giovedì 16 febbraio 2017

Debra Libanos

La strage dei cristiani nell’Africa italiana
80 anni fa l’eccidio ordinato da Graziani


Si arriva a Debra Libanos – un centinaio di chilometri a nord di Addis Abeba – percorrendo nell’ultimo tratto una strada costeggiata da mercatini a disposizione di chi va in pellegrinaggio al più importante monastero copto d’Etiopia. La grande chiesa è sempre piena, molti fedeli si assiepano fuori dei cancelli e sui declivi circostanti per partecipare alle funzioni. Un monaco accompagna i visitatori nelle stanze del museo annesso al convento: vi si racconta la storia del «Monte Libano» (questo è in lingua amarica il significato del nome) fondato nel XIII secolo da Tecla Haimanot, il più venerato santo nazionale.
A Debra Libanos non c’è un visibile ricordo del massacro di 80 anni fa; a parte, in modo indiretto, il tempio ricostruito da mano italiana dopo la guerra: una parziale e tacita espiazione per l’atroce rappresaglia di Rodolfo Graziani. Ad Addis Abeba invece gli eccidi perpetrati dopo l’attentato del 19 febbraio 1937 al viceré italiano sono ricordati da un obelisco con altorilievi nella centrale piazza Yekatit 12 (che indica la stessa data nel calendario etiope). 
Erano trascorsi meno di dieci mesi dall’occupazione dell’Abissinia; l’impero italiano combatteva con pugno di ferro contro una resistenza armata ininterrotta. La conquista dell’Etiopia era stata, insieme, l’ultima guerra del vecchio colonialismo e la prima guerra di aggressione del fascismo europeo, condotta con una mobilitazione straordinaria dell’apparato militare-industriale e con metodi di sterminio. Allo stesso modo, la gestione del paese conquistato era affidata a un regime militare che praticava la sistematica liquidazione dei capi ribelli, la persecuzione della classe dirigente indigena e la discriminazione razziale. La “normalizzazione” era guidata dal maresciallo Graziani, pupilla del fascismo, già distintosi per avere represso la rivolta della Cirenaica deportando in campi di concentramento quasi l’intera popolazione. Quando due oppositori eritrei, quel 19 febbraio, lanciarono bombe a mano durante una cerimonia del regime ad Addis Abeba, causando sette morti e numerosi feriti (fra questi ultimi anche Graziani), si scatenò una barbara caccia all’uomo: per tre giorni i residenti italiani della capitale, soldati e civili, furono chiamati a raccolta dalle camicie nere per scatenare la devastazione nei quartieri indigeni, il linciaggio e il massacro di innocenti. Le vittime furono decine di migliaia secondo le fonti etiopi, almeno tremila accertate secondo Angelo Del Boca, il massimo studioso del nostro colonialismo. Fu una vendetta su vasta scala e senza alcun fondamento legale, apertamente riconosciuta dal federale fascista di Addis Abeba che il 21 febbraio affisse un manifesto per ordinare la cessazione della rappresaglia. Ma era solo l’inizio di una lunga strage, che proseguirà con centinaia di esecuzioni sommarie, con le deportazioni e il tentativo di decapitare l’intellighenzia etiope e il clero copto, eliminando perfino i cantastorie ambulanti, rei di profetizzare poeticamente la fine del dominio italiano. Un’operazione che oggi si definirebbe di pulizia etnica, anticipatrice degli orrori della Seconda guerra mondiale.

Al culmine c’è Debra Libanos. Tre mesi dopo l’attentato, a freddo, le truppe del generale Pietro Maletti vengono inviate a regolare i conti con i vertici della chiesa nazionale, attaccando il grande monastero dove – secondo il risibile pretesto – avrebbero trovato rifugio gli attentatori di febbraio. Il 19 maggio i monaci vengono imprigionati nella chiesa; il giorno dopo sono trasferiti a gruppi, con i camion, in una località scelta appositamente; qui, allineati, coperti da un telone, vengono fucilati, quindi finiti con il colpo di grazia. La stessa sorte tocca poi a tutti i giovani diaconi. Mai prima un massacro è stato altrettanto chiaramente documentato come questo, di cui resta lo scambio di telegrammi e dispacci fra Maletti, Graziani e Mussolini. Gli stessi massacratori forniscono la cifra di 449 fucilati: sono le Fosse Ardeatine del fascismo italiano. Ed è il più grande eccidio di cristiani consumato in Africa, per eseguire il quale furono coinvolti ascari libici e somali, in modo da fomentare sanguinosi odî tra fedi diverse. Le ricerche successive, condotte sul campo dagli storici Ian Campbell, inglese, e Degife Gabre-Tsadik, etiope, attestano che le vittime furono molte di più, il triplo o il quadruplo.
La memoria dimenticata (in Italia) è stata però rievocata da un bel documentario di Antonello Carvigiani, a cura di Dolores Gangi e per la regia di Andrea Tramontano (Debre Libanos, 2016, trasmesso da Tele2000 e ora visibile su Youtube). Certo l’Etiopia dopo la fine del conflitto mondiale è stata magnanima con gli italiani, pur chiedendo vanamente di processare Badoglio e Graziani come criminali di guerra. Numerosi nostri connazionali sono rimasti lì a lavorare in pace. Non lasciano indifferenti le immagini finali del film, che ritraggono Sergio Mattarella in visita ufficiale in Etiopia, mentre incontra i vecchi partigiani superstiti della guerriglia anti-italiana. Ora sono altri tempi; dei quali fa parte, però, anche l’odierna cooperazione italo-etiope per la costruzione di impianti idroelettrici nella Valle dell’Omo – una sorta di “colonia interna”, un “Sud” geografico e metaforico sempre penalizzato dalla classe dirigente ahmara e tigrina. Lo sviluppo accelerato delle produzioni agroindustriali sta rovinando l’agricoltura e la pastorizia tradizionali, le comunità primitive, i villaggi, esacerbando i conflitti sociali ed etnici. Ma questa è un’altra storia, che racconteremo un’altra volta.             

