mercoledì 28 luglio 2021

Il tragico 28 luglio italiano del 1943

 Bari, Reggio Emilia, Italia. 

Quando Badoglio sparò sugli antifascisti 


    Le Officine Reggiane a Reggio Emilia

C’è un “altro” 28 luglio accanto a quello di Bari – quel tragico 28 luglio 1943, quando venti giovani che manifestavano esultando per la caduta del fascismo vennero uccisi in via Niccolò dell’Arca dalla fucileria di un reparto militare italiano. Ma in un’altra città, a Reggio Emilia, nelle stesse ore, un altro plotone dell’esercito sparò contro gli operai che uscivano dalle Officine Reggiane per il medesimo scopo: festeggiare la fine della dittatura e – si sperava – della guerra. Morirono nove lavoratori fra cui una donna incinta, Domenica Secchi. Le due città furono affratellate nel dolore, il loro lutto segnò oscuramente quell’inizio del dopo-fascismo che avrebbe voluto essere gioioso e benaugurante, e in cui il giubilo si trasformò subitamente in strazio e disperazione. «A Bari e a Reggio Emilia avvengono gli episodi più sanguinosi», scrivono Marcello Flores e Mimmo Franzinelli nella più recente storia della Resistenza (Laterza, 2019) ricostruendo, appunto, le premesse della futura lotta di Liberazione. Perché, in qualche modo, quegli studenti, maestri, apprendisti di Bari – fra cui il diciottenne Graziano Fiore, figlio del grande Tommaso – e quegli operai e operaie di Reggio Emilia furono gli inconsapevoli protagonisti di un prologo; perché una ancor più dura e lunga prova dovrà essere affrontata di lì a poche settimane per liberare davvero l’Italia dal fascismo, rinato grazie ai battaglioni tedeschi. E la Resistenza sarà fatta in massima parte da operai e operaie, apprendisti, maestri, studenti.


Reggio Emilia e Bari, dunque; ma non solo. Fra il 26 e il 28 luglio cadono uccisi  manifestanti a Roma, La Spezia, Savona, Milano, Travagliato. E a Sesto Fiorentino, Monfalcone, Genova, Canegrate, Desio, Sestri Ponente, Pozzuoli. “Piccoli eccidi” di due, tre, una persona, dei quali non c’è ancora una mappatura definitiva, un «atlante» simile a quello realizzato da Anpi e Istituto Parri per le stragi nazifasciste. Eccidi che assommano – secondo lo storico Luciano Casali, che ne ha scritto su «Patria indipendente» – a 65 morti e 269 feriti, seguiti da oltre 1.200 arresti. Secondo ricostruzioni diverse, il numero dei caduti è più alto. A puntare le armi contro i dimostranti è spesso la polizia, a volte è la milizia fascista ancora attiva, a Bari si spara anche dal balcone della federazione fascista, a Reggio Emilia sparano pure le guardie giurate della fabbrica. Ma soprattutto a far fuoco sugli antifascisti sono le Forze armate delle varie specialità, i bersaglieri a Reggio, gli alpini a Cuneo, la fanteria a Milano, gli autieri a Bari, dove partecipano alla sparatoria carabinieri e un sottufficiale di marina. «Piombo fraterno», lo definisce l’epigrafe sul monumento ai caduti del 28 luglio nel cimitero di Bari. L’esercito è pesantemente coinvolto nella repressione da Pietro Badoglio, il successore di Mussolini nominato dal re. E qui è la chiave di lettura dei giorni successivi alla deposizione del “duce”: il ferreo progetto di continuità affidato dalla monarchia a una dittatura militare, che del fascismo sopprime solo alcune espressioni ufficiali (il partito fascista viene sciolto) ma conserva – oltre alla guerra e all’alleanza coi nazisti – l’apparato statale, la milizia, quasi tutte le leggi comprese quelle razziali e per giorni e settimane non libera i prigionieri politici e nemmeno gli ebrei. È ancora negata la libertà politica, sindacale, di stampa, la nascita della democrazia è vista come il nemico, più che gli Alleati, molto più che i tedeschi.

Simbolo della continuità di regime è il generale Mario Roatta, capo di stato maggiore prima e dopo il 25 luglio, già alla guida dei servizi segreti che hanno assassinato i fratelli Rosselli, distintosi per spietatezza nelle guerre fasciste in Spagna e in Iugoslavia; con Badoglio, è il massimo responsabile dei massacri di fine luglio, scientemente predeterminati dalla circolare che, emanata la sera del 26 luglio quando il capo del governo si spaventa per l’estendersi delle manifestazioni popolari, impone ai militari di aprire il fuoco contro i dimostranti senza preavviso per «colpire come in combattimento». Soltanto a Spilamberto e a Reggio Emilia i soldati sparano in aria, contravvenendo agli ordini; a Reggio però l’ufficiale imbraccia l’arma personalmente, fa fuoco e comanda una seconda scarica, che stavolta falcia gli operai.

La “riconciliazione”, se così si può dire, fra soldati e popolo avverrà l’8 settembre, senza e contro gli ordini degli alti comandi: a Bari, nella difesa del porto dall’attacco tedesco; nell’Italia del Nord, quando nello sbandamento di un esercito senza più gerarchie migliaia di “figli di mamma” saranno protetti dalle famiglie contadine. Sarà l’alba di un’altra Italia, di cui il sacrificio del 28 luglio era stato il presagio.

