venerdì 22 novembre 2013

Il regno della Rosa




Liceo-ginnasio Q. Orazio Flacco, Bari
L'età meravigliosa
di Rosa Cifarelli
rapita nell'Olimpo dei saggi
 

 
La credevamo immortale. O forse, visto che non la incontravamo da una vita, la immaginavamo rapita dagli dèi in un Olimpo dove godeva il riposo dei giusti immersa nei suoi pensieri e nelle letture. Ora sappiamo che Rosa Cifarelli Canfora ci ha lasciati. E mentre partecipiamo al dolore dei familiari, alla donna straordinaria rendiamo un grato omaggio.
Quarta e quinta ginnasiale, liceo classico Orazio Flacco di Bari, anni 1961-62 e 1962-63: «Zia Rosa», professoressa di lettere indimenticabile. Mai più, in seguito, avremmo studiato tanto in così poco tempo. Eppure ci sembrò un’eternità; un’era meravigliosa, così la pensiamo nella memoria: il tempo in cui siamo usciti dalla fanciullezza e abbiamo imparato le cose essenziali – almeno, ci è parso – fra cui l’amicizia.
In quel tempo memorabile lei ha regnato, «signora e donna», con grazia austera, con voce armoniosa e forte. Temuta, venerata, ha insegnato il rigore, il sapere come dura fatica e come scoperta del piacere intellettuale, l’amore per la cultura. I ricordi si affollano: le sue letture intense dei poeti italiani, nel silenzio dell’aula; il magico esistere dell’umanità nel suono di lingue morte; le sgridate brevi e sferzanti, che lasciavano il segno. Quel giorno che fu presa da commozione, a mala pena contenuta, dovendo darci la notizia che un compagno di classe aveva cessato di vivere.

Una volta, alla fine del biennio, pensammo di “vendicarci” di lei sempre così esigente e implacabile. Dopo ripetuti tentativi, uno di noi riuscì a sbirciare il titolo del libro da cui Rosa sceglieva le tremende versioni latine per il compito in classe. Subito ne comprammo una copia; ma a questo punto, che fare? Non c’era allora internet e non sapevamo come risalire da un brano all’opera originale e quindi alla traduzione. Non restava che tradurre noi tutto il libro. Così facemmo, alacremente e in pochi giorni, distribuendoci i testi latini e mettendo in comune le traduzioni che ciascuno fece. Ci sobbarcammo un esercizio immane che nemmeno lei si sarebbe sognata di affibbiarci: tutto per l’ultimo maledetto compito in classe di latino. Eravamo vacuamente fieri di avergliela fatta; invece, ancora una volta aveva vinto lei, ed era stata la sua conclusiva e più grande vittoria.
 
Carlo Altamura, Paolo Andreussi, Giorgio Assennato,
Aldo Balducci, Mimmo Cannone, Michele Carbone,
Giorgio De Santis, Tommaso Fiore, Lorenzo Mancino,
Pasquale Martino, Tommaso Masiello, Pierfranco Moliterni

"La Gazzetta del Mezzogiorno", 13 marzo 2010

Pagina nostra

Lawrence Alma Tadema, il poeta preferito
Elogio del Latino

«accendere luci alla mente»
praepandere lumina menti

Lucrezio, De rerum natura I, 144



 
 
