lunedì 2 giugno 2014

Quei ventenni della Fiat

Storie operaie a Bari


Nella storia di riscatto del mondo del lavoro, la Puglia fu sino alla fine degli anni ‘70 la terra del bracciantato. L’uomo simbolo dell’epopea popolare era Giuseppe Di Vittorio, bracciante autodidatta che guidò durissime lotte e divenne dirigente sindacale e politico di prim’ordine. Ma c’erano stati anche i lavoratori del mare, categoria sui generis, sparpagliata, protagonista di grandi scioperi in tempi lontani. Dagli anni ’50, inoltre, la figura del lavoratore nei principali centri urbani ma anche nei piccoli aveva preso le sembianze dell’operaio edile: forza lavoro che, decisiva nel boom economico e nel tumultuoso rifacimento edilizio, agli inizi del decennio ’60 si ribellò al supersfruttamento con sorprendente energia. E in quegli stessi anni nascevano in Puglia i poli industriali: figli delle politiche per il Mezzogiorno avviate dai governi democristiani e rilanciate dal nascente centro-sinistra; effetto, dunque, di una modernizzazione “neocapitalista” (come si diceva allora) e, d’altronde, risposta a nuovi bisogni sociali che esigevano occupazione, reddito, partecipazione al benessere.  
A Bari e nel suo entroterra c’erano nuclei di industria preesistenti. A parte alcuni opifici pubblici come la storica Manifattura dei Tabacchi, si trattava di piccole e medie industrie private, alcune delle quali competitive e relativamente moderne. Basti pensare alle Ferriere di Giovinazzo, che introdussero in Puglia la produzione dell’acciaio prima che negli anni ’60 sorgesse l’Italsider a Taranto – città, peraltro, che non aveva dovuto aspettare il Moloch siderurgico per diventare “operaia”, essendo tale già da lungo tempo grazie alla combattiva classe lavoratrice dell’Arsenale. Non a caso proprio dalle AFP giovinazzesi provenne un lavoratore battagliero – Tommaso Sicolo – che diventò stimato sindacalista, dirigente politico e parlamentare. Nella zona industriale fra Bari e Modugno, accanto alle aziende private locali – Calabrese, Balsamo, Uniblok – incominciarono a sorgere gli stabilimenti delle partecipazioni statali o comunque a capitale pubblico – dal gruppo Breda al Pignone Sud – che affiancarono quelli già attivi come la Stanic. Senza dimenticare l’Hettemarks, la fabbrica svedese di abbigliamento a prevalente manodopera femminile, che pure intraprese la sua attività a cavallo fra gli anni ’50 e ’60. L’arcipelago della nuova città industriale – ai cui margini spuntavano quartieri abitativi altamente problematici come il San Paolo e il Villaggio del Lavoratore – fu anche il luogo (o il non-luogo, per certi versi) dove si formò una giovane classe operaia di provenienza mista, fatta di contadini, muratori, apprendisti e studenti, che dové imparare da sola a riconoscere i propri diritti e a farli valere. Una classe operaia che solo in parte poteva ricorrere a memorie di scioperi bracciantili o di vertenze urbane del recente decennio, e per il resto faceva i conti con radici democristiane o cattoliche, talora fasciste o qualunquiste, con il clientelismo di certe assunzioni, con un paternalismo padronale che svelava facilmente il suo volto dispotico.
Ma questa generazione di lavoratori e lavoratrici fu educata dalla scossa della contestazione nel biennio ’68-69: che non era soltanto rivolta intellettuale di studenti universitari, ma fu anche ondata di rifiuto dei meccanismi autoritari della fabbrica oltre che rivendicazione di salari e condizioni di lavoro migliori. Nelle lotte contro le gabbie salariali, per la riforma pensionistica (quando il concetto di «riforma» non era ancora stato stravolto), per il rinnovo del contratto nazionale, gli operai di Bari trovarono anche la strada per contrastare l’arbitrio inveterato delle gerarchie interne e per costruire i primi elementi di potere contrattuale e di democrazia sindacale. E nell’incontro con il movimento studentesco, davanti ai cancelli degli stabilimenti e dentro i cortei cittadini, scoprirono ragioni per alimentare la coscienza di classe e la voglia di essere culturalmente all’altezza della controparte. Dall’interno stesso dei reparti, dal quotidiano fronteggiare il capo, il tecnico che taglia i tempi, il direttore del personale che infligge provvedimenti disciplinari, si andava selezionando una nuova leva di leader sindacali naturali, che avrebbero rinnovato la struttura dei sindacati e grazie alla quale si sarebbe verificato un avanzamento inaudito della sinistra nel mondo del lavoro.


Tale era la situazione quando nel capoluogo pugliese – come racconta Giovanni Spilotros – si apriva, nel 1970-71, lo stabilimento Fiat. E fu subito un salto di qualità. La più grande industria privata italiana decentrava parte delle sue produzioni nel Meridione, a Bari come a Termini Imerese e a Cassino (cui si aggiungeva l’Alfa Sud di Pomigliano, che, partecipata da Finmeccanica, sarebbe poi entrata nel gruppo Fiat), ovviamente col decisivo sostegno pubblico. Era un modo per decongestionare Torino, negli anni in cui a Mirafiori, al Lingotto, a Rivalta esplodeva incontenibile la ribellione operaia; ma era anche il frutto di una politica industriale, in tempi in cui lo sviluppo manifatturiero e la crescita del movimento operaio procedevano di pari passo (cosa che oggi suonerebbe come paradosso improbabile e irripetibile). La Fiat Sob prendeva posto nel sistema delle fabbriche baresi affermando immediatamente un ruolo di peso, in qualche modo egemone: per il carattere avanzato della produzione; per la costellazione da cui era accompagnata, di fabbriche ruotanti attorno al gruppo Fiat (OM e Riv Skf), sicché l’insieme veniva a costituire la più importante presenza industriale a Bari; e infine per l’alto numero degli addetti, molti dei quali formati a Torino a ridosso dell’«autunno caldo» (è ancora Spilotros a ricordarlo).
Il salto qualitativo era evidente pure nel tangibile contributo dei lavoratori Fiat alla dinamica della lotta operaia a Bari; dentro un movimento sindacale che era divenuto rapidamente adulto nell’ultimo biennio dei ’60, gli operai Fiat conquistavano nondimeno e ben presto un’autorevolezza significativa: incominciando, per prima cosa, a prendere le misure della dura situazione in fabbrica e a dispiegare una serie di vertenze che avrebbero migliorato sensibilmente le condizioni di lavoro. Nel frattempo, il contesto stava cambiando. Agli inizi degli anni ’70 il movimento studentesco spontaneo e assembleare aveva ceduto il posto ai gruppi strutturati, da un lato Pci-Fgci, dall’altro sinistra extraparlamentare (dal Circolo Lenin al Comitato Antifascista Antimperialista, a Lotta Continua). Erano prevalentemente questi gruppi a militare in modo continuativo davanti ai cancelli degli stabilimenti, distribuendo volantini quasi quotidianamente e rafforzando i picchetti nei giorni di sciopero. Ciò non toglie che, in quegli anni, nuove leve di studenti si susseguissero incessantemente nella “scoperta” della zona industriale, non appena si appassionavano agli scenari della politica intesa come conflitto, partecipazione e progetto rivoluzionario-utopico. E se ad avere difficoltà di relazioni con queste masse giovanili era soprattutto l’apparato tradizionale del Pci (sebbene percorso, esso stesso, da visibili mutamenti), importantissimo era invece l’atteggiamento dialogico degli operai. Questi avevano imparato molto dalla radicalità degli studenti, all’inizio; poi avevano compreso di esercitare a loro volta sugli agglomerati di giovani intellettuali un irresistibile ascendente ideologico e culturale, quasi mitologico. Perciò li accettavano e sapevano ricondurli alla buona causa della lotta operaia; ne tolleravano perfino gli eccessi riassorbendoli nella faticosa gestione quotidiana del conflitto. Emblematico è un episodio ricordato da Spilotros: le file di automobili dei crumiri vandalizzate nel parcheggio esterno della Fiat per mano di “estremisti”; azione non richiesta e non voluta dagli operai; i quali però dovettero constatare nei giorni successivi (non senza una tacita soddisfazione, immaginiamo) che il tasso di crumiraggio era precipitosamente calato.
La comunanza di esperienza e di sentimento era un dato assolutamente reale, per lo meno nei momenti acuti del conflitto e nei grandi riti collettivi, i picchetti, le manifestazioni. Lo era nel ricorrente “fronte a fronte” con le forze dell’ordine che tentavano regolarmente di tenere aperti i cancelli durante gli scioperi, al fine di garantire il “diritto al lavoro”. Ci si sentiva senza dubbio più affratellati quando tutti insieme, lavoratori e studenti, si era stati il bersaglio di una violenta carica di polizia con i lacrimogeni nel piazzale davanti alla Fiat, seguita da un’accanita caccia all’uomo per tutta la zona industriale. In definitiva, gli operai erano attori di una profonda spinta unitaria: slogan quali «operai-studenti uniti nella lotta», «fabbrica-scuola una lotta sola», come d’altronde «Nord e Sud uniti nella lotta», non erano pura retorica;  erano interpretazioni del proprio agire pubblico, chiavi di lettura, espressioni di senso.  
È attraverso questo ineguagliabile tirocinio di operai ventenni che si consolida un’ampia avanguardia legata alla massa dei lavoratori da quella connessione sentimentale che sorreggerà tutti nei decenni successivi, nella quotidianità dell’esperienza lavorativa vissuta con intatta dignità, nei momenti critici tanto quanto nei successi faticosamente strappati, e nelle proiezioni “esterne”, politiche: le manifestazioni contro l’assassinio di Benedetto Petrone (1977), contro il rapimento e l’assassinio di Moro (1978), la grande campagna di solidarietà durante i fatidici 35 giorni della Fiat torinese nel 1980; e, nello stesso anno, la straordinaria carovana di roulotte che parte dalla Fiat di Bari per soccorrere i terremotati dell’Irpinia. Tutta la pluridecennale vicenda rievocata da Giovanni Spilotros disegna un’immagine della classe operaia che richiama l’idea antica del proletariato come «classe generale»; un soggetto cosciente che si pone per quanto è possibile alla direzione della società; che si fa carico di problemi generali a partire da un’ottica alternativa rispetto a quella del padronato. L’operaio che diventa detentore di un’orgogliosa professionalità; che ama la sua fabbrica dopo aver lottato per cambiarla; che tratta da pari a pari con l’azienda imponendo la propria logica ma contribuendo a migliorare l’organizzazione del lavoro, a qualificare la produzione, a risolvere problemi tecnici; l’operaio che si fa dirigente nel medesimo tempo in cui si fa sindacato e si fa partito.
Certo, sembra ora di essere distanti anni luce da quel clima e da quelle idealità. Certo, nell’epoca recente della crisi, delle chiusure di stabilimenti e cessioni di rami aziendali, del lavoro flessibile e precario, delle politiche antisindacali sfacciatamente esibite, quella che fu la Fiat di Bari sembra comunque aver vissuto come un’oasi nel deserto: o meglio, come un’isola nella tempesta, che più  di altre realtà del grande gruppo automobilistico (per non parlare di tante aziende della zona industriale barese) ha saputo difendere il difendibile e limitare il danno. I ventenni sono diventati sessantenni, attraversando molte peripezie. Nel corso del tempo si sono anche separati, perché la Fiat Sob è diventata Magneti Marelli e un pezzo d’azienda è andata a far nascere lo stabilimento Bosch. Così Giovanni si è diviso dal non dimenticato Stefano Netti, come lui operaio cólto, ragionatore, di raffinata preparazione politica. Qualcuno è andato in pensione, altri sono rimasti “sul pezzo”. Perché la guerra di posizione non è mai finita.

Pasquale Martino


Postfazione a: Giovanni Spilotros, Fabbrica. Storie e lotte alla Fiat di Bari, Edizioni dal Sud, Bari, 2014 

80 anni dell'Orazio Flacco



Al tempo dell’inizio 
Memorie del liceo classico 



Schizzo del liceo Domenico Cirillo (da www.artefascista.it)
Chi si iscriveva al liceo-ginnasio Quinto Orazio Flacco all’inizio degli anni ’60 del Novecento – l’epoca del boom economico e della modernizzazione – entrava in una scuola che non aveva compiuto un trentennio di vita. Che, per intenderci, era meno vecchia di quanto non sia oggi il liceo classico Socrate nato a metà degli anni ’70 come filiazione dell’Orazio Flacco. Quella scuola ancora giovane era tuttavia già segnata a fondo dalla storia, avendo rappresentato nella sua età aurorale, al tempo del fascismo e della lotta antifascista, uno spazio importante della vita pubblica barese: docenti e studenti di quel liceo avevano molto contribuito a preparare l’opposizione intellettuale e a realizzare la coraggiosa manifestazione del 28 luglio 1943, stroncata dall’eccidio che rimane uno snodo ineludibile e irrisolto nella storia di questa città. Alcuni protagonisti di quella stagione erano tuttora piú che mai attivi fra i docenti del liceo statale cittadino: Fabrizio Canfora e Rosa Cifarelli, Michele D’Erasmo e Raffaele Perna (questi andò in pensione nel 1961), e altri ancora. Ma dei ragazzi che arrivavano nel 1960-62 si può dire che veramente pochi avessero coscienza dello spessore storico insito nel luogo di studio di cui entravano a far parte.
Tanto meno erano al corrente che la loro scuola aveva avuto originariamente il nome dello scienziato, patriota e rivoluzionario meridionale Domenico Cirillo; che, subito, questa intitolazione era stata derubricata e – per attenuare il torto fatto al martire della rivoluzione napoletana – trasferita al convitto nazionale che sorgeva oltre i binari tra periferia e campagna; mentre al liceo-ginnasio statale eretto in una prestigiosa localizzazione – il prolungamento del nuovo lungomare –veniva assegnato in via definitiva il nome di Quinto Orazio Flacco, ritenuto piú consono a una classicità di regime oltre che riferibile alle glorie dell’antica Apulia. Ma il torto fu fatto involontariamente anche all’illustre scrittore latino, poiché né gli studenti, né (per lo piú) i docenti, né tanto meno l’immaginario della città si identificarono mai col poeta di Venosa, e la voce comune chiamò il liceo per sempre «Flacco» invece che «Orazio» (quasi che i licei intitolati a Virgilio e a Ovidio venissero solitamente indicati come «Marone» e «Nasone»), ignara peraltro che di Flacci ce n’erano stati altri due o tre nella letteratura latina.
Non pochi di quei ragazzi, inoltre, avevano frequentato la scuola media Giovanni Pascoli sita al pian terreno dello stesso edificio del liceo in quanto erede del vecchio ginnasio inferiore, passando poi ai piani alti dopo la licenza, quasi per naturale evoluzione; e si può dire perciò che gli otto anni trascorsi fra le medesime mura ricalcassero il corso tradizionale degli studi classici: il triennio di I-II-III classe ginnasiale, il biennio di ginnasio superiore, il triennio liceale.
Era un corpo studentesco dalla composizione sociale variegata: non solo alta borghesia e ceti professionali, ma anche piccola borghesia impiegatizia e agraria (diversi ragazzi venivano dall’entroterra) e classi lavoratrici. L’Orazio Flacco incominciava ad aprirsi alla domanda di scolarizzazione superiore che era una conseguenza della svolta di fine anni ’50: il miracolo economico, la società del benessere, il diffondersi dei beni di consumo durevoli, automobili, elettrodomestici, televisori. Attorno alla crescita della scuola c’erano dinamiche non solo nazionali, ma urbane: la trasformazione di Bari in una città semi-industriale con il sorgere delle fabbriche a partecipazione statale a ovest del quartiere Libertà, l’espansione edilizia che distribuiva aumenti di reddito sebbene ineguale a vari strati sociali, la presa di coscienza indotta dalla rivolta degli edili nel 1962, la nascita della prima amministrazione di centro-sinistra nello stesso anno. Attraverso la selezione e la formazione di nuove leve della generazione postbellica, l’Orazio Flacco si poneva come fucina di una classe dirigente locale, di una borghesia intellettuale ben distinta e in qualche modo alternativa rispetto al tipo di classe dirigente che si preparava nel liceo privato dei gesuiti, il Di Cagno Abbrescia da cui lo separavano poche centinaia di metri (l’istituto dell’élite cattolica sorgeva allora all’inizio di via Napoli). D’altra parte, quella oraziana era soltanto una “ipotesi” di classe dirigente, tutta da verificare, per il momento minoritaria (e questa condizione di minoranza era avvertita piú o meno consciamente dei quei giovani): perché il potere, la ricchezza, la familiarità con i meccanismi di decisione della città erano tutte cose che appartenevano all’ambito del liceo rivale. L’Orazio Flacco era comunque una scuola aperta alle donne, come ogni istituto pubblico, laddove i padri gesuiti s’attenevano a un principio di esclusivismo maschile (il liceo classico privato femminile era affidato invece alle suore dell’istituto Margherita di Savoia in corso Sicilia, ora corso Benedetto Croce).

Schizzo dell'Orazio Flacco (arch. C. Petrucci, 1931)
L’Orazio Flacco appariva come un imponente quadrilatero dalla pianta a M. La facciata maestosa prospiciente corso Vittorio Veneto presentava una larga scalinata che conduceva all’ingresso principale, mai utilizzato, ed era racchiusa fra due ampi semicilindri simili a “maschi” che davano all’edificio il vago aspetto di una fortezza, schierata faccia a Oriente, rivolta al mare, come la Legione dei Carabinieri e l’ingresso monumentale della Fiera del Levante. Il colore grigio appesantito dagli anni e le grate metalliche ai finestroni del pian terreno (in realtà sopraelevato) facevano il resto. Nel largo spiazzo racchiuso fra i due torrioni e la scalinata si improvvisavano partite di pallone nei giorni festivi, o di pomeriggio. Quando la palla schizzava verso la strada qualcuno correva a recuperarla noncurante del traffico automobilistico (che era però meno fitto di quello degli anni a venire). In realtà la facciata principale del liceo era percepita dal senso comune degli studenti come il retro, quasi un margine nascosto e pleonastico, allo stesso modo che il rapporto col mare era contraddetto dalla presenza del falso lungomare affiancato da una spessa fascia portuale recintata (una striscia di azzurro increspato si poteva scorgere soltanto dalle finestre dei piani superiori).
Il lato posteriore in via Gioacchino Murat, compreso fra i due piedi della M, era aperto e dava accesso a un vasto cortile protetto da un lungo muro e da una cancellata. La costruzione di nuove aule su questa facciata – chiaro segno dell’accresciuta domanda di iscrizioni – ebbe inizio intorno alla metà degli anni ’60. Dal cancello di via Murat entravano e uscivano i ragazzini della scuola media, mentre i due ingressi laterali erano riservati agli alunni del liceo-ginnasio: via Niccolò Pizzoli per le ragazze, via Giovan Battista Trevisani per i ragazzi. L’ingresso di via Pizzoli era adoperato inoltre da insegnanti e familiari (anche della scuola media).
Sullo slargo adiacente a quest’ultima entrata si raggruppavano i ragazzi prima della campanella di inizio, per assistere all’arrivo delle ragazze (nessuna della quali si tratteneva fuori a discorrere) e nel tentativo di lanciare messaggi con sguardi accesi e con motti fugaci. All’uscita, essi si precipitavano da via Trevisani verso lo stesso slargo per presenziare al deflusso femminile. I piú svantaggiati (ma solo da questo punto di vista) erano gli allievi ginnasiali della inflessibile Rosa Cifarelli Canfora, che li tratteneva in aula sistematicamente per 5-10 minuti in piú; quando uscivano loro, per quanto corressero a perdifiato, via Pizzoli era ormai deserta.
Chi legge avrà inteso a questo punto che le classi erano di composizione monosessuale; esisteva da poco un solo corso sperimentale – e soltanto nel triennio – costituito da classi miste. Per la numerosa maggioranza di sfortunati estranei a quel corso il contatto con l’altro sesso era quasi un miraggio. Le classi maschili erano situate su un piano, quelle femminili su un altro. Farsi sorprendere, sbandati, in territorio proibito era grave rischio e pericolo. Se a qualche classe maschile capitava, per un periodo limitato e per emergenza logistica, l’avventura di essere allocata accanto a una classe femminile, allora si sviluppava una vicenda di attese, incontri, sguardi, scarni messaggi verbali, poetiche scritte sui muri. Pattuglie di studentesse si potevano incrociare altrove, nello struscio di via Sparano, nei pomeriggi, mentre sfilavano ad andatura elevata, allineate, tenendosi a braccetto a due o a tre: allora ci si poteva mettere sulle loro poste e seguirle indiscretamente fin sotto alle rispettive abitazioni. A scuola, s’intende, ci si recava a piedi o con i mezzi pubblici; non si usavano autoveicoli privati, neppure motorini. E se qualche compagno dell’ultimo anno, patentato e di famiglia danarosa, compariva un giorno al volante di un’automobile (dal lato di via Pizzoli, naturalmente, per fare colpo sulle ragazze), si trattava di un raro avvenimento, degno di essere illustrato nelle cronache orali.
L’apartheid era interrotto da saltuarie feste da ballo, che qualche ragazzo organizzava in casa propria disponendo di una sorella iscritta al liceo alla quale chiedeva di invitare le amiche. Ancor meno frequenti erano le gite fuori porta, e perciò fantastiche peripezie nell’universo lontano e nel mondo della diversità di genere per quanto il loro raggio d’azione non spaziasse al di là della Foresta Umbra o di Metaponto. E un’altra cosa: tali escursioni si effettuavano nei giorni festivi, per impulso di studenti intraprendenti e senza responsabilità della scuola: perché simili perdite di tempo non avevano a che fare con lo studio.

Se si volesse individuare un comune sentire nell’insegnamento oraziano di quegli anni si dovrebbe pensare ai valori dell’antifascismo e della laicità: questi erano intesi come grandi ambiti pluralistici entro i quali si potevano riconoscere e confrontare idealità e culture diverse, che erano state unite nella vicenda della Resistenza e della Costituzione, e ora si sfidavano dialetticamente nella temperie riformatrice (in cui entrava di forza anche il Concilio Ecumenico Vaticano II).
L’impianto culturale dell’Orazio Flacco risentiva peraltro abbastanza chiaramente di una prevalenza “laterziana”: un crocianesimo di impronta democratico-liberale, con qualche apertura gramsciana. Laterza aveva pubblicato alcuni libri di testo che lasciarono un segno: prima fra tutti la Breve storia della filosofia di De Ruggiero-Canfora (I edizione 1957), un manuale in cui Fabrizio Canfora non si limitava a una mera riduzione divulgativa della Storia della filosofia di Guido De Ruggiero (l’acuto studioso del liberalismo europeo ch’era stato attivo nel cenacolo antifascista di villa Laterza a Bari) ma procedeva a una propria rielaborazione e a un completamento dell’indagine storica condotta dall’allievo di Croce e Gentile. Fondamentali erano inoltre due antologie laterziane, edite entrambe nel 1962, l’una della critica letteraria, a cura di Giuseppe Petronio, l’altra della critica storica, a cura di Armando Saitta: opere apparentemente sussidiarie, ma che fornivano invece strumenti inestimabili per l’esercizio dello spirito critico e per una prima esperienza di ricerca personale. Saitta era anche l’autore del libro di testo di storia medievale, moderna e contemporanea maggiormente adoperato nel liceo (Il cammino umano, La Nuova Italia, Firenze, II edizione aggiornata 1958): un racconto complesso e accattivante che accompagnava i giovani nel viaggio dentro la storia con lo sguardo unitario del narratore onnisciente. Il manuale di storia antica, esso pure ricco di stimoli e di fascino, era opera di Antonio Brancati e Girolamo Olivati (ancora La Nuova Italia, I edizione 1956-57). Le letterature classiche si studiavano sulle riedizioni dei libri di Concetto Marchesi e di Gennaro Perrotta, ma in qualche sezione si andava affermando il recente manuale di Filippo Maria Pontani (D’Anna, Messina-Firenze, I edizione 1961), uno studioso che avrebbe poi guidato i giovani cultori di letteratura nella scoperta extrascolastica della poesia neogreca da lui tradotta, di Kavafis e di Seferis. Si cercavano libri di testo integrativi o alternativi: Sapegno del commento dantesco ma anche del Disegno storico avidamente consultato, Luigi Russo delle pagine su Verga.
Si muovevano cosí i primi passi negli itinerari personali di lettura, cercando fra le edizioni economiche che si offrivano al nuovo consumo di massa, quelle della «Universale Laterza», di Einaudi e Feltrinelli, oltre che della mitica BUR (settanta lire il volumetto singolo!). Si leggevano con fame onnivora i romanzi di Giorgio Bassani e di Giuseppe Berto, T. S. Eliot e i neonati poeti del Gruppo 63. La proiezione dell’avventura culturale al di fuori delle aule del liceo era in qualche modo congeniale alla condizione studentesca dell’Orazio Flacco e tacitamente approvata (se non incoraggiata) da alcuni docenti. Nell’autunno del 1965 parecchi allievi si recarono per la prima volta in vita loro nell’Ateneo, dove, nell’aula I di Lettere (futura scena della contestazione studentesca), assistettero a una conferenza del grande filologo tedesco Eduard Fraenkel, ebreo perseguitato dal nazismo, che in quel periodo teneva nell’università barese seminari sul teatro antico. La trasmissione dello sceneggiato televisivo I giacobini di Federico Zardi nel 1962, con un magnifico Serge Reggiani nella parte di Robespierre (opera di cui si sono perse colpevolmente le tracce negli archivi Rai) era oggetto in classe di commenti sia pure rapidi e sobri.
Ma furono anche gli anni di una intensa iniziazione alla musica, al teatro, al cinema. La scuola distribuiva a turno gli abbonamenti ai concerti. Il 22 novembre 1963 gli studenti che assistettero all’esecuzione dei Concerti Brandeburghesi di Bach presso la basilica di San Nicola appresero, mentre tornavano a casa, dell’assassinio del presidente Kennedy. Qualche studente frequentava con sacrificio anche il conservatorio Niccolò Piccinni, cosicché accadeva che venissero promossi scambi culturali fra allievi delle due istituzioni. Studenti dell’Orazio Flacco si recavano al conservatorio in qualità di profani interessati, ad assistere a esecuzioni musicali e a conferenze; qualcuna la tennero addirittura loro, sulla letteratura beat (l’America che affascinava) e nientemeno che su Dante (era il 1965, il centenario della nascita). Non c’era ancora l’auditorium Nino Rota dal destino infelice; c’era lui, Nino Rota in persona. Il celebre direttore del conservatorio, quando veniva a Bari, se s’imbatteva in quei giovani che avevano gli amici musicisti, si metteva volentieri a parlare con loro. Quando li incontrava dentro una libreria, regalava loro i libri che avrebbero voluto acquistare. In seguito parecchi di loro – guardati con qualche sufficienza dagli amici musicisti veri – avrebbero imparato a strimpellare gli accordi sulla chitarra, per accompagnare i canti popolari, i pezzi dei cantautori, le melodie dei Beatles.
Il teatro attirava irresistibilmente i giovani: c’era il Piccolo e c’era il Cut. Al Piccinni il Centro universitario teatrale mise in scena L’eccezione e la regola di Brecht; ma il vero evento fu l’Antigone rappresentata dal Leaving Theatre: era ancora l’altra America, amata e studiata, l’America della ribellione, dell’antirazzismo, delle manifestazioni contro la guerra. Riguardo al cinema, dopo la riuscita operazione formativa di film che raccontavano la storia italiana nei modi della commedia e della satira (La Grande Guerra, Tutti a Casa, Il federale), verso la metà dei ’60 destava meraviglia la cinematografia di Pasolini, stupiva il linguaggio di rottura degli «spaghetti western» di Leone, concentrazione di talenti che non avrebbero smesso di sorprendere negli anni; La battaglia d’Algeri di Pontecorvo infiammò di spiriti antimperialisti ma anche di passione per il cinema-reportage di impegno civile, vagamente antesignano del cinema di controinformazione degli anni ’68 e seguenti (in quella stessa chiave di lettura erano state ammirate Le mani sulla città di Rosi).

Nel campo umanistico l’Orazio Flacco contava indubbiamente su un nutrito drappello di ottimi docenti, fra i quali si distingueva qualche punta di vera eccellenza (abbiamo citato sopra alcuni nomi, ai quali va aggiunto almeno quello di Giovanni Bellardi, traduttore di Cicerone e autore di commenti per la scuola). Ma pure nelle discipline scientifiche il liceo classico barese non aveva molto da invidiare ad altre scuole. Basti pensare soltanto ad Arcangelo Liso, l’energico professore di chimica, biologia, scienze naturali, che lasciò traccia profonda in chi poi intraprese studi universitari di medicina, chimica, fisica, ma anche in tutti gli altri. Negli spaziosi laboratori di fisica e scienze si entrava come in un sancta sanctorum dove – senza rinunciare peraltro all’allegria fanciullesca e alla voglia di scherzare – si potevano contemplare in piccolo i moti dei corpi celesti e osservare le prodigiose reazioni della materia comprovanti formule e teorie scientifiche. Né si passava il tempo oziosamente in palestra (seminterrata: quella scoperta, nel cortile, era di pertinenza della scuola media), dove si scalava la pertica, si saltava la cavallina, ci si esercitava a vari attrezzi e poi si finiva, sí, per giocare l’eterna palla a volo, sotto il comando imperioso di docenti che in quel liceo – per quanto era dato sapere – erano gli unici nostalgici del Ventennio. Nonostante il loro piglio ducesco, però, la squadra di calcio del liceo perdeva (quasi) sempre nei tornei fra le scuole cittadine, facendosi rifilare punteggi tennistici e dovendo subire lo scherno dei ragazzi dell’Istituto tecnico industriale Panetti o del Marconi (Orazio Flacco ancora e sempre minoranza!).
A dire il vero, la modalità autoritaria era di norma adoperata da tutti i docenti, e soltanto alcuni sapevano declinarla come autentica egemonia senza dispotismo. Essa comportava comunque una prassi selettiva che si riteneva fosse connaturata alla scuola e in particolare al liceo; per cui l’operazione maieutica agiva di fatto in superficie, valorizzando i talenti già pronti a esprimersi e ignorando chi aveva difficoltà a farlo; bocciatura e rimandatura erano strumenti ordinari, non costituivano dolorose eccezioni (tanto meno erano vissute come una sconfitta pedagogica). Era, peraltro, quella, ancora la scuola gentiliana nella sua intatta sostanza; anche se, invero, della scuola disegnata dal ministro filosofo quarant’anni prima, il liceo classico rappresentava soltanto uno dei due livelli, quello destinato alle classi dirigenti, l’unico che avesse continuato a funzionare; mentre l’altro livello, quello pensato per le masse popolari, era fallito da tempo. E dal 1962 c’era la scuola media unica. L’aristocratica cittadella dell’istruzione classica era ormai sotto assedio.  

I docenti guardavano con scetticismo e (nel migliore dei casi) con ironia bonaria ai tentativi degli studenti di aprirsi autonome strade nel dibattito culturale e nell’iniziativa civile, in senso lato politica. I detestati scioperi studenteschi erano una rarità assoluta: se ne ricorda uno nel 1962, durante la crisi dei missili a Cuba; e si fa fatica a rammentarne altri (frammenti di tradizione orale e confuse memorie risalivano a quando gli scioperi li facevano studenti di estrema destra, per Trieste, negli anni ’50, o per i martiri di Kindu nel 1961). Un’occasione festosa per marinare la scuola era offerta dalle rarissime nevicate, ma questo è un altro discorso. Per un certo periodo uscí un giornalino, «Il Marsupiale», autofinanziato e prodotto da un gruppo studentesco spontaneo, che ospitava articoli di varia umanità. Nei primi mesi del 1966 si riuní nell’aula magna, affollatissima, un’assemblea studentesca pomeridiana (la prima del liceo, a memoria di molti), che decise la costituzione dell’Organismo studentesco dell’Orazio Flacco (Osof): una novità che sembrava rivoluzionaria e d’avanguardia nel panorama della scuole baresi, ma che appena due anni dopo sarebbe stata travolta dall’insofferenza della contestazione sessantottina verso ogni forma di delega. Nel contempo si svolgevano gli incontri culturali del Circolo Gramsci, rivolti ai giovani, ospitati presso la Sala del Combattente in via Melo da Bari e molto frequentati da ragazzi e ragazze dell’Orazio Flacco. Fu cosí che cadde l’apartheid, fuori e dentro le mura scolastiche.
La nascita del’organismo rappresentativo non fu ostacolata dal preside Tommaso Pazienza («zio Tom»), che anzi, dando prova di flessibilità, concesse l’aula magna tutte le volte che venne richiesta e consentí lo svolgimento delle elezioni dei delegati classe per classe. Ben altrimenti rigido si mostrerà durante il movimento del ’68, in sintonia del resto con la maggioranza del collegio dei docenti, che invocherà l’intervento della polizia per riportare all’ordine la scuola occupata. Ma questo sarà già un altro clima e un’altra storia.
Fra le avvisaglie del sommovimento sessantottesco restò memorabile per molti la dimostrazione contro la guerra del Vietnam, di ibrida ispirazione gandhiano-comunista, che venne inscenata nello slargo dell’Orazio Flacco in via Pizzoli nel 1966, all’orario di entrata. Si dovrebbe dire meglio la «tentata» dimostrazione: perché dopo pochi minuti di sit-in i manifestanti, tutti allievi del liceo, furono aggrediti inopinatamente da un manipolo di giovani piú grandi di loro, estranei alla scuola, capeggiati da uno squadrista che diventerà noto alle cronache nazionali come uno dei piú fanatici militanti neofascisti. I dimostranti dispersi – e, alcuni, contusi – si aggirarono traumatizzati nello spiazzo, prima di varcare in ritardo l’entrata nella scuola, derisi da alcuni docenti e da parecchi compagni di classe contenti del loro fallimento. Ma da quel fallimento essi – e molti ragazzi e ragazze che avevano visto – trassero un insegnamento piú duraturo che se tutto fosse andato liscio: una scelta di impegno civile, se non è retorica, deve mettere in conto l’ostacolo di forze avverse in grado di vanificarla; e ancora: c’è sempre un prezzo da pagare di persona per sostenere una causa giusta.


Pasquale Martino

Contributo preparatorio per l'incontro La funzione culturale e civile del liceo Orazio Flacco (11 aprile 2014) promosso dalla associazione degli ex alunni e coordinato da Mario De Pasquale; compreso poi nel volume Formazione e impegno. Il liceo ginnasio "Quinto Orazio Flacco" nei racconti degli ex alunni, a cura di Rita Ceglie e con introduzione di Mario De Pasquale, Stilo Editrice, Bari, 2015. 

I decreti delegati

Una riforma a metà
Quarant’anni di democrazia nella scuola


Manifestazione sindacale contro i decreti delegati (Archivio Spi-Cgil Treviso)  




















I «decreti delegati» del 31 maggio 1974 furono il tentativo più organico negli anni ’70 di dare risposte a movimenti sociali che avevano scosso profondamente gli assetti del sistema scolastico italiano. L’iter fu travagliato: nel frattempo erano in corso manifestazioni studentesche e scioperi sindacali degli insegnanti; dure battaglie parlamentari misero ripetutamente in minoranza il governo Andreotti di centrodestra (1972-73), finché il redivivo centrosinistra appoggiato dai socialisti (governo Rumor, 1973-74) approvò la legge delega con l’astensione dei comunisti, agli albori del compromesso storico. Il contesto in cui furono pubblicati i decreti era quello di una lotta politica ad altissima tensione, fra referendum sul divorzio, vinto quasi insperatamente dal fronte contrario all’abrogazione (12-13 maggio) e strage fascista di Brescia (28 maggio), il cui prezzo letale fu pagato specialmente dal mondo della scuola (5 degli 8 manifestanti uccisi erano docenti).
I sei decreti presidenziali (uno dei quali decadde subito perché bocciato dalla Corte dei Conti) erano tuttavia ben lontani dal configurare quella riforma complessiva richiesta dai movimenti della scuola. Nella sequenza delle riforme che quel decennio dette all’Italia, sull’onda di una vivace crescita democratica della società (non furono solo «anni di piombo»!), – dallo statuto dei lavoratori fino alla legge Basaglia – quando la parola riforma non era stata ancora svuotata di senso, i decreti scolastici del ‘74 presentavano una sostanza riformatrice più tenue.  I punti focali erano lo stato giuridico del personale, i diritti sindacali e l’istituzione degli organi collegiali destinati a inverare la democrazia nella scuola. Altri temi quali la modifica degli ordinamenti e dei programmi, il prolungamento dell’obbligo, il diritto allo studio, furono affrontati separatamente, con interventi parziali, sebbene a volte di grande significato: si pensi al tempo pieno nella scuola elementare (1971) e alle 150 ore, ossia al diritto allo studio per i lavoratori (contratto dei metalmeccanici, 1973). I decreti delegati costituivano un compromesso che sanciva indubbiamente alcune novità ispirate al dettato costituzionale ma tagliava fuori le rivendicazioni più avanzate. Furono riconosciuti i diritti sindacali, la contrattazione triennale, il diritto di assemblea del personale (sebbene per un monte ore annuo limitato). Anche gli studenti videro regolamentata quell’assemblea di istituto che avevano di fatto conquistato negli anni precedenti. Vennero soppresse le arbitrarie note di qualifica con cui i presidi valutavano annualmente ciascun insegnante. Non passò invece la proposta più radicale avanzata dai sindacati e dai partiti di sinistra: l’elezione del capo d’istituto da parte del collegio dei docenti. Questi tuttavia eleggevano almeno il gruppo dei collaboratori del preside (una procedura democratica che in seguito verrà soppiantata dalla nomina dall’alto). La libertà d’insegnamento venne sancita, ma «nel rispetto della coscienza morale e civile degli alunni»: formulazione più restrittiva di quella della Costituzione (art. 33: «l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento») e decisamente ambigua, poiché lasciava aperta la possibilità di censurare contenuti e metodi didattici non tradizionali, ritenuti trasgressivi.
Luigi Pinto, insegnante,
vittima della strage di Brescia
La democrazia scolastica fu concepita come pariteticità di tre componenti: personale docente e non docente, studenti (nelle scuole superiori) e genitori. Non fu accolta l’idea di far sedere nei consigli di istituto i rappresentanti dei sindacati e degli enti locali. La partecipazione dei genitori in quanto tali istituì una diretta cogestione da parte delle famiglie: per la prima volta la scuola doveva rendere conto all’istituzione familiare piuttosto che allo Stato e alla società strutturata in organizzazioni; si voleva così, inoltre, stemperare la conflittualità e sottrarre spazio a forme di associazionismo troppo caratterizzate a sinistra. Ciononostante, le prime elezioni degli organi collegiali nel 1975 registrarono un notevole successo delle liste di sinistra, spesso denominate di «unità democratica» in quanto aperte, almeno nominalmente, al contributo di tutte le forze antifasciste compresi i cattolici. Erano gli anni della grande avanzata elettorale del Pci, accompagnata dal progetto di un sistema di democrazia diffusa (consigli di fabbrica, comitati di quartiere). 
A distanza di quarant’anni che cosa resta di quello scenario? La macchina degli organi collegiali continua a funzionare come per inerzia, ma la sua obsolescenza è da lungo tempo evidente. Organismi inutili come i consigli distrettuali e provinciali sono stati aboliti. Le assemblee studentesche sono uno stanco rituale con sprazzi di vitalità per una minoranza. I consigli di classe e di istituto si dibattono fra mille difficoltà – a partire dallo scarso interesse dei genitori. Del resto alla visione organicistica e comunitaria della famiglia come funzione interna alla scuola è subentrata l’ideologia neoliberista del «contratto formativo» che colloca i genitori nel ruolo di clienti e utenti di un servizio.  Si è tentato di trasformare il consiglio d’istituto in organo di amministrazione con la presenza di finanziatori privati: ma le scuole sono tutt’altro che vere “aziende” nonostante la retorica dell’”autonomia” e del “preside-manager”, e gli sponsor prendono ciò che vogliono dalle scuole senza perdere tempo a gestirle.  

Pasquale Martino   


«La Gazzetta del Mezzogiorno», 2 giugno 2014  

martedì 15 aprile 2014

Giovanni Gentile

Il filosofo al potere, vittima di se stesso


Gentile nel suo studio, 1923, foto Armando Bruni archivio RCS 
Il 15 aprile 1944 Giovanni Gentile fu ferito a morte da colpi di pistola davanti alla sua abitazione a Firenze. Spirò mentre veniva condotto in ospedale. A compiere l’attentato di cui ricorre il settantesimo anniversario – uno degli episodi più emblematici della Resistenza – era stato un gruppo d’azione patriottica (Gap) composto da partigiani comunisti, che colpirono in Gentile l’ideologo del fascismo e la figura di spicco della Repubblica di Salò. La ferocia nazifascista nell’occupazione e nella guerra civile non dava respiro e non risparmiava gli intellettuali del campo opposto; era nell’ordine delle cose che Gentile, alto esponente del regime, potesse rientrare fra gli obiettivi della lotta armata. Da questo punto di vista la sua uccisione è perfettamente comprensibile, sebbene ci si interroghi ancora oggi sulla opportunità di una scelta che una parte dei resistenti non condivise. 
Nessuno però mise in dubbio la tempra morale degli esecutori; il loro capo, Bruno Fanciullacci, fu insignito della medaglia d’oro alla memoria per il coraggio con cui affrontò due volte l’arresto e la tortura restando ucciso. Ai preparativi dell’azione contro Gentile prese parte anche la studentessa Teresa Mattei, che conosceva personalmente il filosofo; eletta nell’Assemblea costituente, sarà tra le madri della Costituzione italiana. Uomini e donne di alta dirittura, dunque, che non perdonarono a Gentile proprio l’aver rafforzato col suo prestigio l’ultima e sanguinaria battaglia di Mussolini in veste di fantoccio hitleriano. E tuttavia ci si chiede ancora se nella decisione di ucciderlo «siano entrate anche valutazioni politiche non direttamente note a quanti, sulla collina fiorentina, spezzarono il filo della sua vita» (Gennaro Sasso, Dizionario biografico degli italiani, 2000). 
Bruno Fanciullacci nel 1943
L’esecuzione del sessantanovenne filosofo di Castelvetrano potrebbe essere stata infatti l’esito finale di una complessa dinamica di forze. A studiare il caso fu il filologo e storico Luciano Canfora (La sentenza, Sellerio, 1985) che mise in luce sia le trame degli angloamericani sia l’ostilità interna al fascismo repubblichino contro Gentile. E in effetti sembra inspiegabile che l’uomo appena nominato presidente dell’Accademia italiana dal duce in persona (e destinatario di recenti lettere minatorie) fosse del tutto privo di scorta. Un altro tema controverso – indagato anch’esso da Canfora – è il rapporto fra Gentile e Concetto Marchesi, che lasciando il rettorato dell’università di Padova aveva chiamato gli studenti alla lotta partigiana. Nel dicembre ’43 Gentile pubblicò sul «Corriere della Sera» un appello alla pacificazione al di là dei partiti, e contro «ogni spirito di vendetta e di fazione»; appello assai sgradito ai molti oltranzisti repubblichini, e d’altronde respinto dagli antifascisti come un tentativo disperato di indebolire il movimento di liberazione. Marchesi rispose dalla Svizzera denunciando le gravissime responsabilità di Gentile e affermando che «la spada non va riposta, va spezzata».  La conclusione dell’articolo fu modificata nell’edizione clandestina che apparve in Italia con le seguenti parole: «la giustizia del popolo ha emesso la sentenza: morte!». Che la frase sia stata scritta dal professore comunista è incerto; essa venne comunque interpretata come un verdetto di condanna cui seguì l’esecuzione. Tuttora non è facile ricostruire l’esatta catena di comando che portò a quello sbocco (benché dieci anni fa Teresa Mattei abbia ribadito che la decisione fu presa a Firenze). Ma la sostanza non cambia. E anche Sergio Romano, autore di una biografia del «filosofo al potere» (Rizzoli, 1984 e 2004), pur deplorando l’omicidio nega la mera equiparazione degli esecutori a «terroristi».
Resta la valutazione del vasto apporto di Gentile alla cultura italiana del Novecento. Un contributo che fece di lui il protagonista con Benedetto Croce della rivincita idealista contro il positivismo di fine Ottocento, e il maestro di una filosofia dell’«atto puro» che, meglio dell’idealismo crociano, dette centralità al rapporto fra intellettuali e politica. Non a caso il suo «ritorno al De Sanctis» (modello di intellettuale civile) e il suo “attualismo” incentrato sul primato della volontà offrivano suggestioni anche al marxismo antipositivista di giovani rivoluzionari come Gramsci. Dopo la lunga collaborazione con Croce nella direzione della rivista «La Critica», edita da Laterza, il rapporto fra i due pensatori si rompe nel 1925, l’anno dei «manifesti», quello fascista di Gentile e quello antifascista scritto dal filosofo abruzzese. Nella visione gentiliana il fascismo è lo Stato etico hegeliano e la prosecuzione del Risorgimento, tanto che perfino la violenza squadrista gli appare giustificata («discorso del manganello», 1924), così come l’imposizione del giuramento di fedeltà ai docenti universitari. Direttore della Normale di Pisa e del «Giornale critico della filosofia italiana» da lui fondato, senatore, ministro della pubblica istruzione e autore della riforma della scuola, direttore scientifico dell’Enciclopedia italiana, proprietario e dirigente della casa editrice Sansoni: bastano questi riferimenti a testimoniare l’impegno di Gentile come organizzatore della cultura. Ma negli ultimi anni del regime, specie in quelli della guerra mondiale, egli non è più un militante attivo; rimane una personalità onorata ma tutto sommato marginale nella scenografia del fascismo ed estranea all’accelerazione filonazista e razzista (da cui tuttavia non si dissocia pubblicamente). Dopo il 25 luglio è perfino sospettato di volersi avvicinare a Badoglio. Appare davvero fatale la decisione che invece egli prese, sollecitato da Mussolini, di unirsi all’atroce avventura di Salò. Era in qualche modo l’attestazione di una tragica, astratta coerenza. 

Pasquale Martino


«La Gazzetta del Mezzogiorno», 15 aprile 2014

mercoledì 9 aprile 2014

Giorgio Pasquali

Gli ottant’anni di un libro duraturo
E Pasquali ci spiegò la tradizione


Dopo la conoscenza del greco, anche quella del latino sembra condannata a una progressiva riduzione nel curriculum scolastico. Si ignorano gli effetti di lunga durata. Non si sa, per esempio, che posto occuperà nella cultura italiana una disciplina come la filologia, incaricata di assicurare basi di metodo allo studio delle lingue e delle letterature antiche, ma, in verità, anche di quelle moderne. Ce ne hanno ricordato l’importanza le recenti scomparse di Cesare Segre e di Ezio Raimondi, fra i massimi studiosi italiani di filologia romanza e moderna. È arduo fissare un confine non puramente empirico tra filologia classica e romanza, nonché tra lo studio filologico della letteratura e quello di ogni altro sapere fondato su una tradizione scritta: dal diritto alla storia, dalla filosofia alle discipline scientifiche. Concetti che divennero più chiari e in qualche modo definitivi quando, ottant’anni fa, apparve la Storia della tradizione e critica del testo di Giorgio Pasquali (1934), un saggio che ha incontrato una duratura fortuna. Direttore del seminario di filologia classica della Normale di Pisa, Pasquali (1885-1952) aveva assimilato le metodiche di scuola germanica, le più avanzate fin dal secolo precedente. Un altro suo libro importante di quegli anni, Preistoria della poesia romana (1936), argomentava l’origine greca del verso saturnio, la forma metrica adoperata agli albori della letteratura latina e da molti studiosi considerata autoctona. Una dimostrazione, quella di Pasquali, che non era precisamente in armonia con gli orientamenti nazionalistici del classicismo fascistizzato di quel tempo; firmatario del manifesto antifascista di Croce nel 1925, Pasquali si era poi adattato al regime riportandone qualche vantaggio, senza però accodarsi alla retorica romano-imperiale. Storia della tradizione era comunque un libro capitale, un seme i cui frutti si sarebbero visti nell’impronta di una generazione di allievi eccellenti, fra i quali Mariotti, Timpanaro, La Penna, gli italianisti Bonora e Caretti e, non da ultimo, il futuro direttore di «Belfagor», Carlo Ferdinando Russo che, trasferitosi a Bari negli anni ‘50, vi trapiantò l’ispirazione pasqualiana facendo degli studi di filologia classica una realtà di punta dell’Ateneo barese.   
La trattazione di Pasquali dissipa ogni equivoco tecnicista per mostrare la sostanza della filologia come lavoro sui testi sorretto da una preparazione multidisciplinare; poiché ha come fine di ricostruire il più possibile le parole originali di un documento – e, per esse, l’intento e il pensiero dell’autore – la filologia studia l’intero percorso di trasmissione del testo da un supporto materiale all’altro, dalle varie forme di manoscritto alla prima edizione a stampa e oltre (la tradizione, appunto). Non si può fare critica del testo senza storia della tradizione, cioè storia della cultura, dell’esegesi testuale, dell’attività di edizione e dei modi di riprodurre un documento. Solo da questa indagine, che richiede finezza critica oltre che erudizione, si possono comprendere certe trasformazioni subite dal testo, gli errori, le omissioni, le aggiunte. Altrimenti si rischia di prendere per buono un testo che non lo è affatto. Perché, come ha spiegato Luciano Canfora, allievo a sua volta di C.F. Russo, il copista è in realtà un autore (Il copista come autore, 2002): il “vero” autore del manoscritto che abbiamo sotto mano, in quanto ha potuto innovare ciò che ha letto (integrando, fraintendendo o interpretando), sostituirlo con un nuovo testo e seppellire quello vecchio in un dimenticatoio da cui il più delle volte non potrà riemergere. Va da sé che lo storicismo filologico pasqualiano – che spingeva lo sguardo ben oltre l’età antica, fino a considerare il fenomeno delle varianti nei testi di Petrarca, Boccaccio, Manzoni – era negli anni ’30 poco conforme non solo ai miti fascisti, ma anche alla visione crociana dell’opera letteraria come pura espressione dello spirito, non condizionata dalla materialità dei processi di composizione e pubblicazione. Il racconto di Pasquali configurava infine una storia di vasto respiro della critica letteraria e della filologia, nella quale prendevano posto i protagonisti decisivi della tradizione, come – per fare solo un esempio – il grande editore e grammatico Valerio Probo, la cui attività nel I secolo d.C. fu determinante per la trasmissione di buona parte della letteratura latina. Questo libro ottantenne ma sempre attuale ci rammenta che il nostro patrimonio culturale non è un’entità oggettiva, ma una conquista della ricerca, e che le sue basi vanno ricostruite a prezzo di indagini faticose e di enorme complessità. La stessa scuola non può restare all’oscuro del lavoro filologico, pena lo svuotamento del senso critico, e d’altra parte la filologia non può vivere se non è alimentata da rinnovate domande e dalla sensibilità di una comunità che legge e studia.   
   
Pasquale Martino    

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 9 aprile 2014


   

martedì 8 aprile 2014

Caserma Rossani

Urbanistica contrattata e urbanistica partecipata
Racconto di una città

Prefazione a Diario Rossani di Nicola Signorile (Caratteri Mobili, Bari, 2014)

La Caserma Rossani negli anni '50 (www.artribune.com)




















Non è di poco conforto sapere che il principale quotidiano pugliese – quello più letto, sfogliato e sgualcito da tante mani sui tavoli di tutti i bar – ospita settimanalmente una rubrica di critica dell’architettura e dell’urbanistica. Da un po’ di anni l’appuntamento con «Piazza Grande» di Nicola Signorile è diventato un’occasione stimolante per imparare qualcosa; soprattutto, per guardare Bari e la sua area metropolitana in uno spettro di luce dispiegato, nella sua realtà plurima e nelle sue potenzialità spesso nascoste o misconosciute. Autore di libri agili e dotti sulla storia dell’architettura contemporanea nel capoluogo pugliese, Signorile si districa con una carta nautica rigorosa nel mare del tessuto urbano in via di trasformazione – e dei soggetti che vi operano e vi si scontrano: i costruttori, i proprietari di suoli, i cittadini, gli enti pubblici – mettendo in campo indagini e riflessioni interdisciplinari che intrecciano storia, arte, sociologia e politica. Già di per sé, dunque, «Piazza Grande»  è il diario avvincente di una città che cambia, di una vicenda urbanistica complicata in cui le aperture suggestive verso il primato del bene comune si alternano alle deludenti ricadute verso soluzioni affaristiche; è la cronaca ragionata di una quotidiana lotta sui temi degli spazi pubblici, della qualità urbana, della memoria storica.
E tuttavia, quando si legge Diario Rossani, estrapolazione e raccolta dei resoconti critici incentrati sulla grande questione del riuso della caserma abbandonata al centro di Bari, si ha l’impressione di avere a che fare non con il montaggio di materiali preesistenti, ma con un altro genere letterario: un opus che trascendendo le cronache di architettura e urbanistica, sostanziate di cultura e di tensione civile, diventa racconto di una città; romanzo di una storia in corso, in divenire. Perché la discussione, le intenzioni e i fatti relativi al vasto quadrilatero di proprietà pubblica incastrato fra i quartieri Murat, Carrassi e San Pasquale, e destinato a verde urbano per oltre metà dal piano regolatore, hanno assunto il valore emblematico di una narrazione che riguarda il presente e il futuro della città, e che, comunque si evolva, parlerà a tutta la Puglia e in buona misura all’intero Paese. La questione ha finito infatti col catalizzare tutti i filoni del dibattito urbanistico e politico-culturale dell’ultimo decennio a Bari: fin dall’avvio della prima amministrazione comunale di centrosinistra (2004-2009), cui Signorile non risparmia critiche – che ovviamente mi toccano, visto il mio contributo a quella esperienza. (E qui apriamo una parentesi. Forse per questo Nicola ha coinvolto proprio me per introdurre il suo racconto, considerando l’antica amicizia che ci lega, la condivisione di tutte le cose essenziali, e insieme sollecitando un punto di vista non discordante, ma prospetticamente sfasato rispetto al suo.) 
Torniamo ai primi cinque anni. Una pagina complessa, in cui si videro alcuni atti significativi, rispondenti agli impegni assunti – tali furono la demolizione dei palazzi di Punta Perotti e l’inizio della bonifica del sito Fibronit – e più in generale coerenti con l’ispirazione del progetto politico – e qui penso alla decisione sia pure sofferta e faticosa di sbarrare la strada alla Cittadella della Giustizia. Tutte questioni che suscitarono dibattito, entusiasmi e feroci polemiche, nonché i noti contenziosi di giustizia amministrativa e penale (da uno dei quali proprio l’autore di Diario Rossani, chiamato in causa per essere una voce scomoda, è uscito con una limpida vittoria). Ma in quel quinquennio iniziale fu anche dischiusa la porta (con sottovalutazione, con battaglia interna insufficiente, con qualche disattenzione di troppo) ai primi passi di un metodo che nel mandato successivo sarebbe diventato un tenace filo conduttore sebbene solo parzialmente attuato: stiamo parlando dell’«urbanistica contrattata», quella prassi amministrativa adottata da molti comuni italiani che configura una sostanziale rinuncia a porre rigidi vincoli di interesse pubblico sul territorio.


Nel contesto barese l’urbanistica contrattata ha assunto fra l’altro la fisionomia del «credito edilizio», un presunto diritto di costruire, “a prescindere”, da parte di chi è proprietario di suoli: per cui, se, per esempio, una legge nazionale vieta di edificare sulla costa, chi detiene i suoli resi inedificabili diventa titolare di un «credito», che il Comune gli riconoscerà in altre sezioni della maglia urbana da definire per via contrattuale. Per questo la Caserma Rossani, l’incredibile vuoto nel cuore della città, a un passo dalla stazione ferroviaria, diventa un bel pezzo di suolo appetibile. Specie se il suo valore viene associato a quello delle aree del centro che saranno rese disponibili in seguito all’attuazione dell’annoso progetto del Nodo ferroviario. In tal modo il tema Caserma Rossani invade la prospettiva di tutti i quartieri centrali, poiché si connette inevitabilmente a quello della sistemazione del quartiere Murat – la riqualificazione di via Sparano (per ora dormiente) che non potrà escludere via Argiro e tutte le aree adiacenti – , al destino del teatro Margherita (riguardo al quale è stato imbastito un discusso accordo pubblico-privato per trasformarlo in un museo d’arte contemporanea) e del magnifico complesso della Manifattura che – disusato dall’Università e sottoutilizzato dal Comune – potrebbe cambiare la storia del quartiere Libertà ricucendolo virtuosamente al murattiano. Basti pensare che per la galleria d‘arte contemporanea sono state avanzate anche le proposte di collocarla nella Rossani o nella Manifattura dei Tabacchi (ubicazioni entrambe ben più congeniali del Margherita).
L’altro Leitmotiv di questo racconto è l’urbanistica partecipata; di fatto, l’esatto opposto di quella contrattata: in quanto presuppone l’intervento nel dibattito pubblico da parte dei soggetti che non sono portatori di un interesse privato di tipo economico ancorché legittimo, ma di bisogni sociali, di visioni collettive, di azioni che tendono a rendere effettiva la fruizione sociale di un bene generale, a non privatizzarlo. L’urbanistica partecipata diventa una forma essenziale della democrazia nella città che cambia, affinché questo cambiamento non sia frutto di un’opaca negoziazione di élites economiche e di vertici tecnico-burocratici. E anche qui la Rossani è un caso paradigmatico: fin da quando il Comune ne ottenne la proprietà dal demanio statale scambiandola con la Chiesa Russa da consegnare al patriarcato ortodosso (un’altra operazione in cui, a conti fatti, le ombre sembrano prevalere sulle luci, visto che ha comportato lo sfratto non solo degli uffici circoscrizionali, ma anche della biblioteca del quartiere Carrassi). Dagli albori della questione, una rete di associazioni si è costituita in comitato per discutere con la parte pubblica (Comune e Regione) sul progetto di riapertura e riuso dell’ex caserma. Il Comitato Rossani è riuscito nel 2012 a ottenere il ritiro della delibera comunale che prevedeva un project financing indirizzato a realizzare in quell’area alberghi, residenze e parcheggi sotterranei. Le prime due cose, ma non la terza, sono poi scomparse nella proposta di Massimiliano Fuksas che, vincendo il concorso di idee «Baricentrale», ha immaginato la spazio pubblico della Rossani in relazione alla ferrovia e al murattiano. Di nuovo, il Comitato Rossani ha riaperto la questione. Nel frattempo, l’urbanistica partecipata dimostrava le sue possibilità virtuose nel caso di San Marcello, “periferia” di San Pasquale (non certo lontana dalla Rossani), dove un laboratorio urbano con il protagonismo dei residenti aveva come esito una modifica profonda del programma di riqualificazione, accantonando la demolizione e ricostruzione e sostituendola col risanamento del costruito.
Poi è arrivata l’occupazione della Rossani. L’azione è partita dai giovani che in precedenza avevano rivitalizzato il rudere di villa Roth, un manufatto tardo-ottocentesco con parco annesso, ubicato a San Pasquale e di pertinenza della Provincia. Dopo lo sgombero voluto dall’ente provinciale, il gruppo ha rilanciato il tema degli spazi pubblici “riaprendo” l’ex caserma. Questa esperienza si è allargata alla rete del Comitato Rossani, ad altri soggetti e a una numerosa cittadinanza, famiglie, anziani, bambini, che stanno dando una mano alla riappropriazione civica dello spazio verde compreso fra i vecchi edifici militari.

L'area della Caserma Rossani oggi
Il Comune e il soggetto assembleare che anima la Rossani si sono per un po’ di tempo soltanto sfiorati: sopralluoghi, la mediazione di alcuni politici, contatti tecnici, la messa in sicurezza di qualche fabbricato. Poi è arrivato un dialogo più sostanziale. La scelta giusta da parte del Comune non sarebbe certo quella di prendere tempo in attesa che questo esperimento si consumi da solo. Va colta invece  l’occasione per incominciare davvero quel laboratorio di partecipazione democratica, assumendo la sperimentazione in atto come orientamento e come partnership; allargando, certo, l’arco della cittadinanza attiva da convocare. Facendo dell’ex caserma il punto di partenza qualificante per una nuova relazione con la città.
L‘instant book di Nicola Signorile si ferma qui, in un frangente critico e aperto verso scenari contrastanti. Le scorciatoie non funzionano e i nodi non risolti vengono al pettine (lasciatemi ripetere questa banale verità). Nel nostro caso il nodo è un rapporto di forza: da un lato i poteri pubblici (con le coalizioni che li esprimono), i quali vogliono almeno in teoria migliorare il vivere civile, e a tal fine dovrebbero farsi forti di un consenso attivo, non solo elettorale, evitando di offrire ai cittadini il surrogato di una partecipazione da semplici spettatori; dall’altro un certo modo di fare impresa, che ha corsie preferenziali negli uffici tecnici e in molti anfratti della politica: per cui tutto si decide in una dimensione separata, dove si gioca a memoria da sempre  e ognuno sa già che cosa deve fare. Se la dialettica fra guida pubblica e impresa privata si chiude per cedere il passo all’uniformità di vedute e interessi, allora si ha il patto oligarchico che uccide ogni speranza. Bari che osserva i grandi modelli urbani d’Europa non dovrebbe ignorare che da una soluzione democratica della questione Rossani e dei nodi connessi dipende molto dell’identità che sta cercando, di città amica, di città intelligente e città di cultura.


Pasquale Martino