venerdì 23 gennaio 2015

Porrajmos

Quel genocidio rom divorato dai silenzi


«Prima vennero a prendere gli zingari, ma io non dissi niente, perché rubacchiavano»: il celebre incipit, variante dell’aforisma attribuito al teologo Martin Niemöller, descrive adeguatamente la condizione storica di rom e sinti, tipico oggetto di pregiudizi e quasi cavia sperimentale di campagne persecutorie. Fino ad arrivare alla più grave e più grande violenza da loro subita: il genocidio nazista; quello che in lingua romanì è chiamato Porrajmos, «il divoramento». Dobbiamo ricordarcene, quando le cronache ripropongono i rom come paradigma di una diversità che non piace e di un’integrazione ritenuta impossibile. Eppure questo è l’unico popolo che non ha mai fatto guerra a nessuno e non ha mai avuto un esercito, tanto che Fabrizio De Andrè e Moni Ovadia hanno immaginato che gli fosse conferito il premio Nobel per la pace.

Furono i rom i primi a essere internati in un lager tedesco, nel 1936 – a Marzahn, periferia di Berlino – anche se non si trattava ancora di sterminio. Fra le vittime del nazismo gli zingari sono gli unici, con gli ebrei, la cui soppressione sia stata motivata da discriminazione razziale. I nazionalsocialisti incominciarono a definirli asociali, criminali congeniti, tarati da un «istinto di nomadismo» (Wandertrieb); pretesti simili avevano già causato ai rom angherie e vessazioni. Poi la pseudo-scienza nazista si applicò a individuare nella irregolarità degli zingari la matrice di una «razza degenerata». Il fastidioso dettaglio dell’origine di rom e sinti (provenienti dall’India del Nord, e quindi, secondo le stesse teorie razziste, “ariani”!) veniva soppiantato dalla “mescolanza” irreversibile che avrebbe imbastardito i nomadi gitani nei loro spostamenti. Idee che attecchiranno anche fra i teorici italiani della «difesa della razza». In Germania, il carattere razziale della persecuzione è sancito nel 1938 da un decreto del capo della polizia Himmler; nel 1941 gli zingari vengono equiparati giuridicamente agli ebrei. Un’équipe di antropologi, medici, psicologi si mette all’opera, facendo capo all’«Ufficio centrale per la lotta alla piaga zingara», al fine di “studiare” i rom segregati, classificarli, imporre loro esperimenti genetici e interventi di sterilizzazione: un genocidio differito nel tempo. Alcuni riuscirono a emigrare, qualcuno si rifugiò in America.

Lo scoppio della guerra nel 1939 determina il salto di qualità nella strategia dello sterminio. La Polonia occupata è il territorio in cui vengono convogliati gli zingari tedeschi oltre agli ebrei. Treblinka, Chelmno, Belzec, Sobibor, Maidanek diventano la destinazione finale di entrambe le “razze inferiori” mandate a morire. La tragica sorte degli zingari si compie anche nei lager di Germania e Austria, Mauthausen, Dachau, Buchenwald, Ravensbrück, Bergen Belsen, e a Theresienstadt in Cecoslovacchia. Erano contrassegnati anch’essi da un triangolo di stoffa: talvolta quello nero degli “asociali” (ma con l’iniziale Z di Zigeuner), talvolta quello marrone a loro riservato. È documentata la deportazione e morte per gas di almeno duecentomila rom e sinti europei. Nel contempo l’invasione dell’Urss spalanca alla Germania hitleriana lo “spazio vitale” dove consumare interminabili massacri di popolazioni slave; si ritiene che in questa ecatombe, per mano di unità operative di assassini chiamate Einsatzgruppen, sia perita circa una metà degli zingari sul numero totale del Porrajmos: cosicché questo si avvicina, secondo il calcolo più diffuso, a mezzo milione su un popolo che contava da 1,5 a 2,5 milioni di individui in Europa.
Si sa qualcosa in più su Auschwitz, la fabbrica della morte per eccellenza. Concentrati nel campo B2e o Zigeunerlager di Birkenau, i rom erano sottoposti a lavoro forzato e a esperimenti medici ma, a differenza degli ebrei, restavano uniti in gruppi familiari e non erano periodicamente selezionati per il gas. I tedeschi decisero la liquidazione del campo nel maggio 1944, ma una rivolta disperata degli zingari li dissuase dal tentativo; un fatto più unico che raro nella storia dell’Olocausto. Ci riprovarono con successo nella notte del 1° agosto ’44, simulando un viaggio di trasferimento e distribuendo cibo agli internati; ciononostante, incontrarono resistenza e impiegarono molto tempo nel condurre alla morte i 4.000 prigionieri. Il 27 gennaio 1945, quando i sovietici liberarono Auschwitz, i rom superstiti erano quattro. «Tutti morti», Samudaripen: un altro termine romanì, agghiacciante, per indicare il Porrajmos.

Norimberga e il processo Eichmann sfiorarono appena il tema dell’“altra” Shoah. Gli zingari non furono mai risarciti, perché – si diceva – erano stati nei lager come criminali e non per la razza, e inoltre non avevano uno Stato o un organismo nazionale cui indirizzare il risarcimento. I capi dell’ufficio anti-zingari furono blandamente processati, assolti per insufficienza di prove e reintegrati nella pubblica amministrazione. Risultò difficile anche ricostruire la memoria: condizionati da quella riluttanza dei sopravvissuti a raccontare, di cui ha parlato Primo Levi, i rom erano adusi inoltre a una tradizione orale che faceva raramente ricorso alla scrittura. Nel 1980 la Germania riconobbe finalmente il carattere razzista dello sterminio degli zingari. La prima celebrazione della memoria del Porrajmos avvenne nel 1994 negli Stati Uniti. Un memoriale dell’olocausto zingaro è stato eretto nel 2013 a Berlino di fronte al Bundestag, vicino a quello della Shoah; vi sono incise fra l’altro parole dell’artista rom-italiano Santino Spinelli.