Il latino è l’italiano antico, e l’italiano è il latino moderno. Questa affermazione, non certo nuova e difficilmente contestabile, basterebbe di per sé a dare conto di quale valore abbia lo studio della lingua e della letteratura di Roma antica nel curricolo formativo. Un curricolo – beninteso – che contempli come obiettivo irrinunciabile la padronanza tanto della prospettiva storica quanto dei fenomeni linguistici.
Del resto, lo stesso concetto che abbiamo posto in apertura potrebbe sembrare decisamente parziale o addirittura limitativo. La lingua latina, infatti, non è soltanto la madre dell’italiano, ma anche di tutti gli idiomi neolatini o romanzi: dello spagnolo, la quarta lingua piú parlata nel mondo, nonché del portoghese e del francese che, a seconda delle diverse classifiche, si collocano fra il settimo e l’undicesimo posto (l’italiano segue, oscillando fra i numeri dodici e venti). È, insomma, il substrato delle parlate di circa un miliardo di persone. Senza contare la persistenza dell’eredità lessicale del latino – lingua internazionale comune per oltre un millennio – in un vasto arco di idiomi non romanzi, che spazia dall’inglese al russo, e le non irrilevanti analogie morfosintattiche che sussistono tra la famiglia linguistica latina e il greco, i ceppi germanico e slavo, fino ad arrivare al sanscrito e alle lingue che ne discendono, parlate in tutto il subcontinente indiano.
Per converso, è riduttivo e dunque inesatto configurare il latino soltanto come una lingua antica o come una lingua morta: dal Medioevo all’Umanesimo e per tutta l’età moderna, mentre si evolveva la storia parallela delle nuove lingue, in latino si è parlato, si è scritto e ci si è anche divertiti (basti pensare al latino «maccheronico»); per giunta, l’idioma di Cicerone e Virgilio – il cui vocabolario nel frattempo si era andato aggiornando – ha funzionato a lungo come strumento comunicativo della filosofia e fucina del linguaggio scientifico. Tuttora lo si studia e se ne fa uso nel mondo, e non solamente all’interno di cerchie accademiche o ecclesiastiche.
Piú pronta e generale adesione riscuote l’idea che la letteratura latina classica, o per lo meno i suoi capolavori, costituiscano un patrimonio di conoscenza che non può essere ignorato da chi si propone di diventare una persona cólta. Neppure i piú tenaci detrattori fra quanti considerano obsoleto e tedioso il lascito latino si sognerebbero di escludere dal canone delle letture consigliate l’Eneide o il De rerum natura, le poesie di Catullo o le operette morali di Seneca, le commedie di Plauto o gli epigrammi di Marziale, il Satyricon o L’asino d’oro. D’altra parte, sempre meno sostenitori – e sempre meno agguerriti – pare incontrare la tesi per cui sarebbe sufficiente leggere i testi latini solo in versione italiana, in un programma di “cultura generale”. Certo, come non rinunceremmo, sol perché non conosciamo lo sloveno o lo svedese, a leggere in traduzione i libri di Boris Pahor o di Stieg Larsson, allo stesso modo non penseremmo mai di dissuadere dalla lettura di buone traduzioni di Tacito chi eventualmente non possa accostarsi al testo latino. Altrettanto vero è che sarebbe del tutto improvvido disconoscere e quindi vanificare le (tuttora) solide condizioni che rendono relativamente agevole al pubblico italiano di misurarsi direttamente col testo latino: una tradizione di studi, un know how tutt'altro che disprezzabile, oltre al già citato rapporto di stretta filiazione latino-italiano. Inoltre, la diffusione di alcune collane economiche di classici latini tradotti con testo a fronte parla chiaro: dice dell’esistenza di una “quota di mercato” non propriamente elitaria, di una domanda che rende possibile tale offerta. Si tratta di giovani, di professionisti, di persone che, amando la cultura, vogliono riavvicinarsi ad autori a suo tempo incontrati nell'iter scolastico, e che non rinunciano a spostare lo sguardo sulla pagina a sinistra, per assaporare, quand’anche in modo intermittente, con assaggi parziali, il gusto della lingua originale. E se l’uso di un’edizione bilingue, da un certo livello di conoscenza in poi, diventa controproducente perché tende a distogliere il cultore del latino dal concentrarsi profondamente sul testo originale, esso è invece assai fruttuoso per chi si muove nella zona precedente a quel livello, con l’intento di predisporsi a ulteriori avanzamenti.
 
L’esperienza scolastica è la dimensione non solo congeniale, ma per molti versi unica e irripetibile (almeno, non facilmente surrogabile), in cui la futura persona cólta può acquisire le conoscenze e le abilità di base grazie alle quali avrà poi la possibilità di reinventare il proprio personale rapporto con le opere letterarie della classicità latina. Il primo scoglio, e il piú impegnativo, è senza dubbio il superamento della difficoltà linguistica: un lavoro che richiede una disciplina metodica, il “tempo lungo” di una scuola. Vero è che i rimaneggiamenti dei programmi e delle metodologie didattiche hanno ridimensionato tale ostacolo, se non altro rispetto all’epoca in cui l’apprendimento delle lingue classiche si presentava quale una temibile prova del fuoco, uno studio autocentrato, un vero e proprio rito di iniziazione (nonché di selezione sociale). Sembra sia oggi consolidata – quasi preambolo concettuale di ogni possibile percorso didattico – la convinzione che la competenza linguistica non possa che procedere di pari passo con il curioso accostarsi del giovane a un patrimonio culturale, a una storia, a una civiltà, e che la conoscenza del latino – come ogni vero processo di arricchimento culturale – produca l’emergere di livelli profondi di intelligenza del pensiero e della realtà, il dischiudersi di visioni non altrimenti sperimentate. Né si può rinunciare all’ineguagliabile tirocinio formativo della versione e del laboratorio sul testo: la salutare palestra della mente che consiste nel confrontarsi con un “rompicapo” senza poterne uscire prima di aver trovato la soluzione. Per quanto l’allievo possa procurarsi traduzioni (non di rado scorrette) tramite le risorse disponibili in Internet, l’accesso a tali risorse dovrebbe essere, se mai, rinviato al momento della revisione, e perciò escluso nella fase di un lavoro e di una verifica ben organizzati e saldamente governati dal docente.
La traduzione è, peraltro, soltanto una delle fasi del laboratorio sul testo, fase che risulterebbe poco utile se non fosse integrata dall’analisi sintattica, con la puntuale decostruzione del periodo, e dall’analisi-commento del testo sotto il profilo lessicale, stilistico e storico-critico: operazioni, queste, per le quali è molto meno probabile trovare risposte preconfezionate. Non ci si dovrebbe precludere, poi, il gusto di immaginare esercizi sul testo alternativi alla stessa versione: per esempio, comporre in latino il riassunto del passo esaminato, senza passare attraverso la stesura di una traduzione scritta, ma avvalendosi del dizionario italiano-latino per scegliere sinonimi e locuzioni equivalenti. Quello che dovrebbe apparire chiaro è che lo studio della lingua latina si fa sui testi, cioè su “organismi” vivi, il che implica la comprensione dei valori semantici, dei procedimenti retorici e stilistici, delle forme di eloquenza e dei linguaggi “speciali” (oratorio, epico, lirico, satirico, tecnico e via dicendo); insomma, lingua e letteratura – laddove, come nel caso del latino, entrambe siano rappresentabili solo mediante il testo scritto – sono talmente interconnesse da risultare quasi una cosa sola. Ma questo studio linguistico-letterario non può essere affrontato senza un metodo critico scientifico che tenga conto di tutte le risultanze (a loro volta problematiche) della filologia, della critica letteraria, della grammatica e della storia della lingua. Inoltre, questo studio non può essere svolto al di fuori di una prospettiva storica, senza, cioè, la consapevolezza che gli scritti letterari sono il documento di una civiltà nel suo divenire, e che se tale divenire non può essere compreso a prescindere da quei testi, nemmeno il messaggio dei testi può essere veramente esplicato se non in relazione a quel contesto. Infine, dovremmo essere coscienti che la scoperta della sostanza storica di un’opera non è data una volta per tutte, ma è una risposta sempre inedita alle domande proposte da sempre nuove generazioni di lettori; domande che nascono dalla sensibilità culturale e sociale contemporanea.
In definitiva, lo studio del latino ha come fine ultimo la condivisione – auspicabilmente, la piú ampia possibile – di una grande avventura della conoscenza: l’esegesi, l’ermeneutica, l’interpretazione e discussione critica delle opere letterarie. Purché sappiamo interrogare le pagine della letteratura mossi dalle sollecitazioni del nostro tempo, il latino, lungi dall’essere una lingua morta, parlerà attraverso i testi letterari alla nostra coscienza di contemporanei. Quale altro compito, piú grande e degno di entusiasmo, potrebbe proporsi la Scuola?