Pasquale Martino 

Questo articolo è stato in parte pubblicato ne «La Gazzetta del Mezzogiorno», pagina di cultura, 28 luglio 2021               

 

 

domenica 25 aprile 2021

Donne nella Resistenza

 

Le antifasciste che fecero l'impresa

Combattenti, staffette, resistenti

Partigiane in Emilia, inverno 1944-45 (ISR Novara)


Donne nella Resistenza. Grande tema, studiato e discusso nell’ultimo quarto di secolo, almeno a partire dal saggio di Anna Bravo e Annamaria Bruzzone (In guerra senza armi, Laterza 1995). Prima, il protagonismo femminile non era ignorato: Luigi Longo ne aveva riconosciuto il rilievo nel suo libro del 1947; per non dire del romanzo di Renata Viganò, L’Agnese va a morire (1949), e del documentario di Liliana Cavani (1965). Ma alle spalle del successivo lavoro di Bravo e Bruzzone c’era una metodologia che aveva fatto strada da un paio di decenni: la “storia sociale” del movimento di Liberazione, indagatrice dei comportamenti “dal basso” che nella società avevano alimentato la lotta contro il nazifascismo. E le donne erano gran parte di questa dimensione sociale: dove non si trattava di studiare le azioni delle figure per qualsiasi motivo eminenti – tra le quali le donne scarseggiavano – ma di indagare l’insieme di atti individuali, di convincimenti vecchi e nuovi, di moti sentimentali che avevano costituito un senso collettivo, un orientamento molecolare di masse grandi se non maggioritarie, avevano foggiato quella che Claudio Pavone chiamò la “moralità” della Resistenza. Anna Bravo istituiva peraltro un nesso molto stretto fra l’agire delle donne e la “resistenza civile” (su quest’ultima scrisse un saggio per il Dizionario della Resistenza curato da Enzo Collotti): dominio femminile era stata precipuamente la lotta non armata, fatta di mille azioni quotidiane di disobbedienza, sabotaggio, propaganda, sostegno logistico, protesta di piazza; azioni che dettero corpo al rifiuto popolare del fascismo e dell’occupante tedesco, alla ribellione in qualsiasi forma, senza le quali la guerra partigiana non sarebbe stata.


Il tema si colloca ai primi posti della pubblicistica corrente sul movimento di Liberazione in Italia; libri e film ne parlano, sono apparse testimonianze di partigiane: Marisa Ombra (editore Einaudì), Lidia Menapace (editore Manni), ancora Menapace e molte altre nel volume Noi partigiani (Feltrinelli). Ma lo stato dell’arte è quello di un lavoro in corso, ben lungi dall’apparire vicino a una qualche compiutezza. I documenti sono rari; le informazioni biografiche spesso si riducono a un nome e a un luogo. Lo stesso portale online Partigiani d’Italia, che raccoglie gli archivi delle schede di riconoscimento dell’attività partigiana, non rende piena giustizia alle donne, per il semplice fatto che molte di esse non ottennero la qualifica di partigiane e nemmeno la chiesero: nella restaurazione patriarcale che seguiva alla rottura liberatoria della rivolta resistenziale, la donna tornava “al posto suo”. Chi aveva rischiato la vita per portare messaggi, armi, esplosivi oltre i posti di blocco nemici, offerto pasti ai combattenti o preso parte ai gruppi di difesa della donna non riteneva di aver fatto niente di straordinario, se non prestare un umile servizio. Nei capovolgimenti politici del dopoguerra aver partecipato alla guerra partigiana rischiava di apparire un disvalore, specie per una donna che aveva fatto “cose da uomo” e s’era mischiata con uomini. 

Maria Santamato



Un impulso viene, oggi, dalla ricerca capillare e in profondità nei singoli territori, capace di recuperare figure cadute nel dimenticatoio, scovare documenti inediti in archivi locali, svegliare memorie familiari mai esplorate. 

È importante il nuovo interesse che nel capoluogo pugliese suscita Alba De Céspedes, scrittrice conosciuta e meno nota partigiana, che fu cronista di Radio Bari nei giorni gloriosi del congresso dei CLN e della guerra di Liberazione. Emblematica è la scelta dell’Anpi di Corato, di intitolare la sezione alla concittadina Maria Diaferia, combattente di «Bandiera Rossa» a Roma. Utilissima è la monografia del ricercatore salentino Ippazio Luceri, che ha fatto uscire il suo volume in coincidenza con l’8 marzo scorso: pubblicato con il sostegno del Comune di Martano e dell’Arci Lecce, il libro si intitola Brillan nel cielo….; raccoglie molte preziose notizie sulle donne della Resistenza, sulle decorate al valore e sulle partigiane pugliesi. Senza riprendere i capitoli riservati al quadro nazionale della presenza femminile, annotiamo la rassegna delle combattenti decorate in Italia (19 medaglie d’oro, 37 d’argento, 28 medaglie di bronzo e croci di guerra) – le motivazioni delle medaglie citano spesso il coraggio «virile» della donna! – e soprattutto il capitolo che presenta, per la prima volta, le schede nominative di 134 partigiane pugliesi, corredate da notizie biografiche, fotografie e fonti. È un punto di arrivo di laboriose ricerche, e nello stesso tempo una base di partenza per chi approfondirà le singole biografie. Vicende individuali, ognuna segnata da circostanze singolari e irripetibili e nel suo microcosmo rappresentativa di una condizione generale. Facciamo solo due esempi. Maria Santamato, nata a Bari e domiciliata a Toritto, è sergente della Divisione Arditi di Napoli; delle sue delicate missioni in alta Italia non parlerà mai, tanto che i familiari – racconta la nipote Francesca Bottalico – non sapranno quasi nulla di tale attività; le carte emergono dopo la morte. La canosina Anna Maria Princigalli, laureata in filosofia a Firenze, tubercolotica in cura, partigiana nel Verbano, catturata dai tedeschi, salvatasi e perciò colpita da voce calunniosa (ma si scoprì che il delatore era un uomo), è internata in manicomio per traumi postbellici; dimessa, milita nel Pci, come pedagogista partecipa alla fondazione dei convitti Rinascita nonché all’esperienza degli asili dell’Anpi; muore a soli 53 anni. Meriterebbe un’organica biografia; se ne sta occupando con passione il nipote Giovanni Princigalli, che ha ritrovato e messo insieme i primi documenti sulla sua travagliata esistenza.         

