sabato 11 luglio 2020

Luglio '60, la Resistenza continua



L'antifascismo che salvò la giovane repubblica

La nostra repubblica non ha avuto vita facile. La democrazia non è stata acquisita una volta per tutte dopo la guerra e la Liberazione. Sessanta anni fa l’appena quattordicenne repubblica italiana, che si era data una carta costituzionale democratica da soli dodici anni, visse una grave crisi che avrebbe potuto metterne in pericolo la sopravvivenza. Furono i giorni del luglio ’60, quando il neofascismo stava andando al governo e la protesta antifascista l’ebbe vinta non senza un nuovo sacrificio di giovani vite.  
     L’Italia viveva il miracolo economico, usciva dal decennio della ricostruzione e del rilancio; s’intravvedevano il benessere e segnali di sviluppo del Mezzogiorno; ma il sistema politico non rispondeva. La formula di governo centrista non reggeva di fronte alle urgenze delle società. Nel partito di maggioranza, la Democrazia cristiana, si faceva strada l’idea di una necessaria apertura a sinistra, verso il Partito socialista fino a quel momento alleato all’opposizione con i comunisti. Un’idea avversata dalla gran parte più conservatrice dello stesso partito cattolico, oltre che dalla classe imprenditoriale e agraria, perché ciò avrebbe comportato il rischio delle sempre odiate riforme sociali e del riconoscimento di alcuni diritti dei lavoratori. In questo frangente critico viene escogitata a marzo del ’60 una soluzione che non risolve, che anzi va nel senso opposto: un governo monocolore democristiano, presieduto da Fernando Tambroni e retto dal voto parlamentare del partito neofascista, il Msi, mentre tutti gli altri partiti (compresi gli ex alleati della Dc) votano contro. Per la prima volta (e unica, fino al 1994) gli eredi politici di Mussolini entrano nella maggioranza di governo, e con un peso determinante. 
     Il tentativo suscita nel Paese l’opposizione di tutte le forze antifasciste, ma il governo resta in piedi qualche mese finché non è proprio il Msi a compiere il passo più lungo della gamba: sfida l’antifascismo annunciando il proprio congresso nazionale il 2 luglio a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Memore di aver costretto i tedeschi alla resa nel ‘45, Genova insorge; il 25 giugno incominciano gli scioperi, che si allargano. La risposta del governo è insensata: vengono opposti intralci e divieti alle manifestazioni antifasciste, un corteo di giovani viene caricato dalle camionette della polizia. Genova resiste e il 28 è il partigiano Sandro Pertini, futuro presidente della repubblica, a pronunciare dal palco parole di sdegno dinanzi a una folla di decine di migliaia di persone. La rivolta si estende nel Paese, si intreccia con le proteste sindacali e soprattutto con la vertenza nazionale dei braccianti, che in Puglia arriva al culmine di un anno di conflittualità; a San Ferdinando la polizia spara e ferisce tre braccianti, facendo temere il tragico ripetersi dell’eccidio ivi perpetrato nel 1948 per mano di squadristi fascisti che assalirono lavoratori dei partiti di sinistra. Ancora spari e una vittima a Licata, in Sicilia; a Roma (dove fervono i preparativi per le Olimpiadi) i carabinieri a cavallo guidati dall’olimpionico Raimondo D’Inzeo caricano i manifestanti, come nell’Ottocento, la polizia arresta il deputato comunista Ingrao. La tragedia arriva il 7 luglio, a Reggio Emilia, dove la sparatoria delle forze dell’ordine falcia cinque dimostranti; e si ripete a Palermo e a Catania, con altre tre vittime. A questo punto il movimento di opposizione diventa generale. Il congresso del Msi salta, nel parlamento il ministro dell’Interno Spataro è duramente criticato, le federazioni giovanili di tutti i partiti antifascisti (Dc compresa) chiedono le dimissioni di Tambroni e lo scioglimento del Msi in quanto ricostituito partito fascista. A Bari il consiglio comunale viene interrotto in segno di lutto, a Napoli durante il comizio di protesta prende la parola Eduardo De Filippo. E finalmente, il 27 luglio, Tambroni cade. L’irresponsabile esperimento fallisce, la presidenza del consiglio passa a Fanfani il quale, con l’astensione socialista, prepara il centro-sinistra “organico” (Psi nel governo) che si realizzerà con Moro nel 1963 dopo essere stato “anticipato” al comune di Bari nel 1962. E sarà l’inizio di un’altra storia, non priva di aspre contraddizioni, e tuttavia in consonanza con il rafforzamento dei diritti, con l’allargamento della partecipazione, grazie anche agli spazi che l’opposizione politica e sociale poté conquistarsi.   
     Quella del luglio ’60 fu la vittoria a caro prezzo di una ricostituita unità antifascista («la Resistenza continua», proclamava uno striscione genovese), che vide fra i protagonisti l’Anpi, l’associazione partigiana (il cui presidente Arrigo Boldrini ebbe l’abitazione incendiata dai neofascisti in quei giorni), non solo custode della memoria, ma attiva propugnatrice della Costituzione. Soprattutto, fu il momento rivelatore di una nuova generazione, i giovani dalle “magliette a strisce”, operai e studenti che nella eredità della lotta di Liberazione credettero sul serio. Fiorì il canto sociale: dal gruppo di Cantacronache (cui collaboravano scrittori come Calvino, Fortini, Eco) nacque nel 1960 la canzone Per i morti di Reggio Emilia di Fausto Amodei, che diventò l’inno antifascista dei giovani del ‘68 («Di nuovo come un tempo sopra l’Italia intera / urla il vento e soffia la bufera /… Uguale è la canzone che abbiamo da cantare: / Scarpe rotte eppur bisogna andare!»). Nei decenni seguenti, gli attentati contro la democrazia si ripeterono, dal “piano Solo” del 1964 alla bomba di piazza Fontana, dal disegno  stragista e terrorista degli anni ’70 alla loggia P2. La democrazia ha resistito. Poi ha avuto inizio una storia diversa e complicata, quella recente, che non dobbiamo raccontare qua.

Pasquale Martino
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 9 luglio 2020

martedì 19 maggio 2020

Ovidio e Augusto



      Storia di una eterodossia riluttante 

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                  -     Lei ha letto il libro del poeta latino Ovidio, L’arte di amare?
-        -   Non è quello che è finito così male, tutto solo, a piagnucolare continuamente, e lamentarsi per il clima che era davvero pessimo?
-             -      Sì, ma prima si era divertito molto, divertito davvero.
              (Stanley Kubrick e Frederic Raphael, Eyes Wide Shut,1999)


Dei rapporti fra Ovidio e Augusto sappiamo meno di quanto si possa credere. Il poeta stesso, principale fonte di notizie sulla propria vita, non parla diffusamente di sé nei versi che precedono l’esilio. C’è il congedo degli Amores (III, 15) in cui l’Autore dichiara di essere nato nella terra dei Peligni, da famiglia di antico rango equestre, e prevede che la natia Sulmona ottenga gloria da lui come Mantova e Verona l’hanno ottenuta rispettivamente da Virgilio e da Catullo. Oltre a questo, ben pochi cenni biografici si possono leggere sparsi nelle opere. È soltanto a partire dall’8 d.C., dopo la condanna, che il tema autobiografico diventa prioritario, dominante e pressoché unico: per finalità su cui ci soffermeremo più avanti, i versi dell’esilio narrano la condizione attuale di Ovidio, ripercorrono le relazioni con gli amici e con la società letteraria di Roma, e rimandano ai rapporti con il principe.