Pasquale Martino   

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 15 febbraio 2017  

Immagini: Debra Libanos negli anni 1930.

giovedì 26 gennaio 2017

Giuseppe Zannini

Il partigiano ritrovato.
Dalla Bari di Aldo Moro al martirio di Mauthausen


Questa storia viene raccontata qui per la prima volta. 
29 marzo 1946, l’ufficio per la Lombardia del Ministero dell’Assistenza Postbellica scrive al sindaco di Bari, riferendo quanto affermato da quattro reduci del campo di concentramento di Mauthausen; fra questi figurano Gianfranco Maris, futuro presidente dell’Aned (l’associazione ex deportati), l’architetto Barbiano di Belgioioso e il designer Germano Facetti. Essi dichiarano che a metà maggio del ‘45, pochi giorni dopo la liberazione del campo, vi è morto «per sfinimento» il barese dott. Giuseppe Zannini. L’ufficio ministeriale chiede che si rintraccino i familiari nel capoluogo pugliese, per dare loro notizia del decesso e per verificare l’informazione. Una coppia di zii consegna al comune una nota poi trasmessa al ministero. Vi si comunica con brevi cenni quanto è a conoscenza dei familiari: Zannini è nato a Bari il 2 febbraio 1917, è stato «partigiano e deportato politico da Bologna», internato nel lager austriaco; si chiede, a nome della madre, di sapere ove sia tumulata la salma. Il carteggio è custodito nell’Archivio di Stato di Bari. Il Ministero dell’Assistenza Postbellica era stato creato dal governo di unità nazionale per coordinare gli immani sforzi di ricerca e assistenza dei prigionieri, internati, dispersi e profughi italiani in un Paese sconvolto dalla guerra.
Questa di Giuseppe Zannini è la vicenda di un «triangolo rosso», da rievocare giustamente in prossimità di quel giorno della memoria che ricorda anche «gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte» (art. 1 legge 211). Notizia del giovane antifascista pugliese è conservata nel capoluogo emiliano, presso l’Istituzione Bologna Musei; schede su di lui sono comprese nel Dizionario Gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese e nella banca dati dell’Aned. Ulteriori e sparse reminiscenze ampliano un quadro che resta comunque lacunoso. Lo presentiamo nei tratti essenziali.  
Di famiglia semplice, Zannini si laurea in scienze politiche a pieni voti. Milita nella Fuci, l’associazione degli studenti cattolici, frequenta Aldo Moro facendo propri i nuovi sentimenti antifascisti che si affermano nei tragici anni della guerra. È figlio unico e orfano di padre. Impiegato presso il Credito Italiano, nell’agosto 1943 – durante i 45 giorni di Badoglio – viene trasferito a Bologna, prendendovi alloggio in compagnia della madre Adele Lubrano. E sarà proprio Adele a lasciare una toccante testimonianza sull’impegno del figlio. Dopo l’8 settembre Giuseppe si trova nel cuore della guerra civile. Entra subito nella Resistenza, stimolando la formazione politica e la partecipazione del movimento cattolico alla lotta armata. La sua personalità è quella di un «leader naturale»: lo afferma il sociologo Achille Ardigò, che è al suo fianco in quel momento (con Angelo Salizzoni, futuro costituente, parlamentare democristiano e braccio destro di Moro). Incontra studenti e operai, sollecita il clero antifascista, propugna l’adesione al CLN come guida della Resistenza. È stato riconosciuto combattente della 6a Brigata «Giacomo», collegata alle formazioni partigiane cattoliche Stelle Verdi e confluita agli inizi del ’45 sotto il comando unitario della Divisione Bologna del Corpo Volontari della Libertà. 
Ma Giuseppe è arrestato il 21 maggio ’44. Qui si innesta un’altra testimonianza, depositata presso l’Istituto storico della Resistenza in Toscana: quella di Matilde Camaiori (1920-2007), di Pisa, fidanzata di Zannini. La ragazza si era recata pochi giorni prima a Bologna per incontrare Giuseppe. Viene arrestata con lui; entrambi sono accusati di aver progettato un attentato dinamitardo alla caserma tedesca. Nella brutale retata delle SS vengono coinvolti anche i Servi di Maria del convento vicino alla caserma, ove Zannini era ospitato avendo la casa inagibile per sinistro. Matilde è rilasciata dopo qualche giorno, diventerà una figura stimata di antifascista e di docente. Giuseppe è trattenuto; ha resistito agli interrogatori, viene mandato nel lager di Fossoli in provincia di Modena: un campo di transito, dove gli è impedito di vedere la madre che vuole visitarlo, e dove sfuggirà alla fucilazione di 68 partigiani per rappresaglia (luglio ’44), ma soltanto per continuare la funesta odissea che lo porterà prima a Bolzano e infine a Mauthausen fra gli Schutzhaeftlinge (prigionieri «per motivi di sicurezza»: uno dei tipici eufemismi della burocrazia nazionalsocialista). È con lui un altro eminente triangolo rosso, don Paolo Liggeri, il prete di Milano che pubblicherà un libro sulla propria esperienza di deportato e assisterà al calvario di Zannini nel sottocampo di Gusen I. E chissà se il giovane barese ebbe modo di incontrare un internato più anziano, il grande conterraneo Alfredo Violante, venuto anch’egli da Fossoli e gasato a Mauthausen il 24 aprile ’45. In nove mesi di lager gli aguzzini ammazzano ferocemente Giuseppe di fatica e di tormenti. La vita lo abbandona a 28 anni poco dopo l’arrivo dell’esercito americano. La data approssimativa è il 15 maggio ’45.
La sua città e la regione dovrebbero ricordarlo degnamente, farne conoscere la storia nelle scuole. Nonostante il sollecito ausilio dell’assessorato ai Servizi demografici di Bari, non abbiamo finora rintracciato eventuali parenti del martire antifascista. Grazie all’archivio dell’Università, abbiamo trovato il solo ritratto  fotografico disponibile. La ricerca continuerà; chi ha elementi per aiutarci, scriva al nostro indirizzo: martinopas@virgilio.it.