 

Anna Maria Princigalli

Pasquale Martino

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 25 aprile 2021     

 


 

domenica 11 aprile 2021

Miti d'Enea

La storia multiforme di Enea

 e il libro di Mario Lentano

 



Esistono molti Enea. In fondo, sono sempre esistiti. L’eroe troiano, di cui Virgilio nel poema a lui intitolato narra che sia stato il progenitore dei Romani, è il «pio Enea» fedele alla missione provvidenziale che gli è stata imposta; è il profugo errabondo che stenta a essere accolto in terre inospitali; è il guerriero triste che ha compassione dei vinti e delle giovani vite stroncate. Ma è d’altronde colui che ha smesso di combattere per la patria, Troia, abbandonandola al suo tragico destino; è colui che ha tradito l’amore di una donna, lasciando Didone disperata che a lui era incondizionatamente devota; ed è infine – si pensi al romanzo di Sebastiano Vassalli, Un infinito numero (1999) – un violento massacratore del popolo da lui aggredito in terra italica. Questa pluralità di anime e di tipi sembra accompagnare quella figura mitica fin dai primordi, ed è potuta coesistere non soltanto in tradizioni parallele, capaci di riprodursi in molte epoche successive, ma talvolta all’interno della stessa opera: come è il caso appunto dell’Eneide, il cui protagonista onora profondamente il padre Anchise e non sa amare una donna che lo ama, compiange il giovane Lauso dopo averlo ucciso in combattimento ma non ferma la propria mano omicida davanti a Turno che lo implora di risparmiarlo. E questa è la fine del poema, quanto mai inquietante e densa di interrogativi.

     Personaggio mitologico e letterario assai complesso e in un certo senso irrisolto, il figlio di Anchise e di Venere fa parlare di sé in più di un libro apparso negli ultimi mesi del 2020: La lezione di Enea di Andrea Marcolongo (Laterza) ne tratteggia l’immagine di eroe sconfitto e, nonostante tutto, costruttore; Enea, lo straniero, di Giulio Guidorizzi (Einaudi) esalta la sua rinuncia anticonvenzionale a perseguire la propria gloria individuale e la scelta di votarsi alla salvezza di una comunità superstite. Filologia, antropologia e critica del mito sono le piste che Mario Lentano percorre simultaneamente nel suo Enea. L’ultimo dei Troiani, il primo dei Romani (Salerno). Laureatosi in letteratura latina a Bari, Lentano ha insegnato nei licei, è docente universitario a Siena e membro del Centro di Antropologia e mondo antico. Ci piace ricordare qui i suoi esordi con volumetti dotti e gustosi (Seneca sul matrimonio, i roghi dei libri a Roma, la poesia “politica” di Catullo) curati per le edizioni Palomar di Bari, che l’intelligente Gianfranco Cosma seppe dotare di un catalogo di tutto rispetto.

     Il suo lavoro sul leggendario capostipite della gens Iulia, antenato di Cesare e Augusto, è frutto di studi che si sono tradotti in numerosi saggi su riviste di antichistica e in un precedente volume, Il mito di Enea, (Einaudi 2013), scritto con Maurizio Bettini – «il mio maestro di sempre», dice Lentano.

     Ciò che distingue il suo ultimo libro dalle precedenti prove è un modello narrativo che ridisegna la vita del personaggio omerico e virgiliano secondo il metodo di una biografia, dalla nascita alla morte; non a caso il volume esce in una prestigiosa collana di profili biografici, fondata da Luigi Firpo e diretta da Andrea Giardina. Solo che il personaggio non vive nella storia, bensì nel mito. Perciò le varianti della paradossale biografia sono molte, quanti furono i racconti nel corso di duemila anni e più. Il mito – scrive Lentano – «rimane permanentemente allo stato fluido, senza mai cristallizzare una versione definitiva». Ogni segmento della vita di Enea, dunque, si misura con fonti letterarie diverse e contrastanti. E se il segmento più noto grazie al poema virgiliano ha acquisito una “ortodossia” che ai nostri occhi è prevalente – Enea vive la sua Odissea nel Mediterraneo e la sua Iliade combattendo nel Lazio per dare ai Troiani una nuova patria, che in prospettiva sarà Roma – è il capitolo precedente, d’altra parte, a comparirci “aperto”, foriero di un futuro del tutto diverso. Che ruolo ebbe Enea durante la decennale guerra di Troia? Perché, davvero, si salvò? E dopo quel miracoloso salvataggio, dove veramente è andato a finire? Mentre la letteratura latina fin da Nevio ed Ennio si appropriava del Fondatore stabilendo una versione “autorizzata” che Virgilio arricchì apportandovi, con Augusto, un crisma ufficiale, per converso in ambito greco persistevano poemi e tragedie di cui non abbiamo più il testo, ma abbiano notizie, i quali dicevano tutt’altro: che Enea era in dissidio col re troiano Priamo (e ciò s’intuisce già nell’Iliade); che il figlio di Anchise tradì la causa e perciò si salvò; che un nucleo troiano rifondò la patria in Troade; che Enea fondò città altrove, non in Lazio.