                                                                                                                    Pasquale Martino    

Immagini: le prime due riproducono foto segnaletiche tedesche di una donna e una bambina rom, la terza raffigura uomini rom internati a Dachau.

I Lager in Italia

Anche il fascismo concentrò i rom in numerosi campi durante la guerra – a Boiano (Campobasso), Agnone (Isernia), Tossicia (Teramo), Gonars (Udine) e altrove – e inoltre in Sardegna e nelle Tremiti, già colonia di confino per oppositori, omosessuali e libici. In alcuni comuni sono state poste targhe commemorative. Gli zingari furono liberati dopo l’8 settembre, dopodiché molti furono arrestati nella zona della Rsi e mandati nei lager tedeschi. Nei registri risultano mille rom internati provenienti dall’Italia. Parecchi rom e sinti parteciparono alla guerra di liberazione, militarono fra i partigiani e caddero in combattimento. Il contribuito zingaro alla Resistenza antinazista è documentato in tutti i paesi d’Europa.
Il portale www.porrajmos.it ospita un museo virtuale con una raccolta di documenti e testimonianze.

Riguardo al Porrajmos, una storia emblematica è quella di Aliah Halilovic. Rom bosniaco, era bambino quando i tedeschi occuparono i Balcani; sfuggì fortunosamente alla deportazione e allo sterminio che gli portò via parte della famiglia. Il nonno morì ad Auschwitz. Nel 1967 Aliah emigrò in Italia e con due fratelli lavorò come operaio per la Fiat; dopo sei mesi fu però licenziato in quanto immigrato irregolare. Trasferitosi a Roma, fece il violinista di strada riscuotendo apprezzamenti e simpatie. Attivamente impegnato nella memoria dell’olocausto, partecipò a varie manifestazioni della comunità ebraica. Morì il 13 gennaio 1995 nel rogo del campo di via Rapolla a Quarto Miglio.

P.M.

 «La Gazzetta del Mezzogiorno», 23 gennaio 2015 

leggi anche:
Sinti e rom nella Resistenza

domenica 11 gennaio 2015

Il padre di Handala


Naji Al-Ali, 
il vignettista che fu ucciso a Londra


Ventotto anni fa un altro vignettista satirico era stato ucciso a colpi di pistola in una capitale europea. Era il disegnatore palestinese Naji Al-Ali.
Gli spararono in faccia con il silenziatore il 22 luglio 1987, per strada, mentre usciva dall’ufficio londinese del giornale indipendente kuwaitiano «al-Qabas»  (critico verso il governo del Kuwait), su cui pubblicava le sue vignette. Ricoverato in ospedale, morì il 29 agosto. 

Naji Al-Ali era nato nel 1938 in Palestina, fra Tiberiade e Nazareth, da una modesta famiglia contadina. L’esodo palestinese durante la guerra arabo-israeliana del 1948 lo portò a rifugiarsi con i familiari in Libano. Visse in campi profughi (fra cui quello di Shatila, destinato al massacro del 1982) frequentando le scuole e poi l’accademia libanese di belle arti. Scoperto e valorizzato dallo scrittore palestinese Ghassan Kanafani (che verrà ucciso anche lui, a Beirut nel 1971), Naji incominciò a lavorare come vignettista in Libano e in Kuwait, diventando ben presto il più noto e premiato cartoonist arabo. Sgradito al governo kuwaitiano, si trasferì infine a Londra pochi anni prima di morire.
Pubblicò tre libri e creò oltre 40.000 disegni satirici, che avevano come bersaglio l’occupazione israeliana in tutta la sua brutalità, ma anche i regimi arabi, accusati di non essere democratici e di non sostenere realmente la causa palestinese, e la stessa dirigenza dell’Olp cui imputava opportunismo e corruzione. I lettori del mondo arabo davano estrema importanza alle tavole di Al-Ali per formarsi un’opinione sulle vicende in corso: è il caso di dire che una sua vignetta equivaleva a un vero e proprio editoriale.  
Il personaggio più famoso creato da Al-Ali è quello di Handala: un bambino palestinese di dieci anni (quanti ne aveva l’autore all’epoca della Naqba, «la catastrofe» della Palestina), disegnato sempre di spalle e con le mani incrociate dietro la schiena, osservatore innocente e risentito, talora partecipe, degli eventi drammatici del suo tempo. «Handala – affermava Al-Ali – è nato all’età di dieci anni e avrà sempre dieci anni. A quell’età ho lasciato la mia patria. Quando farà ritorno Handala avrà ancora dieci anni, e solo allora incomincerà a crescere».