Pasquale Martino
 
da Pagina nostra. Storia e antologia della letteratura latina.
Risorse per l'insegnante (D'Anna, Firenze, 2012)

giovedì 21 novembre 2013

Partigiani jugoslavi

Resistenza sconosciuta





Come si sa, una folata “revisionista” aleggia sulla storia della Resistenza. Un’offensiva, supportata da ripetuti interventi giornalistici, politici e perfino istituzionali. Va da sé che tutto questo non c’entri davvero con il “revisionismo” storiografico. Nulla sorregge l’autentica ricerca storica più della spinta a “rivedere” il passato battendo sentieri inesplorati e svelando angolazioni originali.

Per esempio, il libro di Claudio Pavone uscito vent’anni fa (Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 1991) dibatteva senza inibizioni la categoria storiografica della «guerra civile» – assai ostica, fino a quel momento, per la storiografia di sinistra – con uno studio vasto e documentato dal quale emergeva sorprendentemente arricchita, nella sua concreta sostanza umana, la «moralità» della lotta partigiana. All’opposto, il libro di Giampaolo Pansa apparso otto anni fa (Il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer, Milano, 2003) è un collage di seconda mano, che mette insieme con sconcertante leggerezza episodi diversi, a proposito dei quali esistono ricostruzioni e documenti di valore disomogeneo, e perciò enfatizza – con lo stile di un pamphlet e non certo di una seria opera storica – le “atrocità” commesse dai partigiani, assunte come elementi sostanziali di una (presunta) nuova interpretazione della storia resistenziale.
L’allargamento e il rinnovamento dei modi di leggere la storia ci sembrano un bisogno vitale. Il sovversivismo storiografico invece non ci interessa: o meglio, lo trattiamo come parte di una battaglia culturale esplicita, come una provocazione ideologica con tratti di teppismo intellettuale, intesa a spacciare per “rivoluzionario” quello che è soltanto un arbitrario capovolgimento dei verdetti. (Da questo punto di vista l’affermazione secondo cui partigiani e fascisti non sono poi dissimili è non meno soggettivistica dell’altra secondo cui lo sterminio degli ebrei non è mai avvenuto).

