mercoledì 20 agosto 2014

Togliatti e i dilemmi della politica


Il comunista padre della democrazia
A cinquanta anni dalla morte

Un ricordo personale. Quando il 21 agosto 1964 mio nonno, vecchio socialista e, dopo il 1947, saragattiano, apprese della morte di Togliatti – mi fu raccontato – si tolse il berretto (che soleva portare in casa anche d’estate) per rendere omaggio a un «grand’uomo». Come tale dobbiamo ricordare cinquant’anni dopo colui che fu uno dei protagonisti assoluti nella redazione della carta costituzionale, un fondatore della democrazia italiana.  
Ovviamente, Palmiro Togliatti era anche un uomo di parte. Un leader di partito riconosciuto da una massa popolare che non era tutto il popolo italiano ma era pur sempre una vasta minoranza – quel popolo comunista che il giorno dei funerali dette vita, a Roma, alla più imponente manifestazione di massa mai vista fino a quel momento in Italia. Come chiunque abbia attraversato con dedizione l’arduo terreno della politica, egli ha compiuto scelte difficili e controverse, dovendo sacrificare obiettivi secondari – pur nobili e giusti – al fine principale che si prefiggeva, accettando compromessi e mettendo nel conto arretramenti e sconfitte.

Intensa e insieme durissima fu la sua formazione politico-culturale, nella Torino operaia prima della Grande Guerra e dopo, nell’Italia dei fermenti rivoluzionari e della controrivoluzione fascista. Per poco non fu ucciso dagli squadristi. Condivise con Gramsci la guida del Pci ma fu in disaccordo con lui quando il dirigente sardo criticò la conduzione staliniana della lotta all’interno del partito bolscevico. Attento a misurare i rapporti di forza e la possibilità realistica di ogni mossa politica, Togliatti era convinto che il Pci non potesse sopravvivere alla reazione fascista senza il pieno sostegno russo; ma che occorresse anche preservare quel gruppo dirigente dalla repressione stalinista. La storiografia recente che scandaglia i rapporti fra Gramsci prigioniero e Togliatti fuoriuscito a Mosca non sembra aggiungere nulla di sostanziale a quanto già noto: cioè che Gramsci condannava la linea settaria dell’Internazionale e che i suoi rapporti col partito – non escluso Togliatti – s’erano fortemente inaspriti. E tuttavia i concetti che il grande pensatore veniva elaborando in carcere – l’analisi del fascismo come «rivoluzione passiva» e la proposta di una costituente antifascista – appartenevano allo stesso retroterra culturale dei temi che Togliatti avrebbe svolto nel tempo: il «regime reazionario di massa», il contributo alla politica dei fronti popolari antifascisti, e infine la centralità del processo costituente.


Togliatti con Nilde Iotti
Proprio negli anni della Resistenza, al rientro in Italia, Togliatti dispiega la profondità della sua visione politica. Accantonando la pregiudiziale antimonarchica favorisce la nascita di un governo con la presenza dei partiti, necessaria sponda istituzionale della guerra partigiana che vede i comunisti nelle prime file. L’unità delle forze antifasciste, pur nella sua obiettiva difficoltà, è il filo conduttore della strategia togliattiana, in quanto è la sola base possibile di una «democrazia progressiva» che dia legittimità ai comunisti e apra loro lo spazio per ampliare i diritti sociali. Togliatti è stato criticato da sinistra (e all’interno dello stesso Pci) per aver privilegiato i rapporti fra partiti, per un certo gradualismo che metteva in ombra l’urgenza rivoluzionaria. Era solo realismo. Era forse anche la speranza che la grande coalizione antinazista mondiale non si infrangesse e, pur nella spartizione delle sfere di influenza fra Angloamericani e Urss, consentisse una presenza di sinistra nel governo della nuova Italia. In questo spirito, nonostante le avvisaglie della guerra fredda, si compì quell’evento storico irripetibile che fu l’Assemblea costituente. Nello stesso spirito, dopo l’esclusione dal governo e l’attentato del 1948 alla propria vita, il  leader del Pci fece appello ai lavoratori perché non spingessero la veemente protesta fino a un’avventura insurrezionale che avrebbe avuto un esito catastrofico.

Suo è il merito di aver pubblicato (sebbene non integralmente) l’epistolario e gli scritti carcerari di Gramsci, che esercitarono influenza duratura. Il limite maggiore fu di averli presentati come un’opera organica, un sistema di pensiero in sé concluso, laddove essi erano un laboratorio, un work in progress aperto e problematico. Ma l’assunzione ambiziosa di un patrimonio culturale da parte di decine di migliaia di proletari giustificava forse i rimaneggiamenti e le semplificazioni.
Vi sono passaggi discussi dell’azione di Togliatti in quegli anni. L’amnistia per i fascisti da lui promulgata quale ministro della Giustizia, perfettamente spiegabile nell’ottica della ricostruzione e riconciliazione, fu attuata e gestita dalla magistratura e dalla burocrazia in maniera da assicurare la continuità dell’apparato statale fascista. Il voto a favore dell’art. 7 della Costituzione che accolse i Patti Lateranensi, dividendo il Pci da socialisti e azionisti, rispondeva al comprensibile intento di non accettare la provocazione di una guerra religiosa la cui vittima designata erano i comunisti, come si vide poco dopo quando arrivò la scomunica di Pio XII. Fu saggio non scendere su questo terreno, ma il timore di contrastare la destra cattolica rimase una costante del Pci anche dopo il Concilio Ecumenico.