Ma quali erano stati e come si erano venuti definendo tali rapporti? Quando Publio Ovidio Nasone incomincia a pubblicare, circa nel 15 a.C., sono già apparse le grandi opere letterarie della età augustea: i poemi virgiliani, le satire e i primi tre libri delle odi di Orazio, le elegie di Tibullo e Properzio. Virgilio e Tibullo non sono più in vita, Properzio muore pure intorno al 15 a.C., poco dopo l’uscita del suo IV libro. Ovidio presenta se stesso come l’ultimo poeta elegiaco in una serie di quattro (i primi tre sono Cornelio Gallo, Tibullo e Properzio), ma in realtà è un radicale innovatore di quel genere letterario ed è oltretutto poeta non solo elegiaco, visto che si cimenta egregiamente con altri generi come la tragedia e l’epos mitologico. Il suo esordio cade a un quindicennio della fine delle guerre civili; il ricordo di esse si va attenuando nella società e lascia spazio da un lato al sentimento di una pace realizzata – accortamente coltivato dalla propaganda augustea – , dall’altro alla domanda di una produzione letteraria interessante e più ricca, che non conservi le cicatrici di quelle dolorose vicende. Si va stabilizzando la nuova formula del potere – il principato che convive con la sopravvivenza formale delle istituzioni repubblicane; il programma augusteo di restaurazione ideologica e morale è in via di avanzata attuazione: l’Ara Pacis progettata nel 13 a.C. e inaugurata nel 9 a.C. consacra il beneficio della pax Augusta e attraverso il «potere delle immagini» dà forma di monumento a una cultura nazionale romana. Negli stessi anni Augusto aggiunge alle sue cariche il pontificato massimo (12 a.C.), assumendo la veste istituzionale di sommo tutore dei riti e del patrimonio religioso.
La poesia di Ovidio sembra a prima vista estranea a un tale progetto, o almeno al suo nucleo ideologico più forte; la proposta ovidiana di letteratura edonistica, disimpegnata, che rielabora l’enorme bagaglio della mitologia greca rendendolo fruibile a un pubblico più vasto, risponde però a un disegno che non è avulso dalla complessità della politica culturale augustea, articolata su più livelli. La varietà e pluralità della offerta letteraria soddisfa le richieste di una società mondana che desidera giovarsi dei frutti di una ritrovata concordia in seno alle classi benestanti. Il pubblico di Ovidio, inoltre, è specificamente un pubblico di lettori, non di uditori. Il volume come oggetto di consumo culturale si diffonde in una fascia più ampia che accede anche a biblioteche pubbliche ormai esistenti oltre che a biblioteche domestiche.
Nei componimenti dell’esilio, in particolare nelle Epistulae ex Ponto, Ovidio fa mostra di una molteplicità di relazioni che lo legano in vari modi con letterati e poeti e con la nobiltà romana vecchia e nuova; una nobiltà che ruota ormai in cerchi concentrici più o meno vicini alla domus imperiale. Ma con una famiglia soprattutto il poeta di Sulmona rivela di aver intrattenuto rapporti molto simili a quelli di clientela e di patronato: la nobile casata di Marco Valerio Messala Corvino, il “mecenate” della elegia latina. Antico oppositore di Ottaviano, poi suo tiepido sostenitore, Messala protegge nel proprio cenacolo una poesia amorosa come quella di Tibullo e di Sulpicia lontana da ideali patriottici e, a detta di Ovidio, incoraggia e accompagna i primi passi del quarto poeta elegiaco. Il Sulmonese si avvicina dunque all’entourage augusteo in modo indiretto (sebbene sua moglie Fabia sia stata benvoluta dalla zia di Ottaviano) e sviluppa una autonoma linea letteraria che trova posto a lungo nella cultura dell’epoca e non è considerata deviante o pericolosa nei riguardi della politica culturale ufficiale. Tuttavia a questa autonomia e “diversità” il poeta ama alludere con toni di irriverente leggerezza che talora sfiorano la rivendicazione: at Venus Aeneae regnat in urbe sui, «nella città del suo Enea, Venere regna»; non Marte, dio della potenza militare che è il fondamento reale dell’impero, impegnato però lontano da Roma per le residue guerre (nunc Mars externis animos exercet in armis: Amores I, 8, 41-42); e nemmeno una astratta Pax, conforme alla narrazione augustea: bensì Venere, Aeneadum genetrix – è vero – e quindi progenitrice anche di Augusto, ma soprattutto dea della bellezza e degli amori. Perfino il dio Giano, punto di riferimento e caposaldo della tradizione religiosa latina, deve ammettere con realismo e buon senso: «lodiamo i tempi andati, ma ci adattiamo ai nostri» (laudamus veteres, sed nostris utimur annis: Fasti I, 225). E però lodare i tempi andati è in qualche modo esattamente il programma ideologico retrospettivo di Augusto.

