L'affaire dei baccanali

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La religione di Roma antica era religione di Stato: un instrumentum regni che salvaguardava
l'"unità nazionale" intorno alla classe dominante e ai valori
costitutivi della res publica. Non esisteva
un alto clero in quanto casta separata: lo stesso ceto politico senatorio
ricopriva le principali cariche sacerdotali, prime fra tutte quelle del
collegio pontificale presieduto dal pontefice massimo. Le cerimonie religiose
erano di carattere pubblico e collettivo; le pratiche divinatorie,
l'invocazione e il ringraziamento agli dèi scandivano i tempi e le ricorrenze
della vita sociale, economica e politica: la semina e il raccolto, l'entrata
in guerra e la conclusione della pace. La relazione con la divinità era di tipo
utilitaristico: la comunità sacrificava agli dèi per riceverne in cambio
un preciso beneficio dal punto di vista economico o militare. A una tale
cultura del sacro era estranea l'idea di un rapporto diretto dell'individuo con
la divinità così come quella di un sentimento religioso personale. La stessa
religione popolare, fatta di riti agrari e di feste carnevalesche, era sostanzialmente
integrata in posizione subalterna nel quadro della religione ufficiale e dei
culti statali.
Si è spesso
ripetuto che lo Stato romano, la cui teologia era priva di un vero apparato
dogmatico, fu tollerante con le altre fedi finché non intraprese a perseguitare
il cristianesimo, reo di minare alla base il principio della fedeltà all'imperatore.
Ma ciò non è del tutto vero. Se le persecuzioni contro i cristiani assunsero
una portata e una entità particolarmente rilevanti – attestate ed epicamente
rivissute dalla letteratura martirologica – ciò fu in ragione della speciale
estensione e forza di penetrazione del messaggio cristiano, il quale
raccoglieva a sua volta, in buona misura, quanto era stato seminato nei secoli
precedenti dalle "religioni di salvezza". Nella storia di Roma
esistono numerosi precedenti di intervento repressivo dello Stato – custode della
religione tradizionale – contro i culti stranieri: il più noto è l'affaire dei
baccanali, contro i quali si abbatté il maglio di un tribunale speciale
istituito dal senato nell'anno 186 a.C.
La
vicenda è narrata da Tito Livio in una celebre pagina delle sue storie (libro XXXIX,
capp. 8-19 che qui riproduciamo).

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Bacco era uno dei nomi del dio greco Dioniso, che i Romani
identificavano con Libero, divinità popolare indigena. Il culto di Dioniso, dio
del vino e dell'ebbrezza, aveva origini orientali e si era affermato fra i
Greci non senza conflitti. Nel pantheon ellenico più arcaico, quale ci è tramandato
dai poemi omerici, Dioniso – dio non olimpico, ma terreno e itinerante – aveva una
posizione marginale; i tragici greci (in particolare Euripide nelle Baccanti) elaborarono poeticamente la
memoria degli antichi e drammatici contrasti tra lo Stato e i fedeli della
nuova divinità: la leggenda della tremenda punizione divina inflitta a
Licurgo, il re che si era opposto all'introduzione del culto dionisiaco e aveva
scacciato le baccanti, era nota a Roma grazie a una tragedia di Gneo Nevio
rappresentata verso la fine del III secolo a.C. (e dunque pochi decenni prima
del 186). Come tutte le religioni di salvezza, il culto orgiastico di Dioniso
era separato e “alternativo” rispetto a quelli tradizionali: in esso gli
individui stabilivano una relazione diretta e immediata con la divinità, dalla
quale si sentivano invasati; si trattava di una religione misterica, praticata
per lo più di notte da una comunità chiusa e fortemente solidale, per accedere
alla quale erano necessari riti di iniziazione (mystes è l'iniziato). I fedeli del dio appartenevano
specialmente alle classi popolari; fra essi figuravano, in posizione rilevante,
soggetti che la società e la vita pubblica relegavano a un ruolo subalterno e
dipendente: gli schiavi e soprattutto le donne. Nei misteri dionisiaci la rigidità dei
ruoli sociali si allentava e gli oppressi potevano attendersi dal dio la
salvezza individuale e il riscatto sociale.