Pasquale Martino     


«La Gazzetta del Mezzogiorno», 26 gennaio 2017

Immagini: In alto, il solo ritratto fotografico esistente di Zannini (Archivio Uniba). 
In basso, un disegno (probabile autoritratto) di Germano Facetti, testimone della morte di Zannini nel lager di Gusen I.  

La pagina originale di questo articolo, con la fotografia, è allegata alla scheda su Giuseppe Zannini nel sito Storia e Memoria di Bologna, dell'Istituzione Bologna Musei.  

sabato 21 gennaio 2017

L'enigma Brema-Bari

Sulle tracce dei criminali nazisti


Mappa dell'asse Brema-Bari in Italia
(dal romanzo Eva di I. Melchior)
La storia della via di fuga di criminali nazisti chiamata «asse BB, Brema-Bari» – di cui abbiamo incominciato a parlare qui («La Gazzetta del Mezzogiorno», 9.7.2016) – ha l'aria di voler restare a lungo un enigma irrisolto. È esistito realmente questo asse? Gli ex SS lo percorrevano davvero, per salpare da Bari verso il Vicino Oriente? Non ebbe dubbi il “cacciatore di nazisti” Simon Wiesenthal, che ne dà conto nei suoi due libri più significativi. Ma nello stesso Centro Wiesenthal di Vienna non vi sono documenti a tale proposito. La letteratura sulle «vie dei ratti» o ratlines, da noi in larga parte esaminata (con l’aiuto di Giulia Santamaria e Silvia Scaramuzzi), ignora la pista barese o la menziona con un calco ripetitivo della notizia wiesenthaliana. Ciò vale anche per la sola opera di storiografia pugliese – a nostra conoscenza – che vi accenni in nota, il libro di Francesco Terzulli sul campo di concentramento di Alberobello (La casa rossa, Mursia, 2003). L’eccellente studio di Gerald Steinacher sulla «via segreta dei nazisti» (Rizzoli, 2010) certifica che lo snodo austriaco-sudtirolese era il passaggio essenziale delle fughe – il che risponde alla tesi di Wiesenthal – ma non sviluppa l’analisi sui “terminali” italiani, eccetto il porto di Genova. Ciò vuol dire che i principali archivi accessibili al pubblico non contengono riferimenti immediatamente riconoscibili, tali da attirare l’interesse degli studiosi.
La nostra sensazione è che Wiesenthal abbia accolto la notizia sull’«asse BB» da una fonte dei servizi segreti alleati, o da agenti tedeschi convertiti alla collaborazione con gli alleati; una fonte analoga, secondo il suo racconto, gli rivelò l’esistenza della Odessa, la trama clandestina di protezione degli ex SS che avrebbe sostituito il primitivo asse Brema-Bari con un’organizzazione più sofisticata. Diversi storici contestano l’esistenza della Odessa dando più rilievo, nel salvataggio dei criminali di guerra, al ruolo di organismi teoricamente neutrali come la Croce Rossa e la Pontificia Commissione di Assistenza. Ma è innegabile la parte attiva svolta dai nazisti stessi, comunque la si chiami. Ed è probabile – e, in qualche caso, provato – che la rete nazista sia stata infiltrata e utilizzata in vario modo dai servizi inglesi, americani, sovietici e del nascente Israele.