Poiché nelle elegie dell’esilio il tema autobiografico è indissolubilmente connesso alla condanna subita e alla battaglia di Ovidio per cancellarla o per attenuarne le conseguenze, è chiaro che il poeta si trova a muoversi su un crinale molto sottile e non privo di rischi: deve difendersi al meglio, ma non può accusare il principe di essere stato ingiusto perché non farebbe che aggravare la propria situazione. Ovidio è stato condannato con un editto monocratico di Augusto e non con un processo davanti al senato (e non è detto che in questo secondo caso gli sarebbe andata meglio, come dimostra quanto accaduto a Cornelio Gallo). La pena comminata non è la più grave: non solo non è la morte, ma è una relegatio che diversamente dall’exilium non comporta la confisca dei beni. Cosicché il principe va addirittura ringraziato, e su questa base gli si può chiedere non solo di non aggravare la pena – mentre qualche mestatore a Roma sta brigando per arrivare all’esproprio – ma di alleviarla, consentendo al condannato un avvicinamento all’Italia. Ciò che il poeta lamenta è soprattutto la spaventosa lontananza della località di confino, Tomi sul Mar Nero, la sua posizione in un territorio barbaro e desolato ai margini del mondo conosciuto.
Nella propria difficile autodifesa Ovidio asserisce, com’è noto, di essere stato rovinato da un carmen e da un error. Il carmen è l’Ars amatoria come più volte egli ha modo di chiarire. In effetti, la massima temerarietà della poesia ovidiana, sul piano esplicito, è quella dell’Ars e dei poemetti connessi (un corpus composto fra 1 a.C. e 1 d.C.): l’invenzione della elegia didascalica e, nel contempo, lo stravolgimento del genere didascalico piegato a insegnare non la filosofia, la natura, l’agricoltura, bensì i metodi e la tecnica per fare conquiste amorose; e spinto per di in più, nel terzo libro dell’Ars, fino a insegnare tali metodi anche alle donne. Inutile è la giustificazione a posteriori secondo cui la donne cui Ovidio si è rivolto sarebbero etère, professioniste ed entraineuses: in realtà il poema disegna comportamenti consueti fra le matrone e le donne della nobiltà e in esse trova lettrici interessate. Notevole è la chiusa: Ut quondam iuvenes, ita nunc, mea turba, puellae / inscribant spoliis “Naso magister erat” (III, 811-12); «Come prima hanno fatto i giovani maschi, ora voi, ragazze, mia schiera, scrivete sulle spoglie da voi conquistate: Ovidio è stato il mio maestro». Poema provocatorio, insomma; eppure un tale poema circola liberamente per otto anni senza conseguenze, mentre Ovidio compone la sua massima opera, Le Metamorfosi, seguita dai Fasti, e cura l’edizione definitiva delle Heroides. Gli attacchi li aveva comunque già subiti (si difende nei Remedia Amoris, subito dopo l’Ars) evidentemente da parte di ambienti non tanto potenti da farlo cadere in disgrazia, ma almeno abbastanza influenti da indurlo a stare in guardia; e infatti non scrive più di amori. Forse per spiegare questa stranezza – un castigo tanto tardivo – dirà nei Tristia che qualcuno, malevolo, ha fatto leggere fuori tempo quei versi ad Augusto attirandone l’attenzione, mentre il sovrano aveva ben altro da fare che occuparsi di una poesia frivola.
C’è però una seconda causa della condanna: un error; ed è una causa più importante, quella vera (il poema è solo un pretesto); ma Ovidio non può dirla, perché se lo facesse – afferma – rinnoverebbe il dolore di Augusto, e di conseguenza ne accrescerebbe l’ira peggiorando irrimediabilmente la propria sorte. In due o tre passi (Tristia II, 103-104; III, 5, 49-50; III, 6, 27-28) dice non senza oscurità che l’error consiste nell’avere visto qualcosa che non doveva vedere, nell’essere stato testimone (o attore sia pure non protagonista?) di un fatto grave, in danno del principe. L’episodio è identificato plausibilmente con la contemporanea caduta e condanna di Giulia Minore, nipote di Augusto, incolpata come già sua madre per uno scandalo di adulterio che potrebbe nascondere un intrigo politico. Ovidio peraltro accosta prudentemente la propria vicenda a quella ben più grave che oltre un trentennio prima aveva segnato la fine di Cornelio Gallo, potente collaboratore di Augusto oltre che iniziatore dell’elegia latina. Lo fa rilevando la differenza: Gallo è stato punito non per i suoi versi erotici, ma per avere sfrenato troppo la lingua in stato di ubriachezza (Tristia II, 445-446), cioè verosimilmente per avere espresso su Augusto giudizi indipendenti e ritenuti intollerabili; Ovidio, invece, non ha pronunciato parole sacrileghe dopo aver bevuto troppo (Tristia III, 5, 47-48: non aliquid dixive, elatave lingua loquendo est, / lapsaque sunt nimio verba profana mero).
Una volta stabilita questa linea di difesa, che resta sostanzialmente immutata per tutto il decennio dell’esilio – una colpa che il poeta ammette, ma che dichiara essere stata del tutto involontaria – il tema autobiografico si articola nel racconto del viaggio, prima, e della permanenza, poi, in latitudini abissalmente distanti e invivibili. Ma l’apologia di se stesso e – nonostante tutto – della propria capacità di resistenza rimane un Leitmotiv. La lotta di Ovidio per sopravvivere al mare tempestoso e pauroso durante il trasferimento è in qualche modo una metafora della impari lotta per difendersi dal potere che lo perseguita. La tempesta quasi ostacola Ovidio scrittore, non vuole che racconti queste sue sofferenze: improba pugnat hiems indignaturque quod ausim / scribere se rigidas incutiente minas (Tristia I, 43-44). L’esilio minaccia seriamente l’ispirazione e l’agibilità letteraria di Ovidio, togliendogli la serenità necessaria alla sua ispirazione poetica e addirittura costringendolo ad abbandonare al loro destino le amate Metamorfosi, senza la revisione e la indispensabile mano finale. Nei lunghi anni che seguono, è ricorrente la rappresentazione di Tomi come una sorta di fortino circondato da nemici armati fino ai denti, ultimo avamposto della civiltà, pericoloso, gelido e spesso innevato (con evidente iperbole: l’odierna Costanza è una rinomata località balneare…). Ultima me tellus, ultimus orbis habet (Epistulae ex Ponto II, 8, 66). Si innesta così quasi agevolmente il tema mitologico: il riferimento agli Argonauti che pure si spinsero fino al misterioso Ponto Eusino per trovare il Vello d’Oro, a Ulisse che visse tante peripezie lontano dalla patria, con l’ovvia differenza che quegli eroi mitologici, alla fine, tornarono a casa. Ovidio non è attratto da ciò che Baudelaire definirà «orrore simpatico» biasimando nel poeta delle Metamorfosi l’insensibilità al fascino dell’ignoto: «Avido dell’oscuro e dell’incerto / non gemerò come gemette Ovidio /cacciato via dal suo Eden latino» (Fleurs du mal, 82, trad. Luigi de Nardis). Tuttavia alla fine anche l’infelice esule, in un paese dove non si conosce la lingua latina e pochi parlano greco, si adatterà a imparare l’idioma getico, comporrà in getico alcuni versi e sarà stimato e onorato da quella gente barbara che non è incapace di rispetto.
Non va peraltro sottovalutato né tanto meno ignorato il fatto che attraverso il metodico invio a Roma di epistole elegiache – messaggi in qualche modo pubblici, “lettere aperte” che si accompagnano e si integrano con la corrispondenza epistolare vera e propria, privata e riservata – il poeta si propone di conservare e alimentare una attività di relazione con la società romana; intrecciando e consolidando legami pur fra momenti di disperazione e pessimismo, Ovidio persegue alcune ben precise finalità pratiche. La prima finalità è quella che abbiamo già indicato, e che viene apertamente dichiarata: ammorbidire la pena, almeno avvicinarsi a Roma, e nel contempo parare i colpi dei nemici che vorrebbero appropriarsi dei suoi beni. Ma un fine ulteriore, che si rivela non secondario e anzi acquista una rango primario man mano che le speranze in un parziale perdono si affievoliscono, è quello di tutelare la propria opera poetica: sia i libri del periodo felice sia questi ultimi, della «tristezza»; non permettere che i propri rotoli vengano rimossi dalle biblioteche, anzi trovare posto anche per questi che arrivano a Roma dal Ponto; preservare e continuare a costruire la propria fama. Le elegie tristi cercano collocazione nelle biblioteche pubbliche (quelle di Augusto e quella di Asinio Pollione), ma non la trovano: l’auspicio è che siano accolte almeno nelle dimore private (Tristia III, 1, 65 sgg.), magari al posto dei tre volumi di Ars amatoria, messi al bando (Epistulae ex Ponto I, 1, 11-12). La strategia dell’esule implica soprattutto il tentativo di riconquistare qualche considerazione nella casa regnante aggirando l’impraticabile contatto diretto con il principe e cercando spazi di rapporti con l’erede al trono Tiberio e con il successore designato di questo, Germanico, dei quali intende celebrare il trionfo per le campagne in Germania (12 d.C: Epistulae ex Ponto II, 1, 63 sgg.). Dopo la morte di Augusto (14 d.C.) Ovidio si rivolge con reiterata intensità ai due autorevoli personaggi, che già operano per un rinnovamento letterario; a Germanico, poeta lui stesso, è intestata la dedica dei Fasti nella edizione aggiornata cui Ovidio lavora a Tomi. Questa strategia ebbe un parziale ma significativo successo: non nella revoca o attenuazione del bando, che Tiberio non accordò, ma almeno nella riparazione della fama del poeta e nella conservazione dei libri. A Ovidio fu restituita o non fu tolta la considerazione pubblica di sommo artista: tale lo indica lo storico ufficiale dell’età tiberiana, Velleio Patercolo, includendo il Sulmonese fra i perfectissimi, con Virgilio e Tibullo (non Orazio e non Properzio; Historia Romana II, 36); soprattutto, le sue opere si salvarono quasi tutte, compresa l’Ars incriminata.  