I baccanali
(cosìi
Romani chiamarono il culto di Dioniso) venivano propagati su tutte le rive del
Mediterraneo da una folla di mercanti, schiavi, soldati; essi penetrarono in
Italia attraverso la Magna Grecia e l'Etruria, come è adombrato dal racconto di
Livio, il quale parla di un indovino greco trasferitosi in terra etrusca e, in
seguito, fornisce i nomi di alcuni presunti capi dei baccanali (Paculla Annia,
Minio Cerrinio) di chiara impronta campana e dunque di area sottoposta
all’influenza magno greca oltre che etrusca. Alla fine del III secolo a.C. la
crisi indotta dalla seconda guerra punica – grazie agli effetti sconvolgenti
dell'invasione annibalica – favorì tra le masse demoralizzate la diffusione dei
baccanali e di altri culti di origine straniera. È molto difficile ricostruire
gli elementi del rituale bacchico, a proposito del quale le fonti, quando non
tacciono, tendono a evocare un'atmosfera di grandioso e terrificante
stravolgimento dei comportamenti. Ciò appare anche nella narrazione di Livio.
Ma, se è del tutto credibile – anche in base all'analogia con moderni rituali folklorici
– che le pratiche orgiastiche fossero contraddistinte da convulsioni, sfrenatezza
di gesti, ebbrezza e, in qualche misura, da licenza di rapporti sessuali, non
sembra invece plausibile che esse implicassero sistematicamente atti di
violenza fisica o addirittura omicidi: ciò non pare in alcun modo conciliabile
con la notizia – dataci dallo stesso storico romano – di una diffusione di
massa dei baccanali.
Secondo Livio,
all'inizio del II secolo a.C. gli affiliati al culto bacchico erano ormai molto
numerosi e fra essi figuravano anche esponenti della nobiltà. Ciò costituiva
senza dubbio un primo motivo di preoccupazione per il senato: in tal senso èsignificativo
quel passo del discorso che Livio fa pronunciare al console Postumio, dal quale
traspare il timore – demagogicamente enfatizzato – della "secessione",
ossia della costituzione di un "popolo" altro, che si raduni in
assemblee eversive rispetto a quelle istituzionali e che possa trovare dei capi
in quei nobili che sono diventati fedeli di Bacco.
Ma una
seconda e non meno importante causa della svolta repressiva è da individuare nella
lotta politica al vertice dello Stato romano. Erano quelli gli anni in cui una
parte della nobiltà senatoria, guidata da Marco Porcio Catone, dichiarava
guerra all'egemonia degli Scipioni, i quali avevano esercitato a lungo una
sorta di dittatura di famiglia, occupando le principali cariche pubbliche o
facendole assegnare a familiari e amici. Enorme era stato il prestigio di
Publio Cornelio Scipione l'Africano, il vincitore di Annibale; sulla sua
popolarità si era costruita in gran parte la fortuna degli Scipioni. Ma proprio
nel 187 a.C., un anno prima dell'affaire dei baccanali, il fratello dell'Africano,
Lucio Cornelio Scipione detto l'Asiatico, era stato messo sotto processo per peculato:
l'attacco alla signoria degli Scipioni veniva sferrato anche attraverso la via
giudiziaria. Pochi anni dopo, l'Africano si ritirava sdegnosamente a vita
privata. Intanto, la battaglia divampava anche sul terreno ideologico e
culturale. La campagna antiscipionica di Catone si nutriva della polemica contro
il filellenismo attribuito al cosiddetto "circolo degli Scipioni".
Gli ambienti vicini a Scipione erano accusati di compiere eccessive e
pericolose aperture verso la cultura greca e straniera, in nome di un nuovo
ideale di humanitas (che sarà propugnato
per esempio da Terenzio, il commediografo vicino a Scipione Emiliano) tendente
a vanificare i princìpi fondamentali della tradizione romana (il mos maiorum difeso da Catone).
La
propaganda catoniana dipingeva la civiltà greca come edonista e sofisticata,
effeminata e corrotta: tutto il contrario della austera virilità, propria del
costume romano antico e radicato. Scipione e Catone rappresentavano due opposte
sensibilità della classe dirigente romana: l'uno intuiva la necessità che Roma,
egemone nel Mediterraneo, si attrezzasse
sul piano politico-culturale ad esercitare una signoria ecumenica e multinazionale;
l'altro avvertiva i fattori potenziali di disgregazione che il nuovo status di
potenza mondiale generava nella società romana improntata ancora all'ordinamento
della piccola città-stato. Il conflitto fra le due visioni preannunciò i
termini della lotta politica che nel I secolo a.C. avrebbe visto i capi
militari (Pompeo, Cesare, Antonio, Ottaviano) affermare progressivamente il
modello del principato imperiale di contro ai difensori del senato e della
tradizione repubblicana.