     Risposte che figurano, in parte, nei resoconti attribuiti a leggendari testimoni della guerra di Troia, Darete Frigio e Ditti Cretese; scritti che ebbero diffusione nell’impero romano: Ditti sarebbe stato riscoperto da Nerone, che lo fece tradurre dal fenicio al greco. Dunque, la “classicità” di Virgilio non era ancora incontrastata, specie nella “anticlassicista” corte neroniana, dove molto si scriveva sulla guerra iliaca, poco e nulla su Enea: eppure Nerone era l’ultimo della gens Iulia! Darete e Ditti arrivano fino al Medioevo con le loro leggende greco-troiane (si pensi al fortunatissimo Roman de Troie del XII secolo), tanto da costituire un “canone” in grado di competere con quello virgiliano fatto proprio da Dante. E poi ancora, saranno i Turchi del potente impero ottomano a proclamarsi discendenti dei Troiani; altro che Roma! Storie di tradizioni che viaggiano, che si travasano di testo in testo, e a seconda della temperie storica assumono valenze pubbliche e politiche. Una vicenda dai tratti avvincenti, che la bella prosa di Mario Lentano restituisce al lettore non necessariamente specialista.  

 

Pasquale Martino   

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 11 aprile 2021               

Immagine: Enea fugge da Troia, incisione di Agostino Carracci da Federico Barocci (1595)

lunedì 4 gennaio 2021

Nel centenario del Pci

IL SECOLO COMUNISTA

La speranza rivoluzionaria, l’antifascismo, la democrazia repubblicana

 


«Nato male e un po’ per sbaglio nel gennaio 1921, da una scissione di minoranza che presto deluse anche i suoi artefici, seppe trovare la sua strada cammin facendo». Così vent’anni fa lo storico Gianpasquale Santomassimo descriveva la fondazione del Partito comunista italiano. Oggi, il centenario della nascita (il prossimo 21 gennaio) di questo grande protagonista collettivo della storia del Novecento – che ha cessato di esistere nel febbraio del 1991 – è già tema di discussione sui giornali e nei libri.

Nato male per responsabilità molteplici. Nato sbagliando i tempi, in un momento storico di travolgente velocità dei mutamenti, quando poche settimane valgono un cambio d’epoca. È il tempo in cui, per esempio, riformismo e massimalismo – le due anime del Partito socialista – voglion dire per le masse proletarie qualcosa di ben diverso dai significati attuali. La Grande Guerra da poco finita ha abbattuto quattro imperi, generato la prima rivoluzione socialista e messo in crisi gli stati liberali che hanno escluso la partecipazione delle masse popolari (in ciò del tutto differenti dalle democrazie sociali e costituzionali che saranno a loro volta l’esito della guerra antinazista e della Resistenza europea). Dopo l’esempio della Russia di Lenin, il «governo del popolo» appare l’unica soluzione credibile, specialmente nell’Italia del Biennio rosso (1919-1920), grazie al clamoroso successo elettorale del Psi nel 1919 (due milioni di voti su cinque, primo partito alla Camera), ai moti agrari e all’occupazione delle fabbriche, mentre a Est l’Armata Rossa respinge l’assalto di controrivoluzionari bianchi e polacchi (estate del ’20), contrattacca e pare slanciarsi verso la Germania, anch’essa in procinto di fare la sua rivoluzione. L’Internazionale Comunista è la nuova attrice che si impone sul proscenio mondiale, spaventando le classi borghesi.

Ma le cose cambiano, appunto, con impressionante rapidità: in Italia la spinta di lotta si va esaurendo, l’occupazione delle fabbriche si conclude con un insuccesso, manca una guida politica del movimento; contenitore eterogeneo di deputati, sindaci, sindacalisti, il Psi non sa dirigere né un movimento rivoluzionario né una riforma democratica delle anguste istituzioni liberali. L’alternativa comunista affascina col suo progetto di un partito omogeneo, capace di guidare fermamente la necessaria rivoluzione. Non di rado, in Europa, l’idea diventa maggioritaria nei partiti socialisti. In Italia la questione della sinistra non è se accettare o respingere l’opzione comunista: è se tutto il Psi rappresenterà l’Internazionale, come assicura la maggioranza capeggiata da Giacinto Menotti Serrati, o se tale rappresentanza sarà appannaggio della sola frazione comunista intransigente, guidata da Amadeo Bordiga che diventerà il leader carismatico del Pci nei primi anni. Il nodo si scioglie drammaticamente a Livorno, nel XVII congresso del Psi: Serrati non se la sente di rompere con la minoranza “di destra”, che fa capo a Turati; l’estrema sinistra abbandona il congresso e fonda il Partito comunista d’Italia. Ai dirigenti dell’Internazionale resta l’amaro in bocca per una condotta tattica improvvida che ha ottenuto come risultato la nascita di un partito minoritario. Bordiga è invece soddisfatto: ha in mano un’organizzazione compatta, costituita in grandissima parte di operai. Nessuno al momento – né i socialisti, né il Pci, né i cattolici, né il vecchio statista Giolitti – sembra comprendere la vera portata del pericolo fascista: lo squadrismo ha già compiuto i primi assalti nel 1920, ma soltanto nel ’21 dispiega in modo sistematico la sua violenza terrorizzante. Chi vede le ombre della situazione è Antonio Gramsci, capo del gruppo torinese de «L’Ordine nuovo», minoranza nel neonato partito; sarà lui, in un appunto di qualche mese dopo (pubblicato da Togliatti nel 1960), a scrivere che il non aver portato, a Livorno, la maggioranza del proletariato italiano nelle file dell’Internazionale è stato «un trionfo della reazione».