Gli assassini sono fra noi
di S. Wiesenthal  
Bari era occupata dagli alleati fin dal settembre ’43: via via più lontana dal fronte, era il luogo ideale dove sperimentare inedite convergenze per il futuro, e fu d’altronde un grande imbuto verso cui precipitò il flusso di profughi dall’Europa. Nel 1943-44 Ivan Babic, ufficiale della Legione Croata, prende contatti nel capoluogo pugliese con i servizi alleati; il punto è impedire la vittoria comunista in Iugoslavia, ma sono evidenti i nessi di questa iniziativa con l’attivismo dei nazisti croati assistiti da strutture ecclesiastiche, per assicurarsi una protezione nel dopoguerra. Quella croata è una diramazione non certo piccola del salvataggio dei criminali nazifascisti. Un’altra notizia vuole che Otto Skorzeny (il liberatore di Mussolini nonché organizzatore, dopo il ’47, del soccorso ai propri camerati) abbia avuto a Bari una sorta di “ufficio” della sua rete logistica. Lo sostiene tra gli altri lo storico tedesco Gerhard Feldbauer (che però, da noi interpellato, non ha potuto dirci di più). In questo caso la nostra impressione è che la fonte sia di provenienza sovietica. Che il pezzo grosso SS Walter Rauff sia scappato da Bari grazie ai buoni uffici dei servizi americani, lo afferma lo storico statunitense David Talbot (ne abbiamo riferito nel precedente articolo). La via di fuga attraverso l’Alto Adige in direzione del porto barese è stata attentamente studiata, per quanto riguarda i profughi ebrei, da Eva Pfanzelter dell’università di Innsbruck, che ci ha cortesemente scritto: «mi sembrava ovvio che tutti – anche i nazisti criminali – usavano le stesse vie di fuga, gli stessi “alberghi“ e organizzazioni che li assistevano». Infine va ricordata la reclusione di numerosi militari tedeschi, austriaci e altoatesini (fra i quali si mimetizzavano i criminali) nei campi di Taranto e di Alberobello, da dove ci si poteva eclissare avendo il sostegno giusto.

Giustizia, non vendetta
di S. Wiesenthal
Di tali fatti, classificabili fra le emigrazioni a volte legali ma più spesso clandestine, non vi è traccia, comprensibilmente, nei fondi della prefettura, della questura e del comune di Bari, che abbiamo consultato con l’intelligente supporto del personale dell’Archivio di Stato. Ma questa documentazione è per altri versi uno straordinario racconto del contesto storico e sociale in cui le emigrazioni avevano luogo. Dal ’45 al ’48 il capoluogo pugliese è movimentato dall’arrivo – in certi momenti pressoché quotidiano – di profughi, reduci, ex internati, migranti. Le strutture di accoglienza sono improvvisate, accanto all’impegno solidale di alcuni si registrano reazioni negative e ostili di molti altri. Vi sono liste di rifugiati di varie nazionalità assistiti alla meno peggio; fra questi figurano austriaci e iugoslavi dai nomi di foggia germanica. L’infiltrazione con falsi documenti non sarebbe stata per nulla difficile. Alcuni profughi ottengono in assegnazione appartamenti requisiti dagli angloamericani, i cui proprietari tentano di recuperarne la disponibilità accusando gli assegnatari di svolgervi attività illecite. Chi sa che uno di questi alloggi – per esempio – non abbia ospitato una base logistica come quella attribuita in seguito a Skorzeny. C’è chi sta analizzando le carte relative agli imbarchi da Bari per l’esodo ebraico verso la Palestina; non si può escludere che spuntino indizi di presenze “anomale” riferibili alla rete nazista. È importante che il tema si faccia strada come indice di attenzione in una pluralità di indagini diversificate.

Pasquale Martino   

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 20 gennaio 2017

domenica 27 novembre 2016

La storia di Benny

Una sfida per la ricerca e la conoscenza storica


Tela realizzata nel 1979 con tecnica mista dal pittore, attore, regista e poeta barese Nicola Dentamaro, vissuto a Verona e scomparso nel 2015 a 59 anni. Donata alla federazione provinciale del Pci di Bari, dopo molti anni fu trasferita nella sezione Ds del quartiere Libertà e di qui nella federazione provinciale di Rifondazione comunista, dove si trova tuttora.
Fotografia di Arturo Cucciol
la. 