Naji aveva ricevuto una quantità di minacce anonime, e un autorevole avvertimento – pare – da una personalità dell’Olp. La sua fu veramente una morte annunciata.
Le indagini sull’omicidio costituiscono di per sé una singolare spy story. Scotland Yard arrivò a mettere le mani su uno studente palestinese di 27 anni, Ismail Suwan, nella cui abitazione furono ritrovate armi appartenute al (o ai) killer. L’uomo protestò la propria innocenza e, per difendersi, rivelò di essere un agente del Mossad infiltrato nella rappresentanza londinese dell’Olp. Intervenne allora l’MI5 che chiese al Mossad di aiutare gli investigatori britannici a sbrogliare l’intrigo. Il servizio segreto israeliano rifiutò. Per tutta risposta, la premier Margaret Thatcher espulse due diplomatici dell’ambasciata di Israele e chiuse l’ufficio del Mossad a Londra.
L’affaire Al-Ali fu la goccia che fece traboccare il vaso nei rapporti fra Gran Bretagna e Israele, e fra i rispettivi servizi segreti, assai tesi da quando si era scoperto che il Mossad falsificava passaporti britannici, e soprattutto da quando, nel 1986, il tecnico nucleare israeliano Mordechai Vanunu residente in Inghilterra, accusato di aver rivelato segreti militari, era stato attirato con l’inganno a Roma, rapito dal Mossad e imprigionato in Israele*.
Al-Ali era un personaggio scomodo per molti: per il governo israeliano, per alcuni governi arabi, per gli stessi capi dell’Olp. Non aveva scorta e non aveva nessuna vera protezione. È evidente tuttavia che il Mossad era implicato profondamente nella morte di Al-Ali. Ammesso che non fossero stati gli israeliani in prima persona a pianificare l’omicidio, essi sapevano almeno molte cose in proposito, attraverso il doppio agente che aveva contattato gli attentatori. Ma si erano ben guardati dal preavvertire gli inglesi, sia perché la soppressione del vignettista faceva comodo anche e soprattutto a loro, sia perché non intendevano far saltare la copertura dell’infiltrato. E resta sempre la possibilità realistica che Suwan abbia operato come agente provocatore manovrando altri palestinesi, convinti magari di fare un favore a Yasser Arafat.   
Gli assassini di Naji Al-Ali non furono mai individuati. Ma almeno la Thatcher, the bitch, aveva osato cacciare il Mossad dall’Inghilterra. Altri tempi, decisamente. (I rapporti furono normalizzati sotto Tony Blair.)

Nel dicembre 1987, pochi mesi dopo la morte del disegnatore, scoppiò in Cisgiordania la prima Intifada, che avrebbe portato agli accordi di Oslo.
Naji Al-Ali, il vignettista laico e irriverente, e il suo bambino Handala – conosciuti e apprezzati in tutto il mondo – sono tuttora popolari e amati fra i palestinesi e nei paesi arabi.

Pasquale Martino

11 gennaio 2015

* su queste vicende si vedano:

domenica 21 dicembre 2014

L’operaio che comprò un Gauguin


Una storia della «meglio gioventù»


Fra i disperanti episodi di decadenza di cui abbonda la cronaca, emerge ogni tanto, in solitudine, qualche storia italiana positiva, si direbbe perfino esemplare. Una notizia recente aggiorna il caso notato mesi fa dalla stampa: quello del pensionato che ha scoperto di avere in suo possesso due dipinti francesi, di Paul Guaguin e di Pierre Bonnard, di provenienza furtiva. La magistratura sentenzia oggi che egli è legittimo proprietario, avendo comprato le tele regolarmente, per di più dallo Stato; i precedenti detentori sono morti a quanto pare senza eredi. La vicenda però, se ci è consentito, bisognerebbe provarsi a ricostruirla in tutta la sua complessità e ricchezza: essa rappresenta a suo modo una pagina emblematica di “storia degli italiani” dell’ultimo mezzo secolo.  

Il protagonista è citato dalle cronache con il nome fittizio di Niccolò. Ha ragione l’interessato a temere gli inconvenienti della notorietà, ma stentiamo a credere che la curiosità giornalistica si sia fermata davanti a tale riserbo. Fosse sospettato di omicidio o di associazione mafiosa, l’identità la sapremmo da tempo. L’innocenza è anonima.
Negli anni ’60 Niccolò è un giovane di Siracusa che emigra a Torino per lavorare alla Fiat: un figlio del Sud fra i tanti, che dentro a un cambiamento epocale affronta una vicenda di sacrifici e discriminazioni, di speranza e di emancipazione. Sposato, agli inizi degli anni ’70 fa i turni di notte a Mirafiori, il che, unitamente alla qualifica tecnica acquisita, gli permette di arrotondare il salario fino a 200 mila lire mensili. La dignità del lavoratore significa anche e soprattutto appropriazione della cultura: Niccolò ha gusto estetico e gli piace nel tempo libero girare per mercatini e bancarelle, cercando manufatti artistici alla portata delle sue tasche. Frequenta anche la sala di vendite all’asta di oggetti smarriti presso la stazione di Porta Nuova, dove un giorno, nel 1975, lo sguardo gli cade su due dipinti: una natura morta con un cagnolino, e un ritratto di signora adagiata su una poltrona con lo sfondo di un giardino. Il banditore li definisce «spazzatura», ma lui se ne innamora immediatamente. Il prezzo base è di 60 mila lire: troppo; Niccolò aspetta che la cifra cali. Ciononostante, quando il valore è sceso a 40 mila, è costretto a giocare al rilancio, finché i quadri sono suoi per 45 mila lire: un quarto della paga. La moglie abbozza, in fondo anche a lei non dispiacciono.
Li mettono nel salotto di casa: quello che, secondo la leggenda metropolitana, i meridionali tengono sempre chiuso ermeticamente perché “è la stanza buona”. Niccolò invece ci entra, si stende sul divano quando rincasa all’alba, e ammira le tele. Esse appaiono in tutte le fotografie degli eventi familiari, nascite, ricorrenze e via dicendo. Quando Nicolò va in pensione la famiglia ritorna a Siracusa, dove i quadri vengono appesi in cucina. Un investigatore – si legge in una nota – ha ironizzato sul fatto, inopportunamente: la cucina, spazio fra i più accoglienti, non è immeritevole di ospitare opere d’arte.