Paradossalmente, nel 1924 lo stesso Serrati, con la frazione dei terzinternazionalisti, finirà con il confluire nel Pci. Ma è già iniziato il profondo lavoro gramsciano di analisi sociale, elaborazione politica, chiarificazione ideologica, che sboccherà nella sostituzione della direzione di Bordiga, viziata da settarismo, e in quella che si può considerare la vera nascita del Pci, il congresso di Lione (1926): il quale si svolge all’estero in piena stretta repressiva del regime fascista. La «dannazione» di Livorno – per usare le parole di Ezio Mauro nel suo ultimo libro – lascerà faticosamente il posto al tentativo di «grande rattoppo» nella sinistra, non ancora concluso. La metafora ripropone l’idea convenzionale di una eterna propensione della sinistra italiana alle divisioni. Va detto piuttosto che proprio i duri anni della clandestinità temprano la capacità del Pci di tenere le fila di un difficilissimo lavoro illegale in Italia, nelle prigioni e nei luoghi di confino, e preparano la terza e definitiva rifondazione, quella della Resistenza e del «partito nuovo», popolare e di massa. E va detto che il legame unitario fra comunisti e socialisti si stabilisce fin dal 1934, vivifica l’antifascismo e la lotta di Liberazione e con intensità alterna dura per tutta la Prima repubblica, fino agli anni di Craxi. Poi entrambi i partiti, separatamente e con epiloghi diversi, scompaiono; e «il modo (questo sì) ancor m’offende».        

 Pasquale Martino

  

Ruggero Grieco

Pugliesi a Livorno

Piccola e qualificata la schiera pugliese che partecipa da subito all’impresa di fondazione del Pci. Nel 1921 sono 655 iscritti su un totale nazionale di circa 40.000. Ecco alcuni nomi. La pioniera è Rita Maierotti, veneta trapiantata a Bari, presente con Bordiga e Gramsci fra la ventina di delegati socialisti che a Firenze nel 1917 getta le basi della frazione comunista (lo racconta Paolo Spriano nella sua storia del Pci). È una delle poche donne agli inizi del partito, con Ortensia De Meo (moglie di Bordiga) e  Camilla Ravera. A Livorno Rita è affiancata dal marito, il gravinese Filippo D’Agostino, consigliere comunale a Bari, futuro martire della Resistenza. Da Taranto arriva Odoardo Voccoli, che sarà il primo sindaco della città ionica dopo la Liberazione. Da Foggia c’è Luigi Allegato, che diventerà sindaco di San Severo e presidente della provincia. L’ispiratore dei comunisti foggiani – lo ricorda lo stesso Allegato – è il conterraneo Ruggero Grieco, figura di spicco del Pci fin dal primo comitato centrale, braccio destro di Bordiga e numero due del partito. In seguito si avvicinerà a Gramsci conservando un ruolo di rilievo nel nuovo gruppo dirigente, tanto da fungere di fatto da segretario del partito e dirigente del centro estero negli anni ’30, mentre Togliatti opera a Mosca per l’Internazionale. Sarà membro della Costituente e senatore della repubblica.  (p.m.)


La Gazzetta del Mezzogiorno, 3 gennaio 2021   

 

giovedì 15 ottobre 2020

Processi per ricostituzione del partito fascista

 Una norma costituzionale da osservare e applicare

    




Il processo per ricostituzione del partito fascista, intentato dal procuratore aggiunto Roberto Rossi ad esponenti di CasaPound a Bari, ha rari precedenti. Il suo fondamento è nelle «disposizioni transitorie e finali» della Costituzione italiana, articolo XII: «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Disposizione da intendersi non già come «transitoria», bensì come «finale» (ordinanza 325 della Corte costituzionale, 1988). Durante i lavori della Costituente era stato Palmiro Togliatti a proporre che il divieto fosse collocato in sede separata, per non diminuire la solennità dell’art. 49, che sancisce la libertà di associarsi in partiti. Nel dibattito della commissione preparatoria l’interpretazione più esplicita e netta era venuta da Lelio Basso: «Si sappia che tutto ciò che è stato fascista è condannato. Bisogna fare in modo che il popolo abbia la sensazione precisa che la Repubblica segna una data nuova nella storia d'Italia». 

     La legge attuativa arriva nel 1952 sotto il nome del ministro dell’Interno Mario Scelba. La maggioranza centrista guidata dalla Democrazia cristiana ha come principale avversaria l’opposizione di sinistra, ma vuol coprirsi le spalle a destra dove il partito fascista ricostituito esiste già da anni: il Movimento sociale italiano è composto da reduci della repubblica di Salò e non nasconde né i richiami, né i programmi, né la simbologia del fascismo. La legge Scelba intende “tenere a bada” il Msi configurando in maniera articolata il reato di ricostituzione del partito fascista (comprendente l’uso e l’esaltazione della violenza, la denigrazione della Resistenza, il razzismo, l’apologia e le manifestazioni esteriori di carattere fascista). In realtà il Msi, pur controllato a distanza, resta una riserva del centrismo tanto da essere chiamato nel 1960 ad appoggiare l’effimero governo Tambroni. 