Nell’ultimo decennio di vita Togliatti non colse tutte le implicazioni del neocapitalismo e delle nuove soggettività sociali. Appoggiò tuttavia la rivolta del luglio ’60 contro il governo Tambroni. Sempre cauto nel prendere le distanze dall’Urss, lo fece abbastanza nettamente nel memoriale di Yalta scritto alla vigilia della morte. Egli restava però intimamente persuaso che, nonostante le contraddizioni e gli episodi tragici come l’invasione dell’Ungheria, il mondo sovietico costituisse il necessario contesto di equilibrio internazionale e di riferimento ideale per un tentativo di avanzata democratica e socialista in Italia, che avrebbe avuto peraltro caratteri del tutto diversi e autonomi dall’esperienza russa. 

Pasquale Martino
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 20 agosto 2014


domenica 17 agosto 2014

Giacinto Gimma

L’abate che inventò la storia della letteratura


Ritratto giovanile di Gimma



















Giacinto Gimma (1668-1735) è uno degli intellettuali di maggiore rilievo nella storia di Bari; forse il più importante, se si considerano sia la pioneristica impresa di scrivere la prima storia della letteratura italiana, sia le intense relazioni con i più influenti circoli intellettuali di tutta la penisola, la presenza attiva nel rinnovamento culturale che si pone a cavallo fra la Nuova Scienza galileiana e l’Illuminismo.
E pensare che era di origini sociali modeste, essendo figlio di un calzolaio. Ma chi intuì il suo ingegno lo indusse a frequentare il locale seminario e poi il collegio gesuitico, unici luoghi, per lo più, di formazione ed emancipazione culturale.  Fu avviato dunque alla carriera sacerdotale: «abate» indicava all’epoca una condizione ecclesiastica a prescindere dal grado, dalla funzione e dal reddito; erano così designati soprattutto gli studiosi e i letterati. Abati erano, fra gli altri, il poeta Metastasio e l’economista Ferdinando Galiani. «La sola figura di ecclesiastico – ha scritto lo storico della scienza Ugo Baldini – compatibile con un ruolo del tipo accennato [di chierici innovativi sul piano filosofico e scientifico] fu quella dell’abate, una cui storia sociale sarebbe di alto interesse, costituente un tramite tra clero e società civile, in quello spazio mondano del dibattito che avendo come sfondo costante le accademie va dalla corte secentesca al salotto settecentesco».

Prima di ricevere l’ordinazione sacerdotale Gimma si trasferisce a Napoli per studiare diritto all’Università. Ma qui imbocca ormai la strada dell’erudizione enciclopedica, segnata da spiccati interessi scientifici, dalla passione per la matematica, la fisica, l’astronomia. Comporrà anche un trattato di «fisica sotterranea» o mineralogia. Nell’epoca di Gimma – l’età della «crisi della coscienza europea» (Paul Hazard) – si passa quasi impetuosamente dall’obbedienza dogmatica al pensiero critico. E il Regno di Napoli è una punta di diamante di tale evoluzione. Nella città partenopea vive il genio di Giambattista Vico; vi muove i primi passi la corrosiva critica storica di Pietro Giannone, perseguitato esponente dell’anticurialismo. Si celebrano gli ultimi processi a carico di membri della disciolta accademia degli Investiganti, sospettati di ateismo. Questo sodalizio accademico era stato influenzato dal pensiero del calabrese Tommaso Cornelio, che, seguace della filosofia naturalista di Bernardino Telesio, aveva introdotto nella cultura meridionale il razionalismo di Cartesio e l’atomismo di Gassendi con le inclinazioni al libertinismo filosofico. Influenze e contatti ben documentati anche nello studioso barese. Il quale però, prudentemente come Vico, distingue e concilia verità di fede (sebbene razionalmente insostenibile) e verità di ragione filologicamente provata.    
Gimma si muove con energia nel mondo delle accademie: associazioni culturali che, sparse sul territorio italiano, costituiscono una fitta rete di relazioni intellettuali configurando quella «repubblica delle lettere» vagheggiata da Ludovico Antonio Muratori, quasi un embrione di Stato nazionale composto dai soli letterati. È membro autorevole di numerosi sodalizi accademici, fra cui ricordiamo quello dei Pigri a Bari (città in cui un volumetto di Pasquale Sorrenti edito nel 1965 registra l’esistenza di dieci accademie, mentre in tutta la Puglia erano una settantina), nonché l’accademia più famosa e potente, l’Arcadia con sede centrale a Roma (della quale l’abate fu «procustode» pugliese con il nome arcadico di Liredo Messoleo) e soprattutto l’accademia degli Spensierati di Rossano Calabro, da lui diretta e riformata col titolo di accademia degli Incuriosi: un nome antifrastico  come quello del cenacolo barese e di tanti altri. Fecero parte degli Incuriosi il Muratori (col quale Gimma fu in corrispondenza epistolare), il futuro papa Benedetto XIII (il gravinese Vincenzo Maria Orsini) e la poetessa Maria Selvaggia Borghini, allieva a Pisa di Alessandro Marchetti, scienziato e traduttore del De rerum natura, il poema atomista di Lucrezio.