Un pregevole contributo al rinnovamento storiografico è, invece, costituito dal recente libro di Andrea Martocchia, I partigiani jugoslavi nella resistenza italiana (Odradek, Roma, 2011), che si avvale della collaborazione di altri studiosi, fra i quali Gaetano Colantuono, curatore del capitolo sulla Puglia. 
Una documentazione di prima mano, raccolta da entrambe le sponde dell’Adriatico, porta alla luce una realtà storica finora sottovalutata se non ignorata: il contributo sostanzioso che alla guerra contro il nazifascismo in Italia dettero migliaia di iugoslavi, internati nei campi di prigionia fascisti, liberatisi dopo l’8 settembre e confluiti nella Resistenza, alla quale parteciparono o, in alcuni casi, dettero inizio, favorendo la formazione di gruppi di combattenti italiani. Una presenza che si mostra cospicua nella dinamica della guerra partigiana in Toscana, Abruzzo, Marche; le tombe di oltre 2.300 caduti iugoslavi sono sparse nei cimiteri italiani. Particolare è il caso della Puglia (dove pure esistevano campi di internamento), che, fra le prime regioni liberate, diventa una retrovia strategica della guerra antinazista, a disposizione non solo degli Anglo- americani, ma anche dell’esercito iugoslavo, partner indispensabile per la vittoria in Europa.
Nascono centri di reclutamento e addestramento degli ex prigionieri e profughi iugoslavi, militari e civili, strutture di assistenza e ospedali, disseminati in tutta la Puglia, dal Foggiano al Barese al Salento; lo stesso Tito arriva a Bari per incontrare gli alti comandi alleati. Il quadro storico della Puglia come crocevia internazionale, e della infrastruttura pugliese nella sua funzione cruciale per l’ultima fase della guerra, viene da questa ricerca confermato e arricchito di tasselli qualificanti.
Ma il libro di Martocchia ha anche il merito di interrogarsi sulle ragioni dell’opacità storiografica che ha messo in ombra fin da subito il ruolo dei partigiani iugoslavi nella Resistenza italiana.
Su questo argomento non si leggono che pochissime righe nel testo fondativo della storiografia resistenziale, l’epica sintesi di Roberto Battaglia (Storia della Resistenza italiana, Einaudi, Torino, 1953). La rimozione è stata il prodotto di un complesso di cause, che discendono dalla catena di conflitti e risentimenti sorti fra Italia e Iugoslavia durante e dopo il fascismo: non solo la controversia di confine nell’area triestina e istriana, che ebbe come epilogo drammatico l’esodo giuliano-dalmata, ma anche l’imbarazzante eredità dell’aggressione fascista alla Iugoslavia, per la quale l’Italia non ha mai riconosciuto i crimini di guerra commessi, né tanto meno ha consentito la punizione dei responsabili; ed è singolare che questa reticenza abbia in qualche modo condizionato la stessa compagine resistenziale nonché gli studi sulla guerra partigiana.

A ciò si aggiungevano gli effetti culturali della rottura fra Stalin e Tito alla fine degli anni ’40, con il conseguente schierarsi del Pci contro i comunisti iugoslavi. Dalla stratificazione degli odii non risolti e spesso irresponsabilmente alimentati – non adeguatamente contrastata da un’interpretazione della Resistenza che tendeva a privilegiarne unilateralmente il carattere “nazionale”, di guerra patriottica – germogliava lo stereotipo di una “razza” ciecamente nazionalista, degli “slavi” naturalmente inclini alla violenza e alla brutalità. Lo sfaldamento della Iugoslavia negli anni ’90, ravvivando i miti delle nazionalità balcaniche inconciliabili, incrementava la dispersione della memoria storica di un Paese che non soltanto si era liberato dai nazifascisti senza l’intervento di armate alleate nel suo territorio, ma era stato decisivo per la sconfitta del nazismo nell’Europa meridionale.

Pasquale Martino
(2011)

Fotografia: Partigiani jugoslavi e italiani del Battaglione Tito (provincia di Terni).

mercoledì 20 novembre 2013

Bari 1968

Le gesta delle Fucine Meridionali
 
 
Le Fucine Meridionali erano una fabbrica metalmeccanica del gruppo a partecipazione statale Efim-Breda (Efim: Ente finanziario imprese meccaniche), che comprendeva a Bari anche la Radaelli Sud, la Breda Hupp, l’Isotta Fraschini e la Motori Breda, oltre alla Termosud di Gioia e alla Ferrosud di Santeramo. Lo stabilimento occupava piú di cinquecento operai distribuiti nei reparti meccanica, fonderia e forgia. La vertenza s’era iniziata ai primi di maggio, con la richiesta di equiparare le condizioni degli operai delle Fucine con quelle dello stabilimento di Sesto S. Giovanni, appartenente allo stesso gruppo e di uguale tipologia. La produttività della fabbrica barese era aumentata negli ultimi anni, sicché i lavoratori avevano piú di una ragione di rivendicare un miglioramento delle loro condizioni generali. La piattaforma sindacale includeva una rivalutazione del cottimo, l’attribuzione dei premi di produzione, la modifica delle qualifiche professionali (e delle conseguenti basi retributive), l’adeguamento degli ambienti di lavoro (pesantemente nocivi, specie nella fonderia), l’indennità sostitutiva della mensa; ultimo punto erano i «rapporti umani e diritti sindacali», poiché il regime di fabbrica era autoritario e la gestione del personale era incurante di diritti e bisogni.