Si riscontra nelle elegie dell’esilio un singolare contrappunto di sottomissione – che sembra intensificarsi col passare del tempo e diventa molto spesso enfasi encomiastica – e di accenti di protesta, affermazioni di indipendenza. Un contrasto che tradisce la difficoltà e la insostenibilità della situazione in cui il poeta si trova. La protesta è in brevi frasi collocate qua e là, apparentemente sotto tono. Frasi come questa: «Ho subito la pena del mio ingegno» (Tristia II, 11-12: Hoc pretium curae vigilatorumque laborum / cepimus: ingenio est poena reperta meo). Ovidio intuisce forse che questa è la motivazione più nobile del proprio stato di vittima, da indicare alla posterità. Ma così dicendo contraddice l’atteggiamento di accettazione altrove esibito. Ancora più netta è la seguente asserzione: «Sono in compagnia del mio ingegno e ne traggo giovamento; Cesare in ciò non ha potuto avere nessuna giurisdizione» (Tristia III, 7, 47-48: ingenio tamen ipse meo comitorque fruorque: / Caesar in hoc potuit iuris habere nihil). Libertà dello spirito, dunque, che non soggiace alla costrizione della legge e al potere. «La mia mente si è rifiutata di soccombere al male e usando tutta la sua forza si è mostrata invitta» (Tristia IV, 10, 103-104: indignata malis mens est succumbere seque / praestitit invictam viribus usa suis). Doveva già apparire alquanto strano e decisamente temerario il riferimento autobiografico al proprio anno di nascita, il 43 a.C., descritto come «il tempo in cui caddero fatalmente entrambi i consoli» (cum cecidit fato consul uterque pari: Tristia IV, 10, 6). Il console Aulo Irzio (il continuatore del De bello Gallico e del Bellum civile di Cesare) era morto il 21 aprile in battaglia contro Marco Antonio nella guerra di Modena; il collega Gaio Vibio Pansa lo aveva seguito due giorni dopo, stroncato dalle ferite riportate in combattimento. Morti sospette, specie la seconda: grazie alla scomparsa contemporanea di ambedue i massimi magistrati Ottaviano, che combatteva al loro fianco, a soli vent’anni aveva potuto ottenere il suo primo consolato, con le armi in pugno e con una clamorosa forzatura costituzionale. I sospetti coltivati fin da subito a proposito delle due morti opportune sono attestati da Tacito (Annales I, 10). L’ambiguità della allusione, sebbene motivata dalla necessità di indicare il proprio anno di nascita, non poteva sfuggire a Ovidio. Insomma, il poeta di Sulmona ricorda al principe che la propria venuta al mondo è coeva e strettamente congiunta al fatto violento che segna la genesi del trono di Ottaviano.
Non mancano infine i cenni se pure retoricamente dubitativi circa l’onnipotenza del divo Augusto. «Sebbene sia un dio e come tale sappia tutto, Cesare ignora la condizione di questo luogo estremo in cui mi trovo» (Epistulae ex Ponto I, 2, 71-72: Nescit enim Caesar, quamvis deus omnia norit, / ultimus hic qua sit condicione locus). «L’ira di un uomo mite non mi avrebbe mandato qua, se solo avesse saputo quanto basta di questa terra» (ivi, 87-88: Ira viri mitis non me misisset in istam, / si satis haec illi nota fuisset humus). Quel dio non sa tutto, e in particolare sa poco e niente sulle regioni estreme del suo impero. Di conseguenza, anche la decantata pace si svela essere una finzione; in questa scoperta si avverte una sfumatura sarcastica: «credimi, in tutto il mondo non c’è posto che meno di questo goda della Pax Augusta» ( vix hac invenies totum, mihi crede, per orbem / quae minus Augusta pace fruatur humus: Epistulae ex Ponto II, 5, 17-18). E se non c’è qui, nella periferia imperiale, la Pax Augusta probabilmente non c’è neanche altrove; non esiste, non è che è un’invenzione.

Pasquale Martino


       da Academia.edu, 2018



sabato 18 aprile 2020

Franco Martinelli


Storia del pilota partigiano che diventò pittore


Franco Martinelli, Soldati in ritirata
L’interesse per le vicende biografiche individuali sta alimentando uno dei filoni più proficui della ricerca sulla lotta di Liberazione in Italia. Ricostruire le biografie, far rivivere le persone nella drammaticità e concretezza delle loro scelte e dei loro percorsi, è tentare di comporre le innumerevoli tessere capaci di animare il grande mosaico collettivo della Resistenza. Per quanto riguarda Bari, l’acquisizione recente di maggiore spessore è forse la ritrovata figura di Giuseppe Zannini, morto a Mauthausen (di cui abbiamo scritto più volte su queste pagine nel 2017); e vanno ricordati i lavori di ricercatori dell’Ipsaic, nonché lo sforzo compiuto dallo storico salentino Ippazio Luceri, che ha pubblicato una sorta di dizionario di schede biografiche (migliaia) di partigiani pugliesi, in più volumi dei quali uno riservato a Bari e provincia. Viene alla luce ora – ne parliamo qui in anteprima – la storia di Franco Martinelli, che sua figlia Rita sta raccogliendo pazientemente attraverso il riordino del ricco archivio lasciatole dal padre. La ringraziamo per averci consentito di anticipare qui per sommi capi la vicenda su cui uscirà un volume da lei amorevolmente curato.  
     Franco Martinelli nasce a Turi nel 1917 e muore a Bari nel 1993. Nel 1940, quando l’Italia entra in guerra, è sottotenente dell’aeronautica. Nel 1941, pilota di aerei da ricognizione, compie numerose missioni esplorative in mare aperto, «dimostrando in ogni circostanza perizia e ardimento» (così la motivazione della medaglia di bronzo che gli viene conferita). Promosso tenente, è a Roma quando l’armistizio dell’8 settembre 1943 si abbatte con effetti disastrosi sulle forze armate italiane. Arrendersi o darsi alla fuga individuale verso casa? Resistere ai tedeschi o, al contrario, collaborare con loro e con i fascisti che rialzano la testa? Gravi alternative con le quali si misura allora la coscienza del singolo, poiché le catene di comando sono in crisi. La difesa armata di Roma contro l’occupante tedesco è abbandonata dagli stati maggiori, sebbene molti militari vi partecipino. Un gruppo consistente dell’aeronautica si riorganizza allora su base volontaria come un settore di punta di quello che diventerà il «Fronte militare clandestino della Resistenza» facente capo al colonnello Montezemolo martire delle Fosse Ardeatine; Martinelli prende parte attiva a questa vicenda, in cui il notevole contributo dell’aeronautica è meno conosciuto.
    