Secondo capitolo della storia. La coppia ha figli e li manda all’università. «Anche l’operaio vuole il figlio dottore, pensi che ambiente ne può venir fuori», cantava Paolo Pietrangeli. La ragazza si laurea in scienze della comunicazione e si specializza come graphic designer; l’arte è proprio un pallino di famiglia: il ragazzo si iscrive al liceo artistico e poi ad architettura. È soprattutto lui a volerne sapere di più su quei dipinti che gli accarezzano la fantasia fin dalla prima infanzia. È convinto che siano di autore. Ne parla con un insegnante del liceo; convengono che la firma appena leggibile su uno di essi sia quella di Carlo Bonatto Minella, un pittore piemontese dell’800 abbastanza noto. Poi si capirà che non c’è scritto Bonatto, ma Bonnard. Il sospetto nasce quando il giovane compra da un remainder un libro su Bonnard e vi scopre un paesaggio molto simile. Si mette a fare ulteriori ricerche: anche il cagnolino sembra un tema già visto nelle tele di Gauguin. Siamo a oggi: padre e figlio si rivolgono a una soprintendenza, che risponde di non avere tempo da perdere. Dopo altre consultazioni, si recano dal nucleo dei carabinieri per la tutela del patrimonio artistico. Questi la raccontano un po’ diversamente: sarebbe stato il nucleo, avendo raccolto voci, a incominciare le indagini e ad arrivare fino al pensionato siracusano. (Se è vero dovremmo ammirare i carabinieri, che di propria iniziativa si sarebbero messi sulle tracce di un furto avvenuto in Inghilterra più di quarant’anni fa.)  

Si giunge così al terzo capitolo, in realtà un prologo. 1970: due ricchi coniugi inglesi, proprietari dei grandi magazzini Marks & Spencer, hanno una villa piena di opere d’arte. Vengono derubati da ignoti; le due tele di Gauguin e Bonnard, non si sa quando e perché, attraversano la Manica, quindi viaggiano sul treno Parigi-Torino dove per qualche intoppo vengono abbandonate e nel 1975 finiscono all’ufficio oggetti smarriti. Le due opere non figuravano in un elenco di beni trafugati, ma gli investigatori scoprono che all’epoca comparvero notizie sul «New York Times» e su un quotidiano di Singapore.
Non sappiamo che cosa faranno Niccolò e i suoi delle tele di enorme valore (comunque, riconosciute e tutelate). Una di esse è stata valutata 35 milioni e potrebbero decidere di venderla. Ci piace che intanto dichiarino di volerle mettere a disposizione del pubblico: «Le cose belle sono di tutti. E tutti devono vederle». Principalmente, siamo loro grati per averci restituito, con questa storia orgogliosa di lavoro e cultura, una fresca pagina della «meglio gioventù» degli anni ’70 e della generazione che le è figlia.

Pasquale Martino   
  
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 20 dicembre 2014


giovedì 27 novembre 2014

L'ultradestra europea


Neofascismi, nazionalismi, xenofobia
Il gigante Europa fa i conti a destra


Quando consideriamo il panorama politico dell’Europa – immaginando i volti propositivi che il «gigante economico» assumerà negli scenari mondiali – non dovremmo trascurare la presenza strutturata di una destra estrema che si pone oltre i conservatori di Juncker e Merkel e offre un mix ideologico capace di aver presa sugli strati popolari. Non ci riferiamo soltanto a forze euroscettiche e discretamente xenofobe come l’Ukip di Nigel Farage, vincitore delle recenti elezioni europee in Gran Bretagna (27,7%, primo partito), che ha costituito il gruppo parlamentare con il M5S italiano. Pensiamo soprattutto a una destra che ha radici neofasciste e neonaziste, o che dialoga con i neofascisti, li assimila, ne condivide i motivi ispiratori, dal nazionalismo all’antieuropeismo, alle teorie del complotto, alla xenofobia con esplicite venature razziste. Nel parlamento di Strasburgo siedono nove di tali partiti, senza contare gli altri che, non rappresentati nell’assise europea, hanno rilievo nei rispettivi paesi.
Si suole opportunamente distinguere fra l’estrema destra dell’Europa occidentale e quella dei paesi ex sovietici. La prima ha attuato un’operazione di restyling per prendere le distanze dal neofascismo storico pur inglobandone i temi e arruolandone i seguaci. In questo senso il capolavoro riuscito è quello del Front National di Marine Le Pen (24% alle europee, primo partito in Francia) che ha le radici fra i nostalgici del regime di Vichy e gli ex coloni d’Algeria, ma adesso si racconta come forza-guida di una lotta «dal basso contro l’alto», conquistando ampi consensi in tutte le classi sociali. Manovra simmetrica e inversa rispetto a quella della Lega Nord, che dopo essere stata alleata di governo dei post-fascisti (handicap non da poco, rispetto al curriculum di opposizione del Front National), oggi si riqualifica paladina dei territori contro l’“invasione”e converge nelle piazze con i mussoliniani dichiarati di CasaPound. L’ultradestra occidentale in crescita di consensi si è liberata da retaggi imbarazzanti quali l’antisemitismo – che resta tuttavia sullo sfondo e nel retropensiero di tanta parte della “base”, attiva nei social network – e inoltre approva il governo israeliano.