L’abate barese sa inoltre destreggiarsi con un nuovo strumento culturale: il giornale; pubblica infatti corrispondenze sul periodico veneziano «La Galleria di Minerva» e progetta una rivista dell’accademia rossanese. Rientrato a Bari, è nominato canonico della cattedrale ma in seguito rinuncia alla carica per eludere i controlli dell’arcivescovato sulla sua attività intellettuale.
Nella città natale compone l’opera più nota: l'Idea della storia dell'Italia letterata (stampata a Napoli in due volumi nel 1723). La concezione del ponderoso lavoro è doppiamente nuova: per la prima volta appare una storia letteraria estesa a tutta la penisola; in secondo luogo, l’attività delle lettere non vi abbraccia solo la poesia o la prosa narrativa, ma ogni testo scritto, inclusi i trattati storici e scientifici. Ampio spazio vi trovano la Nuova Scienza, Galilei, il metodo sperimentale, nonché la storia generale della cultura e delle istituzioni culturali: scuole, accademie, biblioteche, stamperie e case editrici. Il disegno storico di Gimma – che apre la strada alla similare e più fortunata storia della letteratura scritta mezzo secolo dopo dal gesuita bergamasco Girolamo Tiraboschi – intende affermare la continuità e il primato della cultura italiana, polemizzando in maniera programmatica e quasi ossessiva con i denigratori francesi. Il suo punto di riferimento però, diversamente dalla storiografia romantica e da De Sanctis, non è l’unità linguistica, bensì quella geografico-culturale: che parte dagli Etruschi, dalla Magna Grecia e dai Latini. Ciò non toglie che la storia di Gimma sia stata interpretata come un’avvisaglia del Risorgimento: per celebrare i 150 anni dell’Unità nazionale (2011) l’editore Cacucci ne ha pubblicato un’ampia silloge a cura di A. Iurilli e F. Tateo.     

Pasquale Martino 

«La Gazzetta del Mezzogiorno» 17 agosto 2014  
(serie «Ritratti e radici» dedicata a personaggi della storia di Bari) 

sabato 9 agosto 2014

Immagini di guerra


Il dolore dei bambini


Orfanotrofio della Croce Rossa americana
nel 1918 a Manfredonia (archivio Alinari)
I social network dibattono sulla opportunità di pubblicare fotografie di bambini palestinesi vittime dei bombardamenti israeliani a Gaza. C’è chi afferma il dovere di documentare la realtà per quanto raccapricciante, e chi invoca la pietas o paventa l’assuefazione derivante da una sequenza ininterrotta di immagini cruente.
Da quando esistono la fotografia e il film, l’accostamento impietoso tra l’infanzia e la violenza della guerra produce un effetto sconvolgente: evoca l’arcaico, viscerale sentimento dell’innocenza violata, della vita appena sbocciata e già spezzata; l’ingiuria estrema inferta a bambini da altri esseri umani svela di colpo l’orrore senza fondo, il pauroso vuoto di senso che preferiremmo ignorare. C’è stato un tempo, però, in cui il documento fotografico fissava la sofferenza dell’infanzia non sul fronte, ma nelle retrovie. La Grande Guerra di cui ricorre il centenario è stata la prima veramente “di massa”, e pur tuttavia ancora una belligeranza di trincee, fra militari, fra eserciti regolari. I civili pativano la fame, la povertà, il dolore per i parenti caduti. Alcune foto documentano l’opera di assistenza della Croce Rossa americana in favore di minori italiani orfani o poveri; i bimbi hanno volti tesi, corrucciati; pochi i sorrisi, quasi smorti. Ma è con la Seconda guerra mondiale che i civili entrano in maggioranza fra le vittime: perché il conflitto diventa sistematicamente bombardamento di città, occupazione, rappresaglia, deportazione, schiavizzazione, sterminio. Ha inizio così anche l’amarissima storia delle immagini d’infanzia oltraggiata.  E anche in questo caso a impressionare di più, a far pensare, non sono tanto le foto dei morti quanto quelle di ragazzi colti nel momento acuto del maltrattamento e della sofferenza. La Shoah dei minori è fra le più attestate: file di bambine e bambini ebrei spinti verso i treni con le famiglie, gli sguardi cupi, stupefatti; e dopo, i sopravvissuti fotografati dai liberatori: bimbi nei pigiami a righe, oppure nudi, ridotti a scheletri tristissimi. Un’altra serie drammatica ritrae i bambini di Hiroshima: quelli dolenti che mostrano nel corpo il marchio inguaribile della letale radiazione e quelli seri, pensosi, che moriranno per gli effetti ritardati della bomba atomica.
Nell’epoca seguente, fino ai nostri giorni, la tragica galleria di immagini è cresciuta a dismisura: dai bimbi bruciati dal napalm in Vietnam a quelli mutilati in Afghanistan o asfissiati dai gas in Siria. Dieci anni fa oltre 180 bambini perirono nella strage della scuola di Beslan a causa del sequestro attuato da separatisti ceceni e della violenta irruzione della polizia russa. Difficile dimenticare l’immagine di quell’edificio scolastico dal quale uscivano di corsa, alla spicciolata, adulti sconvolti con in braccio bambini gravemente feriti. Il rovescio paradossale è nei i ritratti dei bambini-soldato, che in alcune parti del mondo (in Africa e Asia specialmente) vengono arruolati generalmente a forza per combattere in guerre endemiche. Le loro espressioni dure e rassegnate, prive di qualsiasi luce, mentre guardano l’obiettivo imbracciando un fucile, tradiscono un’angosciosa disperazione. 