Il 7 e il 14 maggio i lavoratori attuarono due scioperi di 24 ore, ma non ottennero l’apertura di un serio negoziato; quindi passarono immediatamente a una forma di lotta piú incisiva, peculiare nel biennio ’68-69: lo «sciopero articolato», che si svolgeva a rotazione nei reparti, un’ora per ciascuno. Era un sistema di sciopero che intaccava in misura minima il salario ma infliggeva danni devastanti alla produzione. La direzione aziendale denunciò l’illegalità di questa forma di lotta, e contrattaccò prendendo di mira i delegati sindacali della commissione interna: il segretario dell’organismo fu licenziato in tronco, ad altri tre membri furono comminati provvedimenti disciplinari e un quinto ricevette una diffida. Cinque su sette delegati furono colpiti. La prima reazione dei lavoratori fu un'altra astensione dal lavoro di 24 ore, attuata il 22 maggio; la direzione replicò ancora a muso duro, mettendo in atto la serrata della fabbrica il 24 e il 25 maggio. A questo punto, il 27 maggio alle ore 14, alla fine del primo turno di lavoro, gli operai occuparono la fabbrica. La richiesta non era piú soltanto l’accoglimento in toto della piattaforma rivendicativa, ma anche la revoca di tutti i provvedimenti disciplinari.

La Breda Fucine Meridionali nel 1962 (foto dal sito ufficiale)
L’occupazione delle Fucine Meridionali durò 47 giorni (dal 27 maggio all’11 luglio): fu una grandissima prova di forza, l’inaugurazione e il vero atto costitutivo del movimento operaio nelle fabbriche baresi. Secondo la «Gazzetta del Mezzogiorno» (28.5.1968) gli occupanti erano quattrocento (dunque, la stragrande maggioranza dei lavoratori). Erano tutti uomini, per lo piú giovani sulla trentina d’anni. Scattò subito una campagna di solidarietà: delegazioni di lavoratori della Pignone Sud e della Breda Hupp portarono cibo, sigarette, coperte e altri generi di conforto; furono avviate sottoscrizioni in molte fabbriche. Le mogli degli occupanti furono ricevute ripetutamente nel Comune, e ottennero aiuti, latte e zucchero per i bambini, buoni viveri, erogazioni straordinarie tramite l’ufficio assistenza. Il consiglio comunale di Bari e il consiglio provinciale approvarono ordini del giorno di solidarietà. La domenica il parroco della Cattedrale, sacerdote attento alla questione operaia, celebrava la messa dentro la fabbrica occupata.

Una pattuglia di studenti universitari si recò alle Fucine fin dal primo giorno di occupazione. Apparve subito che l’incontro non sarebbe stato facile. Gli studenti avevano contatti soprattutto con giovani operai di sinistra, alcuni dei quali sarebbero diventati quadri dirigenti della Fiom, della Cgil e del Pci. Ma l’occupazione era rigorosamente chiusa e gli estranei vi erano ammessi eccezionalmente; la direzione unitaria di Cgil Cisl Uil era rigida e ben organizzata. Diverso e piú spontaneo diventerà il rapporto negli scioperi dell’autunno ’68, quando la presenza degli studenti sarà necessaria per rafforzare i picchetti operai davanti alle fabbriche (come era accaduto alla Fiat di Torino). Per le Fucine il «movimento studentesco in lotta» organizzò volantinaggi di solidarietà e fu presente nei cortei cittadini a sostegno della vertenza. A parecchi quel ruolo sembrò puramente accessorio e decorativo; tanto che in seguito alcuni si espressero severamente in termini di «deflusso del movimento studentesco».

Si imbastirono a ripetizione trattative lunghe e stremanti in prefettura e anche a Roma presso il ministero del lavoro, ma la posizione intransigente dell’azienda e dell’associazione delle industrie pubbliche, l’Intersind, era irremovibile, specialmente riguardo al ritiro dei provvedimenti disciplinari. Il 6 giugno i lavoratori delle aziende a partecipazione statale effettuarono uno sciopero generale di 24 ore in tutta la provincia. Un corteo di almeno cinquecento persone attraversò le vie di Bari. Un secondo sciopero con le stesse caratteristiche si tenne il 18 giugno, e di nuovo i lavoratori manifestarono nella città. Questa volta parteciparono anche gli operai della Firestone Brema, che il 29 maggio avevano scioperato per una vertenza aziendale. [...]
 
Nella vertenza delle Fucine la resistenza della controparte incominciava a scricchiolare. La direzione dispose che il pagamento delle spettanze maturate dagli operai fino al 26 maggio (il giorno precedente l’occupazione) fosse effettuato presso l’ufficio regionale del lavoro, nella speranza di dividere il fronte e di svuotare l’occupazione; gli operai che non aderivano all’occupazione andarono subito a riscuotere, gli occupanti invece vi si recarono alla spicciolata e a turno, senza sguarnire il presidio interno. Poi la direzione fece filtrare la notizia – prima di avanzare la proposta al tavolo di trattative – che il licenziamento del segretario della commissione interna si sarebbe potuto convertire in trasferimento presso un’altra azienda, e che Cisl e Uil sarebbero state d’accordo; ma queste ultime smentirono immediatamente, ribadendo la posizione unitaria concordata la Cgil.