Neonazisti ucraini col ritratto di Stepan Bandera
Viceversa, l’estrema destra dell’Europa orientale non dissimula le nostalgie nazionalsocialiste. Il caso più recente riguarda la formazione ucraina Svoboda (Libertà) i cui militanti sono stati decisivi nella sommossa di Kiev che ha abbattuto il presidente filorusso. Comprimaria nel nuovo governo filo-occidentale con il vicepresidente e il ministro della Difesa, ridimensionata dal voto politico di un mese fa ma ancora in ballo nelle trattative per la costituenda compagine ministeriale, Svoboda dichiara di battersi contro la «mafia ebreo-moscovita» e onora come proprio eroe il collaborazionista Stepan Bandera che appoggiò i nazisti contro i russi. In generale, l’ultradestra est-europea – dalla Bulgaria alle repubbliche baltiche – celebra i vari «Quisling» che aiutarono i tedeschi (anche nello sterminio degli ebrei) come combattenti per l’indipendenza nazionale contro i sovietici. Per loro il pericolo attuale non è l’Europa dei banchieri, ma l’ingerenza della vicina Russia. Una parziale eccezione è costituita dall’Ungheria, dove lo Jobbik o Movimento per l’Ungheria migliore (15% alle europee, secondo partito del paese) pur essendo all’opposizione fiancheggia il premier di destra Orban nelle sue politiche autoritarie, antieuropeiste e di apertura verso Putin. La destra di Budapest non teme il nazionalismo russo che si proietta esclusivamente sui paesi slavi; anzi, sogna a sua volta la «Grande Ungheria» che dovrebbe includere le minoranze magiare di Romania, Serbia, Slovacchia. Già legato alla disciolta formazione paramilitare della Guardia Magiara, Jobbik dimentica il sostegno dato dalle Frecce uncinate ungheresi all’Olocausto nazista e chiede che invece siano gli ebrei magiari a scusarsi per le vittime della rivoluzione comunista di Bela Kun nel 1919, appoggiata dagli ebrei stessi.

Manifestazione di Jobbik in Ungheria
Ma ciò che accomuna tutta l’estrema destra europea, dalla Danimarca all’Austria, dalla Grecia alla Finlandia, è il richiamo a valori tradizionalisti declinati secondo una malintesa identità dell’Occidente cristiano; ed è soprattutto la visione apocalittica del fenomeno migratorio, l’ostilità contro stranieri e immigrati in quanto tali, in nome dell’integrità delle culture nazionali-locali e di una gerarchia dei bisogni sociali che dà la priorità ai nativi. Al razzismo biologico del XX secolo – bianchi contro neri, ariani contro semiti – è subentrato un razzismo etnico-culturale, che teme più d’ogni cosa il «multiculturalismo»: sinonimo odiato, un tempo, di marxismo ed ebraismo, equivalente oggi di integrazione, di tolleranza verso i Rom e specialmente verso gli immigrati di fede musulmana. L’islamofobia è il dato emergente – già in auge dopo l’11 settembre, rilanciato ora come reazione agli eccidi dell’Isis – tanto più preoccupante in quanto, se l’ultradestra ne è il portabandiera, l’opinione pubblica se ne mostra comunque largamente permeabile. Ma qui non c’entra la legittima critica all’islamismo politico come esperienza storicamente determinata. Ciò che si demonizza è la presunta “essenza” immutabile dell’Islam, per cui il musulmano è sempre un potenziale terrorista e uno che comunque non potrà mai integrarsi nella “nostra” civiltà; si cede al pregiudizio e si perde il valore del dialogo, della relazione come cambiamento reciproco. Si perde anche la fede umanistica nella solidarietà fra lavoratori, quantunque di diversissima condizione, e nella scuola, che possono trasformare gli esseri umani, avvicinarli al di là di nazionalità e religione. Nascono le cosiddette guerre fra poveri, quasi mai spontanee, innescate da agitatori politici che strumentalizzano il disagio sociale.

Pasquale Martino    
 «La Gazzetta del Mezzogiorno», 27 novembre 2014   


L’articolo è accompagnato dall’agenda di manifestazioni ufficiali per il 37° anniversario dell’assassinio di Benedetto Petrone (28.11.2014) 

mercoledì 5 novembre 2014

Livio 2

I processi degli Scipioni
La lotta politica a Roma negli anni 187-184 a.C.