Trentanove anni ci separano da quel capitolo cruciale della storia di Bari che fu l’assassinio di Benedetto Petrone (28 novembre 1977). Un quarantennio di trasmissione della memoria, nelle forme variegate della testimonianza, della elaborazione culturale, del documento istituzionale. La popolare icona – il  ragazzo sorridente e fiero con la bandana – nasce immediatamente dopo l’omicidio, e così nei giorni successivi compaiono alcuni slogan scritti sui muri – uno fra tutti: «Benny vive» – che attraverseranno il tempo pressoché indenni, riprodotti su fotografie e manifesti con variazioni al tema. Nonostante il tentativo avverso di accreditare uno stereotipo denigratorio – il “teppistello barivecchiano”, lo “scontro fra bande” – la memoria di Benedetto e di quei giorni di ribellione popolare è diventata epigrafe, libro, nome di una via, canzone, film, mostra fotografica, geografia di luoghi della storia cittadina.
Eppure, sul piano della conoscenza storica c’è ancora molto da fare. Quest’anno si colma una lacuna: un convegno ricostruirà il modo in cui gli organi di informazione dettero conto del delitto e delle memorabili giornate che lo seguirono a partire dalla «Gazzetta del Mezzogiorno», quotidiano nazionale allora pressoché unico in Puglia.  Ma vi sono almeno altre due questioni che reclamano un serio e nuovo lavoro storiografico. La prima concerne l’intreccio fra la peculiarità locale e la dimensione nazionale nella dinamica che determinò l’assassinio. Che peso ebbe l’intento di colpire particolarmente Bari Vecchia, e in essa chi si batteva per obiettivi capaci di mettere in discussione una egemonia sociale e un modello urbanistico dominante? E quanto, invece, prevalse lo sguardo verso una strategia nazionale, cioè il ruolo che il neofascismo pugliese ambiva a svolgere in un disegno complessivo di destabilizzazione del Paese? Che tracce restano della genesi, degli ideatori, dei mandanti diretti di un crimine così traumatico? Domande cui è sottesa in qualche modo una intuizione da verificare: che la tragica morte di Petrone abbia riaperto in un sussulto le ferite di una storia antifascista della città, intessuta di episodi rilevanti e, insieme, abbia rappresentato una vicenda paradigmatica tale da proiettare Bari nella grande storia nazionale. Tema arduo, degno di uno studio da condursi con gli strumenti adeguati della ricerca.
Un’altra indagine, collegata agli interrogativi precedenti ma contraddistinta da una corposa specificità, dovrebbe riguardare la rilettura delle carte del processo. L’esito giudiziario (che, ricordiamolo, sanzionò un solo responsabile dell’omicidio) diventò uno snodo discriminante della normalizzazione, per cui il racconto ufficiale poté ricondurre la vicenda al rango di una incresciosa parentesi che aveva interrotto accidentalmente la routine di un città tranquilla e innocente; ma il dibattimento fu anche l ’ambito in cui si addensò una mole di documenti, di resoconti investigativi, di testimonianze, di contraddizioni rimaste inspiegate, che nei decenni seguenti non hanno mai costituito un oggetto di studio. E invece sarebbe necessario scandagliare un archivio così ricco, specialmente per tentare di far luce sulla operosa retrovia di cui l’omicidio poté fruire, prima e dopo.
Insomma, la storiografia dovrebbe entrare in campo con tutta la perizia scientifica e la curiosità di cui gli storici devono dar prova; dovrebbe farlo  con mente “giovane”: con uno sguardo che non sia quello consumato del testimone o di chi è sopraffatto dalla nostalgia, per cui quella pagina è già cristallizzata nel giudizio stratificatosi attraverso gli anni. Ma di una simile tendenza di studi non si intravede ancora il segno: sebbene, paradossalmente, permanga e si arricchisca di anno in anno una narrazione epica che piace ai giovani, alimentata peraltro dalla freschezza di documenti fotografici inediti, sapientemente valorizzati; ed è riemersa perfino una grande tela del compianto Nicola Dentamaro, che, dipinta all’epoca in onore del ragazzo di Bari Vecchia, ha peregrinato trovando accoglienza in diverse sedi della sinistra barese. Ma questa è «materia per la storia», non è ancora storia. Un dipartimento universitario – è il caso di domandarsi – , un istituto di ricerca storica, una istituzione pubblica hanno l’intelligenza e la volontà di promuovere ricerche come quelle qui proposte? Coraggiosi ricercatori indipendenti possono spendersi su questo terreno?       
La nostra è una conclusione aperta, come aperto è il percorso di Benedetto Petrone, memoria e futuro della città.

Pasquale Martino          

venerdì 4 novembre 2016

H.-E. Kaminski


Raccontò Barcellona e poi scomparve
Lo scrittore tedesco di cui è incerta la sorte


