lunedì 29 settembre 2014

Guicciardini

Un tacitiano a Firenze

Francesco Guicciardini perviene alla storiografia a partire dalla memoria delle vicende di famiglia, di ceto e di governo cittadino. Come gli storici classici, come Tacito che è il suo modello (l’unico storico citato nei Ricordi, e per due volte), Guicciardini è un alto esponente del ceto politico che pratica l’attività storiografica quale necessaria riflessione sulla politica e quasi come prosecuzione della stessa. Un’altra analogia che lo accosta agli storici pragmatici dell’antichità: egli produce l’opera più impegnativa e complessa, la Storia d’Italia, nel momento dell’otium, del ritiro – non precisamente volontario – dalla vita attiva, negli ultimi suoi anni. Erede di una delle famiglie dell’élite fiorentina, di quelle che da generazioni hanno familiarità con l’amministrazione, il governo, il potere, naturalmente formato a una visione a un tempo comunale e oligarchica della politica, Guicciardini incomincia con le Ricordanze una rassegna degli antenati che hanno ricoperto cariche pubbliche: risale fino al 1300, ma trova il primo momento rilevante nel tumulto dei Ciompi, che non a caso sarà anche il punto di partenza delle Storie fiorentine. E la successiva Storia d’Italia in tanto allarga il punto di vista all’intera penisola – per la prima volta in un’opera storica – in quanto allo stesso autore è toccata la ventura di svolgere un’azione di governo a più ampio raggio, sotto i due papi medicei.
Come la storiografia pragmatica dell’età classica, anche quella di Guicciardini è esposizione degli eventi politici diplomatici militari, delle res gestae che hanno come protagoniste specialmente le élites dominanti e le grandi personalità. Appartiene al genere classico delle historiae, cioè alla narrazione dei tempi contemporanei, degli eventi di cui l’autore è stato testimone oculare o ha avuto notizia di prima mano dalla generazione precedente. E Tacito piace a Guicciardini perché è lo storico che analizza nel profondo la psicologia del potere, le personalità dei regnanti e dei capi. 

Pasquale Martino


giovedì 25 settembre 2014

Bimillenario augusteo 2

Analogie della Storia.
Augusto e la fine del partito popolare



La Storia si ripete. Anche se il variare incessante della sostanza e della forma rende difficile decifrare le analogie. Per esempio, è successo più d’una volta che un movimento politico progressista di portata storica, fallendo il suo obiettivo di cambiamento, abbia generato alla lunga un inedito sistema di conservazione. La Sinistra – si direbbe oggi, semplificando – che finisce col realizzare il compito della Destra. E ciò è avvenuto per una coincidenza tra l’insuccesso dei soggetti chiamati a interpretare quella tendenza storica e la capacità degli avversari di «cambiare tutto per non cambiare niente». Un modello esemplare del fenomeno suddetto si rintraccia nella storia antica, quel vasto complesso di esperienze che grandi scrittori come Tucidide e Machiavelli considerarono una preziosa lezione di politica. 
A metà del II secolo a.C. fu lanciata una sfida ambiziosa che aveva come posta in gioco il potere sociale e istituzionale nello Stato più importante del Mediterraneo: Roma repubblicana. Il popolo contro il senato, i nullatenenti contro i grandi proprietari terrieri.  Sotto la guida dei fratelli Gracchi, il “partito popolare” – non un partito nel senso moderno, bensì un agglomerato di interessi, di famiglie, di gruppi sociali – si dette un programma di riforme dalla sostanza rivoluzionaria: porre un limite all’eccesso della proprietà privata, distribuire la terra ai proletari, estendere la cittadinanza romana alle popolazioni italiche, scuotere l’onnipotenza del ceto senatorio promuovendo sul piano politico il ceto cosiddetto equestre. La reazione della classe dominante a questa strategia riformatrice fu improntata per lungo tempo alla violenza più estrema; si sviluppò in tal modo la «guerra civile dei cento anni» (Lucien Jerphagnon) che dopo alterne vicende di conflitti sanguinosi e di instabili compromessi sfociò nella fine della repubblica e nella instaurazione del principato: un regime dispotico e “leaderistico” che tuttavia venne descritto come una repubblica rinnovata.
Nel corso del tempo il movimento rivoluzionario – quello dei Gracchi e dei tribuni della plebe, di Saturnino, di Sertorio, del controverso Gaio Mario – aveva finito con l’estinguersi: ridotto a non più che una dignitosa memoria storica, di slogan e di simboli, consegnò la sua eredità a singole figure di spicco che riuscirono ad assemblare un partito personale. La più eminente di queste personalità fu Giulio Cesare, il quale peraltro conservava nelle proprie radici familiari un legame con la tradizione popolare, essendo nipote di Mario. E sapeva ancora parlare per vecchi slogan («liberare il popolo dal dominio di una fazione», scrisse nel memoriale sulla guerra civile). Ma Cesare appariva ancora troppo amico della plebe (ingrediente essenziale del “cesarismo”, come lo sarà del “bonapartismo”) e troppo eversivo agli occhi degli oltranzisti conservatori, cosicché fu rovesciato da una congiura.

Tiberio e Gaio Gracco
I tempi non erano ancora maturi, ma presto lo divennero. Fu la volta del giovanissimo Ottaviano, il futuro Augusto, che nella sua storia personale non aveva nulla tranne l’essere stato adottato in maniera alquanto fortunosa da Cesare. Non era una personalità brillante come il predecessore, non possedeva carisma né capacità oratorie o guerresche.  Era dotato però di realismo, abilità di manovra e cinismo, e inoltre ebbe fin dall’inizio ottimi collaboratori (artefici delle sue vittorie militari, tessitori di alleanze politiche, suggeritori di un’accorta politica culturale). Vinse alleandosi con i conservatori come Cicerone e con i fedeli cesariani come Marco Antonio, poi sbarazzandosi degli uni e degli altri.  Vinse appropriandosi di valori reazionari come il patriarcato, la restaurazione religiosa, la netta separazione fra liberi e schiavi, e garantendo gli interessi di latifondisti e senatori di cui, in pari tempo, riduceva il potere politico. Fu agevolato dal desiderio di pace, dalla stanchezza e dalla rassegnazione che dilagavano in tutta la società. E le classi possidenti capirono la convenienza di affidarsi a un tale monstrum istituzionale presidiato dalle legioni. I nuovi proletari, i soldati, ricevettero pezzi di terra grazie a spaventosi espropri che colpirono i contadini. Paradossalmente, la legittimazione di Augusto poggiava sul conferimento a vita dei poteri dei tribuni della plebe, che erano stati a suo tempo la magistratura popolare per eccellenza. I pochi vecchi seguaci di Mario ancora viventi, e i cesariani di mezza età, si illudevano che con quel principe il loro partito fosse arrivato finalmente al potere dopo tanto soffrire. Ovviamente non era così. Se il senato era ormai addomesticato, anche i comizi e le assemblee popolari si avviavano a diventare una finzione. Un movimento epocale aveva cessato di vivere: la lotta per la libertà e per l’uguaglianza sarebbe rinata prima o poi in forme diverse, avrebbe percorso strade sconosciute in altre regioni del mondo. 

Pasquale Martino
2014

mercoledì 24 settembre 2014

Bimillenario augusteo

La “squadra”di Augusto.
Una carriera illegale nel mito della Pace


Francobollo per il bimillenario, 2014
77 anni fa, il 23 settembre 1937, il fascismo celebrava il bimillenario della nascita di Augusto dispiegando un imponente programma di manifestazioni, che includeva la «Mostra augustea della romanità» allestita a Roma nel Palazzo delle Esposizioni. Dichiarato era l’intento di affermare l’identità ideale fra due regimi e due capi: due «rivoluzioni», che avevano imposto ordine e pace e rafforzato l’Impero romano nel mondo (il fascismo “imperiale” chiudeva allora vittoriosamente la guerra d’Etiopia).
Del tutto diverso, com’è ovvio, è il senso delle celebrazioni nel bimillenario della morte dell’imperatore, inaugurate il 19 agosto di quest’anno. Oggi il filo conduttore è la valorizzazione per il grande pubblico del lascito veramente cospicuo dell’età augustea in ambito letterario, artistico e architettonico.  Il programma – avviato lo scorso anno con un’importante mostra presso le Scuderie del Quirinale – prevede un itinerario espositivo in rete con altre città del mondo (Keys of Rome) e l’apertura dei luoghi augustei, adeguatamente risistemati: dall’Ara Pacis al Mausoleo di Augusto, alla passeggiata sul Palatino nell’area della domus dell’imperatore e di sua moglie Livia. In alcuni luoghi si tengono letture di poeti d’età augustea anche in lingua originale.  
E tuttavia, la ricorrenza sarà certamente un’occasione per riesaminare il dibattito storico-critico sul personaggio e sull’epoca di cui fu espressione. Ricordando che la nascita di Gaio Ottavio (così si chiamava il futuro principe) era avvenuta il 23 settembre del 63 a.C., l’anno del consolato di Cicerone, il biografo Svetonio  puntualizzava addirittura che in quel  preciso momento il senato stava discutendo sulla congiura di Catilina: come a dire che proprio al culmine drammatico della crisi repubblicana nasceva colui che ne sarebbe stato il risolutore. Quasi negli stessi anni di Svetonio, ma con maggiore penetrazione, Tacito osservava che Augusto aveva avuto la ventura di ricevere un corpo politico-sociale profondamente debilitato dalle guerre civili (cuncta discordiis civilibus fessa), e di aver imposto su di esso il proprio imperio, solo nominalmente in qualità di «primo fra pari» (nomine principis sub imperium accepit); insomma, di essere stato un monarca dietro la finzione repubblicana. In fondo, gli  era capitato di arrivare al momento giusto, quando i tempi erano maturi per una soluzione autocratica, e inoltre di aver potuto fare tesoro, con le debite correzioni, del precedente esperimento dittatoriale tentato da Giulio Cesare ma stroncato dai lealisti repubblicani. Nel frattempo, quasi in extremis, il giovanissimo Ottavio era stato adottato dal dittatore, assumendo il nome di Giulio Cesare Ottaviano (sarà appellato Augustus, «venerando», dopo aver ottenuto il potere supremo). Aveva 19 anni quando le Idi di Marzo del 44 a.C. lo indussero a scendere in un agone politico da cui, ormai, si usciva vincitori o morti. 

Ricostruzione ideale del Foro di Augusto
Che la sua carriera fosse nata nella più palese illegalità era talmente innegabile che egli stesso nella propria autobiografia (le Res gestae Divi Augusti) dovette rivendicare come “costituzionale” il gesto eversivo con cui si presentò al senato: l’arruolamento di bande armate, un vero e proprio esercito privato. Poi venne la «marcia su Roma» delle legioni al suo comando dopo la morte violenta di ambo in consoli, la sua elezione al consolato all’età di 20 anni (secondo tradizione ne occorrevano 42) e via in crescendo. La vittoria finale, la pax Augusta, fu la rappresentazione plastica del nuovo equilibrio raggiunto fra le classi proprietarie dell’Italia e delle province (soprattutto occidentali), con l’inclusione dei soldati, specie dei veterani, e la cooptazione della plebe residente nell’Urbe, addomesticata da un ampio programma di politiche sociali. Chi abitava a Roma poteva ben percepire il «potere delle immagini» (Paul Zanker) aggirandosi nei nuovi spazi pubblici, dal completato Foro Giulio al Foro di Augusto, abbelliti di colonnati, fregi e statue. Poteva vedere l’Urbe  trasformarsi man mano da città di mattoni in città di marmo (di tale metamorfosi Augusto soleva vantarsi, racconta Svetonio).  

Ritratto di Livia Drusilla
Ma questo processo era sostanzialmente corale, frutto della mobilitazioni di quelle parti che uscivano in qualche modo vincenti da cento anni di guerre civili. Qui funzionò la capacità di Augusto di associare progressivamente al suo progetto gruppi, clan, forze intellettuali, e gettare ponti anche verso i circoli di opposizione. In ciò fu coadiuvato da un’ottima «squadra» (come si direbbe oggi) che sopperì alle carenze del leader, privo dei tratti di genialità di un Cesare. Agrippa fu il vero autore dei successi militari di Ottaviano, ma sviluppò anche una propria operosa attività di costruttore, architetto e urbanista, estendendo la rete degli acquedotti e rimodellando l’area del Campo Marzio dove sorse il Pantheon. E in questo periodo un ingegnere statale, Vitruvio, scrive il primo trattato De architectura. Mecenate, ottimo politico-tecnico e amministratore, fu artefice della politica culturale augustea – almeno di una parte di essa – accaparrandosi alcuni fra i più brillanti talenti poetici del momento, Virgilio, Orazio, Properzio. Fiorirono scuole di retorica e d’altri saperi; scuole di giuristi si attrezzarono a dibattere i fondamenti del nuovo diritto imperiale. Anche il teatro nelle suoi diversi generi – specie quelli non letterari – conobbe una notevole fortuna popolare e furono eretti a Roma altri due teatri in pietra oltre a quello di Pompeo che venne restaurato. Opere di pace, pagate al prezzo di una riduzione di libertà. Una tregua accettata dalle parti, che resse finché il principe visse. Intanto ai confini dell’impero i confronti armati continuavano con alterni esiti. Morto Augusto (il 19 agosto del 14 d.C.), tutte le questioni si riaprirono ma le forme dell’agire politico erano ormai mutate irreversibilmente.

Pasquale Martino    
   
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 24 settembre 2014, con lievi modifiche.

mercoledì 20 agosto 2014

Togliatti e i dilemmi della politica


Il comunista padre della democrazia
A cinquanta anni dalla morte

Un ricordo personale. Quando il 21 agosto 1964 mio nonno, vecchio socialista e, dopo il 1947, saragattiano, apprese della morte di Togliatti – mi fu raccontato – si tolse il berretto (che soleva portare in casa anche d’estate) per rendere omaggio a un «grand’uomo». Come tale dobbiamo ricordare cinquant’anni dopo colui che fu uno dei protagonisti assoluti nella redazione della carta costituzionale, un fondatore della democrazia italiana.  
Ovviamente, Palmiro Togliatti era anche un uomo di parte. Un leader di partito riconosciuto da una massa popolare che non era tutto il popolo italiano ma era pur sempre una vasta minoranza – quel popolo comunista che il giorno dei funerali dette vita, a Roma, alla più imponente manifestazione di massa mai vista fino a quel momento in Italia. Come chiunque abbia attraversato con dedizione l’arduo terreno della politica, egli ha compiuto scelte difficili e controverse, dovendo sacrificare obiettivi secondari – pur nobili e giusti – al fine principale che si prefiggeva, accettando compromessi e mettendo nel conto arretramenti e sconfitte.

Intensa e insieme durissima fu la sua formazione politico-culturale, nella Torino operaia prima della Grande Guerra e dopo, nell’Italia dei fermenti rivoluzionari e della controrivoluzione fascista. Per poco non fu ucciso dagli squadristi. Condivise con Gramsci la guida del Pci ma fu in disaccordo con lui quando il dirigente sardo criticò la conduzione staliniana della lotta all’interno del partito bolscevico. Attento a misurare i rapporti di forza e la possibilità realistica di ogni mossa politica, Togliatti era convinto che il Pci non potesse sopravvivere alla reazione fascista senza il pieno sostegno russo; ma che occorresse anche preservare quel gruppo dirigente dalla repressione stalinista. La storiografia recente che scandaglia i rapporti fra Gramsci prigioniero e Togliatti fuoriuscito a Mosca non sembra aggiungere nulla di sostanziale a quanto già noto: cioè che Gramsci condannava la linea settaria dell’Internazionale e che i suoi rapporti col partito – non escluso Togliatti – s’erano fortemente inaspriti. E tuttavia i concetti che il grande pensatore veniva elaborando in carcere – l’analisi del fascismo come «rivoluzione passiva» e la proposta di una costituente antifascista – appartenevano allo stesso retroterra culturale dei temi che Togliatti avrebbe svolto nel tempo: il «regime reazionario di massa», il contributo alla politica dei fronti popolari antifascisti, e infine la centralità del processo costituente.


Togliatti con Nilde Iotti
Proprio negli anni della Resistenza, al rientro in Italia, Togliatti dispiega la profondità della sua visione politica. Accantonando la pregiudiziale antimonarchica favorisce la nascita di un governo con la presenza dei partiti, necessaria sponda istituzionale della guerra partigiana che vede i comunisti nelle prime file. L’unità delle forze antifasciste, pur nella sua obiettiva difficoltà, è il filo conduttore della strategia togliattiana, in quanto è la sola base possibile di una «democrazia progressiva» che dia legittimità ai comunisti e apra loro lo spazio per ampliare i diritti sociali. Togliatti è stato criticato da sinistra (e all’interno dello stesso Pci) per aver privilegiato i rapporti fra partiti, per un certo gradualismo che metteva in ombra l’urgenza rivoluzionaria. Era solo realismo. Era forse anche la speranza che la grande coalizione antinazista mondiale non si infrangesse e, pur nella spartizione delle sfere di influenza fra Angloamericani e Urss, consentisse una presenza di sinistra nel governo della nuova Italia. In questo spirito, nonostante le avvisaglie della guerra fredda, si compì quell’evento storico irripetibile che fu l’Assemblea costituente. Nello stesso spirito, dopo l’esclusione dal governo e l’attentato del 1948 alla propria vita, il  leader del Pci fece appello ai lavoratori perché non spingessero la veemente protesta fino a un’avventura insurrezionale che avrebbe avuto un esito catastrofico.

Suo è il merito di aver pubblicato (sebbene non integralmente) l’epistolario e gli scritti carcerari di Gramsci, che esercitarono influenza duratura. Il limite maggiore fu di averli presentati come un’opera organica, un sistema di pensiero in sé concluso, laddove essi erano un laboratorio, un work in progress aperto e problematico. Ma l’assunzione ambiziosa di un patrimonio culturale da parte di decine di migliaia di proletari giustificava forse i rimaneggiamenti e le semplificazioni.
Vi sono passaggi discussi dell’azione di Togliatti in quegli anni. L’amnistia per i fascisti da lui promulgata quale ministro della Giustizia, perfettamente spiegabile nell’ottica della ricostruzione e riconciliazione, fu attuata e gestita dalla magistratura e dalla burocrazia in maniera da assicurare la continuità dell’apparato statale fascista. Il voto a favore dell’art. 7 della Costituzione che accolse i Patti Lateranensi, dividendo il Pci da socialisti e azionisti, rispondeva al comprensibile intento di non accettare la provocazione di una guerra religiosa la cui vittima designata erano i comunisti, come si vide poco dopo quando arrivò la scomunica di Pio XII. Fu saggio non scendere su questo terreno, ma il timore di contrastare la destra cattolica rimase una costante del Pci anche dopo il Concilio Ecumenico.

Nell’ultimo decennio di vita Togliatti non colse tutte le implicazioni del neocapitalismo e delle nuove soggettività sociali. Appoggiò tuttavia la rivolta del luglio ’60 contro il governo Tambroni. Sempre cauto nel prendere le distanze dall’Urss, lo fece abbastanza nettamente nel memoriale di Yalta scritto alla vigilia della morte. Egli restava però intimamente persuaso che, nonostante le contraddizioni e gli episodi tragici come l’invasione dell’Ungheria, il mondo sovietico costituisse il necessario contesto di equilibrio internazionale e di riferimento ideale per un tentativo di avanzata democratica e socialista in Italia, che avrebbe avuto peraltro caratteri del tutto diversi e autonomi dall’esperienza russa. 

Pasquale Martino
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 20 agosto 2014


domenica 17 agosto 2014

Giacinto Gimma

L’abate che inventò la storia della letteratura


Ritratto giovanile di Gimma



















Giacinto Gimma (1668-1735) è uno degli intellettuali di maggiore rilievo nella storia di Bari; forse il più importante, se si considerano sia la pioneristica impresa di scrivere la prima storia della letteratura italiana, sia le intense relazioni con i più influenti circoli intellettuali di tutta la penisola, la presenza attiva nel rinnovamento culturale che si pone a cavallo fra la Nuova Scienza galileiana e l’Illuminismo.
E pensare che era di origini sociali modeste, essendo figlio di un calzolaio. Ma chi intuì il suo ingegno lo indusse a frequentare il locale seminario e poi il collegio gesuitico, unici luoghi, per lo più, di formazione ed emancipazione culturale.  Fu avviato dunque alla carriera sacerdotale: «abate» indicava all’epoca una condizione ecclesiastica a prescindere dal grado, dalla funzione e dal reddito; erano così designati soprattutto gli studiosi e i letterati. Abati erano, fra gli altri, il poeta Metastasio e l’economista Ferdinando Galiani. «La sola figura di ecclesiastico – ha scritto lo storico della scienza Ugo Baldini – compatibile con un ruolo del tipo accennato [di chierici innovativi sul piano filosofico e scientifico] fu quella dell’abate, una cui storia sociale sarebbe di alto interesse, costituente un tramite tra clero e società civile, in quello spazio mondano del dibattito che avendo come sfondo costante le accademie va dalla corte secentesca al salotto settecentesco».

Prima di ricevere l’ordinazione sacerdotale Gimma si trasferisce a Napoli per studiare diritto all’Università. Ma qui imbocca ormai la strada dell’erudizione enciclopedica, segnata da spiccati interessi scientifici, dalla passione per la matematica, la fisica, l’astronomia. Comporrà anche un trattato di «fisica sotterranea» o mineralogia. Nell’epoca di Gimma – l’età della «crisi della coscienza europea» (Paul Hazard) – si passa quasi impetuosamente dall’obbedienza dogmatica al pensiero critico. E il Regno di Napoli è una punta di diamante di tale evoluzione. Nella città partenopea vive il genio di Giambattista Vico; vi muove i primi passi la corrosiva critica storica di Pietro Giannone, perseguitato esponente dell’anticurialismo. Si celebrano gli ultimi processi a carico di membri della disciolta accademia degli Investiganti, sospettati di ateismo. Questo sodalizio accademico era stato influenzato dal pensiero del calabrese Tommaso Cornelio, che, seguace della filosofia naturalista di Bernardino Telesio, aveva introdotto nella cultura meridionale il razionalismo di Cartesio e l’atomismo di Gassendi con le inclinazioni al libertinismo filosofico. Influenze e contatti ben documentati anche nello studioso barese. Il quale però, prudentemente come Vico, distingue e concilia verità di fede (sebbene razionalmente insostenibile) e verità di ragione filologicamente provata.    
Gimma si muove con energia nel mondo delle accademie: associazioni culturali che, sparse sul territorio italiano, costituiscono una fitta rete di relazioni intellettuali configurando quella «repubblica delle lettere» vagheggiata da Ludovico Antonio Muratori, quasi un embrione di Stato nazionale composto dai soli letterati. È membro autorevole di numerosi sodalizi accademici, fra cui ricordiamo quello dei Pigri a Bari (città in cui un volumetto di Pasquale Sorrenti edito nel 1965 registra l’esistenza di dieci accademie, mentre in tutta la Puglia erano una settantina), nonché l’accademia più famosa e potente, l’Arcadia con sede centrale a Roma (della quale l’abate fu «procustode» pugliese con il nome arcadico di Liredo Messoleo) e soprattutto l’accademia degli Spensierati di Rossano Calabro, da lui diretta e riformata col titolo di accademia degli Incuriosi: un nome antifrastico  come quello del cenacolo barese e di tanti altri. Fecero parte degli Incuriosi il Muratori (col quale Gimma fu in corrispondenza epistolare), il futuro papa Benedetto XIII (il gravinese Vincenzo Maria Orsini) e la poetessa Maria Selvaggia Borghini, allieva a Pisa di Alessandro Marchetti, scienziato e traduttore del De rerum natura, il poema atomista di Lucrezio.

L’abate barese sa inoltre destreggiarsi con un nuovo strumento culturale: il giornale; pubblica infatti corrispondenze sul periodico veneziano «La Galleria di Minerva» e progetta una rivista dell’accademia rossanese. Rientrato a Bari, è nominato canonico della cattedrale ma in seguito rinuncia alla carica per eludere i controlli dell’arcivescovato sulla sua attività intellettuale.
Nella città natale compone l’opera più nota: l'Idea della storia dell'Italia letterata (stampata a Napoli in due volumi nel 1723). La concezione del ponderoso lavoro è doppiamente nuova: per la prima volta appare una storia letteraria estesa a tutta la penisola; in secondo luogo, l’attività delle lettere non vi abbraccia solo la poesia o la prosa narrativa, ma ogni testo scritto, inclusi i trattati storici e scientifici. Ampio spazio vi trovano la Nuova Scienza, Galilei, il metodo sperimentale, nonché la storia generale della cultura e delle istituzioni culturali: scuole, accademie, biblioteche, stamperie e case editrici. Il disegno storico di Gimma – che apre la strada alla similare e più fortunata storia della letteratura scritta mezzo secolo dopo dal gesuita bergamasco Girolamo Tiraboschi – intende affermare la continuità e il primato della cultura italiana, polemizzando in maniera programmatica e quasi ossessiva con i denigratori francesi. Il suo punto di riferimento però, diversamente dalla storiografia romantica e da De Sanctis, non è l’unità linguistica, bensì quella geografico-culturale: che parte dagli Etruschi, dalla Magna Grecia e dai Latini. Ciò non toglie che la storia di Gimma sia stata interpretata come un’avvisaglia del Risorgimento: per celebrare i 150 anni dell’Unità nazionale (2011) l’editore Cacucci ne ha pubblicato un’ampia silloge a cura di A. Iurilli e F. Tateo.     

Pasquale Martino 

«La Gazzetta del Mezzogiorno» 17 agosto 2014  
(serie «Ritratti e radici» dedicata a personaggi della storia di Bari) 

sabato 9 agosto 2014

Immagini di guerra


Il dolore dei bambini


Orfanotrofio della Croce Rossa americana
nel 1918 a Manfredonia (archivio Alinari)
I social network dibattono sulla opportunità di pubblicare fotografie di bambini palestinesi vittime dei bombardamenti israeliani a Gaza. C’è chi afferma il dovere di documentare la realtà per quanto raccapricciante, e chi invoca la pietas o paventa l’assuefazione derivante da una sequenza ininterrotta di immagini cruente.
Da quando esistono la fotografia e il film, l’accostamento impietoso tra l’infanzia e la violenza della guerra produce un effetto sconvolgente: evoca l’arcaico, viscerale sentimento dell’innocenza violata, della vita appena sbocciata e già spezzata; l’ingiuria estrema inferta a bambini da altri esseri umani svela di colpo l’orrore senza fondo, il pauroso vuoto di senso che preferiremmo ignorare. C’è stato un tempo, però, in cui il documento fotografico fissava la sofferenza dell’infanzia non sul fronte, ma nelle retrovie. La Grande Guerra di cui ricorre il centenario è stata la prima veramente “di massa”, e pur tuttavia ancora una belligeranza di trincee, fra militari, fra eserciti regolari. I civili pativano la fame, la povertà, il dolore per i parenti caduti. Alcune foto documentano l’opera di assistenza della Croce Rossa americana in favore di minori italiani orfani o poveri; i bimbi hanno volti tesi, corrucciati; pochi i sorrisi, quasi smorti. Ma è con la Seconda guerra mondiale che i civili entrano in maggioranza fra le vittime: perché il conflitto diventa sistematicamente bombardamento di città, occupazione, rappresaglia, deportazione, schiavizzazione, sterminio. Ha inizio così anche l’amarissima storia delle immagini d’infanzia oltraggiata.  E anche in questo caso a impressionare di più, a far pensare, non sono tanto le foto dei morti quanto quelle di ragazzi colti nel momento acuto del maltrattamento e della sofferenza. La Shoah dei minori è fra le più attestate: file di bambine e bambini ebrei spinti verso i treni con le famiglie, gli sguardi cupi, stupefatti; e dopo, i sopravvissuti fotografati dai liberatori: bimbi nei pigiami a righe, oppure nudi, ridotti a scheletri tristissimi. Un’altra serie drammatica ritrae i bambini di Hiroshima: quelli dolenti che mostrano nel corpo il marchio inguaribile della letale radiazione e quelli seri, pensosi, che moriranno per gli effetti ritardati della bomba atomica.
Nell’epoca seguente, fino ai nostri giorni, la tragica galleria di immagini è cresciuta a dismisura: dai bimbi bruciati dal napalm in Vietnam a quelli mutilati in Afghanistan o asfissiati dai gas in Siria. Dieci anni fa oltre 180 bambini perirono nella strage della scuola di Beslan a causa del sequestro attuato da separatisti ceceni e della violenta irruzione della polizia russa. Difficile dimenticare l’immagine di quell’edificio scolastico dal quale uscivano di corsa, alla spicciolata, adulti sconvolti con in braccio bambini gravemente feriti. Il rovescio paradossale è nei i ritratti dei bambini-soldato, che in alcune parti del mondo (in Africa e Asia specialmente) vengono arruolati generalmente a forza per combattere in guerre endemiche. Le loro espressioni dure e rassegnate, prive di qualsiasi luce, mentre guardano l’obiettivo imbracciando un fucile, tradiscono un’angosciosa disperazione. 

Un fotogramma del video con Mohammed Al Dura.
Nella sequenza successiva si vedono il bimbo esanime e il padre tramortito.
Fonti israeliane affermano che Mohammed non è morto.
Ciò non cambia la sostanza di quanto ripreso dalle immagini.   
Certo, l’immagine è soggetta a interpretazione; non è “oggettiva”, nonostante l’apparenza. Conviene sapere quando è stata scattata una foto, da chi, perché; se è un’istantanea o se la scena è stata in qualche modo costruita. Commentatori israeliani contestano la veridicità delle immagini di bambini palestinesi uccisi o feriti. È nota la controversia sul video che ritrae il piccolo Mohammed al Dura esanime all’inizio della seconda Intifada nel 2000. 
E tuttavia la presunta manipolazione di questa o quell’immagine non può essere l’appiglio che inficia una mole di documentazioni concordi accumulatasi negli anni (grazie anche a giornalisti israeliani indipendenti), quasi che la violenza subita dai palestinesi – piccoli e adulti – fosse una gigantesca invenzione propagandistica e non una concretissima verità che si perpetua nel tempo. Ancora una volta, resta impresso il volto di un bambino vivo, traumatizzato: nell’intervista di un’inviata Rai a Gaza, tutt’altro che ostile verso Israele, il piccolo è accanto al padre, ha il capo fasciato, lo sguardo perso nel vuoto; il labbro inferiore trema senza sosta. L’incubo permane.    

Pasquale Martino 



   
Varsavia, Saigon, Hiroshima


Tre fotografie, tre icone del Novecento. La prima, celeberrima, ritrae un rastrellamento tedesco a Varsavia fra il 1941 e il 1943: un bambino ebreo avanza con le mani in alto, spaurito, sotto la minaccia armata di un SS. L’autore dello scatto è un fotografo militare germanico, che documenta l’“impegno” per distruggere la comunità ebraica polacca. Incerta è l’identità del ragazzo, benché fra i più sia invalsa l’identificazione con Artur Siemiatek, allora di 8 anni, sopravvissuto all’Olocausto e trasferitosi in Israele.  



Non meno famosa è l’istantanea scattata nel 1972 da un fotografo dell’Associated Press, Nick Ut, che vinse il premio Pulitzer. Nei pressi di Saigon alcuni bambini fuggono terrorizzati da un villaggio bombardato e rastrellato da soldati americani; al centro dell’immagine una bambina nuda, ustionata, allarga le braccia disperatamente: è Kim Phuc, di 9 anni, che, salvatasi, diventerà ambasciatrice dell’Unesco per la pace.  



La terza foto ci riporta alla Seconda guerra mondiale. È un ritratto di Sadako Sasaki, la bambina giapponese che a due anni sopravvisse alla bomba atomica sganciata a Hiroshima, ma morì di leucemia dieci anni dopo. La foto è stata scattata nel 1955, quando il male era già stato diagnosticato: la ragazzina indossa il suo primo kimono e guarda l’obiettivo con infinita tristezza, quasi con senso di responsabilità. Sadako trascorse gli ultimi mesi realizzando origami raffiguranti piccole gru, simbolo di vita e speranza. A lei sono dedicati due monumenti, a Hiroshima e a Seattle.




P.M.

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 23 luglio 2014
  

sabato 12 luglio 2014

Scuola e riforma

Tutta l'ingiustizia che resta fra i banchi
L'illusione della riforma a costo zero


La Scuola di Barbiana

«La scuola ha un problema solo: i ragazzi che perde». A distanza di quasi mezzo secolo, l’aforisma di don Milani è ancora pertinente. È vero che negli anni che seguirono Lettera a una professoressa (1967) la scuola pubblica ridusse le diseguaglianze; poté farlo grazie a riforme sia pure disorganiche volute da chi credeva all’aspra critica di Barbiana,  nonché grazie all’impegno e alla sensibilità democratica di un paio di generazioni di docenti. Tempo pieno, scuola dell’infanzia, educazione degli adulti, sostegno al diritto allo studio, lotta alla dispersione e all’evasione scolastica, inserimento dei disabili, accoglienza degli immigrati, sono state le innovazioni che hanno modificato l’originaria natura classista della vecchia scuola quale organo destinato alla mera selezione e alla riproduzione delle gerarchie sociali.  
Ma è altrettanto vero che siamo ancora lontani da qualsiasi soddisfacente realizzazione del diritto allo studio prescritto dalla Costituzione; se ne accorge chi non distoglie gli occhi da una società sempre più impoverita, lo sa bene chi opera “sul campo”: le scuole delle periferie urbane, gli uffici scolastici, gli assessorati comunali, la magistratura minorile. Chiunque si proponga di cambiare in meglio il sistema scolastico dovrebbe mettere al primo posto il rafforzamento delle azioni che mirano a includere, a “non perdere ragazzi”; in particolare, dovrebbe avere a cuore il potenziamento della fascia da 0 a 6 anni (asilo nido e scuola d’infanzia): un servizio di livello qualitativo alto, offerto però, tuttora, a una minoranza di bambini. E resta d’altronde la necessità di prolungare l’obbligo scolastico.
Tutto ciò è impossibile senza risorse finanziarie; invece sembra ottenere consensi la strana (ma non nuova) idea delle “riforme a costo zero”, che si possano finanziare attuando risparmi all’interno degli attuali stanziamenti, già poco dignitosi e assottigliati dai tagli dell’ultimo ventennio. Soltanto in un ambito si profila un aumento delle risorse: quello dell’edilizia scolastica. Si parla invero, per lo più, dello sblocco del patto di stabilità per progetti già avviati dai comuni. Non si dimentichi però che si tratta di tutt’altro capitolo di spesa, cioè di investimenti in conto capitale, sempre graditi perché, al pari di un ponte o di un’autostrada, danno “lavoro alle imprese”. I giganteschi sperperi di denaro nei lavori pubblici (che trapelano periodicamente dalle inchieste sulle grandi opere) non scandalizzano più di tanto; la spesa corrente è invece dipinta come  il covo diabolico degli sprechi.  In proposito, due concetti vanno per la maggiore: abbreviare il corso di studi e allungare l’orario di lavoro dei docenti a parità di retribuzione. La prima idea trova sostegno nel presupposto indimostrato che cinque anni nelle scuole superiori siano troppi, e si avvantaggia di una sorta di mitologia della velocità, nonché del sottinteso che a sbrigarsela in quattro anni possano essere i più dotati. Motivazioni non dissimili suffragarono dieci anni fa gli “anticipi” della scuola d’infanzia (un modo per sopperire alla carenza di asili nido), che trascinavano dietro di sé l’anticipo anche nella scuola primaria. 

Scuola d'infanzia a Reggio Emilia (dal sito di Lo stupore del conoscere)
La seconda idea si alimenta della convinzione diffusa che gli insegnanti lavorino poco e che in fondo, per lo stesso stipendio, potrebbero anche degnarsi di fare un sforzo in più. Un convincimento che nasce da scarsa riflessione: si generalizza erroneamente l’esistenza di docenti inadeguati; invece, la scuola statale funziona soprattutto perché nella pluralità del gruppo docenti di ciascuna classe gli insegnanti capaci sopperiscono alla manchevolezza di altri. I modi per gratificare la bravura e scoraggiare l’inoperosità non possono essere né il premio salariale deciso dai presidi, o legato a certe prestazioni organizzative (questi incentivi già ci sono, ma molti ottimi docenti non svolgono tali mansioni), né tanto meno l’imposizione di svolgere dentro la scuola operazioni pomeridiane come la correzione dei compiti o la preparazione delle lezioni (in quali spazi riservati? in quali biblioteche aggiornate, con quali strumenti?). Tenere aperte le scuole fino a sera – cioè, generalizzare il tempo pieno (già messo recentemente a dura prova) – se non è demagogia significa personale ulteriore, mense, servizi e costi aggiuntivi. Fermo restando che aumenti contrattuali di base sono dovuti all’intera categoria dei lavoratori della scuola, l’incentivazione della qualità non dovrebbe dipendere dal numero di ore, ma da un complesso di fattori: per esempio, la disponibilità dei docenti più bravi a ruotare fra le scuole dopo aver compiuto un ciclo didattico, a condividere la loro esperienza, a portarla in territori difficili.   

Pasquale Martino 
  

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 12 luglio 2014