del movimento studentesco e della sinistra nella città natale. E qui sia consentita una nota personale: questa è per me l’attesa occasione del riavvicinamento alla personalità fuori del comune di Francesco, con cui a quel tempo ho avuto un rapporto di cooperazione, discussione e anche scontro.

Studente del liceo Orazio Flacco alla fine degli anni ’60, Laudadio vi aggrega un attivo nucleo della Federazione giovanile comunista, dando subito prova di energia e intelligenza vivacissime, e dialogando con altre componenti del mondo liceale con cui dà vita al primo organismo rappresentativo di un istituto scolastico a Bari. Nel ’68, La Fgci di Laudadio guida l’Orazio Flacco ad affiancare – prima scuola barese – gli universitari nella lotta per il “potere studentesco”. Il collettivo di ragazzi e ragazze si prodiga pure nelle vertenze operaie, dall’occupazione delle Fucine Meridionali agli scioperi degli allievi apprendisti del Ciapi. Critico verso il Pci, che diffida della contestazione giovanile, il gruppo abbandona il partito nel ’69 per intraprendere un’azione di movimento il cui tema di fondo è proprio l’antifascismo, l’esempio dei partigiani, il rilancio di una “nuova Resistenza”. È infatti il tragico momento delle trame nere, di piazza Fontana, di un altro squadrismo che a Bari ha punti di forza: un neofascismo che inaugura la violenza col pretesto di combattere l’infiltrazione “rossa”. Non l’estrema sinistra, ma la «Gazzetta del Mezzogiorno» racconta l’aggressione gratuita di squadre fasciste armate di mazze e caschi contro un pacifico corteo di migliaia di studenti medi, il 10 dicembre 1970. Episodio cruciale e salto di qualità: i giovani del movimento si organizzano unitariamente nel Caa, Comitato antimperialista antifascista, di cui Francesco assume la leadership con suo fratello Felice (che ha rievocato questa esperienza in un romanzo autobiografico del 2005, Il colore del sangue). L’antifascismo è all’epoca l'altra faccia dell’antimperialismo, che si riconosce nella lotta del Vietnam e dei popoli del Terzo Mondo contro gli Usa, e non accetta più la guida dell’Urss ma si ispira alla Cina di Mao. È d’obbligo il richiamo alla Resistenza: il giornale del Caa è «Lotta partigiana», la firma del direttore responsabile è quella prestigiosa di Tommaso Fiore, leader dell’antifascismo intellettuale in Puglia durante il Ventennio (nel ‘71 sarà ancora una volta processato, per diffamazione, e assolto). Nessun ammiccamento verso chi allora (in altre città) sragiona su lotta armata e clandestinità.

Francesco Laudadio (a destra) con Billy Wilder
Il ’72 è un anno di svolta: la spinta del ’68 sembra interrompersi, ed è sempre Francesco tra i promotori dell’ingresso (o rientro) di gran parte del Caa nel Pci, per fare fronte comune contro la sterzata a destra del governo Andreotti. Seguono tre anni intensi di esperienza come dirigente comunista in Puglia, a contatto con le realtà bracciantili; poi la scelta di discontinuità, il trasferimento a Roma per assecondare la passione del cinema. Ma proprio il ’75 è l’anno in cui Laudadio si dedica alla scrittura, realizzando la bozza di trattamento cinematografico (molto simile a un romanzo) incentrata sugli scioperi del ’43. La riflessione sulla Resistenza è ancora il suo rovello; ma c’è in questo racconto anche molto ’68: gli studenti che si avvicinano agli operai per ribellarsi al regime; gli operai torinesi che si mescolano agli immigrati meridionali; la partecipazione delle ragazze alla lotta. C’è la lezione unitaria della Resistenza, soprattutto unità dal basso: alla paziente preparazione dei lavoratori comunisti si affianca man mano l’apporto dei socialisti, dei cattolici, di chi fino a poco fa è stato fascista in buona fede.  Prima di sviluppare tematiche diverse nella trentennale carriera di regista e sceneggiatore (che lo riporterà a Bari per girare La riffa, il film del ’91 con l’esordiente Monica Bellucci), e quasi a consuntivo del fervido tirocinio giovanile, Laudadio venticinquenne ha lasciato in queste pagine un ritratto della nostra aurora di libertà, che conserva una freschezza sorprendente.