Vanno per la maggiore le storie di libri scomparsi, ma a volte a sparire sono gli scrittori. Un caso letterario del 2016 è la riedizione del bel romanzo tedesco Fratelli di sangue del 1932, dato al macero dai nazisti, del cui autore semisconosciuto, Ernst Haffner, è ignota la sorte. Alla stessa temperie ci riconduce la vicenda di uno scrittore tedesco piuttosto noto, che esattamente 80 anni fa – alla fine del 1936 – realizzò un reportage sulla guerra di Spagna diventato un libro famoso: Quelli di Barcellona.
Hanss-Erich Kaminski nacque nel 1899 da una famiglia di commercianti ebrei; giornalista e militante socialdemocratico, colse con tempestività il sorgere della minaccia fascista in Europa. Fu tra i primi a scrivere sull’Italia mussoliniana: il suo libro Fascismus in Italien (Berlino 1925) era tuttavia ancora ottimista sulla possibilità che il Belpaese detronizzasse quel tiranno di cui l’autore, al pari di altri osservatori stranieri, evidenziava i tratti buffoneschi. Kaminski, che parlava correntemente italiano, francese e spagnolo, fu in corrispondenza con Piero Gobetti (una sua lettera del 29.1.’25 è conservata nell’archivio dell’intellettuale torinese) e nel ’32 tentò vanamente di portare in Germania l’esule Luigi Sturzo, per dissuadere il Zentrum cattolico dal favorire l’ascesa di Hitler. Attivo sostenitore del fronte unito antifascista, guardava con spirito dialogico alle tendenze politiche radicali – socialista di sinistra, comunista, anarchica – pur comprendendo i difetti di ognuna di esse. Al comunismo staliniano rivolgeva critiche che somigliano a quelle di Trotsky. Nel ’33, quando il nazismo va al potere, H.E. Kaminski emigra a Parigi, dove sostiene la politica del Fronte popolare e si unisce al «circolo di Lutetia» composto da intellettuali tedeschi di opposizione (fra cui Heinrich Mann, Klaus Mann, Lion Feuchtwanger). Continua a lavorare come giornalista: fra il settembre ’36 e il gennaio ’37 è in Catalogna, per raccontare la guerra civile spagnola scoppiata pochi mesi prima e, con essa, l’epopea della rivoluzione sociale e dell’utopia anarchica. Barcellona è infatti la capitale del grande movimento anarchico spagnolo, pilastro indispensabile della repubblica antifascista al punto da diventare necessariamente forza di governo con quattro ministri nel gabinetto di Largo Caballero: e Kaminski ne intervista due, Garcia Oliver e Federica Montseny. Ma gli anarchici vogliono soprattutto la rivoluzione operaia e contadina contro la vecchia Spagna feudale e clericale: ed è questo straordinario momento di partecipazione popolare l’oggetto del racconto che vedrà la luce a Parigi nel maggio successivo col titolo Ceux de Barcelone; il libro sarà pubblicato in Italia dopo il fascismo, da Mondadori nel 1950 e, nel 1966, dal Saggiatore in una fortunata collana economica. Fra gli episodi salienti, il funerale del leggendario comandante Buenaventura Durruti, il cui resoconto sarà ripreso da H. M. Enzesberger (La breve estate dell’anarchia, 1972), e l’incontro con Emma Goldman, icona del femminismo e del movimento anarchico internazionale. In Quelli di Barcellona – che sta alla pari con i libri di Orwell e di Bernanos – non si tacciono le atrocità compiute da ambo le parti, pur se nel tragico bilancio «gli antifascisti restano infinitamente più clementi e umani dei reazionari». È proprio questo il paradosso rilevato da Kaminski: essere contro la guerra e vedersi costretti a fare la guerra. «La rivoluzione non è più la leggiadra giovinetta che sorride da un manifesto al passante. La rivoluzione è divenuta un soldato dalla barba incolta, con l’elmetto, con le bombe alla cintura». Il presentimento di una nuova guerra mondiale chiude cupamente il reportage di Kaminski. Che, negli anni seguenti, pubblicherà una biografia di Bakunin e una confutazione del libello antisemita di Céline Bagatelle per un massacro. Finché la guerra da lui tanto temuta lo sommergerà.
Nel ’39, dopo lo scoppio del conflitto mondiale, lo scrittore e la compagna Anita Karfunkel vengono internati dai francesi in campi di prigionia, in quanto tedeschi. Ed è l’ultima notizia certa. Che cosa avvenne poi? Secondo la quarta di copertina del Saggiatore, Kaminski «scomparve nel 1940 durante l’occupazione nazista». Wikipedia francese e spagnola (la scheda tedesca non esiste!) e Anarcopedia affermano invece che la coppia riuscì a fuggire in Argentina, dove lo scrittore sarebbe morto nel ’63. È tristemente indicativo che le ricerche biografiche scarseggino. Ce n’è anzi una sola, a quanto risulta a noi e allo storico tedesco Gerhard Feldbauer, col quale ci siamo confrontati con il contributo di Nicola Signorile: è un saggio molto datato della ricercatrice francese Sabine Bétoulaud, ripubblicato nel 1989 con una nota di Wolfgang Haug. La Bétoulaud formula diverse ipotesi: che Kaminski e la Karfunkel siano transitati direttamente dai lager francesi a quelli nazisti, dove la loro sorte si sarebbe compiuta; o che si siano rifugiati a Lisbona e da qui in America. Comunque siano andate le cose, vale una considerazione: a distanza di più di 70 anni, il gorgo nero della Seconda guerra mondiale e dei suoi olocausti non cessa di rilasciare indizi sulla distruzione di un’infinità spaventosa di individui, inghiottiti nel nulla, dispersi o distrutti con le persone care, i libri, i poveri averi. Nell’èra dell’informazione globale, del documento archiviato e schedato, si può ignorare il destino e perfino l’immagine fotografica di un testimone significativo del secolo scorso.      

Pasquale Martino    

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 3 novembre 2016

mercoledì 17 agosto 2016

Federico Garcia Lorca

Il giovane  favoloso di una Spagna martoriata
Storia e morte di un grande poeta senza tomba

«La Spagna il cuore antico seppellisce e calpesta, / il suo cuore ferito di penisola errante, / e bisogna salvarla, con le mani e coi denti». Così scriveva profeticamente Federico Garcia Lorca in Mariana Pineda (1927), nove anni prima di essere ucciso come la sua eroina e conterranea (Mariana de Pineda Muñoz, la nobildonna liberale giustiziata a Granada nel 1831). La Spagna da «salvare con le mani e coi denti» diventerà per il poeta andaluso quella dell’estate 1936, appena precipitata nell’incubo della guerra civile. Una guerra “senza prigionieri” scatenata a luglio dalle forze armate del generale Francisco Franco, dalla destra monarchica, falangista e fascista, contro la giovane repubblica spagnola e contro il governo legittimo del Fronte Popolare che aveva vinto le elezioni a febbraio. Le violenze degli anarchici e delle sinistre non erano che un pretesto per inaugurare la lunga limpieza, la cruenta «pulizia» antirepubblicana messa in atto dai franchisti dovunque presero subito il potere. E Garcia Lorca, a 38 anni, fu una delle prime e più illustri vittime. Tratto in arresto il 16 agosto, venne fucilato forse il 18 (data dubbia, come si vedrà più avanti). Sono dunque passati 80 anni dalla morte, sulle cui circostanze il vittorioso regime franchista stese una coltre pesante che solo parecchi decenni dopo è stata parzialmente sollevata. La prima edizione delle opere complete (1949) uscì a Buenos Aires, non in patria.