Un fotogramma del video con Mohammed Al Dura.
Nella sequenza successiva si vedono il bimbo esanime e il padre tramortito.
Fonti israeliane affermano che Mohammed non è morto.
Ciò non cambia la sostanza di quanto ripreso dalle immagini.   
Certo, l’immagine è soggetta a interpretazione; non è “oggettiva”, nonostante l’apparenza. Conviene sapere quando è stata scattata una foto, da chi, perché; se è un’istantanea o se la scena è stata in qualche modo costruita. Commentatori israeliani contestano la veridicità delle immagini di bambini palestinesi uccisi o feriti. È nota la controversia sul video che ritrae il piccolo Mohammed al Dura esanime all’inizio della seconda Intifada nel 2000. 
E tuttavia la presunta manipolazione di questa o quell’immagine non può essere l’appiglio che inficia una mole di documentazioni concordi accumulatasi negli anni (grazie anche a giornalisti israeliani indipendenti), quasi che la violenza subita dai palestinesi – piccoli e adulti – fosse una gigantesca invenzione propagandistica e non una concretissima verità che si perpetua nel tempo. Ancora una volta, resta impresso il volto di un bambino vivo, traumatizzato: nell’intervista di un’inviata Rai a Gaza, tutt’altro che ostile verso Israele, il piccolo è accanto al padre, ha il capo fasciato, lo sguardo perso nel vuoto; il labbro inferiore trema senza sosta. L’incubo permane.    

Pasquale Martino 



   
Varsavia, Saigon, Hiroshima


Tre fotografie, tre icone del Novecento. La prima, celeberrima, ritrae un rastrellamento tedesco a Varsavia fra il 1941 e il 1943: un bambino ebreo avanza con le mani in alto, spaurito, sotto la minaccia armata di un SS. L’autore dello scatto è un fotografo militare germanico, che documenta l’“impegno” per distruggere la comunità ebraica polacca. Incerta è l’identità del ragazzo, benché fra i più sia invalsa l’identificazione con Artur Siemiatek, allora di 8 anni, sopravvissuto all’Olocausto e trasferitosi in Israele.  



Non meno famosa è l’istantanea scattata nel 1972 da un fotografo dell’Associated Press, Nick Ut, che vinse il premio Pulitzer. Nei pressi di Saigon alcuni bambini fuggono terrorizzati da un villaggio bombardato e rastrellato da soldati americani; al centro dell’immagine una bambina nuda, ustionata, allarga le braccia disperatamente: è Kim Phuc, di 9 anni, che, salvatasi, diventerà ambasciatrice dell’Unesco per la pace.  



La terza foto ci riporta alla Seconda guerra mondiale. È un ritratto di Sadako Sasaki, la bambina giapponese che a due anni sopravvisse alla bomba atomica sganciata a Hiroshima, ma morì di leucemia dieci anni dopo. La foto è stata scattata nel 1955, quando il male era già stato diagnosticato: la ragazzina indossa il suo primo kimono e guarda l’obiettivo con infinita tristezza, quasi con senso di responsabilità. Sadako trascorse gli ultimi mesi realizzando origami raffiguranti piccole gru, simbolo di vita e speranza. A lei sono dedicati due monumenti, a Hiroshima e a Seattle.




P.M.

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 23 luglio 2014
  

sabato 12 luglio 2014

Scuola e riforma

Tutta l'ingiustizia che resta fra i banchi
L'illusione della riforma a costo zero