Pasquale Martino  

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 5 aprile 2018

domenica 18 febbraio 2018

Il ’68 in Puglia/2


La Puglia operaia 
che scese in piazza con gli studenti


C’è stato in Puglia un ’68 operaio: un prologo dell’autunno caldo 1969, una avvisaglia che si concretizza nella dura vertenza contro le zone salariali e in numerose lotte aziendali le quali sfociano non di rado in occupazioni di fabbriche. Fin dall’inizio il ’68 del lavoro si intreccia col movimento studentesco (di cui abbiamo parlato nella «Gazzetta» del 20 gennaio scorso). Del resto, gli operai giovani hanno caratteristiche e storie somiglianti a quelle dei loro coetanei studenti. In una terra in cui soltanto il bracciantato e, in tempi più vicini, i lavoratori dell’edilizia vantano esperienze sindacali, operai e operaie della recente industria manifatturiera sono invece novellini apparentemente arrendevoli alla disciplina padronale. È questo in effetti uno dei criteri che negli anni ’60 sovrintendono alla nascita dei poli di sviluppo industriale nel Meridione e in Puglia: creare ricchezza e posti di lavoro, certo, ma nel contempo garantirsi contro il conflitto sociale. Anche a causa del suo entroterra di tradizione “rossa” (specie nel Nord Barese), probabilmente, Bari non è scelta per grandi insediamenti come Italsider e Montedison (nati a Taranto e a Brindisi), ma è preferita come luogo ideale per un’area di piccole e medie fabbriche che – si ritiene – consentiranno un controllo più capillare della forza lavoro occupata. Ciononostante l’investimento pubblico nella zona industriale di Bari, voluto dai conterranei Aldo Moro e Pietro Sette, presidente della finanziaria Breda controllata dallo Stato, è poderoso e ricco di risultati: una costellazione di fabbriche a partecipazione statale prevalentemente metallurgiche e meccaniche – Fucine Meridionali, Breda Hupp, Isotta Fraschini, Pignone Sud, Radaelli Sud e l’industria di pneumatici Firestone Brema – sorge accanto e intorno a solidi opifici come la vecchia raffineria Stanic e a industrie private quali le Officine Calabrese, il Tubificio Scianatico e le Acciaierie di Giovinazzo. La Fiat, che ha impiantato uno stabilimento a Lecce, preannuncia il suo ingresso nella zona industriale Bari-Modugno (aprirà nel 1970).
     Contrariamente al pronostico, l’avanguardia della lotta in Puglia nel 1968 è proprio il polo industriale barese. Ma come in un antefatto, analogamente a quanto è successo all’Università, il ciclo è aperto nel 1967 dagli operai del Calzaturificio del Sole, che occupano la fabbrica e ricevono il sostegno di studenti e giovani militanti: è il laboratorio del ’68. A febbraio sono già in corso vertenze aziendali in sette fabbriche metalmeccaniche, il clima sindacale si va decisamente riscaldando; anche gli autoferrotramvieri scendono in sciopero per più giornate, alla Sud Est e all’Amtab dove i bus vengono sostituiti da automezzi militari. Parte nel frattempo a livello nazionale la lunga lotta per la riforma delle pensioni (che otterrà, nel 1969, il sistema retributivo e la pensione sociale): il 7 marzo a Bari sfilano diecimila lavoratori (cifra della «Gazzetta»); il primo di tanti cortei sindacali che in quegli anni faranno risuonare di slogan le vie tranquille del capoluogo. Ma il il clamoroso atto inaugurale del movimento operaio, a maggio-luglio, sono i 47 giorni di occupazione delle Fucine Meridionali che pongono con forza il tema della democrazia nei luoghi di lavoro; e in autunno vengono occupati altri stabilimenti.
     Nel frattempo – mentre dilagano lotte aziendali in fabbriche finora assopite (Balsamo, Uniblok, Pollice, Palumbo) – s’è aperta la grande vertenza nazionale per abolire le odiose “gabbie” salariali (a Bari il salario è inferiore del 13% ai minimi tabellari) e conquistare finalmente la parità di retribuzione fra Nord e Sud. Alla prima giornata di sciopero generale (24 ottobre) aderiscono tutti i settori produttivi, sono paralizzati il porto e i trasporti di terra. Ancora due scioperi generali e cortei nel centro cittadino: il 14 novembre per la riforma previdenziale (in mattinata, tensione e scontro davanti a Calabrese e alla fabbrica tessile Hettemarks con manodopera femminile) e il 12 dicembre, con adesione anche di braccianti, poligrafici, lavoratori Amiu, Amgas, Sip, Poste e ferrovie in concessione. Esplode pure il movimento degli studenti medi nelle scuole di Bari e provincia, per ottenere il diritto d’assemblea – impensabile fino allora – e fra gli istituti ce n’è uno molto particolare: il Ciapi, Centro interaziendale di addestramento professionale per l’industria, attivo dal 1965 nel cuore della zona industriale, fiore all’occhiello della Cassa per il Mezzogiorno con i suoi 840 allievi che, sottoposti a un regime da caserma, dovranno diventare operai bravi e obbedienti. Al Ciapi scoppia una ribellione fra le più aspre, che si protrae per tutto il 1969 sostenuta da studenti universitari e medi. Nel ’68 il movimento studentesco aiuta gli operai nei picchetti davanti ai cancelli: senza queste barriere viventi molti lavoratori entrerebbero intimiditi dallo sguardo minaccioso degli addetti alle portinerie, che spesso agiscono da braccio armato delle direzioni aziendali. Organizzare picchetti e gruppi che vanno da una fabbrica all’altra per sostenere gli scioperanti è un compito dei sindacati metalmeccanici che nascono e crescono in breve tempo: il segretario della Fim-Cisl Franco Filieri tiene comizi volanti contro dirigenti e guardiani, che chiama con buffo epiteto «reazioncelli»; nel duro confronto con le squadre anti-sciopero spicca la determinazione del leader della Fiom-Cgil Paolo Pellicano. Emerge una giovane leva operaia che costruirà il sindacato: Giuseppe De Filippo della Isotta Fraschini, Margherita Di Ronzo e Caterina Spinelli della Hettemarks, e tanti altri.
     L’accordo per l’abolizione delle zone salariali è raggiunto a dicembre con le aziende pubbliche e a marzo ’69 con la Confindustria. Intanto, proprio nell’Università di Bari è attiva una illuminata scuola di diritto del lavoro guidata da Gino Giugni, fra i principali artefici del nuovo statuto dei diritti dei lavoratori che diventerà legge nel 1970. 