Garcia Lorca con Salvador Dalì
Sarebbe fuorviante alludere al poeta come alla vittima occasionale e magari ingenua di una dolorosa fatalità. L’assassinio di Lorca ha una logica: quella appunto di un fuoco epuratore che fa tabula rasa del rinnovamento progressista e rivoluzionario, travolgendo anche una giovane generazione di artisti. La «generazione del ’27», magnificamente impersonata da quei ventenni che si riunirono a Madrid nella Residencia de Estudiantes: Garcia Lorca e Salvador Dalì, protagonisti di un’amicizia appassionata, il regista Luis Buñuel, il poeta Rafael Alberti. Lorca e Alberti: i due enfants prodiges – tali li dice Vittorio Bodini che li ha tradotti entrambi per la sua memorabile Antologia dei poeti surrealisti spagnoli (Einaudi, 1963). E qui ci sia consentito un ricordo personale: quella volta che Rafael Alberti, esule, strinse la mano nella libreria Adriatica a Bari ad alcuni di noi giovani, che gli furono presentati enfaticamente come «nuestros compañeros en la lucha».
Con il surrealismo – l’estrema sfida lanciata dalle avanguardie artistiche – e con le connotazioni ideologiche e politiche dei surrealisti francesi, i giovani della Residencia fanno i conti fino in fondo; anche se Lorca resta radicato nella cultura andalusa e gitana che si esprime in una raccolta poetica di immediato successo, il Romancero gitano. Ma nel ’29, a New York, narra in versi stravolti la metropoli della modernità e delle disuguaglianze, realizzando il suo capolavoro surrealista. Tornato in patria, saluta la nascita della repubblica democratica (1931) prodigandosi con fervore nel progetto di educazione pubblica della Barraca, un gruppo di teatro universitario itinerante che fa conoscere al popolo i classici della drammaturgia spagnola. Il teatro è l’ultimo grande capitolo della sua arte creativa, che ripropone – è ancora Bodini a rilevarlo – il paradigma della tragedia greca al capo opposto del Mediterraneo e con personaggi del mondo popolare.
Garcia Lorca con Rafael Alberti
Ha appena finito di scrivere La casa di Bernarda Alba quando i generali golpisti attaccano la repubblica. Soltanto Dalì, fra i giovani artisti, rifiuta di difenderla e finirà con l’adattarsi al franchismo. Federico torna nella sua città natale, dove crede, sbagliando, di essere al sicuro. «Sappiate che il delitto fu a Granada!» scriverà il vecchio poeta Antonio Machado: «povera Granada – nella sua Granada…». È nota la catena di comando – dai vertici locali della Falange fino  ai singoli esecutori – che portò la escuadra negra (sorta di battaglione della morte) a catturare il poeta e a liquidarlo; anche se non è chiaro chi prese la decisione finale di ucciderlo e se su di essa influirono vecchi rancori e odio omofobo. Il giorno preciso è ignoto: alcune biografie indicano il 27 agosto, altre più verosimilmente il 19 o il 18 (quest’ultima è la data che si legge nel sito della Fundación Garcia Lorca istituita nel 1984 dalla sorella del poeta, Isabel), e lo studio più recente, del 2011, conclude che egli fu assassinato le notte successiva all’arresto, alle 4 del 17 agosto. Caddero con lui – emblematica compagnia – due banderilleros iscritti al sindacato anarchico CNT e un maestro di idee liberali. I loro resti giacciono tuttora in una fossa comune che, nonostante i ripetuti tentativi, non è mai stata rinvenuta. Erano giorni di intenso “lavoro” per gli squadroni neri: il reporter americano Robert Neville raccontò sull’«Herald Tribune» di aver visto, con un gruppo di turisti in visita all’Alhambra, passare camion presidiati da militari e carichi di civili, e averli poi visti tornare vuoti. 
Lo storico Paul Preston, assiduo studioso di quello che chiama l’«olocausto spagnolo» (2011) ha calcolato che, oltre a 300.000 morti in combattimento, vi furono in tutto il paese 200.000 vittime di esecuzioni extragiudiziali. Hugh Thomas (1961) ne aveva contate 100.000, cui aggiungeva però 200.000 morti per fame e malattia nel corso della guerra, aprendo così lo scenario dei costi sociali spaventosi di un conflitto che prefigurava l’imminente carneficina mondiale. Drammatiche aporie della storia del Novecento, epoca di rigorosi studi scientifici, condotti con metodi tecnologici: molte sono le fosse comuni franchiste risapute, raramente cercate e mai trovate; del massimo poeta spagnolo del secolo è incerta la data di morte, non c’è una tomba su cui deporre un fiore.

Pasquale Martino    
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 17 agosto 2016



venerdì 5 agosto 2016

I cinquanta anni delle guardie rosse


La Cina era vicina.
Storia e leggenda della rivoluzione culturale


Mezzo secolo dalla rivoluzione culturale, che sconvolse la Cina ed ebbe vasta eco nel mondo: celebrata allora, o guardata con simpatia e interesse; oggi per lo più esecrata. Rimossa a Pechino, dove – a parte la condanna ufficiale – si stenta a trovarne traccia nella memoria e nel discorso pubblico. Si è ancora lontani da una riflessione storiografica spassionata, da un lavoro sistematico su fonti di prima mano poco accessibili agli stessi studiosi cinesi. Quanto a noi, è il caso di ripensare alle proiezioni di quell’evento epocale nella cultura e nei movimenti politici occidentali.
Un primo errore di prospettiva fu vedere la ribellione delle guardie rosse – gli studenti protagonisti del ’66 – come un sviluppo armonico della recente storia della Cina rivoluzionaria guidata da Mao Zedong. La Lunga Marcia del ’34, l’Esercito di Liberazione, la dura guerra antigiapponese che fece della Cina una potenza vincitrice della Seconda guerra mondiale, e infine la nascita della repubblica popolare nel ’49 avevano conferito enorme credito a Mao e ai comunisti cinesi; giornalisti e scrittori ne avevano narrato la vicenda, con una partecipazione pari a quella suscitata dalla guerra di Spagna. Di tutto ciò la «Grande Rivoluzione Culturale Proletaria» sembrava lineare prosecuzione.