Il sottotenente Franco Martinelli nel 1941
Nel Sud occupato dagli Alleati si ricostruisce faticosamente ciò che è rimasto delle forze armate italiane; pur nella cobelligeranza, i velivoli della nostra aeronautica operano per volontà e agli ordini degli angloamericani soltanto al di fuori del territorio italiano. Ma a Roma tenuta in pugno dai nazisti è attiva dal novembre ’43 la rete clandestina dell’aeronautica con a capo il generale Umberto Cappa, organizzata in «bande», «gruppi» e «sottogruppi», uno dei quali è affidato alla guida di Martinelli e ne prende il nome: agisce da servizio informazioni militare, osserva i movimenti dei tedeschi e della polizia fascista, effettua sabotaggi, svolge attività logistiche; previene retate e deportazioni di lavoratori forzati, compie azioni di propaganda e riesce a individuare gli spostamenti notturni di un treno blindato tedesco che trasferisce pezzi di artiglieria. Azioni documentate in una relazione dattiloscritta del capogruppo di Martinelli, tenente colonnello Vincenzo Tabocchini, e in un volume stampato dall’aeronautica subito dopo la guerra. Rita ricorda che il padre – il quale non riservava che sobri e rari cenni a questa esperienza – soleva tuttavia compiere viaggi della memoria, veri pellegrinaggi nei luoghi della Resistenza romana, culminanti nella visita a via Rasella, dove i partigiani eseguirono la loro maggiore azione di guerra contro i tedeschi.  E in proposito va detto che anche l’aeronautica pagò un alto tributo di sangue alla feroce rappresaglia nazista, con 17 vittime delle Fosse Ardeatine. Il fronte militare clandestino – ha scritto Alessandro Portelli – fu «un movimento di colonnelli, tenenti e capitani» che agirono in condizioni materiali e psicologiche simili a quelle dei Gap partigiani, scambiando con questi informazioni e armi.
     Dopo la liberazione di Roma (giugno ’44) Martinelli rientra a Bari dove, congedato, si laurea in giurisprudenza. La sua coscienza antifascista è matura: nel giugno ’45 si iscrive all’Anpi, l’associazione partigiana appena costituita (tessera n. 155 della sezione provinciale barese, firmata dal segretario Raffaele Conte) con la qualifica di «patriota»; nel 1947 la Commissione laziale per il riconoscimento della qualifica di partigiano e patriota gli attribuirà l’ambita qualifica di «partigiano combattente». La sua visione politica lo orienta verso il partito d’azione; a Bologna, dove si reca per esercitare il giornalismo – e dove incontra la futura moglie – è in rapporti e in corrispondenza con personalità come il rettore Edoardo Volterra, vecchio antifascista e partigiano, poi giudice costituzionale, Cipriano Facchinetti e Cino Macrelli, entrambi azionisti e poi repubblicani, entrambi ministri con De Gasperi. Scambia lettere anche col comunista Giuliano Pajetta e frequenta il Fronte della Gioventù, nel quale il Pci è maggioranza. Dedicatosi infine alla famiglia, a Bari, dà spazio nondimeno alla sua vocazione artistica, di pittore e poeta. Ha lasciato manoscritti letterari e un gran numero di tele che ha esposto in più d’una mostra, al celebre Sottano, con Raffaele Spizzico e Guido Prayer. Alcuni disegni a china ritraggono momenti dolorosi della guerra, soldati sofferenti in ritirata, prigionieri suppliziati. Anche questa produzione figurativa Rita Martinelli intende presentare degnamente al pubblico. 

Pasquale Martino       
« La Gazzetta del Mezzogiorno», 18 aprile 2020
  
    

giovedì 2 aprile 2020

Un libro per smontare i razzisti


Fatti e detti del razzismo contemporaneo
analizzati da Annamaria Rivera


L’emergenza che ci è piombata addosso nel giro di poche settimane sembra averci assorbito totalmente, cancellando d’un colpo paradigmi e riferimenti del dibattito pubblico che parevano imprescindibili. I quali, tuttavia, non sono scomparsi, continuano a “lavorare” sotto traccia, e torneranno prepotentemente a coinvolgerci in prima persona come singoli e come collettività. La  lunga lotta al virus ne cambierà però le forme, il modo di manifestarsi, l’incidenza; perché, come si dice, nulla sarà come prima.
    Prendiamo per esempio il razzismo. Sembra ieri, ma è quasi oggi che il presidente di una regione ha sostenuto senza batter ciglio che «tutti abbiamo visto (ma tutti chi? e quando mai?) i cinesi mangiare topi vivi». Nel prologo della drammatica vicenda che stiamo vivendo divampò il pregiudizio contro i cinesi, i loro negozi e ristoranti. Pregiudizio che pare ora rientrato dietro le quinte (abbiamo ben altro si cui occuparci), ma c’è da stare certi che molti continuano a pensare e a dire che i cinesi «ci hanno infettato»: c’è sempre un altro, “diverso”, “straniero”, che è responsabile al posto nostro di ciò che ci capita. “Noi” non siamo mai responsabili.   
     Nessuno oggi ardirebbe dirsi «francamente razzista» come i dieci firmatari del Manifesto fascista del 1938; la tragedia della Seconda guerra mondiale ha fatto del razzismo – quello “ufficiale” – un tabù. Oggi piuttosto si dice: «non sono razzista ma…»; e dopo il “ma” arrivano tesi razziste di fatto. Conoscere il razzismo, dunque, nominarlo e decodificarlo. È uscito a Bari, a febbraio, per i tipi di Dedalo, l’utilissimo libro di Annamaria Rivera Razzismo. Gli atti, le parole, la propaganda (pp. 167, euro 17): una sorta di vademecum del “pensiero” razzista, del linguaggio e delle azioni che lo esprimono in modo palese o dissimulato. L’autrice è stata, a Bari, allieva del grande etnologo Vittorio Lanternari e in seguito docente di Etnologia e Antropologia culturale presso l’Ateneo barese; gli studi antropologici uniti a un attivismo militante l’hanno indotta per tempo a indagare il fenomeno razzista nelle sue manifestazioni politiche, sociali, culturali, fino a fare di lei una delle massime studiose in merito. Un libro da meditare dunque; nell’auspicio che la produzione e la circolazione libraria possano riprendere al più presto.
     Il primo pregio dell’agile volume consiste nella rigorosa dimostrazione che il razzismo è una costruzione storica dell’Europa moderna; all’idea originaria di “razza” come entità biologica (demistificata oggi dalla scienza) si è sostituita più di recente l’idea della diversità “culturale” come dato omogeneo e immutabile, quasi un’essenza primigenia: può riguardare una “etnia” descritta come organicamente denotata una volta per tutte, oppure una religione, come l’Islam, di cui vengono ignorate le evoluzioni storiche e le innumerevoli differenze interne, oppure un dato fenomenico come il colore della pelle concepito come rappresentazione fisica di una “civiltà” irrimediabilmente diversa (e in conflitto con la “nostra”) se non inferiore. Contro ogni visione «essenzialista», Annamaria Rivera sostiene «il carattere storico, processuale, fluido e artefatto delle identità e delle culture». 
     