Pasquale Martino  


L’occupazione della fabbriche a Bari


A Bari c’è l’occupazione delle fabbriche. Nel 1967 un centinaio di ragazzi e ragazze che lavorano come operai con paghe di apprendisti negli ambienti insalubri del Calzaturificio del Sole sciopera chiedendo il rispetto del contratto di lavoro; la proprietà reagisce minacciando fallimento e licenziamenti; l’opificio viene occupato per 40 giorni, e i lavoratori fanno entrare studenti solidali, giovani militanti della sinistra e delle Acli. 
     L’occupazione più dirompente è alle Fucine Meridionali, fabbrica metallurgica del gruppo Breda (oggi privatizzata col nome di Fonderie Meridionali): le maestranze chiedono miglioramenti economici e salute in fabbrica. Agli scioperi la direzione risponde con la serrata dello stabilimento e con provvedimenti disciplinari tra cui il licenziamento in tronco del segretario della commissione interna Antonio Continisio. Di qui i 47 giorni di occupazione (27 maggio-11 luglio 1968) che impongono un tema inedito, il potere operaio che diventerà asse strategico di tutto il movimento in Italia fino alla istituzione dei consigli di fabbrica. La lotta unitaria – chiusa con un successo quasi completo (Continisio sarà comunque riassunto in un’altra azienda del gruppo Breda) – cementa il rapporto fra i tre sindacati confederali di categoria che daranno vita alla Flm, Federazione lavoratori metalmeccanici, e ottiene la mobilitazione per solidarietà delle altre fabbriche baresi nonché l’appoggio del movimento studentesco.  
     Circa 80 operai dell’Ati (Azienda tabacchi italiana) attuano uno sciopero a singhiozzo per ottenere aumenti salariali; per tutta risposta tre di loro vengono sospesi; dal 18 settembre lo stabilimento viene occupato per 43 giorni; infine i monopoli di Stato ne concedono la gestione a una cooperativa degli stessi lavoratori. All’Ucci (Unione cartaia e cartotecnica italiana) 34 dipendenti ricevono un preavviso di licenziamento: si decide l’occupazione della fabbrica, che dura 40 giorni a partire dal 13 ottobre, fino alla promessa di nuove commissioni che incrementeranno la produzione.  Durante le occupazioni gli operai si barricano dietro i cancelli, le famiglie portano generi di sussistenza, si attivano reti di solidarietà politiche e istituzionali, la «Gazzetta» e «l’Unità» scrivono cronache quotidiane. 
(P.M.)


«La Gazzetta del Mezzogiorno», 18 febbraio 2018

Leggi anche:
Il '68 in Puglia/1. Potere studentesco a Bari e a Lecce

Il '68 in Puglia/3. La rivolta delle campagne 



sabato 20 gennaio 2018

Il ’68 in Puglia/1


"Potere Studentesco" a Bari e a Lecce
La rivolta nelle Università 


Manifestazione studentesca a Lecce, 1968 (Archivio storico de "l'Unità")


A gennaio del 1968 la rivolta era già in corso nelle principali città universitarie d’Italia. Gli atenei pugliesi invece sembravano dormienti. C’era stato invero un antefatto, proprio un anno prima: a Bari il 29 gennaio 1967 gli studenti di Chimica avevano occupato il loro istituto; il rettore Pasquale Del Prete li aveva subito fatti sgomberare dalla polizia e aveva inoltre proclamato la serrata dell’Ateneo per alcuni giorni: atti inauditi, che sollevarono proteste perfino da parte del consiglio comunale e della FUCI, l’associazione degli universitari cattolici nella quale Del Prete aveva militato da giovane col suo amico Aldo Moro. Presero le distanze anche diversi docenti, tra cui il futuro rettore Aldo Cossu e il filologo Carlo Ferdinando Russo. Davanti all’Ateneo sbarrato molti studenti attuarono un sit-in subendo la carica della polizia. Bari insomma aveva inaugurato senza saperlo il prologo della ribellione universitaria, proseguito a febbraio del ‘67 con maggiore veemenza in altre città: Pisa, Torino, Venezia, Napoli, Trento. Una ouverture che fece maturare nel capoluogo pugliese “avanguardie” studentesche intenzionate a riprendere il discorso bruscamente interrotto. Un anno dopo, però, Bari latitava, mentre fu Lecce a scatenare la contestazione. L’Università del Salento – retta da una personalità di spicco, il democristiano Giuseppe Codacci Pisanelli, già membro della Costituente – venne occupata dagli studenti il 22 gennaio 1968: una occupazione “dura” che resisté parecchi giorni e fu sostenuta da una pronta mobilitazione delle scuole medie superiori, riuscendo a collegarsi con le altre realtà nazionali, tanto da essere raccontata da «l’Unità» e da «Quindici», il periodico del Gruppo ’63 che fece quasi da portavoce del movimento sessantottesco. Su ciò sta per uscire un libro dello storico salentino Silverio Tomeo.