Con l’espressione «processi degli Scipioni» gli storici si riferiscono alla prolungata battaglia giudiziaria che fu scatenata contro Scipione l’Africano e suo fratello Lucio, e che, al di là degli specifici esiti processuali, provocò la caduta, o per lo meno il ridimensionamento, della potenza scipionica. I termini e i passaggi di questa vicenda non sono completamente chiari, né il racconto di Livio, che in proposito è il piú ampio e dettagliato, appiana tutti i punti controversi. Tuttavia si tratta di una delle pagine piú interessanti dell’Ab Urbe condita per l’obiettiva importanza dell’evento esaminato, per il respiro narrativo che ne rende accattivante la lettura, e infine per lo sguardo che apre sul metodo di lavoro di Livio.
Nella ricostruzione del Nostro, il fatto si svolge in due tempi. In un primo momento, è chiamato in causa Scipione l’Africano, nell’anno 187 a.C. Gli accusatori sono due tribuni della plebe, i Petillii (altre fonti fanno il nome di un singolo tribuno, Nevio); gli addebiti sembrano generici: l’imputato viene accusato di aver avuto rapporti troppo disinvolti con Antioco III di Siria e di avere intascato parte di un’ingente somma versata dal re allo Stato romano. È subito chiaro che questa responsabilità riguarda principalmente il fratello L. Scipione (l’Asiatico), il comandante che ha condotto la guerra contro Antioco; ma tutti sanno che l’Africano, luogotenente del fratello, era il vero capo delle operazioni. La natura politica di questo scontro è evidente: dietro i Petillii – spiegherà Livio (XXXVIII 54, 1-2) – c’è Marco Porcio Catone, l’avversario politico che già diciassette anni prima ha tentato di trascinare Scipione in giudizio. Catone dà voce a quella parte della classe dirigente che si oppone all’imperante egemonia del clan scipionico: nobilitatem et regnum in senatu Scipionum accusabant, «accusavano l’egemonia e il regime regio imposto dagli Scipioni in senato»: (ivi 54,6).
Scipione si presenta in giudizio il giorno fissato dai tribuni, ma non si lascia mettere sotto accusa; anzi, col suo imbattibile carisma, trascina con sé il popolo in una processione religiosa sul Campidoglio, interrompendo il processo (che, essendo «comiziale», si svolgeva davanti al popolo). Dopo questa effimera vittoria personale (che peraltro non annulla il procedimento), Scipione sdegnato abbandona Roma e si ritira nella sua villa di campagna a Literno. Nuovamente convocato dai tribuni, non si presenta; il fratello lo dice ammalato. Apertasi quindi la disputa sull’accoglimento o meno delle motivazioni addotte per giustificare la mancata comparizione, interviene in difesa delle ragioni di Scipione un altro tribuno della plebe, il giovane Tiberio Gracco, che diventerà genero dell’Africano e padre dei fratelli Gracchi. Livio conclude questa prima parte riportando la morte di Scipione avvenuta nel volontario esilio: adirato con la sua ingrata città, egli rifiuta perfino di farsi seppellire a Roma.
Il secondo tempo della vicenda dei processi scipionici si apre dunque dopo la morte dell’Africano (184 a.C.). Stavolta è chiamato in causa il fratello Lucio, insieme ad altri personaggi che costituiscono una vera e propria associazione a delinquere, rea di peculato e concussione ai danni di Antioco e di altri monarchi orientali. Questa volta il rito giudiziario è piú complicato: gli avversari degli Scipioni fanno approvare dal senato l’istituzione di una commissione inquirente guidata da un pretore, Culleone, che, pur essendo stato amico personale del defunto Africano, manda sotto processo l’Asiatico e lo condanna. In questa parte Livio cita pure l’entità delle somme che gli Scipioni avrebbero percepito illecitamente (nel racconto parallelo di Polibio, frammentario, pare di capire che essi si sarebbero serviti della “tangente” versata da Antioco III per distribuire paghe supplementari ai soldati), e recupera un episodio famoso (lo si può leggere in piú fonti)
che ha come protagonista l’Africano, ma che lo storico ha omesso di citare a suo tempo, nel resoconto del suo processo: richiesto di presentare il rendiconto del denaro avuto personalmente dal re di Siria, Scipione si fa portare il registro dei conti ma lo straccia in pubblico gettandone via i pezzi.
Sempre in questa parte del suo racconto, Livio – che ha finora seguito la ricostruzione dei fatti proposta dall’annalista Valerio Anziate – dà conto dell’esistenza di altre versioni, fra le quali si districa con difficoltà. In particolare, la morte di Scipione potrebbe essere avvenuta a Roma, ed egli potrebbe essere stato sepolto con tutti gli altri Scipioni nel cimitero di famiglia, fuori Porta Capena.

Pasquale Martino

Da Pagina nostra. Storia e antologia della letteratura latina, volume 2, D’Anna, Firenze, 2012, pp. 391-392

Le immagini del sepolcro degli Scipioni sono tratte dal sito 
http://www.sovraintendenzaroma.it/i_luoghi/roma_antica/monumenti/sepolcro_degli_scipioni