Intanto uno sciopero nazionale di solidarietà previsto per il 28 giugno fu sospeso perché la trattativa era stata riaperta, e definitivamente fissato per il 12 luglio in caso di nuova rottura. L’8 luglio si riuní un’assemblea sindacale intercategoriale per preparare lo sciopero. All’alba dell’11 luglio, in extremis e alla vigilia dello sciopero generale, dopo dieci ore di trattative notturne fu raggiunto l’accordo per la vertenza delle Fucine. L’intesa prevedeva: la maggiorazione dei guadagni di cottimo; la definizione transattiva degli aumenti (da 21,25 lire l’ora per gli operai specializzati a 16,75 lire l’ora per i manovali comuni); la liquidazione a ogni dipendente di 85 mila; un anticipo di 11.300 lire sul premio incentivante; in piú, 30.000 lire per ciascun operaio da rimborsarsi in dodici rate mensili a partire da settembre. Era un risultato importante sul piano economico: a parte gli altri emolumenti, l’aumento orario avrebbe accresciuto la busta paga mensile di 7.600 lire per l’operaio specializzato e di 6.700 lire per il manovale comune (allora il salario non superava di molto le settantamila lire mensili, all’incirca). Poi c’erano alcuni impegni: a ridefinire tempi e tariffe del cottimo; ad esaminare le richieste che sarebbero state presentate per il passaggio di qualifica; ad affrontare e risolvere entro dicembre la questione della salute e della nocività negli ambienti di lavoro. Riguardo alle relazioni sindacali, la direzione accettava il distacco giornaliero, a turno, di un componente della commissione interna, per i controlli relativi all’ambiente e alla salute. Infine i provvedimenti disciplinari a carico dei quattro membri di commissione interna, quantunque non revocati, non sarebbero stati iscritti nelle cartelle personali; l’operaio licenziato sarebbe stato collocato in un’altra azienda del gruppo Efim-Breda e avrebbe goduto di una indennità extracontrattuale di 500.000 lire. Questi ultimi punti consentivano alla direzione di salvare la faccia.

La stessa mattina dell’11 luglio gli operai approvarono l’accordo e l’occupazione delle Fucine Meridionali ebbe termine.
L’impresa senza precedenti di quei lavoratori sarebbe rimasta a lungo nella memoria operaia, perdurando miticamente anche nell’immaginario del movimento giovanile di sinistra (se è vero che negli anni ’90 la prima esperienza di «centro sociale occupato autogestito» a Bari – antecedente rispetto al Coppolarossa di Adelfia – si scelse il nome di Fucine Meridionali). Soprattutto, la novità fu la compattezza dimostrata dai lavoratori, nonostante le differenti appartenenze sindacali e tendenze politiche, e le oggettive divisioni indotte dal notevole ventaglio gerarchico di qualifiche (operai specializzati, operai qualificati, operai comuni di prima, operai comuni di seconda, manovali comuni), le quali, a dispetto di ciò, spesso non corrispondevano alle mansioni effettivamente svolte. 


Pasquale Martino

da: Bari 1968. Storia di un anno impavido, Laterza, Edizioni della Libreria, Bari, 1968

Tacito


La fine di Otone, l'imperatore dei due gesti


Busto dell'imperatore Otone

Fra le molte pagine drammatiche che si leggono nelle Storie, presentiamo quelle che narrano la fine dell’imperatore Otone, all’indomani della battaglia di Bedriaco contro le legioni fedeli a Vitellio (14 aprile 69). Il racconto  (Historiae II, 46-49) pur incentrato sulla figura individuale del principe, è animato da movimenti corali, da azioni e voci di soldati e ufficiali del campo otoniano, a Brescello. È qui, infatti, che Otone attende l’esito della battaglia, ed è qui che si consuma l’atto finale della tragedia. Tutta la campagna militare era stata condotta dai suoi uomini all’insegna di una foga ansiosa, impressa personalmente dal principe. Dopo alcuni successi nella Gallia Cisalpina, e sebbene il piú esperto generale otoniano, Svetonio Paolino, consigliasse di temporeggiare, si era arrivati a impegnarsi nello scontro campale a Bedriaco, contro due eserciti vitelliani comandati da Valente e da Cecina. Alcune voci riferirono l’improvvisa voglia delle truppe contrapposte di trovare un compromesso in extremis per evitare il bagno di sangue. Ma si venne allo scontro e fu la rotta degli otoniani.
Tacito ritrae Otone in attesa del responso campale: non tradisce nervosismo ed è fermo nei propositi che ha concepito a seconda dell’esito. Lo raggiunge dapprima la notizia della sconfitta, quindi arrivano le frotte dei suoi legionari sbandati. A questo punto egli dichiara una decisione inusitata: quella di porre fine alla guerra e di rinunciare al potere. Nell’ultimo giorno di vita Otone dà prova di un lato insospettato della sua personalità, per altri versi rosa da un’ambizione senza scrupoli. La sua scelta non è obbligata: la sconfitta non è irrimediabile e – come gli viene ricordato dai soldati che tumultuano attorno a lui – truppe fresche stanno giungendo in appoggio. Ma Otone è irremovibile. Ed è consapevole che questo sarà il primo esempio di rinuncia da parte di un contendente che potrebbe ancora vincere (penes me exemplum erit: II, 47, 5). Probabilmente «scatta» in lui quel disgusto della guerra civile che, secondo Svetonio, lo accompagnava fin dal principio, quando aveva sopravvalutato la possibilità di detronizzare Galba senza colpo ferire. Certo è – commenta Tacito – che sarà ricordato dai posteri «per due gesti (l’uccisione di Galba e il suicidio), il primo abietto, il secondo eccelso» (duobus facinoribus, altero flagitiosissimo, altero egregio: Historiae II, 50). 

Memorabili le ultime scene: mentre Otone è in raccoglimento nella sua tenda, l’angoscia che pervade la truppa sgomenta si scarica contro i senatori e le personalità del seguito, che stanno lasciando l’accampamento; il principe deve intervenire per farli partire sani e salvi. Quindi dorme tranquillamente tutta la notte, e all’alba del giorno dopo si uccide, vibrando fieramente un solo colpo con il pugnale che aveva già preparato la sera prima. Il funerale è semplice e austero: i pretoriani, che lo amavano, trasportano il corpo fino al rogo e baciano la ferita e le mani. Quel giorno e nei giorni successivi, a Brescello e in altri accampamenti, numerosi soldati imitano l’imperatore togliendosi la vita.   

Pasquale Martino

da: Tacito, Antologia di passi tratti dalle opere storiche e dal Dialogus de oratoribus, a cura di P. Martino, D'Anna, Messina-Firenze, 2008

martedì 19 novembre 2013

Letteratura e '68

Pifferi e macchine da scrivere
 
Per delineare l’ultimo tratto percorso dalla neoavanguardia al prezzo della definitiva separazione fra “estetici” e “politici” (o, se si preferisce, fra integrati e apocalittici), non c’è che ricorrere alla “formula” di Giancarlo Ferretti: il quale intitolò un suo libro sulle avanguardie (edito nel ’68) La letteratura del rifiuto, ma nel ‘69, quando Balestrini incitava alla distruzione dell’arte borghese, convertí l’espressione in «rifiuto della letteratura». E si può, per concludere, meditare sulle «tesi» politico-letterarie che sempre in quell’anno venivano presentate su un fascicolo dell’ormai maoista «Che fare», presentato con nota redazionale come «testo collettivo»: accanto a un saggio di Francesco Leonetti (Il processo estetico “rovesciato”: indicazioni essenziali) compariva un elaborato documento dello scrittore trentenne Roberto Di Marco, redatto appunto nello stile fra apodittico, ermetico e dottrinale delle tesi socio-politiche (come quelle di un congresso di partito e particolarmente come le Tesi della Sapienza che nel ’67 avevano costituito la prima base teorica del movimento studentesco). [...]

I pifferai s’erano trasfigurati da banditori d’avanguardia in militanti d’una ribellione collettiva, anonimi partecipanti di un corteo permanente. Le macchine da scrivere non lavoravano piú per l’industria capitalistica, non appartenevano piú alla civiltà delle macchine, non erano piú quelle della «poesia automatica» surrealista-avanguardista. Ora battevano freneticamente effimeri testi da lanciare nel vento della rivoluzione.

Pasquale Martino

da Pifferi e macchine da scrivere. Intellettuali letteratura nuova sinistra verso il Sessantotto, in V. Camerino, P. Martino, S. Tomeo, Utopie dal '68, Argo, Lecce 2009.

Puglia ribelle

A quaranta anni dal Circolo Lenin di Puglia



Ho poco da dire. Le mie parole le ho date a questa mostra, a questo video. Le mie parole sono questa sala piena, con tutti/e voi qui. Questa impagabile soddisfazione, di aver contribuito (con altri e altre a cui sono infinitamente grato) a metter in movimento un evento straordinario, basterebbe e sarebbe d’avanzo.
Molti si chiedono perché questo incontro, questo percorso di memoria e di ricostruzione storica avviene oggi, a 40 anni, e non, per esempio, dieci anni fa. Forse perché c’è la giusta lontananza storica. Da un lato non c’è più il bisogno di prendere le distanze dalle pratiche dei primi anni ‘70, quasi per dimostrare di essere diventati più ragionevoli (e la ragionevolezza, si sa, è una virtù politica rilevante). Dall’altro, però, abbiamo smarrito la scontata certezza che quella storia, sebbene politicamente lontana, continui ad alimentare radici culturali per così dire inestirpabili. Certezza sulla quale avevano posato a lungo anche le nostre prese di distanza.
Per prima cosa, siamo di fronte alla possibile cancellazione di una memoria storica, se qualcuno non si preoccupa di raccogliere in maniera organizzata i testimoni, quelli in carne e ossa, e quelli di carta, di immagine. Ma, soprattutto, siamo di fronte a un possibile rovesciamento di segno, e per così dire a un revisionismo storico senza storia, un revisionismo storico “preventivo” (perché la storiografia del decennio ‘70 ancora è insufficiente). È in atto una rivoluzione culturale restauratrice, che prima ha lungamente pervaso la cosiddetta opinione pubblica diffusa, il grande pubblico televisivo disgregato, diffondendo modelli culturali che sono l’antitesi non solo del ‘68, ma anche della lotta antifascista e della costituzione repubblicana, e che ora muove alla conquista dei piani alti, tentando di affermare nell’editoria e nelle aule universitarie le proprie interpretazioni del ‘68 come se fosse stato il grande evento corruttore contro il quale è stato necessario mobilitare il nuovo spirito dei tempi.
Quello che serve non è incrociare le armi di una battaglia ideologica. Quello che serve è raccontare. Conservare o riportare in vita storie di uomini e donne, di ideali, speranze, pratiche, errori, sbagli a volte gravi, e magnifiche imprese. Una narrazione insomma, e francamente non si vede perché questa narrazione di cui noi vogliamo essere evocatori, poeti e cronisti, debba avere minor valore di altre.
 



Narrazione di chi e che cosa? Della storia di un gruppo, il Circolo Lenin di Puglia, isolato e separato da altri? No certamente. E non solo perché questo è l’inizio di una storia che in Puglia nel seguito degli anni ‘70 si è chiamata in altro modo e ha coinvolto altri giovani che sono qui, che non c’erano 40 anni fa, ma entrarono in gioco 35 o 30 anni fa. Ma soprattutto perché raccontiamo un tassello di una grande vicenda collettiva italiana (e non solo) che tanto meglio sarà conosciuta attraverso gli strumenti filologici e critici quanto più sarà ricondotta non alla tesi omologante di una storia generale, ma a storia e analisi di territori particolari, di esperienze concrete, di vertenze, di produzioni culturali, di gruppi di persone. È lecito interrogarsi se nel Meridione d’Italia non spicchi per originalità, per organicità e linearità la storia del Circolo Lenin; non dissimile, forse, da altre vicende siciliane, calabresi, campane, magari meno organiche ma simili appunto sotto certi aspetti, e da riscoprire. Questa storia acquista rilievo, fra l’altro, per il sentimento di identità e appartenenza a una regione. Ma, si badi, regione intesa non certo come piccola patria, bensì come formazione storica, sociale e culturale determinata, la cui specificità era letta attraverso il mito antico della lotta bracciantile e contadina, e l’inchiesta nelle campagne, e attraverso la travolgente novità – il nuovo mito – dell’operaio-massa Italsider o Montedison e dello studente-massa, insieme nuova edizione del gramsciano intellettuale meridionale e soldato di una popolosa forza lavoro intellettuale disoccupata.


È lecito domandarsi inoltre se quella non sia stata un’epifania di un “laboratorio pugliese”, senza per questo affermare, s’intende, che le vicende politiche successive della Puglia e in particolare la primavera pugliese dipinta spesso come un laboratorio (e che fa ancora parlare di sé, visto il recente risultato elettorale di Bari), discenda da quel momento, ma interrogandosi con curiosità se vi siano nessi, suggestioni, persistenze, culture del territorio e sedimentazioni antropologiche, sotterranee trasmissioni di memorie di lotte e di movimenti.

 
Anche se crediamo che la politica sia prima di tutto cultura, e che la cultura sia di per sé un fatto politico, sappiamo ben distinguere il terreno del lavoro culturale e storico da quello della politica come prassi attuale e manovra del momento. Non mi sognerei di affermare che la coerenza e la fedeltà sostanziale agli ideali e alle aspirazioni degli anni ‘70 (ivi incluso lo spirito critico, con la capacità, almeno teorica, di critica e superamento delle pratiche contingenti) debba far premio sull’oggi in termini direttamente politici, quasi suggerendo una continuità di simboli, forme e linguaggi. Così come non mi sogno di pensare che la mia libertà di sperimentare prassi e forme politiche necessariamente nuove – indispensabile come l’aria, visto che tutte le forme politiche della sinistra hanno ripetutamente dimostrato un irreversibile fallimento – debba impormi una sorta di ansia di autocritica aprioristica, di colpevolizzazione di ciò che fummo, di pregiudiziale e acritico disconoscimento, per non dire sconfessione. Vorrei che alla giusta autonomia di ricerca e di sperimentazione politica non fosse consentito di prendersi confidenze insolenti con la storia, anche con quella recente; e che si maneggiassero con cautela critica pure i miti delle ribellioni collettive, quando sono strettamente connessi alle prassi sociali di masse o almeno di moltissime persone.
Abbiamo incominciato a raccontare e a documentare. Questa assemblea che si arricchirà di racconti, testimonianze, punti di vista, resterà essa stessa come un documento irripetibile, a disposizione di quei e quelle giovani, ci auguriamo tanti, che vorranno studiare la storia e il mito.

Pasquale Martino




Discorso pronunciato in occasione della manifestazione Puglia ribelle. 1969-2009: a quaranta anni dal Circolo Lenin di Puglia (27 giugno 2009, La Vallisa, Bari)