Assemblea del 2 marzo 1968, aula prima di Lettere
(foto Ficarelli, "La Gazzetta del Mezzogiorno")
    Bari dové aspettare fino al 2 marzo, quando – dopo un intenso lavoro preparatorio che comprendeva una rudimentale inchiesta con questionario fatto girare fra gli studenti – venne finalmente convocata una assemblea generale nella facoltà di Lettere e Filosofia. Proprio il giorno precedente si era svolta a Roma la battaglia di Valle Giulia fra polizia e studenti, uno degli episodi cruciali del ’68 italiano. Cosicché la notte fra il 1° e il 2 marzo un gruppo avventuroso di universitari baresi – poi ammantato di una sorta di leggenda che lo soprannominò «sporca dozzina» – tentò di occupare l’Ateneo senza però riuscirci, a causa della vigilanza del rettorato. L’assemblea dell’indomani fu comunque un evento straordinario, debitamente riferito dalla «Gazzetta del Mezzogiorno», che parlò di «una affollatissima assemblea nell’aula prima della facoltà di Lettere», con «oltre mille studenti di varie facoltà che hanno gremito l’anfiteatro e i corridoi adiacenti». Il quotidiano pubblicò anche una fotografia che mostrava, pendente sulla presidenza dell’aula strapiena, la scritta Potere Studentesco: e con questo slogan, finalmente, fu ’68 anche a Bari. Prima vennero i «controcorsi», la didattica alternativa, le assemblee permanenti, il braccio di ferro con i docenti; quindi arrivarono anche le occupazioni, a Lingue (facoltà numerosissima, stretta allora in angusto condominio con Economia e Commercio), poi a Lettere, a Giurisprudenza, in tutto l’Ateneo; il movimento cresceva nelle sedi universitarie (la «Gazzetta» registra 42 assemblee nei mesi di marzo e aprile) con interessanti sviluppi a Fisica e al Campus, mentre nelle scuole si muoveva solo l’agguerrito liceo Orazio Flacco. Ma il turno degli istituti scolastici verrà nell’autunno dello stesso anno, quando scioperi e manifestazioni scuoteranno tutte le scuole medie superiori – dal Giulio Cesare al Vivante, dal Bianchi Dottula al Marconi allo Scacchi e così via – in lotta per ottenere l’elementare e negato diritto di assemblea, e favoriranno l’incontro con i cortei dei lavoratori che si battono contro le gabbie salariali. Ne parleremo un’altra volta.  
     Torniamo alle università. Bari era allora il terzo polo universitario italiano dopo Roma e Napoli; aveva una popolazione studentesca in gran parte pendolare e fuori sede, proveniente dalle province di Bari, Foggia, Taranto, dalla Basilicata e dalla Calabria. L’Ateneo leccese, di nascita recente, contava su un minore numero di facoltà e di iscritti, appartenenti alle tre province salentine. L’incontro e la concentrazione di ragazzi e ragazze di tanti territori lontani e di comuni disseminati costituì un grande fattore di organizzazione e di presa di coscienza generale. I due atenei diventarono il “cervello collettivo” di una giovane generazione pugliese e lucana che si proiettava verso orizzonti più vasti: non a caso i leader del movimento universitario a Bari e a Lecce – primi inter pares nei comitati che dirigevano le lotte – furono rispettivamente Piero Di Siena di Rionero in Vulture in provincia di Potenza (futuro segretario regionale del PCI di Basilicata e senatore) e Pietro Mita di Ceglie Messapica in provincia di Brindisi (diventerà deputato e sindaco della sua città). 
     La ribellione coinvolse migliaia di ragazzi delle nostre regioni, a cerchi concentrici e con diversi gradi di intensità; vi si mescolavano cause materiali e motivi ideali. Da un lato una condizione di studente-massa privo di strumenti, di servizi, di “potere”, dentro una struttura universitaria opprimente che riproduceva le diseguaglianze sociali; di qui la disubbidienza all’autoritarismo accademico, la rivendicazione di democrazia e gratuità degli studi. Dall’altro la consapevolezza che la propria lotta era legata da molteplici fili ad altri processi di liberazione, riguardanti le classi lavoratrici meridionali (nel ’67 la Puglia era stata attraversata da una potente protesta bracciantile) nonché popoli e movimenti di ogni continente. Era l’educazione di una gioventù di origini borghesi ma anche operaie e contadine, animata da profonde istanze egualitarie; nell’immediato, essa avrebbe ottenuto qualche respiro e qualche spazio di libertà; attraverso le prove difficili negli anni futuri, avrebbe dato una spinta a ridisegnare – almeno per un po’ – un’Italia migliore.

Pasquale Martino
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 20 gennaio 2018           

        
Movimento, riviste, editoria

    A scrivere delle lotte universitarie di Bari è per prima la grande rivista di cultura «Belfagor», che pubblica nel marzo 1967 un vivace intervento del direttore Carlo Ferdinando Russo, con lo sguardo rivolto anche a Pisa e Torino. La “lavorazione” della rivista è divisa a metà fra Marina di Pietrasanta sede della redazione e Bari dove C. F. Russo insegna Letteratura greca e Filologia classica. Su quello stesso numero si legge uno dei primissimi scritti di Luciano Canfora. L’occupazione di Lecce trova spazio invece su «Quindici», rivista d’avanguardia e “di movimento” fondata dal Gruppo 63, che nel n. 8 di febbraio-marzo 1968 ospita una riflessione di Pietro Mita. Nel comitato di agitazione a Lecce si distingue il giovane Piero Manni, che fonderà una battagliera casa editrice. A proposito, anche gli editori si stanno adoperando in gara per realizzare al più presto libri che rispecchino il ’68 ormai al suo apice. Ad aprile l’editrice barese Laterza stampa il volume Documenti della rivolta universitaria, «a cura del Movimento studentesco» riconosciuto come soggetto politico-culturale; vi sono riprodotti i materiali delle occupazioni di varie città (fra cui Trento, Torino, Milano) ma non di Bari; Mario Santostasi che è in redazione vorrebbe inserire anche questa, ma non c’è tempo: nello stesso mese pure Marsilio, a Padova, esce con una silloge di documenti delle principali città (Università: l’ipotesi rivoluzionaria). A marzo-aprile appare il numero monografico 28-29 di «Problemi del Socialismo» intitolato La rivolta studentesca in Italia, Stati Uniti, Germania federale. Il periodico diretto da Lelio Basso – figura carismatica dell’antifascismo ed esponente di primo piano del PSIUP – comprende un articolo di Giuseppe Trulli, barese, segretario nazionale della federazione giovanile del PSIUP e futuro segretario regionale della CGIL in Puglia. A Bari il partito della estrema sinistra socialista, guidato dal segretario provinciale Giacomo Princigalli, è uno spazio accogliente in cui le idee del movimento studentesco internazionale si confrontano con le suggestioni del marxismo eretico e del terzomondismo. Altri editori baresi non restano fermi. De Donato pubblica a giugno L’anno degli studenti di Rossana Rossanda, quasi un primo bilancio del ’68: va a ruba ed è ristampato a novembre. La Rossanda è impegnata inoltre con l’editore Raimondo Coga, che per la Dedalo incomincerà a stampare a Bari nel gennaio ’69 «il Manifesto» mensile, le cui tesi politiche costeranno al gruppo redazionale una rapida estromissione dal PCI. Ma già nel ’68 Dedalo fa uscire l’edizione italiana della «Monthly Review», tribuna prestigiosa della nuova sinistra americana, e include nel numero 10 di ottobre una sintesi – curata dalla redazione italiana – sul convegno nazionale del movimento studentesco tenutosi un mese prima a Venezia, a cui hanno partecipato delegazioni da Bari e Lecce.

P. M.

sabato 4 novembre 2017

I Cento anni dell’Ottobre (1917-2017)


Scuola e cultura nella Rivoluzione russa
Lunaciarskij e il commissariato del popolo all’Istruzione

Quando, dopo aver preso il potere il 7 novembre 1917, i bolscevichi presentarono al congresso dei Soviet la lista dei commissari del popolo – i nuovi ministri – la lettura di un solo nome eguagliò gli applausi clamorosi suscitati dai nomi di Lenin e Trotskij: quello del commissario alla Istruzione, Anatolij Lunaciarskij. Grazie a uno spiccato talento di conferenziere e oratore instancabile, il quarantaduenne intellettuale era diventato una delle personalità più popolari della rivoluzione; veniva ora messo a capo di una formidabile impresa: creare una nuova scuola e armonizzare il patrimonio della cultura russa col progetto di una società egualitaria. Da figure come la sua, poco ricordata, sarebbe interessante prendere le mosse per rileggere la complessità di un evento epocale il cui centesimo anniversario ci capita fra capo e collo un quarto di secolo dopo la fine dell’Urss, mentre con quella storia ci sembra di non aver più a che fare.

Marxista dalla adolescenza, Lunaciarskij aveva vissuto all’estero per scelta e poi per l’esilio impostogli dalla polizia zarista. Studiò a Zurigo, dove conobbe Rosa Luxemburg. Soggiornò in Italia: a Firenze, a Capri (ospite di Maksim Gorkij), a Napoli (e qui apprezzò il teatro popolare di Scarpetta e Di Giacomo), in Abruzzo, a Bologna (dove incontrò Giovanni Pascoli). Conosceva bene la lingua e la letteratura italiane; nel ’24 ingaggerà una disputa storico-letteraria su Dante, da lui interpretato come espressione non del Medioevo, ma della età di transizione.
Alla caduta dello zar, nel ’17, arrivò a Pietrogrado poco dopo Lenin, di cui condivise le scelte in quella fase cruciale. Sebbene fosse soprattutto un critico e uno scrittore, ebbe un ruolo di rileivo nell’Ottobre, attestato anche dal celeberrimo reportage di John Reed Dieci giorni che sconvolsero il mondo. Guidò poi il Narkompros (Commissariato del popolo all’Istruzione) come un collettivo, circondandosi di collaboratori fra cui Nadezda Krupskaia, non soltanto “moglie di Lenin”, ma intelligente organizzatrice, insegnante e pedagogista. Duro compito degli inizi fu convincere gli insegnanti ad appoggiare il nuovo corso; e durissimo fu combattere l’analfabetismo, sopperire all’indigenza in cui versavano molti docenti, accrescere il numero degli asili per ospitare le miriadi di bambini abbandonati e orfani di guerra. Nel contempo, il Narkompros lanciò l’utopica «scuola unificata del lavoro», che doveva essere ambiziosamente uguale per tutti, obbligatoria fino a 17 anni, gestita democraticamente, laica e politecnica, non professionalizzante. Numerose sperimentazioni furono messe in atto e si resterebbe sorpresi nello scoprire quale dibattito acceso e pluralistico si sviluppò sulle concezioni e sui metodi educativi, specie a proposito del rapporto scuola-lavoro. Fra tentativi e susseguenti riordini in quel caotico momento si gettarono le basi di un sistema formativo che favorì una relativa mobilità sociale nell’Urss.

Ma il Narkompros aveva competenza anche su musei, teatri, beni culturali e promozione della cultura: Lunaciarskij ebbe il merito di mediare con tenacia fra il Proletkult (il vasto movimento che propugnava una «cultura proletaria»), le avanguardie artistiche (cubofuturismo, costruttivismo, il LEF o Fronte della sinistra nell’arte sostenuto dal poeta Majakovskij) e i cosiddetti «compagni di strada», artisti e scrittori più legati alla tradizione, come il poeta simbolista Aleksandr Blok. Finché durò la mancanza di carta e il conseguente crollo della produzione libraria, si moltiplicarono le pubbliche letture di poesia e gli spettacoli teatrali, diffusi anche nelle scuole. Mentre pittori già affermati come Kandinskij e Chagall collaboravano col ministero, nascevano – per diventare punti di riferimento mondiali – il formalismo russo di Viktor Sklovskij nella teoria e critica della letteratura, il teatro biomeccanico di Mejerchold, la fotografia e la grafica pubblicitaria di Rodcenko, la cinematografia con una leva di registi (Eistenstein, Dziga Vertov), tecnici e attori; erano attrici di cinema anche la seconda moglie di Lunaciarskij, Natalia Rosenel, e Lili Brik, amata da Majakovskij, ritratta da Rodcenko nella foto di un famoso manifesto della rivoluzione, nei panni di una giovane popolana che grida: knighi! (libri!). Un’operazione decisiva fu il coinvolgimento della prestigiosa Accademia delle Scienze, fondata da Pietro il Grande, che in seguito diventò Accademia delle Scienze dell’Urss e garantì una parziale autonomia alla élite accademica durante i periodi più oscuri dello stalinismo conseguendo risultati di valore in vari ambiti, dalla fisica alla storia.

Nel 1923 Lunaciarskij pubblicò quello che resta forse il suo libro più noto: Profili di rivoluzionari, schizzi vivaci che per esempio ritraggono l’allegria e la cordialità innate di Lenin e – in tempi in cui ciò era ancora possibile – presentano Trotskij innegabilmente come il «secondo leader» della rivoluzione, mentre ignorano Stalin. Il volumetto non fu più ristampato in Russia fino al ’65, quando riapparve in edizione emendata; in Italia fu pubblicato integralmente nel 1968 per felice scelta editoriale del barese De Donato. Lunaciarskij era estraneo alla lotta di vertice nel partito: uscì indenne dal drammatico scontro degli anni ’20 che vide la caduta di Trotskij e l’affermazione di Stalin. Commissario fino al ’29, nominato nel ’33 ambasciatore a Madrid, morì durante il viaggio di trasferimento. La prematura scomparsa (a 58 anni) lo preservò, probabilmente, dalla ondata delle purghe che si abbatté sulla vecchia guardia bolscevica. Nel frattempo, l’irripetibile fervore culturale e politico dei primi anni si era spento, sostituito dalla opacità di un regime repressivo nel quale discussioni e polemiche alla luce del sole non erano più pensabili.     

Pasquale Martino
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 4 novembre 2017

Immagini:

Manifesto propagandistico di Aleksandr Rodcenko. La donna ritratta è l’attrice Lili Brik, che lancia l’appello ai libri. 

Manifesto per una conferenza di Lunaciarskij (dal volume: Religione e socialismo, Guaraldi, Rimini, 1973). La scritta dice:  “…Il mondo è per il proletario uno sconfinato, ininterrotto torrente di forze, una eterna cascata di inesauribile energia”… Circolo Moderno, sabato 11 novembre 1917, conferenza di A. Lunaciarskij “Nel regno del socialismo”. A beneficio del circolo proletario. Ingresso gratuito per i membri del circolo.

Copertina del libro Profili di rivoluzionari (De Donato, Bari, 1968). 


venerdì 21 luglio 2017

Memorie di un prigioniero di guerra


Giovanni Tedone in Etiopia (1896-97) 
Una storia e un libro dimenticati

1937, ottanta anni fa: il regime fascista celebra con una spietata repressione in Africa Orientale i fasti dell’Impero proclamato un anno prima; in Italia muore un semisconosciuto sessantacinquenne, Giovanni Tedone. È nato a Ruvo di Puglia nel 1872 e avrebbe aspirato alla sua parte di fama se non fosse stato messo in ombra dal fratello maggiore, il ben più noto Orazio, illustre uomo di scienza cui è intitolato il liceo di Ruvo. Giovanni invece intraprende la carriera militare; ma ciò fa di lui, inaspettatamente, il protagonista di due storie non comuni.
La storia-madre è davvero straordinaria: in qualità di sergente dei bersaglieri, Tedone partecipa alla battaglia di Adua il 1° marzo 1896 contro l’armata del negus Menelik II, sopravvive alla carneficina (oltre seimila soldati uccisi in un solo giorno, il più grave disastro dell’esercito italiano prima di Caporetto) e resta prigioniero in Etiopia per un anno. La storia-figlia è la vicenda del libro che narra la drammatica esperienza. Le memorie del sergente ruvese (nel frattempo diventato maresciallo) attendono quasi vent’anni prima di andare in stampa, nel 1915, per le edizioni del «Sottufficiale Italiano», col titolo I ricordi di un prigioniero di Menelik. L’Italia sta entrando nella Grande Guerra, Tedone è addetto allo stato maggiore di Cadorna e ciò facilita forse la pubblicazione del libro, recensito bene dallo scrittore Antonio Baldini. Tuttavia la memoria di una sconfitta risulta poco interessante: l’Italia si è rifatta prendendosi la Libia e ora marcia verso Trento e Trieste. Anche la ristampa del 1922 ha scarso successo. Di queste prime edizioni il Sistema bibliotecario nazionale non censisce oggi più di una dozzina di copie nelle biblioteche italiane (nessuna in Puglia). 
Neppure la conquista dell’Etiopia nel 1936 fa uscire il volume dal dimenticatoio. Tedone si spegne ma la storia del libro continua. Esso è riscoperto da un intellettuale di genio, il napoletano Nino Sansone (1915-1968), originario di Ostuni, giornalista de «l’Unità» e figura singolare della cultura meridionale e nazionale. A Bari, nel dopoguerra, Sansone partecipa alla breve impresa del quotidiano «La Voce della Puglia»; animatore della casa editrice milanese Giordano, ritrova il memoriale del sottufficiale ruvese e lo ripubblica nel 1964 col nuovo titolo Angerà: il pane tradizionale etiope di cui Tedone si nutrì nei lunghi mesi di prigionia. Questa bella edizione, arricchita da una sostanziosa nota dello stesso Sansone, ebbe migliore sorte ma non “sfondò” più di tanto; il Sistema bibliotecario ne registra una quarantina di presenze di cui quattro in Puglia (due a Bari). A quel punto, il Paese preferiva scordare un passato coloniale punteggiato da insuccessi e da atrocità imbarazzanti. Ancora oggi si tende a pensare che quella storia sia una nicchia per specialisti. Ma proprio il massimo studioso del colonialismo italiano, Angelo Del Boca, ha dato la giusta importanza di documento storico al libro dimenticato di Tedone.
L’autore di Angerà non sfugge al pregiudizio di una superiorità “bianca”; resta insensibile alla cultura e alla civiltà millenarie del Corno d’Africa, facendo proprio lo stereotipo della barbarie e della arretratezza incolmabile. Tanto maggiore è la sua credibilità quando afferma verità scomode: l’incompetenza dei comandi militari e il calcolo politico sbagliato del governo Crispi, responsabili dell’attacco e della disfatta; il trattamento non certo disumano riservato dagli etiopi ai duemila prigionieri, i quali – scampati  alla furia vendicativa delle prime 24 ore dopo la battaglia – vivono poi una condizione dura, sì, ma non più dei loro vincitori. Il cibo è lo stesso per tutti – l’angerà con un intingolo di capra piccantissimo che sconvolge il palato –, le condizioni igieniche sono quelle comuni, la marcia di trasferimento da Adua a Addis Abeba è a piedi per tutti: un esercito popolare in cammino, quasi un esodo biblico, con animali, famiglie, servitori e prigionieri al seguito. Poi il grosso dei soldati italiani viene disperso nel vasto territorio: Tedone va nella provincia di Harar, a prevalenza islamica e annessa di recente all’impero del negus. Vive ospite di una giovane vedova benestante, che non disdegnerebbe di sposarlo (ma lui non ci sta). Una descrizione inedita è quella di Harar con le sue cinque porte, il minareto, il mercato, il palazzo di ras Makonnen (padre del futuro negus Haile Selassie): è la città dove fino a pochi anni prima (ma Tedone non lo sa) il poeta Arthur Rimbaud ha vissuto trafficando in armi e in altre merci. Con gli accordi Italia-Etiopia arriva infine la liberazione. Il rimpatrio è rattristato però dall’atmosfera di sospetto, dalle accuse di viltà (che si riproporranno su larga scala contro i prigionieri italiani nel 1918). La nave che trasporta Tedone e i commilitoni attende all’ancora, al largo di Napoli, per sbarcare il suo carico umano a mezzanotte, di nascosto. Con pretesti burocratici i reduci vengono depredati degli oggetti che hanno portato per ricordo; a Tedone è tolta una bella mantellina di Harar. In seguito – riconoscimento amaro e un po’ beffardo – gli verrà data una medaglia di bronzo.

Pasquale Martino      
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 21 luglio 2017



  

mercoledì 3 maggio 2017

Valentino Parlato

Il comunista che venne dall'Africa
Ricordi baresi sul giornalista e intellettuale che fondò «il Manifesto»

Valentino Parlato è stato un personaggio popolare. Quel sorriso spontaneo, amabile e ironico, lo sguardo arguto e accattivante, una certa aria dimessa, lo rendevano simpatico; e qualche intervista televisiva o apparizione in un talk show lo hanno fatto conoscere anche al di fuori del mondo della sinistra, al quale apparteneva per vocazione ostinata. Era facile incontrarlo nelle manifestazioni, a Roma, oppure per strada, la sigaretta sempre fra le dita; era facile mettersi a parlare con lui. Ma spesso lo si vedeva in altre parti d’Italia, a discutere di politica e cultura. Molti lo ricordano a Bari, al Bif&st dello scorso anno. Anche a me è successo di parlare con lui varie volte, ma quella che mi è rimasta più impressa è la volta che, tanti anni fa (nel 1982), gli telefonai alla sede del «Manifesto» – il quotidiano di cui era il direttore – per proporgli di pubblicare la mia ricostruzione della rivolta degli edili di Bari, nel ventennale. Mi dette una risposta scettica, che probabilmente – mi venne poi da pensare – era la prima risposta che dava a tutti, nella sua responsabilità di direttore (è tornato a esserlo ripetutamente, per il quotidiano che aveva contribuito a fondare). Pochi giorni dopo, a sorpresa, il «Manifesto» uscì col mio servizio in un paginone, cosa che mi riempi di orgoglio. Il «quotidiano comunista», e Parlato con i cofondatori, erano punti di riferimento ammirati, quasi mostri sacri (sebbene questa definizione non si adatti una figura cordiale). 
Non c’è spazio qui per raccontare la sua storia lunga e intensa, e altri lo faranno molto meglio di me. Un paio di cose vanno però ricordate, che ci riguardano da vicino. Il giovane Parlato fu il curatore di una raccolta assai fortunata di scritti di Gramsci sulla questione meridionale (Editori Riuniti, 1966), in collaborazione con il non dimenticato Franco De Felice, barese di adozione e valoroso storico del movimento operaio. I due firmarono anche la densa introduzione del volumetto, che aiutò la generazione del ’68 ad avvicinarsi al grande pensatore sardo e ad appassionarsi a un meridionalismo teoricamente agguerrito e nient’affatto lamentoso. Parlato – che ha vissuto a lungo ad Agrigento – era un giornalista dell’«Unità» e di «Rinascita», uno studioso di economa politica e un curatore di volumi di classici del pensiero economico (Adam Smith) e marxista (Engels, Lenin). Ma la svolta arriva con la nascita del «Manifesto», che nel 1969-71 è ancora una rivista mensile, e si pubblica a Bari, per la casa editrice Dedalo di Raimondo Coga: un pioniere della nuova editoria di saggistica “militante” che nel capoluogo pugliese può contare pure su De Donato e Laterza. E nel 2015, alla morte di Coga, sarà non a caso proprio Parlato a scrivere sul «Manifesto» una bella commemorazione dell’editore barese. Intanto, sulla rivista eretica, Parlato scrive di economia nell’ottica del fenomeno storico che si va imponendo: la nuova lotta operaia, la giovane generazione dell’Autunno Caldo. Arriva però lo scontro col suo partito, la radiazione di tutto il gruppo dal Pci. Ed ecco l’avventura grande: il «Manifesto» quotidiano che sarà voce e specchio di un mondo operaio, studentesco e intellettuale mosso da fervide speranze specialmente nel decennio ’70.
Il tratto eterodosso e anticonformista gli era sempre stato congeniale. Pochi anni fa, quando la coalizione occidentale intervenne contro Gheddafi, Parlato si distinse dal coro non certo per difendere il despota ma per criticare le ragioni dell’intervento militare, per mettere in guardia dagli effetti (che si sono puntualmente verificati) della distruzione di un sistema di compromesso cui si sostituiva il caos programmato. Valentino conosceva bene la storia della Libia e amava quel paese: era nato a Tripoli, sotto il dominio italiano; lì era diventato comunista: per questa sua appartenenza politica, nel 1951 l’amministrazione controllata dagli inglesi lo espulse dalla ex colonia. Il suo itinerario nasceva in qualche modo eccentrico, lo conduceva in Italia e in Europa a partire dagli orizzonti di un altro continente che stava rivendicando la propria libertà.