martedì 4 novembre 2014

Stieg Larsson

Contro il nero del Nord.
Il giornalista che scrisse romanzi



L’autore dell’acclamata trilogia di Millennium, pietra miliare del filone scandinavo che ha rinnovato il thriller letterario, non aveva smesso di esercitare il mestiere di giornalista. Coi suoi romanzi – dei quali non prevedeva lo strepitoso successo – voleva comunque assicurarsi «la pensione» (sono parole sue). Stieg Larsson non fece in tempo a diventare ricco grazie ai milioni di copie vendute. Il 9 novembre di dieci anni fa, a Stoccolma, salì di corsa fino al quinto piano del palazzo senza ascensore dove aveva sede la rivista per cui lavorava, «Expo», e subito si accasciò colpito mortalmente da un attacco cardiaco.
Il giallista cinquantenne aveva appena consegnato all’editore i manoscritti dei suoi tre romanzi. Inoltre aveva abbozzato un progetto per altri sette volumi di un ciclo complessivo di dieci, e sviluppato materiali per i volumi quarto e quinto. Un lascito promettente che, al di là delle controversie di eredità tuttora in corso, ha consentito all’editore svedese di affidare a un altro scrittore la stesura di un quarto romanzo, la cui uscita è preannunciata per l’estate 2015.
Molti lettori hanno ammirato l’innovativa protagonista delle storie di Larsson, la detective free lance e disadattata Lisbeth Salander: vittima della brutalità di un padre psicopatico, trattata dal sistema socio-educativo come un soggetto psichiatrico a rischio, è cresciuta sola e costretta a inventare le proprie autodifese quotidiane; spinosa, ribelle, apparentemente incapace di relazione e ripiegata su se stessa fino a manifestare una sintomatologia autistica, vestita da punk e tatuata, è in effetti una geniale investigatrice, una hacker provetta e una vendicatrice delle donne che subiscono violenza sessuale. Il tema è posto con impressionante vigore nel primo romanzo: Uomini che odiano le donne. Uscito nel 2005, esso è una discesa negli inferi della schiavitù sessuale, imposta soprattutto alle anonime prostitute immigrate dall’est, e del femminicidio seriale praticato da maniaci allievi del nazismo svedese d’anteguerra.
Un sottosuolo che il seguito della trilogia esplora nelle sue ramificazioni nascoste, dentro le viscere di una Svezia dall’apparenza ingannevolmente prospera, in realtà incrinata nelle sue certezze socialdemocratiche dopo l’oscuro omicidio del premier Olof Palme. Nuove povertà, immigrazione e, per converso, reati finanziari e corruzione, razzismo e neonazismo, criminalità diffusa e intrigo politico sono la materia dei romanzi di Larsson; i quali rivendicano d’altra parte la funzione critica del giornalismo d’inchiesta, delle piccole riviste indipendenti come «Millennium», che assomiglia moltissimo a «Expo» così come il giornalista Mikael Blonqvist legato a Lisbeth da una travagliata collaborazione è in qualche modo un alter ego di Stieg Larsson.
Marxista eterodosso, critico letterario, appassionato di fiction popolare (dal poliziesco al fumetto, dalla fantascienza a Pippi Calzelunghe, della quale l’eroina di Millennium è nelle intenzioni dell’autore una sorta di replica cresciuta e aggiornata), Larsson è arrivato alla sua grande invenzione romanzesca dopo una ventennale esperienza di giornalista militante. Le inchieste da lui condotte sui collegamenti internazionali e sulle implicazioni terroristiche dell’estrema destra neonazista hanno indotto il ministero della Giustizia svedese ad avvalersi della sua consulenza. Nel 1995 è stato fra i fondatori di «Expo», trimestrale dichiaratamente impegnato contro il razzismo, la xenofobia e l’intolleranza. Ha scritto una quantità ingente di articoli e interventi per denunciare l’omofobia, la violenza sulle donne, il ritorno dell’antisemitismo, il revisionismo storico, l’insorgere della islamofobia, analizzando inoltre le proiezioni politiche e istituzionali della nuova destra populista nel contesto svedese. Piccola parte di questa produzione è accessibile in Italia grazie al volume La voce e la furia, pubblicato nel 2012 da Marsilio, l’editore italiano di Larsson. Vi si legge fra l’altro un passo premonitore del 1999: «Le autorità hanno la tendenza a liquidare i terroristi di estrema destra come “pazzi solitari”. […] Sembra esserci una resistenza intrinseca all’idea che i neonazisti parlino sul serio quando minacciano di distruggere la società democratica. La spiegazione è semplice: un “pazzo solitario” è meno preoccupante e più facile da spiegare dell’ipotesi che i neonazisti si dedichino al terrorismo organizzato internazionale». Anders Breivik, lo stragista di Oslo del 2011, prima di uccidere 77 persone fra cui 69 giovani del partito laburista, aveva espresso nel suo sito web opinioni largamente condivise da vari esponenti e gruppi politici in ogni parte di Europa, inclusa l’Italia. Un personaggio che ha concepito l’eccidio nell’ombra di un delirio assolutamente reale. Lo stesso  indagato da Stieg Larsson.

Pasquale Martino 

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 4 novembre 2014

Sullo stesso argomento:
L'"industria Millennium"
Stieg Larsson è vivo? Il nuovo Millennium non uccide il vecchio ma rischia di perdersi  

mercoledì 8 ottobre 2014

Raniero Panzieri

I giovani operai dei Quaderni Rossi
Il tempo del "Socrate socialista"