     La questione si pone drammaticamente negli anni ’70, al tempo della strategia della tensione. Nel 1973 incomincia a emergere chiaramente il ruolo che in quella escalation di stragi sta svolgendo il movimento neofascista extraparlamentare Ordine Nuovo, in un rapporto ambiguo da un lato col Msi, dall’altro con i servizi segreti italiani e con alcuni settori dei partiti di maggioranza. Trenta dirigenti di Ordine Nuovo vengono condannati per violazione della legge Scelba; subito dopo, il ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani decreta lo scioglimento di quel gruppo per ricostituzione del partito fascista. Taviani – ex partigiano, spesso però criticato per aver autorizzato la mano dura della polizia contro manifestanti di sinistra – provava così, con un decisione non priva di coraggio, a mettere al riparo il governo e la Dc dalle accuse di connivenza con gli stragisti che venivano rilanciate da Pasolini sulle colonne del «Corriere della Sera». In quegli anni è invocato da più parti anche lo scioglimento del Msi: lo chiede, nel 1977, un gruppo di personalità fra cui Umberto Terracini, già presidente dell’Assemblea costituente, dopo l’assassinio del giovane antifascista barese Benedetto Petrone, quando la magistratura chiude per qualche tempo la sede del Msi di Bari dove è stata rinvenuta l’arma del delitto. Proprio a Bari si tiene un anno dopo un altro processo per ricostituzione del partito fascista, imputazione formulata dal sostituto procuratore Nicola Magrone contro esponenti della sezione Passaquindici del Msi, autori di aggressioni sistematiche. Gli imputati vengono assolti per il reato più grave, ma condannati a pene miti per «attività fasciste».

     Nei decenni successivi l’accusa – rafforzata dalla legge Mancino del 1993 – è mossa ulteriormente contro altri soggetti, come il movimento Fascismo e Libertà di Giorgio Pisanò; la risposta difensiva si trincera dietro il “reato di opinione”. Ma il crinale fra opinione, propaganda e incitamento a mettere in atto quanto propagandato è assai sottile. Il neofascismo e il neonazismo sono diffusi in Europa – come denunciato da una risoluzione del parlamento europeo del 2018 – e negli Usa, e fungono oggi da ala estrema dell’odio nazional-populista che si nutre di demagogia contro migranti e profughi. In Grecia il movimento neonazista Alba Dorata è stato condannato pochi giorni fa in quanto «organizzazione criminale» responsabile di un omicidio, due tentati omicidi e una serie infinita di violenze.

     In Italia, CasaPound nasce circa a metà anni ’90; si fa conoscere per le violenze commesse in varie città – fra cui l’eccidio di due senegalesi a Firenze nel 2011 – , per le prolungate occupazioni di immobili pubblici ingiustificatamente tollerate, nonché per qualche amicizia politica di troppo. Fino a poco tempo fa nel proprio sito web ha dichiarato matrici ideali che includono Gentile, Mussolini e perfino il fanatico repubblichino Pavolini, capo delle brigate nere; nomi che compaiono anche nel programma elettorale del 2013, depositato al ministero dell’Interno. Oggi, nel sito web si leggono frasi come questa: «la forza quando scaturita da un ordine verticale e da un principio gerarchico è destinata a dominare le barbarie, anche se in numero inferiore»; e si insiste, inoltre, sul «ritorno» della nazione a un’epoca mitizzata ed esaltata: «Per la sua storia e per il suo destino, l’Italia deve tornare a esercitare una funzione avanguardista nel mondo, tornare ad essere faro di civiltà, esempio». Il lessico e i concetti rimandano alla presunta gloria dell’impero mussoliniano. La magistratura giudicherà sui fatti accaduti a Bari nel 2018 e sui reati ascritti a CasaPound. Da parte nostra, dovremmo cogliere l’occasione per comprendere il fenomeno e affinare le armi della critica contro i fascismi che in forme molteplici si ripresentano.

 Pasquale Martino   

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 15 ottobre 2020      

 

martedì 8 settembre 2020

Pugliesi all'alba della Resistenza

Quel settembre 1943, dopo l'armistizio



Quale fu l’inizio? Chi e quando incominciò – all’indomani del tragico 8 settembre 1943 – a scrivere le prime parole su quella pagina senza precedenti che è stata la Resistenza al nazifascismo? In realtà, di inizi ce ne furono parecchi, scollegati e in luoghi diversi ma in tempi ravvicinati, tali da configurare uno slancio inconsapevolmente corale.

      Uno di quegli inizi fu a Bari, il 9 settembre, e nello stesso giorno 20 chilometri più a sud, a Bitetto. I fatti di Bari hanno sempre trovato accenni assai parsimoniosi nella storiografia nazionale, se si eccettuano gli studi locali; pure, la prima importante storia della Resistenza, quella di Roberto Battaglia (Einaudi 1964, I ediz. 1953), dice brevemente l’essenziale: «a Bari il generale Bellomo con pochi ardimentosi, marinai, soldati e operai, assicurò la difesa del porto». Nella più recente opera generale sulla lotta di Liberazione, firmata da Marcello Flores e Mimmo Franzinelli (Laterza 2019), il riferimento all’evento barese – qualificato comunque come episodio di «resistenza» – è se possibile ancor più fugace. Una bella sorpresa è contenuta nel libro per ragazzi apparso in piena quarantena (Lucia Vaccarino, Stefano Garzaro, O bella ciao, Il battello a vapore - Piemme, 2020), dove per la prima volta in un’opera non locale un intero capitolo è dedicato alla vicenda del quindicenne Michele Romito e dei “guaglioni” che dalle mura di Bari Vecchia contrastarono con le bombe a mano le truppe tedesche; racconto basato sulla testimonianza di uno di quei ragazzini, il vivo e vegeto Michele Mancini. Contemporaneamente usciva Noi partigiani di Gad Lerner e Laura Gnocchi (Feltrinelli 2020) che nell’elenco finale delle centinaia di registrazioni di interviste a protagonisti viventi della Liberazione – di cui solo una minima parte è confluita nel volume – cita anche i testimoni della giornata di Bari, allora poco più che bambini: riconoscimento non piccolo nel memoriale audiovisivo della Resistenza consegnato all’Anpi, e acquisizione eis aèi («per sempre»; non sembri enfatico citare Tucidide).

     Bari come inizio, dunque: al porto e – ricordiamolo – alle poste, dove pure si combatte. Bari che ha sei caduti in battaglia, mentre Bitetto ne ha ben 18, militari che prendono l’iniziativa di sparare su un reparto tedesco dedito alla razzia, e sono coadiuvati da civili, alcuni giovanissimi. Due città che ricevono la medaglia d’oro al merito civile, e Bitetto prima di Bari (1999 e 2006). Mentre gli Alleati avanzano da sud, la Wehrmacht germanica si ritira lentamente verso nord seminando distruzioni, eccidi e crimini di guerra. Già il 10 settembre aggredisce Barletta, dove uccide negli scontri a fuoco e nei bombardamenti decine di militari e civili, fino alla atroce rappresaglia di due giorni dopo, quando 12 fra vigili urbani e netturbini vengono messi al muro e falciati. La Puglia e la Basilicata sperimentano fra le prime, dopo l’armistizio, la nuova linea di condotta nazista verso gli italiani, assunti nel novero dei “traditori” e delle “razze inferiori” di cui il Reich fa sistematico scempio. Matera insorge il 21: ed è un altro inizio, che annuncia le quattro giornate di Napoli (27-30 settembre), prima grande insurrezione antinazista in Italia e in Europa. Barletta, Matera, Napoli: medaglie d’oro al merito civile e militare.

    




Il dramma già iniziato diventa orrore e dolore senza fine a nord della linea Gustav, che corre dal Garigliano al Sangro. Qui i tedeschi non si ritirano più, ma occupano stabilmente il territorio come una immensa fortezza, serviti dal fascismo collaborazionista. Uno dei primissimi atti di resistenza, forse il primo in assoluto, si deve ancora una volta a un pugliese, e avviene a Genova il 9 settembre, nello stesso giorno in cui si combatte a Bari e a Bitetto. Il carabiniere Ludovico Patrizi, 42 anni, nato a Cursi in provincia di Lecce, s’imbatte in un gruppo di tedeschi che nel quartiere Pontedecimo ha appena trucidato un militare italiano rifiutatosi di consegnare le armi; Patrizi apre il fuoco contro i nemici, ne uccide due e ferisce un terzo, prima di essere a sua volta abbattuto da una granata. La sua memoria è insignita di medaglia d’argento, e Genova gli ha intitolato un ponte nel luogo della morte eroica.

     Dopo il disorientamento e lo sbandamento dell’8 settembre, dopo i gesti individuali ed esemplari, in tutte le regioni dell’Italia sottoposta al nazifascismo incominciano ad aggregarsi i partigiani. Molti pugliesi fra loro. È ancora settembre quando i fratelli foggiani di famiglia operaia Vincenzo e Luigi Biondi, civili di 19 e 16 anni (pochi di più dei ragazzi baresi), si uniscono alla banda partigiana di Colle San Marco appena raccoltasi ad Ascoli Piceno. Non si sa quando e perché abbiano lasciato Foggia, straziata dai bombardamenti alleati (e poi insignita anch’essa di medaglia d’oro), se poco prima o poco dopo l’8 settembre. Si fermano nelle Marche a combattere. Partecipano alla battaglia di Bosco Martese il 25 settembre, ed è la prima volta (un altro inizio!) che una formazione ribelle costringe i tedeschi alla ritirata. Ma il 2 ottobre Colle San Marco è circondato dalla divisione di paracadutisti Hermann Göring, che attacca con l’artiglieria. Alcuni partigiani riescono a sganciarsi, 13 muoiono, 14 vengono presi vivi e subito fucilati. I fratelli Biondi cadono in combattimento a cento metri l’uno dall’altro. Ascoli e Foggia li hanno onorati con monumenti.

     Molti inizi: dappertutto i pugliesi c’erano, con gli altri italiani. È bene non dimenticarlo, nel 77° anniversario di un giorno che poteva segnare l’affondamento irreparabile di un intero Paese e che invece fu il principio di una storia di libertà e democrazia. La Puglia non ha subìto una storia fatta altrove: ha contribuito a farla, la storia d’Italia, grazie ai suoi figli e figlie che compirono improvvisamente un gesto, che scelsero un cammino difficile e giusto.  

 

Pasquale Martino

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 8 settembre 2020

 

   

 

 

 

 

sabato 1 agosto 2020

La rivolta di Reggio Calabria

La calda estate sullo Stretto

Cinquant’anni da quei moti eccentrici e neri 

che raccontavano un altro Sud


 


La rivolta di Reggio Calabria sorprese l’Italia cinquant’anni or sono. Fu un unicum nella nostra storia, per la durata (6 mesi con strascichi di oltre un anno), il largo coinvolgimento popolare e interclassista, l’impiego di armi ed esplosivi, la durezza della risposta repressiva dello Stato (esercito e carri armati), il collegamento con la destra neofascista, con l’eversione nera e con i disegni della criminalità mafiosa. Quei “moti” ebbero i tratti di una vicenda “meridionale” di protesta e disperazione, e gettarono un’ombra preoccupante sulla nascita dell’ordinamento regionale che nel 1970 intendeva attuare la Costituzione nel segno della partecipazione democratica. Nonostante la sua eccezionalità, la rivolta ha trovato poco spazio nella memoria pubblica nazionale e nella storiografia: l’unico studio storico approfondito lo si deve a Luigi Ambrosi (Rubettino 2009, con prefazione di Salvatore Lupo). Il sociologo reggino Tonino Perna ha trasposto la memoria della sommossa in un romanzo uscito l’anno scorso.

     La scintilla dell’incendio fu la designazione del capoluogo di Regione. Reggio si considerava candidata naturale per tradizione e numero di abitanti; un accordo fra esponenti calabresi del governo e dei partiti di centro-sinistra assegnò invece a Catanzaro il capoluogo e a Cosenza la istituenda università, tagliando fuori la città dello Stretto. La reazione dei reggini fu, il 14 luglio – giorno di insediamento del consiglio regionale – la rabbia e la ribellione. Si indice lo sciopero generale, e il giorno dopo, in seguito agli scontri con la polizia, si ha il primo morto. Insorgono i quartieri popolari di Sbarre e Santa Caterina, si innalzano le barricate, il confronto è sempre più violento. Nell’opinione pubblica del Paese, nella stampa e nel giudizio dei partiti nazionali, la rivolta è subito isolata e bollata di campanilismo, il che inasprisce il risentimento dei reggini. Ma dietro alla questione del capoluogo vi sono decenni di emigrazione, una crescita esponenziale della disoccupazione (che affligge anche i giovani laureati e diplomati), la delusione per il mancato sviluppo industriale; in una città “terziarizzata” l’unica speranza di lavoro e di miglioramento della qualità di vita è riposta nell’attesa degli uffici regionali e di sviluppo della burocrazia. A questa convinzione radicata si unisce la riscoperta di un senso di identità cittadina che si fa risalire a un’antica storia.


    Sul genuino sentimento popolare d’una cittadinanza offesa si inserirono fin dall’inizio disparati gruppi politici e clientelari, di volta in volta concordi o in concorrenza: il sindaco democristiano dà il la alla protesta, il vescovo la benedice, il sindacalista di estrema destra Ciccio Franco diventa l’agitatore più noto, imponendo lo slogan dannunziano «Boia chi molla!». La rivolta non fu “fascista” come è stata definita, anche se l’assenza di gruppi dirigenti seri e lungimiranti favorì man mano l’egemonia dei neofascisti e l’affermarsi di una demagogia senza prospettive. In seguito e ancor oggi la cultura di destra ha presentato i moti di Reggio come «il ’68 del Sud» (Marcello Veneziani) quasi un risarcimento del tentativo neofascista, frustrato, di cavalcare la contestazione studentesca.   


     Del ’68 quei moti riproducevano la radicalità e alcune forme di lotta, non gli obiettivi. Lo storico Guido Crainz li ha classificati tra i “conflitti spuri”, lontani dalla omogeneità delle lotte operaie e studentesche. Peraltro gli operai reggini avevano preso parte attiva alla lotta contro le zone salariali che fu, questa sì, il vero ’68 del Sud. Tuttavia il sindacato di sinistra, la Cgil, e il Partito comunista che avevano condiviso il movimento del biennio ’68-69 non riconobbero legittimità alla protesta reggina, nonostante l’adesione a essa di molti lavoratori comunisti (fra cui la “storica” cellula del deposito ferroviario). Questo ripudio alimentò il populismo antipartito e l’astio verso il Pci. Dalla sinistra eretica si guardava a quei ribelli con occhio più comprensivo: un’acuta analisi della rivolta fu pubblicata da Valentino Parlato, meridionalista gramsciano, sul «Manifesto» settimanale (novembre ’70). Intanto anche gli strateghi della tensione e la criminalità giocano le loro carte: a ottobre del ‘69 i vertici della ‘ndrangheta si riuniscono sul vicino Aspromonte mentre il “principe nero” Junio Valerio Borghese raduna i suoi a Reggio, e prepara il golpe romano (fallito) del dicembre ’70. Il 22 luglio, a pochi giorni dallo scoppio dei moti, una bomba fa deragliare presso Gioia Tauro il direttissimo Palermo-Torino causando sei morti e decine di feriti: molti anni dopo i responsabili della strage verranno individuati tra i neofascisti di Avanguardia nazionale. Cinque giovani anarchici di Reggio, che hanno militato nella rivolta, raccolgono documenti sulla infiltrazione neofascista e sulla strage e partono in automobile il 26 settembre per consegnarli a Roma ai redattori del libro La strage di Stato, ma periscono tutti in un incidente stradale assai sospetto; le carte spariscono.

     La fine della rivolta arriva a gennaio quando l’esercito penetra nelle roccaforti ribelli, la sconfitta è sancita a febbraio: un compromesso conferma Catanzaro capoluogo e sede della giunta, assegnando a Reggio la sede del consiglio regionale. Permangono scampoli di conflitto; nell’abbandono generale i ribelli rifluiscono, l’estrema destra resta sola in campo: ostacola la manifestazione nazionale dei sindacati confederali indetta a Reggio il 22 ottobre 1972, disturbando il corteo, dopo che numerosi attentati non hanno fermato i treni dei manifestanti. La prova di forza sindacale e antifascista ha la meglio, ma la maggioranza della città la subisce con freddezza, come un intervento estraneo. La ribellione del Sud più emarginato e il movimento organizzato dei lavoratori non si sono incontrati.

 

Le vittime

Durante gli scontri di piazza a Reggio Calabria morirono 5 persone in circostanze diverse: Bruno Labate, ferroviere, Angelo Campanella, autista, Vincenzo Corigliano, poliziotto, Antonio Bellotti, poliziotto, Carmine Iaconis, barista.

     Le 6 vittime della strage di Gioia Tauro (tutte siciliane, di cui 5 donne): Rita Cacicia, Adriana Vassallo, Letizia Palumbo, Nicolina Mazzocchio, Rosa Fazzari, Andrea Cangemi. 

     I 5 anarchici della Baracca (così chiamati dalla vecchia villa Liberty in cui si riunivano) morti il 26 settembre ’70: Angelo Aricò, Annalise Borth, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso.

  

Pasquale Martino  

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 1 agosto 2020