Pasquale Martino   

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 3 maggio 2017 

mercoledì 26 aprile 2017

Giuseppe Zannini, seconda puntata

Bari – Bologna – Mauthausen  
Una storia che viene alla luce

Gruppo della Fuci di Bari con Aldo Moro, Pompei 1941.
Fotografia inedita, concessa da Ida Lamacchia (seconda da destra in piedi)
Continua a riaffiorare la storia sommersa di Giuseppe Zannini, nato a Bari il 2 febbraio 1917, entrato nella Resistenza a Bologna nel 1943, arrestato dai tedeschi il 21 maggio 1944, deportato a Mauthausen dove morì per sfinimento il 15 maggio 1945 (data presunta) subito dopo la liberazione del Lager. Una storia che abbiamo raccontato su questa pagine («La Gazzetta del Mezzogiorno», 26 gennaio 2017) componendo per la prima volta le rare e sparse notizie esistenti con alcuni materiali d’archivio che erano rimasti inesplorati. L’articolo della «Gazzetta» e il ritratto fotografico che abbiamo rinvenuto con l’archivista dell’Università di Bari sono stati pubblicati anche nel  sito Storia e Memoria di Bologna 
della Istituzione Bologna Musei, emanazione del Comune per la  memoria storica, così importante in quella città dove la guerra, l’occupazione germanica e la lotta di liberazione hanno lasciato il segno.
Ma la ricerca sta dando ulteriori frutti. Grazie al liceo scientifico Arcangelo Scacchi di Bari e al suo dirigente, sono stati trovati nell’archivio della scuola i registri generali dei voti che permettono di ricostruire gli ultimi anni del curriculum scolastico di Zannini (1933-1936): un allievo che non è quasi mai assente ed è promosso con la media del sette, ottenendo la dispensa parziale dalle tasse. Nell’ultimo anno ha però una defaillance, conseguendo la maturità soltanto nella sessione autunnale. Iscrittosi a Scienze politiche, ha un vero exploit: supera tutti gli esami con voti alti e arriva alla laurea, il 6 giugno 1940, con una media di 106,7, ottenendo il punteggio finale di 110 e lode. L’argomento della tesi in economia politica, Modernità di Galiani nella teoria del valore, fa comprendere gli interessi di Giuseppe specie se si pensa che il relatore è Angelo Fraccacreta: docente prestigioso e non allineato, già firmatario del manifesto antifascista di Benedetto Croce nel 1925 e primo rettore democratico dell’Ateneo barese dopo la caduta del fascismo. Ma in facoltà Zannini ha un altro incontro decisivo: quello con il quasi coetaneo Aldo Moro, giovanissimo docente nonché dirigente della Fuci. La federazione degli studenti universitari cattolici, in cui milita Giuseppe, è uno spazio relativamente autonomo dal regime. Ha conservato viva memoria di quegli anni Ida Lamacchia Mininni (classe 1920), allora studentessa di Lettere a Napoli ma iscritta alla Fuci di Bari, cara amica di Rina Moro e per suo tramite del fratello Aldo. La signora Lamacchia, che ha parlato a lungo con noi, non ricorda Zannini (le sezioni maschili e femminili della Fuci si incontravano solo in alcuni momenti) ma rievoca le riunioni presso la chiesa dei domenicani, l’attività di assistenza rivolta ad anziani e infermi, le gite, le conferenze di Moro; in occasioni speciali, rammenta, comparivano nei dintorni i carabinieri. «Eravamo sorvegliati», dice. L’amicizia fra Moro e Zannini, attestata dalle memorie della madre, della fidanzata e dell’amico bolognese Achille Ardigò, è confermata da quanto è a conoscenza di Renato Moro (nipote dello statista e fra i maggiori studiosi della sua biografia politica) il quale ci ha scritto cortesemente dicendosi convinto che il rapporto fra i due giovani possa essere documentato nelle carte di Moro, tuttora non riordinate e non accessibili come non lo è al momento l’archivio nazionale della Fuci.

Carta personale del prigioniero Zannini a Mauthausen
1.1.26.3 / 1856431 ITS Archives Bad Arolsen 
È stato invece possibile trovare un fascicolo di straordinario interesse: i documenti di Mauthausen, conservati nel grande archivio della deportazione, a Bad Arolsen in Germania. Vi si trova la «carta personale del prigioniero» (Häftlingspersonalkarte) con il numero di matricola 82553 e il disegno di un triangolo (che cucito sulla casacca era di colore rosso), all’interno l’abbreviazione It. (Italia) e, accanto, Sch. (Schutz, «sicurezza», sigla che indica i deportati politici). Si leggono poi le generalità di Zannini e la descrizione (fra cui: altezza 1,77, nessun segno caratteristico, lingue parlate il tedesco e il francese oltre all’italiano), il luogo di cattura (San Lazzaro di Savena nella cintura bolognese), e la spedizione verso il Lager il 7 agosto ’44 tramite la Sipo (polizia politica) di Verona.
Zannini, impiegato in banca, fu arrestato nel corso di un blitz delle SS che coinvolse il convento di Santa Maria dei Servi dove il giovane era ospitato. Fu il tentativo di disarticolare sul nascere il movimento antifascista cattolico che Giuseppe con i suoi amici della Fuci di Bologna stava costruendo coraggiosamente. Tentativo fallito, perché il giovane bancario non rivelò nomi, la retata non si allargò, la brigata partigiana “cattolica” (la 6a Brigata Giacomo) prese il suo posto nella lotta di liberazione nel capoluogo emiliano. Dopo la guerra fu riconosciuta a Zannini la qualifica di partigiano. A Bari, lo commemorarono i colleghi di lavoro del Credito Italiano, pubblicando un necrologio sulla «Gazzetta» del 31 marzo 1946. Fra i parenti rimasti (Giuseppe non aveva fratelli né figli) se ne perse la memoria, e non abbiamo trovato tracce di altre iniziative in suo ricordo.
Mentre la ricerca non si ferma, si sa già quanto basta perché le istituzioni pubbliche (il Comune, la Scuola, l’Università), e non solo loro, assumano l’impegno della memoria. Giuseppe Zannini deve tornare a essere conosciuto nella città e nella regione e onorato per aver dato la vita in nome della libertà.

Pasquale Martino    
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 26 aprile 2017 


Leggi anche: Il partigiano ritrovato (prima puntata)