Scipione era
dunque sotto tiro: e l'affaire dei
baccanali forniva un ottimo pretesto per un ulteriore rafforzamento della
tendenza catoniana. Tra i riti dionisiaci e il circolo degli Scipioni non poteva
essere istituita, evidentemente, nessuna relazione diretta; tuttavia il caso
dei baccanali si prestava a dimostrare come l'integrità della vita sociale e
dello Stato romano fosse seriamente messa a repentaglio dalla penetrazione di
un culto greco, immorale e mostruoso, e come perciò ogni atteggiamento
tollerante nei confronti di tale oscena diversità dovesse essere severamente condannato
in quanto oggettivamente dannoso per la salute pubblica. La descrizione di
Livio, che per l'appunto disegna intorno ai baccanali l'alone di una violenza e
di una depravazione orrende, è ricalcata sulla versione ufficiale e sui
documenti pubblici (decreto senatorio del 7 ottobre 186 e altri atti del
senato): le accuse contro gli affiliati ai baccanali, di presunte perversioni
sessuali, stupri e omicidi rituali, anticipano di molti secoli le argomentazioni
che diventeranno consuete nella caccia alle streghe.
La repressione
dei baccanali è dunque anche e forse soprattutto un episodio della lotta
politica a Roma: un caso esemplare di uso spregiudicato e cinico delle leve
dell'intolleranza, della superstizione e dello scandalismo da parte del potere
politico. I misteri dionisiaci, la cui esistenza era nota da tempo, non vennero
combattuti se non quando la loro soppressione apparve politicamente opportuna. Peraltro
il tribunale speciale e il decreto senatorio del 186 non valsero a stroncare
permanentemente i baccanali: lo stesso Livio, nel prosieguo della sua storia, dà
notizia di nuove insorgenze del fenomeno già nel 185 e nel 181 a.C. Le religioni
misteriche continuarono a pullulare nei decenni e nei secoli successivi,
nonostante ulteriori interventi repressivi di vario segno.

3 Tito Livio (Padova, 59 a.C.-17 d.C.), scrittore
grande e fertile, autore di belle pagine narrative, fu acriticamente persuaso della
missione provvidenziale di Roma. Tuttavia la sua opera monumentale è un
documento importante e in molti casi unico per la conoscenza della storia romana.
Nel racconto sui baccanali dobbiamo sceverare l'interpretazione ideologica –
per cui Livio si adegua interamente alla
versione ufficiale di fonte senatoria – dalla presentazione dei fatti che, se analizzata
criticamente, ci offre non pochi dati utili e interessanti. Appaiono chiaramente
attestate sia la forza di penetrazione dei baccanali in ampi strati sociali,
sia la notorietà del fenomeno ben prima della occasionale denuncia dello
stesso da parte di due individui, sia infine la difficoltà che le autorità incontravano
nel reprimerlo. Molte notizie, inoltre, si possono ricavare a proposito
dell'ordinamento sociale, giuridico e istituzionale. Notevole il vigore
narrativo di queste pagine: la vivace rappresentazione della scena pubblica e
della psicologia collettiva si intreccia con la vicenda privata degli individui
che involontariamente accendono la scintilla della repressione: il giovinetto
Ebuzio, tradito dal malvagio patrigno e dalla madre snaturata, e la sua amante
Ispala Fecennia, figura di "meretrice buona" che fa di tutto per proteggere
l'amato. La novella dei due amanti ha fondamento storico assai dubbio: sembra piuttosto una trama da commedia o da romanzo, che Tito Livio ha schizzato con
tratto felice e buona verosimiglianza psicologica, senza trascurare gli ingredienti
patetici e i colpi di scena.
Pasquale Martino
Il testo riproduce con qualche modifica
l’introduzione a Tito Livio, L’amore al
tempo dei misteri, Stampa Alternativa, Roma, 1995.
Immagini: affreschi dalla Villa dei Misteri a Pompei.