Il maggior punto di forza del libro consiste, forse, nell’analisi delle forme lessicali, delle abitudini espressive, delle metafore coniate in ambito politico, saggistico, giornalistico e diventate d’uso comune, le quali sottendono la stigmatizzazione dei “diversi” oppure una visione riduttiva e fuorviante delle azioni riconducibili al razzismo. L’“ecologia delle parole” – afferma Rivera – è necessaria, anche se non sufficiente, per incominciare a smontare il discorso razzista. È il caso di definizioni come quelle di «extracomunitari» e «clandestini», che tendono a delegittimare un fenomeno sociale enorme fissandolo a una identità criminaloide. Ed è anche il caso di una espressione apparentemente neutra e descrittiva come «guerra fra poveri», che suggerisce una soggettività attiva dei poveri e una simmetria fra nativi e immigrati, dimenticando che i secondi sono in assoluto gli ultimi e i più deboli, ben lontani dal far guerra a chicchessia, e che i conflitti di nativi contro “stranieri” sono innescati quasi sempre dalla propaganda di agitatori politici (spesso neofascisti).
     Veniamo così all’ultimo punto (ma il libro comprende un ventaglio di temi molto più ampio): il valore performativo di certa propaganda politica, per cui l’enunciazione xenofoba e intollerante diventa immediatamente gesto, azione pratica. Opporsi a ciò è dovere civico, in particolare per chi si richiama all’antifascismo; che, per essere tale oggi – per essere cioè l’erede di una grande idea storica di democrazia sociale e di ampliamento dei diritti – non può che essere in primo luogo antirazzismo.

Pasquale Martino      
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 2 aprile 2020

giovedì 12 dicembre 2019

Cinquant'anni da Piazza Fontana


La ferita che non si rimargina
La strage fascista, il golpe fallito, la montatura mostruosa
La figura esemplare di Giuseppe Pinelli

I funerali delle vittime della strage, il 15 dicembre 1969 a Milano

Sarebbe stata una gran bella parte quella di Sofia Loren, nel 1972, in un film prodotto da Carlo Ponti e diretto da Giuliano Montaldo: la parte di Licia Rognini, vedova di Giuseppe Pinelli, il manovratore di treni anarchico ingiustamente fermato per la bomba di Piazza Fontana e precipitato dalla finestra della questura di Milano la notte del 15 dicembre 1969. Ma non se ne fece niente: l’assassinio del commissario Luigi Calabresi, sotto la cui responsabilità Pinelli fu trattenuto in questura, oscurò l’indignazione per la sorte dell’innocente ferroviere. La vicenda del film mancato (insieme con quella altrettanto significativa de I funerali dell’anarchico Pinelli, il grande quadro del pittore Enrico Baj la cui esposizione venne annullata per lo stesso motivo) è narrata da Enrico Deaglio nel bel libro da poco uscito, La bomba (Feltrinelli), rievocazione accurata e dolente – fra le migliori che si vanno pubblicando nell’anniversario – di tutta la storia della terribile strage, delle sue 17 vittime (onesti contadini, piccoli imprenditori agricoli, commercianti) e della “diciottesima”, Pinelli.    

     Ricorre dunque il mezzo secolo da un evento capitale, che fu un discrimine nella storia dell’Italia repubblicana. La bomba esplosa nella Banca dell’Agricoltura il 12 dicembre segnò il fragoroso emergere di una “strategia della tensione” i cui tasselli si andavano disponendo nel quadro ferreo della guerra fredda che doveva impedire una vittoria delle sinistre nel mondo occidentale. E il momento fu topico: era l’Autunno caldo, quando grandi scioperi di tutte le categorie di lavoratori stavano per ottenere risultati contrattuali e sindacali mai visti prima. 35 anni di tormentata vicenda processuale (di cui abbiamo parlato su queste pagine lo scorso 22 giugno) non hanno punito i colpevoli, ma hanno sancito una verità giudiziaria e storica: la strage fu attuata dal gruppo neofascista Ordine Nuovo, dai suoi capi Franco Freda e Giovanni Ventura, non più processabili perché già assolti in via definitiva. Essi ebbero complici e burattinai nei servizi segreti, che poi deviarono le indagini verso la falsa pista anarchica, preparata nei mesi precedenti tramite attentati “sperimentali” compiuti da Ordine Nuovo e attributi ad anarchici.
     La strategia della tensione trovava adesioni anche in settori politici di governo e di destra, che miravano a un colpo di stato strisciante, alla instaurazione di una “democrazia autoritaria”, se non a un vero golpe fascista come quello del 1967 in Grecia. Il massacro del 12 dicembre avrebbe dovuto essere ancora più tragico: c’erano altre quattro bombe a Milano e a Roma, che per caso non provocarono morti. I massimi vertici politici del complotto si spaventarono e fecero marcia indietro; l’imponente presenza silenziosa del popolo di Milano ai funerali della vittime non si trasformò, al contrario di quanto i golpisti speravano, in una violenta resa dei conti contro i “rossi”. L’adunata nazionale del partito neofascista Msi a Roma, prevista il 14 dicembre, fu vietata. Ma tutti gli sforzi vennero indirizzati a coprire le tracce del misfatto: perciò, gli anarchici colpevoli. La caccia all’uomo dilaga in tutta Italia: anche a Bari la stampa dà notizia di perquisizioni della polizia in quattro sedi della sinistra extraparlamentare. Viene incolpato l’anarchico Pietro Valpreda, di cui la sentenza definitiva stabilirà l’innocenza; viene fermato Pinelli, trattenuto tre giorni illegalmente, sottoposto a stressanti interrogatori con tipici trabocchetti polizieschi («c’è Valpreda che ha confessato!») e alla fine il ferroviere esperantista già staffetta partigiana e appassionato lettore di Edgar L. Masters muore cadendo da una finestra del quarto piano. Il questore Guida (ex direttore del confino fascista di Ventotene) afferma subito, mentendo, che si tratta di suicidio. Da sinistra si accusa la polizia di aver causato la morte del ferroviere durante il fermo. Calabresi sostiene di essere stato assente dalla sua stanza, dove si svolgeva l’interrogatorio, quando avvenne la caduta di Pinelli; querela «Lotta continua», il giornale di estrema sinistra che invece lo incolpa di quella morte. Ne segue un processo infuocato, finito in un nulla di fatto. Dario Fo mette in scena la satira Morte accidentale di un anarchico. Con una indignata lettera, centinaia di intellettuali di tutta l’Italia contestano magistratura, polizia e Calabresi: tra le firme da Bari si notano Vito Laterza, Vitilio Masiello, Nico Perrone. Si dirà poi che la lettera fu la sentenza di morte per il commissario dell’Ufficio politico di Milano: un altro falso. Denunciare la responsabilità di Calabresi, che avrebbe dovuto proteggere la vita di un uomo da lui fermato, un uomo morto – in un modo o nell’altro – mentre in era in mano alle forze dell’ordine, non significava incitare all’assassinio. Che fu un crimine; attribuito, al termine di un altro percorso processuale controverso, ai capi di Lotta continua.
     
     La catena dello stragismo nero imperversò per un decennio. Fu anche il decennio della risposta democratica, della controinchiesta (che coniò l’espressione «Strage di Stato»), del nuovo antifascismo. Anni di piombo, si dice, per colpa del terrorismo rosso. Ma anni di riforme, di cambiamento in meglio della società italiana.
     Pino Pinelli fu un uomo di sinceri e grandi ideali, universalmente stimato. Nel 2009 per la prima volta un presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, invitò al Quirinale Licia Pinelli e rese omaggio al marito, «che fu – disse – vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un’improvvisa, assurda fine». Dopo aver commemorato i morti per la bomba il 12 dicembre, Milano ricorderà Pinelli il 14, con una catena musicale da piazza Fontana al palazzo della Questura. L’Italia democratica sarà lì.

Pasquale Martino   
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 12 dicembre 2019   
  
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giovedì 12 settembre 2019

Il processo Petrone


Le due città al palazzo di Giustizia
1978-1981: i neofascisti sul banco degli imputati* 

Sembrava ancora nuovo fiammante il giovane Palazzo di Giustizia di piazza De Nicola, quel 13 novembre 1978 quando ebbe inizio uno dei dibattimenti destinati a segnare in qualche modo la storia di Bari: il processo per l’omicidio di Benedetto Petrone. Il diciottenne comunista era stato ucciso un anno prima, il 28 novembre ’77, in un agguato neofascista. 
Il processo ebbe in verità un prologo, pochi mesi prima: il procedimento per ricostituzione del partito fascista, a carico di militanti della sezione Passaquindici del Msi, formazione erede della Repubblica di Salò. Prologo assai significativo, per l’ampiezza dell’impianto accusatorio (il Pm Nicola Magrone collegava in un disegno premeditato decine di episodi dello squadrismo nero imperversante), per l’oggettivo carico politico che ricadeva sulle spalle dei testimoni (fra i quali il solo a sostenere coraggiosamente il proprio compito fu il segretario della sezione del Pci di Carrassi, l’intellettuale Raffaele Licinio, mentre altri testimoni si sfilarono indebolendo l’accusa), e per la conclusione (la sentenza respinse la tesi accusatoria, condannando alcuni imputati soltanto per «attività fascista»): essa costituiva in effetti un precedente che avrebbe condizionato il processo per il delitto Petrone.
     Fra gli imputati del primo processo c’era anche il latitante Giuseppe Piccolo, unico chiamato in causa per omicidio nel successivo processo Petrone, mentre i 7 coimputati, in libertà provvisoria, rispondevano solo di favoreggiamento. Il che già indica che si arrivava al dibattimento dopo un’indagine e un’istruttoria lacunose: da una parte era innegabile la «aggressione missina» (del Msi), come affermò il Pm Carlo Curione, dall’altra non erano stati individuati i responsabili di concorso in omicidio, che avevano spalleggiato Piccolo contro Petrone. I testimoni neofascisti, presenti ai fatti, erano stati più che reticenti. Il dibattimento non sciolse questo nodo; si indirizzò, anzi, nella direzione già indicata dal processo-prologo: l’assenza di una responsabilità politica del delitto. Due circostanze favorirono un tale esito. Innanzitutto il prolungamento e la complicazione dell’iter processuale, rallentato da rinvii (in attesa della estradizione di Piccolo che intanto era stato arrestato in Germania), dalle ripetute richieste dilatorie della difesa: la richiesta di trasferire il processo per legittima suspicione, che fu  respinta, e la richiesta di una perizia psichiatrica, che fu invece accolta. L'attesa della perizia impegnò nove mesi e poi ci furono le scene di impazzimento di Piccolo in aula e in carcere, e i ripetuti tentativi di suicidio. Finalmente il dibattimento riprese il 2 marzo 1981, a più di tre anni dai fatti. Il secondo fattore fu proprio la figura dell’omicida, “oggetto misterioso” di questa vicenda. Personaggio inquietante, per molti versi sconosciuto, venuto da un comune dell’Avellinese, di sicura fede fascista ma implicato in altre attività losche oltre che in prove di infiltrazione nella estrema sinistra, uomo imbarazzante assurto alla statura di condottiero sul campo della folta squadra missina nella delittuosa impresa, spietato esecutore di un omicidio e di un tentato omicidio (di Franco Intranò, compagno di Benedetto). Aiutato con molta efficienza a espatriare, nel contempo additato dai camerati come il “folle” e unico colpevole (in uno scontro ad armi pari, arrivarono a sostenere alcuni!), indotto a recitare la parte dello squilibrato di fronte alle telecamere in aula, e consegnato a una difesa quasi “d’ufficio” (i legali Franza e Preziosi del foro di Avellino); laddove i sette coimputati, appartenenti a famiglie della Bari “bene”, godono di un collegio prestigioso nel quale figura un autentico principe del foro barese come Achille Lombardo Pijola, oltre agli avvocati Plotino, Crocco e altri ancora.         
          Anche la parte civile poté disporre di un collegio importante che prestò opera volontaria e gratuita: fra gli altri Pietro Leonida Laforgia, Giuseppe Castellaneta, Mario Russo Frattasi e un giovane Niki Muciaccia. Accusato dalla difesa di essere troppo “militante”, il collegio di parte civile dové fronteggiare il progressivo diradarsi di quella atmosfera di tensione civile che aveva accompagnato la risposta della città al delitto e i primi passi dell’iter giudiziario (manifestazioni, cortei, presidî fuori del Palazzo di Giustizia e nutrite presenze di pubblico in aula si registrarono nelle prime fasi), e d’altro canto la crescente, ferrea volontà di una classe dirigente moderata di chiudere l’“incidente” derubricandolo a parentesi incresciosa e irrilevante da dimenticare. Volontà che fece pressione anche sulla delicata posizione del Pci, oggetto di polemica per un presunto uso politico del processo; e produsse qualche incrinatura nel collegio di parte civile. Era in gioco la faccia perbenista della città, con la sorte di quei «giovani figli di buona famiglia – così li definì l’avvocato Montesano della difesa – terrorizzati, dopo l'accaduto, da questo terribile impatto con i giovani di sinistra, e dalla prospettiva delle conseguenze giudiziarie»; quelli che invece, secondo Castellaneta, avvocato della parte civile, erano «i nipotini degeneri della borghesia bottegaia degli anni '50, che si incappucciano, che si armano, che occupano i quartieri per il gusto della violenza fine a se stessa».
     Il giorno della sentenza, 23 marzo 1981, lo spazio del pubblico in aula era di nuovo gremito fino all’inverosimile. I «giovani di buona famiglia» se la cavarono con pene irrisorie. Piccolo fu condannato a 22 anni, che diventarono 16 in appello. Nell’agosto del 1984 si suicidò per davvero, in carcere.