La Scuola di Barbiana

«La scuola ha un problema solo: i ragazzi che perde». A distanza di quasi mezzo secolo, l’aforisma di don Milani è ancora pertinente. È vero che negli anni che seguirono Lettera a una professoressa (1967) la scuola pubblica ridusse le diseguaglianze; poté farlo grazie a riforme sia pure disorganiche volute da chi credeva all’aspra critica di Barbiana,  nonché grazie all’impegno e alla sensibilità democratica di un paio di generazioni di docenti. Tempo pieno, scuola dell’infanzia, educazione degli adulti, sostegno al diritto allo studio, lotta alla dispersione e all’evasione scolastica, inserimento dei disabili, accoglienza degli immigrati, sono state le innovazioni che hanno modificato l’originaria natura classista della vecchia scuola quale organo destinato alla mera selezione e alla riproduzione delle gerarchie sociali.  
Ma è altrettanto vero che siamo ancora lontani da qualsiasi soddisfacente realizzazione del diritto allo studio prescritto dalla Costituzione; se ne accorge chi non distoglie gli occhi da una società sempre più impoverita, lo sa bene chi opera “sul campo”: le scuole delle periferie urbane, gli uffici scolastici, gli assessorati comunali, la magistratura minorile. Chiunque si proponga di cambiare in meglio il sistema scolastico dovrebbe mettere al primo posto il rafforzamento delle azioni che mirano a includere, a “non perdere ragazzi”; in particolare, dovrebbe avere a cuore il potenziamento della fascia da 0 a 6 anni (asilo nido e scuola d’infanzia): un servizio di livello qualitativo alto, offerto però, tuttora, a una minoranza di bambini. E resta d’altronde la necessità di prolungare l’obbligo scolastico.
Tutto ciò è impossibile senza risorse finanziarie; invece sembra ottenere consensi la strana (ma non nuova) idea delle “riforme a costo zero”, che si possano finanziare attuando risparmi all’interno degli attuali stanziamenti, già poco dignitosi e assottigliati dai tagli dell’ultimo ventennio. Soltanto in un ambito si profila un aumento delle risorse: quello dell’edilizia scolastica. Si parla invero, per lo più, dello sblocco del patto di stabilità per progetti già avviati dai comuni. Non si dimentichi però che si tratta di tutt’altro capitolo di spesa, cioè di investimenti in conto capitale, sempre graditi perché, al pari di un ponte o di un’autostrada, danno “lavoro alle imprese”. I giganteschi sperperi di denaro nei lavori pubblici (che trapelano periodicamente dalle inchieste sulle grandi opere) non scandalizzano più di tanto; la spesa corrente è invece dipinta come  il covo diabolico degli sprechi.  In proposito, due concetti vanno per la maggiore: abbreviare il corso di studi e allungare l’orario di lavoro dei docenti a parità di retribuzione. La prima idea trova sostegno nel presupposto indimostrato che cinque anni nelle scuole superiori siano troppi, e si avvantaggia di una sorta di mitologia della velocità, nonché del sottinteso che a sbrigarsela in quattro anni possano essere i più dotati. Motivazioni non dissimili suffragarono dieci anni fa gli “anticipi” della scuola d’infanzia (un modo per sopperire alla carenza di asili nido), che trascinavano dietro di sé l’anticipo anche nella scuola primaria. 

Scuola d'infanzia a Reggio Emilia (dal sito di Lo stupore del conoscere)
La seconda idea si alimenta della convinzione diffusa che gli insegnanti lavorino poco e che in fondo, per lo stesso stipendio, potrebbero anche degnarsi di fare un sforzo in più. Un convincimento che nasce da scarsa riflessione: si generalizza erroneamente l’esistenza di docenti inadeguati; invece, la scuola statale funziona soprattutto perché nella pluralità del gruppo docenti di ciascuna classe gli insegnanti capaci sopperiscono alla manchevolezza di altri. I modi per gratificare la bravura e scoraggiare l’inoperosità non possono essere né il premio salariale deciso dai presidi, o legato a certe prestazioni organizzative (questi incentivi già ci sono, ma molti ottimi docenti non svolgono tali mansioni), né tanto meno l’imposizione di svolgere dentro la scuola operazioni pomeridiane come la correzione dei compiti o la preparazione delle lezioni (in quali spazi riservati? in quali biblioteche aggiornate, con quali strumenti?). Tenere aperte le scuole fino a sera – cioè, generalizzare il tempo pieno (già messo recentemente a dura prova) – se non è demagogia significa personale ulteriore, mense, servizi e costi aggiuntivi. Fermo restando che aumenti contrattuali di base sono dovuti all’intera categoria dei lavoratori della scuola, l’incentivazione della qualità non dovrebbe dipendere dal numero di ore, ma da un complesso di fattori: per esempio, la disponibilità dei docenti più bravi a ruotare fra le scuole dopo aver compiuto un ciclo didattico, a condividere la loro esperienza, a portarla in territori difficili.   

Pasquale Martino 
  

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 12 luglio 2014

venerdì 27 giugno 2014

70 anni di "Rinascita"

L’Italia libera in rivista

Settanta anni ci separano dalle vicende da quel Movimento di Liberazione (1943-45) che sconfiggendo il fascismo e contribuendo a cacciare l’invasore tedesco gettò le basi della libera repubblica. È opportuno che le riflessioni su questo lungo anniversario, di cui si stanno occupando (a volte un po’ stancamente) i giornali, le istituzioni, il mondo della cultura, si allarghino a considerare la molteplicità dei fatti che posero i tasselli al mosaico  della nuova Italia tutta da inventare e ricostruire. Fra questi va annoverata, nel giugno 1944, la pubblicazione della rivista «Rinascita», che, fondata da Palmiro Togliatti e rivolta non solo agli iscritti del Pci, il cui numero era in rapida crescita, ma ai simpatizzanti e agli interlocutori, avrebbe costituito per quasi mezzo secolo un luogo autorevole di elaborazione politica e culturale. 
«I primi quattro numeri – ha scritto Giorgio Bocca nella sua tutt’altro che apologetica biografia di Togliatti – destano un’impressione enorme: il livello culturale è alto, il più alto mai toccato da una rivista politica italiana».  Il titolo – «La Rinascita» (con l’articolo, che sparirà nel 1945) – allude com’è chiaro a quel “secondo Risorgimento” di cui l’Italia deve rendersi artefice sulle ceneri del regime mussoliniano, e di cui il movimento operaio sarà finalmente protagonista. L’operazione politico-culturale assai ambiziosa risponde alla strategia perseguita da Togliatti dopo l’arrivo a Napoli nel marzo ’44: egli assume la guida operativa del Pci, sblocca con la «svolta di Salerno» la questione istituzionale accelerando l’ingresso dei partiti nel governo di unità nazionale e, mentre i comunisti danno un apporto decisivo alla guerra partigiana, getta le basi di quel “partito nuovo” che sarà un soggetto politico di massa e un collettore di energie intellettuali. L’obiettivo del leader comunista è di mettere in campo un’alternativa credibile non soltanto al ventennio di cultura fascista, ma anche al pensiero borghese-liberale che proietta sul futuro post-fascista la propria vocazione egemonica.  «Rinascita» – stampata dapprima a Napoli, poi trasferita a Roma – apre le sue pagine scagliando quasi programmaticamente un attacco contro Benedetto Croce, il “papa laico”,  accusato di aver beneficiato di un atteggiamento compiacente da parte della dittatura. Figura di riferimento  dell’antifascismo nel Sud liberato dagli Alleati, il filosofo abruzzese era stato il capo morale del Congresso dei CLN a Bari nel gennaio ’44; Croce e Togliatti erano entrambi ministri del governo Badoglio (fino all’8 giugno) e del governo Bonomi (dal 18 giugno), ma ciò non impedì l’aspra critica del leader comunista nei confronti dell’anziano senatore. Questi si risentì al punto da far temere una crisi di governo, tanto che nel numero 2 della rivista Togliatti fu costretto a chiedere scusa. La critica però non atteneva soltanto all’atteggiamento politico, ma si estendeva al sistema di pensiero del grande intellettuale meridionale: nel numero 1 appariva un gruppo di lettere di Antonio Gramsci, scritte in carcere e incentrate sull’analisi critica del pensiero crociano; e aveva inizio in tal modo la “scoperta” del pensatore sardo, il capo comunista segregato in prigione quasi fino alla morte, autore delle lettere e dei quaderni che Togliatti avrebbe pubblicato negli anni seguenti, presentando Gramsci come l’ “Anticroce” e facendone il perno di un nuovo progetto intellettuale ispirato al marxismo. 
Gramsci e Togliatti in un disegno de "l'Unità"
Del resto, la convinzione che le avanguardie operaie dovessero disporre di un giornale culturale di ampio respiro era già insita proprio ne «L’Ordine Nuovo» di Gramsci  (1919-1925), su cui Togliatti aveva tenuto una rubrica polemica, «la battaglia delle idee», ora riproposta con lo stesso titolo in «Rinascita». Nel febbraio ’45 il mensile ristampa Alcuni temi della quistione meridionale, il saggio gramsciano incompiuto già apparso sul periodico clandestino «Lo Stato operaio» ma ora messo a disposizione del grande pubblico. Il meridionalismo diventa un punto di forza di questo marxismo italiano che – senza poter rinunciare allo  stalinismo e a certi  cascami dogmatici – inizia nondimeno a fare propria la lezione critica di Gramsci. Guido Dorso, il meridionalista “rivoluzionario”, scrive a «Rinascita» e Togliatti risponde. Al mensile collaborano, sotto la vigile regia del leader comunista, alcuni dirigenti di vecchia data del Pci (fra cui Di Vittorio, che svolge il tema dell’unità sindacale), nonché intellettuali di fede comunista antica e nuova, o vicini al partito, che dibattono su cultura e scuola, su arte e letteratura, da Concetto Marchesi a Franco Rodano a Lucio Lombardo Radice, Bianchi Bandinelli, Moravia, Vittorini, Mafai, Sapegno.
Con il suo spessore qualitativo e con la sua storia non breve (le pubblicazioni cessarono nel 1991) «Rinascita» ha contribuito a far nascere il mito della presunta «egemonia comunista» nella cultura italiana, un argomento agitato dalla destra specie in anni recenti. Un’egemonia a ben vedere inesistente: perché il senso comune popolare è stato in larghissima maggioranza plasmato dalla cultura cattolica prima, poi dall’immaginario televisivo; e perché la sinistra italiana e, almeno dagli anni ’60, lo stesso Pci – una minoranza per quanto significativa – hanno conosciuto un notevole pluralismo di idee, in cui confluivano  le tematiche azioniste, le varie anime del socialismo e, a seguire, il terzomondismo, la New Left e i “movimenti” americani. È vero peraltro che l’elaborazione culturale della sinistra – e «Rinascita» mensile dell’immediato dopoguerra ne è la riprova – ha saputo lanciare una sfida temibile alla tradizione e ha comprensibilmente suscitato i timori, le reazioni e anche le recriminazioni postume degli avversari. 

Pasquale Martino 


«La Gazzetta del Mezzogiorno», 27 giugno 2014

giovedì 12 giugno 2014

La Settimana Rossa

7-14 giugno 1914:
quando l'Italia fu «sull'orlo del socialismo»


Il centenario della Settimana Rossa a Ravenna.
Gli insorti piantano l'albero della libertà
La «settimana rossa» di cento anni fa – un moto semi-insurrezionale che scosse l’Italia alla vigilia della Grande Guerra – generò da un lato, nell’universo popolare, l’epopea leggendaria e durevole della rivolta che per poco non aveva abbattuto la monarchia e lo Stato borghese, e a cui bisognava continuare a ispirarsi, dall’altro il mito negativo della minaccia sovversiva incombente, da cui ci si doveva difendere ad ogni costo. 
Tutto ebbe inizio dalle lotte contro la guerra che s’erano sviluppate fin dall’invasione della Libia (1911) spingendo a forme d’unità d’azione le diverse componenti del movimento operario: anarchici, socialisti, repubblicani, sindacalisti rivoluzionari. Il 7 giugno 1914 la forza pubblica sparò contro una manifestazione antimilitarista ad Ancona uccidendo tre dimostranti; erano presenti il vecchio dirigente anarchico Enrico Malatesta e il giovanissimo Pietro Nenni, allora repubblicano. La reazione di protesta fu dappertutto impetuosa, irrefrenabile, da Milano a Genova, da Torino a Firenze, da Roma a Napoli a Bari: scioperi, barricate e scontri si susseguirono fino al 14 giugno.  Il bilancio fu di una trentina di morti (fra cui alcuni poliziotti), centinaia di feriti e di arrestati. Il movimento si spense senza ottenere risultati pratici perché alla notevole partecipazione e spontaneità della rivolta non corrispose una guida politica e tanto meno un preciso progetto. Forse gli unici ad avere le idee chiare erano gli anarchici: rivoluzione fino alla vittoria, come sempre avevano voluto e sperato. Ma il partito socialista era incerto, in gran parte colto di sorpresa dall’ampiezza della sollevazione, e la CGL, il sindacato socialista, tagliò la testa al toro revocando lo sciopero dopo alcuni giorni. Mussolini, allora direttore dell’ «Avanti!», polemizzò con i dirigenti sindacali, ma egli stesso non aveva saputo proporre sbocchi ai lavoratori in lotta. La vastità e la forza del sussulto rivoluzionario trovarono spazio sulle influenti riviste di cultura: Papini scrisse su «Lacerba», Prezzolini su «La voce», Salvemini su «l’Unità», segnalando la carenza di direzione. 
Lapide commemorativa ad Ancona
D’altro canto, apparve straordinario il successo elettorale del Psi nel voto amministrativo che si svolse in quegli stessi giorni (da poco era stato introdotto il suffragio allargato): i socialisti conquistarono Ancona, Milano, Bologna, Reggio Emilia, Novara, Verona e molti altri comuni (Andria e a Cerignola in Puglia), dando inizio a un’esperienza amministrativa dai caratteri sociali avanzati, la cui tradizione si perpetuerà oltre e nonostante il ventennio fascista.  A Bologna fu eletto primo cittadino Francesco Zanardi che il popolo chiamerà il “sindaco del pane”; a Milano diventò sindaco Emilio Caldara, che gli avversari soprannominarono Barbarossa (perché, come l’imperatore Federico I, avrebbe distrutto la città lombarda!). Si prefigurava in Italia un’alternativa politica, la cui massima responsabilità era affidata al Psi, quale partito capace di attrarre il consenso delle masse operaie, di porsi alla testa di grandi scioperi e di amministrare importanti città: pochi mesi prima, proprio ad Ancona, il XIV congresso socialista aveva messo a fuoco il governo degli enti locali e i temi connessi, dall’igiene pubblica alle municipalizzazioni dei servizi.  

A meno di quindici giorni dalla settimana rossa, l’attentato di Sarajevo produsse la scintilla del primo conflitto mondiale. Il Paese che, a giugno, si trovava «sull’orlo del socialismo» (Fernand Braudel), come del resto la Germania e altre nazioni europee, cambiò repentinamente orizzonte entrando nel vortice di quella guerra che, fra le altre conseguenze, avrebbe mandato in rovina la Seconda Internazionale e i partiti socialisti. Da quel momento il dibattito pubblico veniva polarizzato dalla scelta fra intervento e neutralità, e significativi esponenti della sinistra – Mussolini e Salvemini fra gli altri – si schieravano nel fronte interventista. Ma l’insieme del Psi guidato da Lazzari, Turati, Serrati, restò ancorato alla propria tradizione antibellicista: il che lo aiutò a sopravvivere nel naufragio del socialismo europeo arruolatosi sotto le bandiere contrapposte degli Stati nazionali. In effetti, la partecipazione alla guerra era il tentativo della borghesia italiana di risolvere le contraddizioni della società spostando bruscamente la vita della nazione sul terreno dell’unità belligerante: si voleva così porre rimedio al fallimento del riformismo giolittiano nonché della guerra libica che non aveva dato nessuna risposta all’emergenza occupazionale (anzi, nel 1913 l’emigrazione italiana aveva toccato l’apice). La guerra era una reazione opposta e contraria all’avanzata del socialismo e della democrazia. Già nell’agosto 1914 il governo Salandra diramò ai prefetti il divieto di tenere comizi. E in seguito, durante la tragica vicenda bellica e specialmente dopo il disastro di Caporetto, si agitò lo spauracchio permanente del pacifismo socialista e si temette più d’ogni cosa il ritorno di fiamma della Settimana Rossa.  

Pasquale Martino

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 12 giugno 2014


sabato 7 giugno 2014

Una satira di Giovenale

La misera condizione degli intellettuali



La rappresentazione vivace e articolata della condizione di precarietà in cui versano le professioni intellettuali costituisce il pregio e il grande motivo di interesse della satira VII di Giovenale. 
Dopo aver rivolto un apprezzamento – almeno apparentemente speranzoso – all’imperatore, l’unico che ormai possa prendere a cuore le sorti della cultura sostenendo materialmente il lavoro dei letterati (vv. 1-21), l'Autore incomincia a distendere il suo ampio affresco, esaminando la dura vita dei poeti contemporanei – compresi i grandi, come Stazio – che hanno difficoltà a sostentarsi con la sola poesia, e che, nella migliore delle ipotesi, per campare devono scrivere versi per il teatro popolare (vv. 22-97). All’inizio di questa sezione riservata alla professione poetica, Giovenale si rivolge a un certo Telesino, che potrebbe risultare dunque il dedicatario della satira. A seguire, vengono delineate le situazioni di altre categorie intellettuali: gli storici, universalmente disprezzati e giudicati inutili (vv. 98-105); gli avvocati, che si affaticano per tentare di vincere piccole cause guadagnando una miseria, mentre paradossalmente i clienti piú danarosi sono attratti solo dagli avvocati che sono già ricchi, o che, meglio, fanno un’astuta esibizione di ricchezza (vv. 106-149); i retori, il cui insegnamento, un tempo prestigioso e fondamentale, è sottovalutato dai genitori degli allievi, e perciò mal retribuito (vv. 150-214). La rassegna è chiusa dai grammatici: maestri di scuola cui i genitori non sono disposti a riconoscere compensi dignitosi, ma dai quali pretendono tutto, fino alla vigilanza sui buoni costumi dei figli (vv. 215-243).
Secondo lo stile tipico di Giovenale, la settima satira sviluppa una scoppiettante sequenza di immagini comiche e grottesche mettendo a nudo aspetti paradossali della vita quotidiana nell’Urbe, e restituendo in tal modo al lettore un quadro umano e uno spaccato sociale di straordinaria vitalità. 
Ci si è interrogati se la vasta rappresentazione dell’umiliante condizione di vita del ceto intellettuale, giocata fra un registro ironico e una serie di pennellate quasi patetiche, rifletta un sentimento che potremmo definire di partecipazione, di condivisione da parte del poeta, oppure se sia da leggere come satira corrosiva a tutto campo, che travolge aspramente la stessa categoria di letterati cui pure Giovenale appartiene. Senza voler sviluppare tale discussione in questa sede, si può affermare che la commiserazione e la critica, la pietà e il sarcasmo non si escludono a vicenda. Non va dimenticato che Giovenale – come appare chiaramente dall’esordio della satira I – non pensa a se stesso come a uno scrittore paragonabile ai poeti di professione, cioè a quelli come Stazio; anzi, costoro sono oggetto dei suoi strali polemici. Semmai il calore dell’umana partecipazione del poeta satirico sembra emanare soprattutto dai versi che trattano degli avvocati e dei retori: figure che Giovenale sente piú vicine a sé perché egli ha studiato retorica (e forse ha provato anche a insegnarla) e ha esercitato l’avvocatura.


Ma soprattutto, come è stato giustamente osservato, il vero bersaglio di questa satira sono le classi abbienti, che hanno abdicato a ogni forma di mecenatismo. Un tema in verità assai sentito e ricorrente nella letteratura d’età imperiale, sebbene svolto con tale ampiezza soltanto da Giovenale; il mito nostalgico è ovviamente quello del circolo di Mecenate, al quale però l’Autore accosta i nomi di altri protettori delle lettere e promotori di cultura, appartenenti a un passato ormai lontano: oggi i ricchi spendono somme spropositate per i loro volgari riti di ostentazione, per le loro ridicole pacchianerie, mentre nei confronti dei letterati si mostrano vergognosamente spilorci ed esosi. Da parte sua, la plebe disprezza gli intellettuali e osanna i cantanti e i campioni dello sport. Ne consegue come necessaria la già citata premessa della satira: il riconoscimento a «Cesare», unica speranza degli intellettuali; un riconoscimento che peraltro suona piuttosto come un appello se non addirittura come un’amara constatazione: bene o male il solo imprenditore culturale rimasto sulla piazza è lo Stato, nella figura dell’imperatore. Il che riflette una situazione reale se si pensa alle politiche attuate, con varia larghezza e intelligenza, dai Giulio-Claudii e dai Flavi prima ancora che dagli imperatori adottivi. 

Non è detto chi sia questo imperatore a cui è affidata la speranza della rinascita delle arti: dovrebbe trattarsi di Traiano o, secondo alcuni, piú verosimilmente di Adriano che esplicitò un programma mecenatistico. Meno accreditata è l’ipotesi che il poeta si riferisca a Domiziano: poiché si ritiene che Giovenale abbia cominciato a pubblicare le satire dopo la fine della dinastia flavia, è improbabile che egli abbia rivolto un elogio a un imperatore ormai universalmente deprecato. Tuttavia l’“ambientazione” è di età domizianea (si citano Stazio e Quintiliano) e l’identificazione del «Cesare» con l’ultimo dei Flavi potrebbe reggere se si leggesse anche questo passo in chiave satirica; come a dire, i letterati non possono sperare che nelle sovvenzioni statali: come si sono ridotti! 

Pasquale Martino

Dai materiali online di Pagina nostra. Storia e antologia della letteratura latina, D’Anna casa editrice (imparosulweb.it).

Immagini: dipinti di Lawrence Alma Tadema