Ad agosto era morto Togliatti. Il 9 ottobre 1964 toccò a Raniero Panzieri. Il suo apporto innovativo alla cultura della sinistra sarebbe apparso in piena luce nel decennio seguente. 
A lui, ebreo romano, nato nel 1921, le leggi razziali avevano vietato di compiere studi universitari (frequentava lezioni in Vaticano, dove leggeva… i classici del marxismo!). Dopo la guerra poté laurearsi in filosofia e, in pari tempo, aderì al Partito socialista. Verrà descritto come l’“operaista”, apparentemente chiuso nel mondo delle fabbriche torinesi; invece ebbe la sua formazione politica nel Sud, in Puglia e in Sicilia, nelle lotte contadine: un’attiva partecipazione che gli procurò denunce e processi, ma  lo promosse ai vertici del Psi. Rodolfo Morandi, vicesegretario nazionale e capo organizzativo del partito, fa di Panzieri il suo braccio destro e lo avvia a diventare un dirigente. E qui va notata la qualità dei politici di sinistra dell’epoca – oggi inconcepibile – i quali erano prima di tutto intellettuali di altissima cultura e di livello superiore alla media dei cattedratici (si pensi proprio a Togliatti e a Morandi). Profondo conoscitore dei testi di Marx, che leggeva in lingua originale, negli anni ’50 Panzieri pubblicò la traduzione del  libro II del Capitale  cui collaborò la moglie Giuseppina Saija (figura a sua volta notevole di germanista, nonché traduttrice per Einaudi e per Utet).
A capo della sezione nazionale Stampa e Propaganda, poi della sezione Cultura, Panzieri avrebbe potuto succedere a Morandi quando questi morì nel 1955. Non fu così; tuttavia collaborò strettamente col segretario Pietro Nenni, che affiancò come condirettore (in realtà, direttore effettivo) della rivista di cultura «Mondo operaio».  Eppure – altro aspetto degno di nota – egli non era un funzionario di partito. Nel 1959 si trasferì a Torino per lavorare come redattore per Einaudi. Qui dedicò l’ultimo quinquennio di vita a tessere un nuovo progetto politico-culturale. Aveva ormai preso le distanze sia dai socialisti indirizzati verso l’accordo con la Dc, sia dai comunisti  attardati nei postumi dello stalinismo e distanti dalla concreta dinamica della lotta operaia.
Propugnava il ritorno a Marx: al Marx economista e sociologo, l’acuto indagatore dei meccanismi capitalistici (del quale oggi si riscopre l’attualità). Su questo punto, infatti, Panzieri misurava tutta l’arretratezza della sinistra. Fu tra i primi ad analizzare quello che venne chiamato il «neocapitalismo»:  la fase di sviluppo che, dopo la ricostruzione postbellica, interessava l’Europa e si manifestava nell’Italia del boom, del “benessere”, del consumo di automobili ed elettrodomestici.  Il che significava meccanizzazione del processo produttivo, modernizzazione degli impianti, tecnologia, organizzazione del lavoro, sapere incorporato nelle macchine; e significava espansione del modello capitalistico nell’agricoltura e nell’industria culturale; cosicché i contadini da un lato, gli intellettuali dall’altro, diventavano lavoratori dipendenti, proletari.  Ed era questo il vero centro di interesse di Panzieri: la nuova classe operaia, specie quella della grande industria, composta da giovani e meridionali immigrati. Egli seppe scommettere sulla propensione dei giovani operai a rivendicare i propri diritti a muso duro, senza timori reverenziali verso il padronato. E dopo il letargo degli anni ‘50 un nuovo ciclo di lotte gli dette ragione: fino alla rivolta di Piazza Statuto nel 1962, a Torino (seguita, nello stesso anno, dalla ribellione degli edili baresi). La rivista «Quaderni Rossi» (1961-66), da lui fondata, è insieme centro studi, sede di dibattito e soggetto politico informale, che si raccorda con gli operai attraverso lo strumento dell’inchiesta in fabbrica – un altro caposaldo della lezione panzieriana – e tenta di stimolare una dialettica tra le posizioni più aperte nei partiti e soprattutto nel sindacato.  È allora che la Fiom assume quel ruolo politico che tuttora la caratterizza sia pure in un contesto del tutto diverso. E nei primi anni ’70 i consigli di fabbrica furono i nuovi organismi che ridefinivano il ruolo del sindacato e lo spazio di autonomia dei lavoratori nel luogo di lavoro, il «potere operaio» (un'altra espressione di derivazione panzieriana). Più difficile era modificare i partiti, tant’è che l’eredità di Panzieri sarà accolta soprattutto dai gruppi della nuova sinistra post-68  (e non solo da quelli etichettati come operaisti); ma lascerà un’impronta nella sinistra socialista, fondatrice del Psiup, e nello stesso Pci (si pensi al debito di Asor Rosa e di Mario Tronti verso di lui). Fu profetico nel delineare la capacità del capitalismo di scomporre il fronte operaio disperdendo la produzione, parcellizzandola, creando rapporti di lavoro indiretti, individuali, precari, persino inscenando la presunta “fine della classe operaia”.
A mezzo secolo di distanza, appare stupefacente l’ampiezza dei suoi contatti e delle corrispondenze epistolari (da Giovanni Pirelli a Renato Solmi, da Calvino a Fortini a Vittorio Foa) e delle personalità intellettuali che devono non poco al suo magistero di pensiero e d’azione (da Goffredo Fofi a Edoarda Masi a Toni Negri, fino ai più fedeli eredi, Pino Ferraris e Vittorio Rieser, scomparsi entrambi di recente). Chi lo conobbe ne ricorda il tratto di simpatia e di cordialità dialogica, il fascino di un filosofo compagno di operai, di un «Socrate socialista» (la definizione è di Stefano Merli) che ha educato senza enfasi una generazione politica.  Licenziato da Einaudi nel 1963, isolato dalla sinistra maggioritaria per la sostanza eretica delle sue idee, Panzieri morì a soli 43 anni. La cerimonia funebre, a Torino, fu sobria, con pochi presenti. Ma quello che se ne andava era un maestro esemplare nella storia della sinistra italiana.

Pasquale Martino     

«La Gazzetta del Mezzogiorno», 8 ottobre 2014

Fotografia in alto: Panzieri a Messina nel 1949 con la moglie Giuseppina Sajia (dal sito di Salvatore Lo Leggio).