Il
Principe dell’orgoglio nero
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L'edizione originale della biografia di Marable |
Malcolm
X ha un posto significativo tra le icone del Novecento. Una figura affascinante
per i giovani ribelli nei decenni ‘60-70; e tutto fa pensare che il leader nero
ucciso a 39 anni il 21 febbraio 1965, esattamente mezzo secolo fa, continui a
incarnare una leggenda e un principio per la parte più consapevole della
popolazione afroamericana. Una celebre fotografia lo ritrae sorridente con
Martin Luther King, in occasione del loro unico incontro. Lontani nella
filosofia e nel metodo; accomunati da un obiettivo: la liberazione della loro
gente; uguali nella morte, venuta da mano assassina (a King toccò tre anni
dopo, nel 1968).
Guida
autorevole del grande movimento per i diritti civili nei primi anni ’60, il
reverendo King aveva visto appannarsi il suo prestigio dopo aver ottenuto una
chiara vittoria con il Civil Right Act del 1964, al prezzo però di una
riduzione della protesta nera contro la guerra nel Vietnam. A quel punto,
Malcolm X (al secolo, Malcolm Little, nato il 19 maggio 1925) aveva già catalizzato
su di sé le attese di una lotta più radicale, che non riponeva nessuna fiducia nelle
trattative col potere bianco, poco intenzionato ad attuare concretamente la
legge anti-segregazione, e faceva appello all’orgoglio nero, alla volontà di
autodeterminazione, alla presa di coscienza di una identità storica, nazionale
e culturale. Idee per il nascente movimento del Black Power che si sarebbe
ispirato in gran parte a questi insegnamenti influenzando una generazione di
militanti, intellettuali, artisti afroamericani.
L’Autobiografia di Malcolm X fu un
bestseller per un ventennio. A scriverla materialmente era stato il giornalista
Alex Haley, che una dozzina d’anni dopo fece il bis del successo con il romanzo
Radici e con l’omonimo sceneggiato
televisivo del 1977: l’epopea nera, la storia raccontata dal punto di vista
degli ex schiavi, sia pure con la retorica del teleromanzo, entrava nelle case
di tutti gli americani e anche degli italiani. Nel 1992 ancora un’altra
generazione conobbe Malcolm X, grazie al film (basato sull’Autobiografia) che Il regista Spike Lee collocò al centro di un’ideale
storia degli afroamericani narrata attraverso il cinema. Trascorsero altri
anni, e lo studioso Manning Marable intraprese la lunga ricerca che avrebbe
fruttato nel 2011 la pubblicazione della nuova e monumentale biografia, Malcolm X, tutte le verità oltre la leggenda
(titolo italiano, editore Donzelli). Marable – che morì appena prima di vedere
la sua fatica data alle stampe – ricostruiva la vita del leader nero
sfrondandola degli elementi mitizzanti accentuati da Haley (e voluti in qualche
misura dallo stesso protagonista), ma restituendone appieno l’arduo percorso di
maturazione umana e politica.
Piccolo
criminale cresciuto nel ghetto nero, carcerato, il giovane Malcolm fa i conti
con se stesso; studia in prigione, scopre la necessità del riscatto del suo
popolo, aderisce alla Nation of Islam: una setta sincretista nata negli Usa
circa trent’anni prima – i cui aderenti sono detti Black Muslims – che rilegge
la storia del popolo nero come iniziatore della civiltà e della stessa
religione islamica, costretto dall’uomo bianco a una misera decadenza. Scontata
la pena, Malcolm assume il cognome simbolico di X (in sostituzione dell’ignoto
nome originario, cancellato dagli schiavisti) e diventa il più apprezzato e
popolare predicatore dei Musulmani neri. Ma ad avere crescente risalto è il
senso politico più che religioso dei suoi discorsi: la rivendicazione dell’autonomia
afroamericana, che si spinge fino a preconizzare il separatismo nero. Come
tutti i leader neri e più degli altri, Malcolm X è oggetto delle invadenti
attenzioni dell’FBI. La sua evoluzione politica e la popolarità personale lo
rendono inviso anche ai dirigenti dei Black Muslims, con i quali rompe:
convertitosi all’Islam sunnita ortodosso, predica ora una visione
universalistica, che ammette la collaborazione dei neri con i bianchi nella
lotta antirazzista degli oppressi. Viaggia in Africa, va in Egitto e alla
Mecca. Attento all’esperienza della diaspora africana, fonda l’Organizzazione
per l’Unità afroamericana (OAAU); dialoga con il panarabismo in funzione
antimperialista e guarda con simpatia alle rivoluzioni di popolo come quella
cubana. Riceve anche un messaggio di solidarietà da Che Guevara; ed è così che
Malcolm entra nel pantheon della sinistra rivoluzionaria e internazionalista,
nera e bianca.
Marable
si sofferma giustamente sulle circostanze della morte, i cui veri responsabili
a suo avviso non sono mai stati individuati. Malcolm X fu ucciso a colpi d’arma
da fuoco in una sala pubblica a New York, mentre si accingeva a parlare. Furono
arrestati tre militanti dei Black Muslims, che per iniziativa personale avrebbero
interpretato alla lettera le minacce virtuali scagliate dai vertici della
setta. Lo studioso afroamericano ipotizza una verità più complessa, in cui il
disegno omicida si situa in una opaca intersezione fra alcuni capi della Nation
of Islam da un lato, e l’FBI dall’altro, organizzazione in grado di sapere e di
manovrare. In quel momento il servizio di polizia alla manifestazione dell’OAAU
era pressoché inesistente.
L’orazione
funebre dell’attore Ossie Davis, futuro interprete di Fa’ la cosa giusta, conteneva il seguente passaggio: «Malcolm era
il nostro essere uomini, la nostra vita, il nostro essere neri. Un principe: il
nostro luminoso principe nero che non ha esitato a morire perché ci amava
tanto».
Pasquale Martino
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 19 febbraio 2015