In realtà essa era la risposta al primo fallimento della pianificazione economica, il cosiddetto «Grande balzo in avanti» (1958-60), che tentando di accelerare l’industrializzazione aveva causato una crisi agricola, una catastrofica carestia e la morte per fame di una popolazione quantificabile in alcuni milioni. Di conseguenza Mao era stato messo ai margini, ma nel maggio ‘66 reagiva facendo appello ai giovani: il bersaglio era la nuova “borghesia rossa” nata nel partito e fra gli intellettuali, rappresentata dal presidente della repubblica Liu Shaoqi e dal futuro leader Deng Xiaoping. La rivoluzione culturale viene ufficializzata il 5 agosto, mentre l’azione delle guardie rosse si espande in tutto il paese, scuole e università sono bloccate, numerosi accademici vengono sottoposti a “processi popolari”, a riti di umiliazione, a detenzioni e violenze che produrranno morti e suicidi. La cultura tradizionale – il confucianesimo, le feste, il teatro, l’arte – è investita da una critica radicale in nome di una nuova cultura del popolo e per il popolo. Il movimento diventa autonomo e incontrollabile e genera scontri sanguinosi fra gli stessi studenti. Alla fine sarà l’esercito a intervenire per mettere il freno alle guardie rosse e sancire comunque la vittoria di Mao, la destituzione di Liu e la promozione del maresciallo Lin Biao, acclamato come delfino del Grande Timoniere. Nel ’69 è annunciata la fine della rivoluzione, la cui influenza politica però si protrae nel tempo, passando per la misteriosa e tuttora inspiegata scomparsa di Lin nel ’71, e favorendo il predominio della «banda dei quattro», capeggiata da Jiang Quing moglie di Mao e annientata dopo la morte del presidente nel 1976. E sarà il tramonto di quello che la memorialistica delle vittime ha descritto come un decennio terribile; sarà la rivincita di Deng Xiaoping: la totale inversione di rotta che, salvaguardando l’icona del Grande Timoniere, ne rovescerà la politica facendo della Cina un’economia potente, singolare mix di liberismo economico e dispotismo politico.

La parabola della rivoluzione culturale coincise con il ’68 internazionale, suggestionandolo profondamente (e il cinema, come sempre, ne è testimone: da Godard a Bellocchio, da Antonioni a Bertolucci*). Era l’utopia degli studenti che vanno incontro al popolo contestando le diseguaglianze; era l’immagine della Cina contadina che si libera dall’involuzione burocratica e borghese, imperante nell’Urss, sostituendosi a quest’ultima come baluardo dei movimenti di liberazione del Terzo Mondo. Entrarono nell’uso comune parole come dazebao («giornale murale»), aforismi e slogan come «bombardare il quartier generale», «che cento fiori sboccino», «la rivoluzione non è un pranzo di gala». Peraltro la credenza estremistica che il pensiero di Mao fosse il marxismo dei nuovi tempi incoraggiò nella sinistra giovanile europea una deriva dogmatica, fino a qualche esasperazione grottesca come l’esibizione del “libretto rosso” e i matrimoni maoisti (si pensi all’inizio del Caimano di Moretti). E tuttavia anche l’alta cultura si confrontò seriamente con l’incognita Cina; nell’ottobre ’68 una firma prestigiosa della «Gazzetta del Mezzogiorno», Michele Abbate, recensiva su queste colonne La contestazione cinese di Edoarda Masi, novità di Einaudi.
In definitiva quel sommovimento caotico che dette spazio a estesi comportamenti delittuosi non dovrebbe essere descritto unicamente come un grande crimine. È doveroso denunciare la distruzione di vite umane e di opere d’arte. Ma vi furono anche esperienze di solidarietà e di innovazione politico-culturale riconosciute da intellettuali non allineati e tramandatesi sottotraccia fino alla rivolta di piazza Tienamen nel 1989. Del resto dentro l’opaca macchina del partito comunista cinese continuano a generarsi conflitti che ripropongono la critica allo squilibrio sociale crescente in seno al gigante asiatico: il potentissimo Bo Xilai, silurato nel 2012, era accreditato come referente in ascesa dell’ala neo-maoista. In Europa, a colpire nel segno è forse ancora una volta un genere letterario “di massa” come il noir – e il noir scandinavo : Il cinese di Henning Mankel (2008) racconta a suo modo la storia della Cina negli ultimi due secoli, rievoca con bonaria ironia l’infatuazione filocinese nella Svezia degli anni ’70 e apre una finestra sull’attuale lotta per il potere fra gli strateghi dell’espansionismo economico di Pechino nel mondo ex coloniale e i non rassegnati nostalgici della purezza rivoluzionaria perduta.

Pasquale Martino

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 5 agosto 2016   
 con poche modifiche rispetto al testo stampato

*Jean-Luc Godard, La chinoise, 1967;
Marco Bellocchio, La Cina è vicina, 1967;
Michelangelo Antonioni, Chung Kuo, Cina (1972); 
Bernardo Bertolucci, The dreamers - I sognatori (2003) dove l’iconografia maoista è onnipresente nel Maggio francese del 1968.

Immagini: manifesti della rivoluzione culturale.
La seconda immagine («Il potere politico deve mescolarsi con i lavoratori») e la terza (agricoltori con il libretto rosso) sono tratte dal sito: