Al tempo dell’inizio
Memorie del liceo classico
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Schizzo del liceo Domenico Cirillo (da www.artefascista.it) |
Chi si iscriveva al liceo-ginnasio Quinto Orazio Flacco
all’inizio degli anni ’60 del Novecento – l’epoca del boom economico e della
modernizzazione – entrava in una scuola che non aveva compiuto un trentennio di
vita. Che, per intenderci, era meno vecchia di quanto non sia oggi il liceo
classico Socrate nato a metà degli anni ’70 come filiazione dell’Orazio Flacco.
Quella scuola ancora giovane era tuttavia già segnata a fondo dalla storia, avendo
rappresentato nella sua età aurorale, al tempo del fascismo e della lotta
antifascista, uno spazio importante della vita pubblica barese: docenti e
studenti di quel liceo avevano molto contribuito a preparare l’opposizione
intellettuale e a realizzare la coraggiosa manifestazione del 28 luglio 1943, stroncata
dall’eccidio che rimane uno snodo ineludibile e irrisolto nella
storia di questa città. Alcuni protagonisti di quella stagione erano tuttora piú
che mai attivi fra i docenti del liceo statale cittadino: Fabrizio Canfora e
Rosa Cifarelli, Michele D’Erasmo e Raffaele Perna (questi andò in pensione nel
1961), e altri ancora. Ma dei ragazzi che arrivavano nel 1960-62 si può dire
che veramente pochi avessero coscienza dello spessore storico insito nel luogo
di studio di cui entravano a far parte.
Tanto meno erano al corrente che la loro scuola aveva avuto originariamente
il nome dello scienziato, patriota e rivoluzionario meridionale Domenico
Cirillo; che, subito, questa intitolazione era stata derubricata e – per attenuare
il torto fatto al martire della rivoluzione napoletana – trasferita al convitto
nazionale che sorgeva oltre i binari tra periferia e campagna; mentre al
liceo-ginnasio statale eretto in una prestigiosa localizzazione – il
prolungamento del nuovo lungomare –veniva assegnato in via definitiva il nome
di Quinto Orazio Flacco, ritenuto piú consono a una classicità di regime oltre
che riferibile alle glorie dell’antica Apulia. Ma il torto fu fatto involontariamente
anche all’illustre scrittore latino, poiché né gli studenti, né (per lo piú) i
docenti, né tanto meno l’immaginario della città si identificarono mai col
poeta di Venosa, e la voce comune chiamò il liceo per sempre «Flacco» invece
che «Orazio» (quasi che i licei intitolati a Virgilio e a Ovidio venissero
solitamente indicati come «Marone» e «Nasone»), ignara peraltro che di Flacci ce n’erano stati altri due o tre nella
letteratura latina.
Non pochi di quei ragazzi, inoltre, avevano frequentato la
scuola media Giovanni Pascoli sita al pian terreno dello stesso edificio del
liceo in quanto erede del vecchio ginnasio inferiore, passando poi ai piani
alti dopo la licenza, quasi per naturale evoluzione; e si può dire perciò che
gli otto anni trascorsi fra le medesime mura ricalcassero il corso tradizionale
degli studi classici: il triennio di I-II-III classe ginnasiale, il biennio di
ginnasio superiore, il triennio liceale.
Era un corpo studentesco dalla composizione sociale variegata:
non solo alta borghesia e ceti professionali, ma anche piccola borghesia
impiegatizia e agraria (diversi ragazzi venivano dall’entroterra) e classi
lavoratrici. L’Orazio Flacco incominciava ad aprirsi alla domanda di scolarizzazione
superiore che era una conseguenza della svolta di fine anni ’50: il miracolo
economico, la società del benessere, il diffondersi dei beni di consumo
durevoli, automobili, elettrodomestici, televisori. Attorno alla crescita della
scuola c’erano dinamiche non solo nazionali, ma urbane: la trasformazione di
Bari in una città semi-industriale con il sorgere delle fabbriche a
partecipazione statale a ovest del quartiere Libertà, l’espansione edilizia che
distribuiva aumenti di reddito sebbene ineguale a vari strati sociali, la presa
di coscienza indotta dalla rivolta degli edili nel 1962, la nascita della prima
amministrazione di centro-sinistra nello stesso anno. Attraverso la selezione e
la formazione di nuove leve della generazione postbellica, l’Orazio Flacco si
poneva come fucina di una classe dirigente locale, di una borghesia
intellettuale ben distinta e in qualche modo alternativa rispetto al tipo di
classe dirigente che si preparava nel liceo privato dei gesuiti, il Di Cagno
Abbrescia da cui lo separavano poche centinaia di metri (l’istituto dell’élite
cattolica sorgeva allora all’inizio di via Napoli). D’altra parte, quella
oraziana era soltanto una “ipotesi” di classe dirigente, tutta da verificare,
per il momento minoritaria (e questa condizione di minoranza era avvertita piú
o meno consciamente dei quei giovani): perché il potere, la ricchezza, la
familiarità con i meccanismi di decisione della città erano tutte cose che
appartenevano all’ambito del liceo rivale. L’Orazio Flacco era comunque una
scuola aperta alle donne, come ogni istituto pubblico, laddove i padri gesuiti s’attenevano
a un principio di esclusivismo maschile (il liceo classico privato femminile
era affidato invece alle suore dell’istituto Margherita di Savoia in corso
Sicilia, ora corso Benedetto Croce).
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Schizzo dell'Orazio Flacco (arch. C. Petrucci, 1931) |
L’Orazio Flacco appariva come un imponente quadrilatero dalla
pianta a M. La facciata maestosa prospiciente corso Vittorio Veneto presentava
una larga scalinata che conduceva all’ingresso principale, mai utilizzato, ed
era racchiusa fra due ampi semicilindri simili a “maschi” che davano
all’edificio il vago aspetto di una fortezza, schierata faccia a Oriente, rivolta
al mare, come la Legione dei Carabinieri e l’ingresso monumentale della Fiera
del Levante. Il colore grigio appesantito dagli anni e le grate metalliche ai
finestroni del pian terreno (in realtà sopraelevato) facevano il resto. Nel
largo spiazzo racchiuso fra i due torrioni e la scalinata si improvvisavano
partite di pallone nei giorni festivi, o di pomeriggio. Quando la palla
schizzava verso la strada qualcuno correva a recuperarla noncurante del
traffico automobilistico (che era però meno fitto di quello degli anni a venire).
In realtà la facciata principale del liceo era percepita dal senso comune degli
studenti come il retro, quasi un margine nascosto e pleonastico, allo stesso
modo che il rapporto col mare era contraddetto dalla presenza del falso
lungomare affiancato da una spessa fascia portuale recintata (una striscia di
azzurro increspato si poteva scorgere soltanto dalle finestre dei piani
superiori).
Il lato posteriore in via Gioacchino Murat, compreso fra i due
piedi della M, era aperto e dava accesso a un vasto cortile protetto da un
lungo muro e da una cancellata. La costruzione di nuove aule su questa facciata
– chiaro segno dell’accresciuta domanda di iscrizioni – ebbe inizio intorno
alla metà degli anni ’60. Dal cancello di via Murat entravano e uscivano i
ragazzini della scuola media, mentre i due ingressi laterali erano riservati
agli alunni del liceo-ginnasio: via Niccolò Pizzoli per le ragazze, via Giovan
Battista Trevisani per i ragazzi. L’ingresso di via Pizzoli era adoperato inoltre
da insegnanti e familiari (anche della scuola media).
Sullo slargo adiacente a quest’ultima entrata si raggruppavano i
ragazzi prima della campanella di inizio, per assistere all’arrivo delle ragazze
(nessuna della quali si tratteneva fuori a discorrere) e nel tentativo di
lanciare messaggi con sguardi accesi e con motti fugaci. All’uscita, essi si
precipitavano da via Trevisani verso lo stesso slargo per presenziare al
deflusso femminile. I piú svantaggiati (ma solo da questo punto di vista) erano
gli allievi ginnasiali della inflessibile Rosa Cifarelli Canfora, che li
tratteneva in aula sistematicamente per 5-10 minuti in piú; quando uscivano
loro, per quanto corressero a perdifiato, via Pizzoli era ormai deserta.
Chi legge avrà inteso a questo punto che le classi erano di
composizione monosessuale; esisteva da poco un solo corso sperimentale – e
soltanto nel triennio – costituito da classi miste. Per la numerosa maggioranza
di sfortunati estranei a quel corso il contatto con l’altro sesso era quasi un
miraggio. Le classi maschili erano situate su un piano, quelle femminili su un
altro. Farsi sorprendere, sbandati, in territorio proibito era grave rischio e
pericolo. Se a qualche classe maschile capitava, per un periodo limitato e per
emergenza logistica, l’avventura di essere allocata accanto a una classe
femminile, allora si sviluppava una vicenda di attese, incontri, sguardi,
scarni messaggi verbali, poetiche scritte sui muri. Pattuglie di studentesse si
potevano incrociare altrove, nello struscio di via Sparano, nei pomeriggi,
mentre sfilavano ad andatura elevata, allineate, tenendosi a braccetto a due o
a tre: allora ci si poteva mettere sulle loro poste e seguirle indiscretamente
fin sotto alle rispettive abitazioni. A scuola, s’intende, ci si recava a piedi
o con i mezzi pubblici; non si usavano autoveicoli privati, neppure motorini. E
se qualche compagno dell’ultimo anno, patentato e di famiglia danarosa, compariva
un giorno al volante di un’automobile (dal lato di via Pizzoli, naturalmente,
per fare colpo sulle ragazze), si trattava di un raro avvenimento, degno di
essere illustrato nelle cronache orali.
L’apartheid era interrotto da saltuarie feste da ballo, che
qualche ragazzo organizzava in casa propria disponendo di una sorella iscritta
al liceo alla quale chiedeva di invitare le amiche. Ancor meno frequenti erano le
gite fuori porta, e perciò fantastiche peripezie nell’universo lontano e nel
mondo della diversità di genere per quanto il loro raggio d’azione non
spaziasse al di là della Foresta Umbra o di Metaponto. E un’altra cosa: tali
escursioni si effettuavano nei giorni festivi, per impulso di studenti
intraprendenti e senza responsabilità della scuola: perché simili perdite di
tempo non avevano a che fare con lo studio.

Se si volesse individuare un comune sentire nell’insegnamento
oraziano di quegli anni si dovrebbe pensare ai valori dell’antifascismo e della
laicità: questi erano intesi come grandi ambiti pluralistici entro i quali si
potevano riconoscere e confrontare idealità e culture diverse, che erano state unite
nella vicenda della Resistenza e della Costituzione, e ora si sfidavano
dialetticamente nella temperie riformatrice (in cui entrava di forza anche il
Concilio Ecumenico Vaticano II).
L’impianto culturale dell’Orazio Flacco risentiva peraltro
abbastanza chiaramente di una prevalenza “laterziana”: un crocianesimo di
impronta democratico-liberale, con qualche apertura gramsciana. Laterza aveva
pubblicato alcuni libri di testo che lasciarono un segno: prima fra tutti la Breve storia della filosofia di De Ruggiero-Canfora
(I edizione 1957), un manuale in cui Fabrizio Canfora non si limitava a una
mera riduzione divulgativa della Storia
della filosofia di Guido De Ruggiero (l’acuto studioso del liberalismo
europeo ch’era stato attivo nel cenacolo antifascista di villa Laterza a Bari)
ma procedeva a una propria rielaborazione e a un completamento dell’indagine
storica condotta dall’allievo di Croce e Gentile. Fondamentali erano inoltre
due antologie laterziane, edite entrambe nel 1962, l’una della critica
letteraria, a cura di Giuseppe Petronio, l’altra della critica storica, a cura
di Armando Saitta: opere apparentemente sussidiarie, ma che fornivano invece strumenti
inestimabili per l’esercizio dello spirito critico e per una prima esperienza
di ricerca personale. Saitta era anche l’autore del libro di testo di storia
medievale, moderna e contemporanea maggiormente adoperato nel liceo (Il cammino umano, La Nuova Italia,
Firenze, II edizione aggiornata 1958): un racconto complesso e accattivante che
accompagnava i giovani nel viaggio dentro la storia con lo sguardo unitario del
narratore onnisciente. Il manuale di storia antica, esso pure ricco di stimoli
e di fascino, era opera di Antonio Brancati e Girolamo Olivati (ancora La Nuova
Italia, I edizione 1956-57). Le letterature classiche si studiavano sulle
riedizioni dei libri di Concetto Marchesi e di Gennaro Perrotta, ma in qualche
sezione si andava affermando il recente manuale di Filippo Maria Pontani
(D’Anna, Messina-Firenze, I edizione 1961), uno studioso che avrebbe poi guidato
i giovani cultori di letteratura nella scoperta extrascolastica della poesia
neogreca da lui tradotta, di Kavafis e di Seferis. Si cercavano libri di testo
integrativi o alternativi: Sapegno del commento dantesco ma anche del Disegno
storico avidamente consultato, Luigi Russo delle pagine su Verga.
Si
muovevano cosí i primi passi negli itinerari personali di lettura, cercando fra
le edizioni economiche che si offrivano al nuovo consumo di massa, quelle della
«Universale Laterza», di Einaudi e Feltrinelli, oltre che della mitica BUR
(settanta lire il volumetto singolo!). Si leggevano
con fame onnivora i romanzi di Giorgio Bassani e di Giuseppe Berto, T. S. Eliot
e i neonati poeti del Gruppo 63. La proiezione dell’avventura culturale al di
fuori delle aule del liceo era in qualche modo congeniale alla condizione
studentesca dell’Orazio Flacco e tacitamente approvata (se non incoraggiata) da
alcuni docenti. Nell’autunno del 1965 parecchi allievi si recarono per la prima
volta in vita loro nell’Ateneo, dove, nell’aula I di Lettere (futura scena
della contestazione studentesca), assistettero a una conferenza del grande
filologo tedesco Eduard Fraenkel, ebreo perseguitato dal nazismo, che in quel
periodo teneva nell’università barese seminari sul teatro antico. La
trasmissione dello sceneggiato televisivo I
giacobini di Federico Zardi nel 1962, con un magnifico Serge Reggiani nella
parte di Robespierre (opera di cui si sono perse colpevolmente le tracce negli
archivi Rai) era oggetto in classe di commenti sia pure rapidi e sobri.
Ma furono anche gli anni di una intensa iniziazione alla musica, al
teatro, al cinema. La scuola distribuiva a turno gli
abbonamenti ai concerti. Il 22 novembre 1963 gli studenti che assistettero
all’esecuzione dei Concerti
Brandeburghesi di Bach presso la basilica di San Nicola appresero, mentre
tornavano a casa, dell’assassinio del presidente Kennedy. Qualche studente
frequentava con sacrificio anche il conservatorio Niccolò Piccinni, cosicché
accadeva che venissero promossi scambi culturali fra allievi delle due
istituzioni. Studenti dell’Orazio Flacco si recavano al conservatorio in
qualità di profani interessati, ad assistere a esecuzioni musicali e a
conferenze; qualcuna la tennero addirittura loro, sulla letteratura beat
(l’America che affascinava) e nientemeno che su Dante (era il 1965, il
centenario della nascita). Non c’era ancora l’auditorium Nino Rota dal destino
infelice; c’era lui, Nino Rota in persona. Il celebre direttore del conservatorio,
quando veniva a Bari, se s’imbatteva in quei giovani che avevano gli amici
musicisti, si metteva volentieri a parlare con loro. Quando li incontrava dentro
una libreria, regalava loro i libri che avrebbero voluto acquistare. In seguito
parecchi di loro – guardati con qualche sufficienza dagli amici musicisti veri
– avrebbero imparato a strimpellare gli accordi sulla chitarra, per
accompagnare i canti popolari, i pezzi dei cantautori, le melodie dei Beatles.
Il
teatro attirava irresistibilmente i giovani: c’era il Piccolo e c’era il Cut. Al
Piccinni il Centro universitario teatrale mise in scena L’eccezione e la
regola di Brecht; ma il vero evento fu l’Antigone rappresentata dal Leaving Theatre: era ancora
l’altra America, amata e studiata, l’America della ribellione,
dell’antirazzismo, delle manifestazioni contro la guerra. Riguardo al cinema, dopo
la riuscita operazione formativa di film che raccontavano la storia italiana nei
modi della commedia e della satira (La
Grande Guerra, Tutti a Casa, Il federale), verso la metà dei ’60 destava
meraviglia la cinematografia di Pasolini, stupiva il linguaggio di rottura degli
«spaghetti western» di Leone, concentrazione di talenti che non avrebbero
smesso di sorprendere negli anni; La battaglia d’Algeri di Pontecorvo
infiammò di spiriti antimperialisti ma anche di passione per il
cinema-reportage di impegno civile, vagamente antesignano del cinema di
controinformazione degli anni ’68 e seguenti (in quella stessa chiave di
lettura erano state ammirate Le mani sulla città di Rosi).

Nel
campo umanistico l’Orazio Flacco contava indubbiamente su un nutrito drappello
di ottimi docenti, fra i quali si distingueva qualche punta di vera eccellenza
(abbiamo citato sopra alcuni nomi, ai quali va aggiunto almeno quello di
Giovanni Bellardi, traduttore di Cicerone e autore di commenti per la scuola).
Ma pure nelle discipline scientifiche il liceo classico barese non aveva molto
da invidiare ad altre scuole. Basti pensare soltanto ad Arcangelo Liso,
l’energico professore di chimica, biologia, scienze naturali, che lasciò traccia
profonda in chi poi intraprese studi universitari di medicina, chimica, fisica,
ma anche in tutti gli altri. Negli spaziosi laboratori di fisica e scienze si
entrava come in un sancta sanctorum
dove – senza rinunciare peraltro all’allegria fanciullesca e alla voglia di
scherzare – si potevano contemplare in piccolo i moti dei corpi celesti e
osservare le prodigiose reazioni della materia comprovanti formule e teorie
scientifiche. Né si passava il tempo oziosamente in palestra (seminterrata:
quella scoperta, nel cortile, era di pertinenza della scuola media), dove si
scalava la pertica, si saltava la cavallina, ci si esercitava a vari attrezzi e
poi si finiva, sí, per giocare l’eterna palla a volo, sotto il comando imperioso
di docenti che in quel liceo – per quanto era dato sapere – erano gli unici
nostalgici del Ventennio. Nonostante il loro piglio ducesco, però, la squadra
di calcio del liceo perdeva (quasi) sempre nei tornei fra le scuole cittadine,
facendosi rifilare punteggi tennistici e dovendo subire lo scherno dei ragazzi
dell’Istituto tecnico industriale Panetti o del Marconi (Orazio Flacco ancora e
sempre minoranza!).
A
dire il vero, la modalità autoritaria era di norma adoperata da tutti i
docenti, e soltanto alcuni sapevano declinarla come autentica egemonia senza
dispotismo. Essa comportava comunque una prassi selettiva che si riteneva fosse
connaturata alla scuola e in particolare al liceo; per cui l’operazione
maieutica agiva di fatto in superficie, valorizzando i talenti già pronti a
esprimersi e ignorando chi aveva difficoltà a farlo; bocciatura e rimandatura
erano strumenti ordinari, non costituivano dolorose eccezioni (tanto meno erano
vissute come una sconfitta pedagogica). Era, peraltro, quella, ancora la scuola
gentiliana nella sua intatta sostanza; anche se, invero, della scuola disegnata
dal ministro filosofo quarant’anni prima, il liceo classico rappresentava
soltanto uno dei due livelli, quello destinato alle classi dirigenti, l’unico
che avesse continuato a funzionare; mentre l’altro livello, quello pensato per
le masse popolari, era fallito da tempo. E dal 1962 c’era la scuola media
unica. L’aristocratica cittadella dell’istruzione classica era ormai sotto assedio.
I
docenti guardavano con scetticismo e (nel migliore dei casi) con ironia bonaria
ai tentativi degli studenti di aprirsi autonome strade nel dibattito culturale
e nell’iniziativa civile, in senso lato politica. I detestati scioperi
studenteschi erano una rarità assoluta: se ne ricorda uno nel 1962, durante la
crisi dei missili a Cuba; e si fa fatica a rammentarne altri (frammenti di
tradizione orale e confuse memorie risalivano a quando gli scioperi li facevano
studenti di estrema destra, per Trieste, negli anni ’50, o per i martiri di
Kindu nel 1961). Un’occasione festosa per marinare la scuola era offerta dalle
rarissime nevicate, ma questo è un altro discorso. Per un certo periodo uscí un
giornalino, «Il Marsupiale», autofinanziato e prodotto da un gruppo studentesco
spontaneo, che ospitava articoli di varia umanità. Nei primi mesi del 1966 si
riuní nell’aula magna, affollatissima, un’assemblea studentesca pomeridiana (la
prima del liceo, a memoria di molti), che decise la costituzione dell’Organismo
studentesco dell’Orazio Flacco (Osof): una novità che sembrava rivoluzionaria e
d’avanguardia nel panorama della scuole baresi, ma che appena due anni dopo
sarebbe stata travolta dall’insofferenza della contestazione sessantottina
verso ogni forma di delega. Nel contempo si svolgevano gli incontri culturali del
Circolo Gramsci, rivolti ai giovani, ospitati presso la Sala del Combattente in
via Melo da Bari e molto frequentati da ragazzi e ragazze dell’Orazio Flacco. Fu
cosí che cadde l’apartheid, fuori e dentro le mura scolastiche.
La
nascita del’organismo rappresentativo non fu ostacolata dal preside Tommaso
Pazienza («zio Tom»), che anzi, dando prova di flessibilità, concesse l’aula
magna tutte le volte che venne richiesta e consentí lo svolgimento delle
elezioni dei delegati classe per classe. Ben altrimenti rigido si mostrerà
durante il movimento del ’68, in sintonia del resto con la maggioranza del
collegio dei docenti, che invocherà l’intervento della polizia per riportare
all’ordine la scuola occupata. Ma questo sarà già un altro clima e un’altra
storia.
Fra
le avvisaglie del sommovimento sessantottesco restò memorabile per molti la dimostrazione
contro la guerra del Vietnam, di ibrida ispirazione gandhiano-comunista, che
venne inscenata nello slargo dell’Orazio Flacco in via Pizzoli nel 1966,
all’orario di entrata. Si dovrebbe dire meglio la «tentata» dimostrazione:
perché dopo pochi minuti di sit-in i manifestanti, tutti allievi del liceo,
furono aggrediti inopinatamente da un manipolo di giovani piú grandi di loro, estranei
alla scuola, capeggiati da uno squadrista che diventerà noto alle cronache
nazionali come uno dei piú fanatici militanti neofascisti. I dimostranti dispersi
– e, alcuni, contusi – si aggirarono traumatizzati nello spiazzo, prima di
varcare in ritardo l’entrata nella scuola, derisi da alcuni docenti e da
parecchi compagni di classe contenti del loro fallimento. Ma da quel fallimento
essi – e molti ragazzi e ragazze che avevano visto – trassero un insegnamento
piú duraturo che se tutto fosse andato liscio: una scelta di impegno civile, se
non è retorica, deve mettere in conto l’ostacolo di forze avverse in grado di
vanificarla; e ancora: c’è sempre un prezzo da pagare di persona per sostenere
una causa giusta.
Pasquale Martino
Contributo preparatorio per l'incontro La funzione culturale e civile del liceo Orazio Flacco (11 aprile 2014) promosso dalla associazione degli ex alunni e coordinato da Mario De Pasquale; compreso poi nel volume Formazione e impegno. Il liceo ginnasio "Quinto Orazio Flacco" nei racconti degli ex alunni, a cura di Rita Ceglie e con introduzione di Mario De Pasquale, Stilo Editrice, Bari, 2015.