Pasquale Martino     
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 12 settembre 2019

* Nicola Signorile ha letto il testo e mi ha dato utili suggerimenti, dei quali lo ringrazio. 

lunedì 9 settembre 2019

Ritratto di Michele Romito



IL QUINDICENNE CHE FERMÒ I TEDESCHI
Il giorno eroico (9 settembre 1943)
e la lunga giovinezza del comunista di Bari Vecchia



Ho avuto per mia fortuna l’amicizia e la stima di Michele Romito, il ragazzo che fermò l’esercito tedesco a colpi di bombe a mano, il 9 settembre 1943 a Bari. Ho potuto dargli un ultimo saluto in ospedale, il giorno prima che morisse, a ottantadue anni, il 31 agosto 2009. Sono trascorsi dieci anni, e volgere il pensiero alla memoria di Michele è doveroso, tanto più nella circostanza del 76° anniversario di quella vicenda straordinaria nella storia di Bari. Fu un tempo drammatico in tutta Italia, l’8 settembre e i giorni che seguirono: quando lo Stato e l’esercito italiani si sfaldarono, il re e il governo fuggirono, le truppe tedesche dilagarono e sembrò arrivata – come è stato detto – la morte della Patria. Se la Patria non morì, lo si deve ad alcune migliaia di persone, che in modo pressoché spontaneo reagirono, fecero scelte cui pochissime di loro erano preparate, salvando soldati fuggiaschi, opponendosi nei modi possibili ai nazisti e ai fascisti redivivi, impugnando un’arma. Fu uno di quei passaggi sconvolgenti in cui – per opera di una minoranza non sparuta – un popolo e una nazione che erano sul punto di morire invece rinascono, si riconoscono, si rifondano come ex novo.
     Successe anche a Bari, dove protagonista fu un miscuglio estemporaneo di popolo, soldati, marinai, postelegrafonici, donne, ragazzi che soprattutto nella città vecchia e nel porto trovarono la scena del loro imprevisto momento di gloria, ed ebbero la loro rappresentazione in due figure emblematiche: il generale Nicola Bellomo, che senza ordini superiori (anzi, contro la riluttanza di buona parte dei comandi) diresse l’azione improvvisata di una compagnia eterogenea di militari e seppe coinvolgere anche i civili, impedendo alle truppe tedesche di distruggere le installazioni portuali; e il quindicenne Michele Romito, a capo di una banda di ragazzini che, sostenuti da numerosi altri scugnizzi e ragazze, si unirono ai soldati, si armarono di bombe e dall’alto della Muraglia bersagliarono l’autocolonna della Wehrmacht che tentava, penetrando in Bari Vecchia, di prendere alle spalle chi combatteva al porto. Fu proprio Romito a fare centro, causando l’incendio di un autocingolato che bloccò l’intera colonna tedesca, mentre i combattimenti continuavano davanti all’arco di San Nicola. Nel tardo pomeriggio i tedeschi dovettero ritirarsi, per seminare distruzione lungo il loro cammino verso Nord; si concluse così, con sei morti italiani sul terreno, una giornata violenta e tempestosa che è stata più volte raccontata ma sulla quale molto si vorrebbe ancora sapere.  
    
Michele Romito riceve la medaglia dal sindaco Vernola.
Fra i due nella foto, Tommaso Sicolo e Arrigo Boldrini.  
     Chi era Michele Romito? Apparteneva a una numerosa famiglia “barivecchiana”, 7 figli maschi e 3 femmine; aveva poca istruzione, si arrangiava in lavori portuali saltuari. Non saprei dire se nella scelta di campo istantanea di quel 9 settembre – cui non fu estraneo, certo, l’istinto popolare di autodifesa del proprio territorio – influì già un orientamento politico; forse sì, visto che nel dopoguerra Michele seguirà il fratello maggiore Antonio, suo punto di riferimento, nella adesione al Partito comunista. La famiglia Romito gravitava verso le due grandi istituzioni sociali e formative di Bari Vecchia: da una parte il Pci, dall’altra la Cattedrale. Michele crebbe lavorando nel porto e nei cantieri edili. Non si sposò, visse con i familiari nella casa madre del quartiere San Marco. Gli anni si allontanavano dall’epica giornata del ’43, e Bari era smemorata.  
     Il tempo di gloria tornò dopo il ’68, quando studenti di idee rivoluzionarie entrarono a frotte in Bari Vecchia per cercare le proprie ragioni interrogando la città proletaria che fino a quel momento ignoravano. Solidarizzarono con molti loro coetanei, ma in Michele Romito, quarantenne, trovarono insieme un padre e un compagno da ammirare: un ragazzo cresciuto e rimasto ribelle, insofferente, critico verso il Pci. La mia amicizia con lui non fu solo mia, ma fu quella di una comunità, specialmente il Circolo Lenin, che si strinse intorno a lui, facendosi raccontare in un estroverso dialetto barese non solo la storia emozionante di quelle bombe, ma tanti episodi della sua vita di lavoratore. Erano gli anni delle stragi e dello squadrismo nero, del nuovo antifascismo; l’Italia riscopriva la Resistenza, e Bari riscoprì gli insorti del settembre ’43. Il 25 aprile 1974 Romito riceve dal sindaco Nicola Vernola la medaglia d’oro della civica amministrazione, nel teatro Petruzzelli, alla presenza  del presidente nazionale dell’Associazione Partigiani, Arrigo Boldrini. La sera, una festa di giovani abbraccia l’“eroe” (titolo che Romito mai avrebbe pensato di attribuirsi). È merito indubbio dell’ANPI l’aver dato il dovuto rilievo alla figura di Romito, l’aver fatto conoscere la sua testimonianza, come anche l’aver valorizzato in anni recenti i “ragazzi” di Bari Vecchia che sono ancora fra noi e possono raccontare quei fatti.
Romito a una manifestazione
dell'Anpi a Bari 
     In seguito Michele frequentò la comunità di Santa Chiara, gruppo cristiano di base, si riavvicinò al Pci e, dopo lo scioglimento, a Rifondazione Comunista. Non mancava mai alle celebrazioni antifasciste; era a suo modo un personaggio: un giorno anche Moni Ovadia andò a trovarlo. Ma visse poveramente, come custode dei bagni comunali, infine come modestissimo pensionato. La sua ultima apparizione pubblica risale a due mesi prima della morte: fisicamente malandato, non volle mancare nel giugno 2009 alla manifestazione per i quaranta anni del Circolo Lenin di Puglia, nella Vallisa, dove fu calorosamente riabbracciato da quei giovani con i capelli ormai imbiancati che lo avevano avuto amico e compagno.
     Due anni dopo, nel 2011, venne deposta la “pietra d’inciampo” che lo ricorda, nel luogo che era stato teatro del gesto di coraggio per il quale Bari gli è debitrice.

Pasquale Martino    
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 9 settembre 2019