Il filosofo al potere, vittima di se stesso
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Gentile nel suo studio, 1923, foto Armando Bruni archivio RCS |
Il
15 aprile 1944 Giovanni Gentile fu ferito a morte da colpi di pistola davanti
alla sua abitazione a Firenze. Spirò mentre veniva condotto in ospedale. A
compiere l’attentato di cui ricorre il settantesimo anniversario – uno degli episodi
più emblematici della Resistenza – era stato un gruppo d’azione patriottica
(Gap) composto da partigiani comunisti, che colpirono in Gentile l’ideologo del
fascismo e la figura di spicco della Repubblica di Salò. La ferocia nazifascista
nell’occupazione e nella guerra civile non dava respiro e non risparmiava gli
intellettuali del campo opposto; era nell’ordine delle cose che Gentile, alto
esponente del regime, potesse rientrare fra gli obiettivi della lotta armata.
Da questo punto di vista la sua uccisione è perfettamente comprensibile, sebbene
ci si interroghi ancora oggi sulla opportunità di una scelta che una parte dei
resistenti non condivise.
Nessuno però mise in dubbio la tempra morale degli
esecutori; il loro capo, Bruno Fanciullacci, fu insignito della medaglia d’oro
alla memoria per il coraggio con cui affrontò due volte l’arresto e la tortura restando
ucciso. Ai preparativi dell’azione contro Gentile prese parte anche la
studentessa Teresa Mattei, che conosceva personalmente il filosofo; eletta
nell’Assemblea costituente, sarà tra le madri della Costituzione italiana. Uomini
e donne di alta dirittura, dunque, che non perdonarono a Gentile proprio l’aver
rafforzato col suo prestigio l’ultima e sanguinaria battaglia di Mussolini in
veste di fantoccio hitleriano. E tuttavia ci si chiede ancora se nella
decisione di ucciderlo «siano entrate anche valutazioni politiche non
direttamente note a quanti, sulla collina fiorentina, spezzarono il filo della
sua vita» (Gennaro Sasso, Dizionario
biografico degli italiani, 2000).
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Bruno Fanciullacci nel 1943 |
L’esecuzione del sessantanovenne filosofo
di Castelvetrano potrebbe essere stata infatti l’esito finale di una complessa
dinamica di forze. A studiare il caso fu il filologo e storico Luciano Canfora
(La sentenza, Sellerio, 1985) che
mise in luce sia le trame degli angloamericani sia l’ostilità interna al
fascismo repubblichino contro Gentile. E in effetti sembra inspiegabile che
l’uomo appena nominato presidente dell’Accademia italiana dal duce in persona (e
destinatario di recenti lettere minatorie) fosse del tutto privo di scorta. Un
altro tema controverso – indagato anch’esso da Canfora – è il rapporto fra
Gentile e Concetto Marchesi, che lasciando il rettorato dell’università di
Padova aveva chiamato gli studenti alla lotta partigiana. Nel dicembre ’43
Gentile pubblicò sul «Corriere della Sera» un appello alla pacificazione al di
là dei partiti, e contro «ogni spirito di vendetta e di fazione»; appello assai
sgradito ai molti oltranzisti repubblichini, e d’altronde respinto dagli
antifascisti come un tentativo disperato di indebolire il movimento di
liberazione. Marchesi rispose dalla Svizzera denunciando le gravissime
responsabilità di Gentile e affermando che «la spada non va riposta, va
spezzata». La conclusione dell’articolo
fu modificata nell’edizione clandestina che apparve in Italia con le seguenti
parole: «la giustizia del popolo ha emesso la sentenza: morte!». Che la frase
sia stata scritta dal professore comunista è incerto; essa venne comunque interpretata
come un verdetto di condanna cui seguì l’esecuzione. Tuttora non è facile
ricostruire l’esatta catena di comando che portò a quello sbocco (benché dieci
anni fa Teresa Mattei abbia ribadito che la decisione fu presa a Firenze). Ma
la sostanza non cambia. E anche Sergio Romano, autore di una biografia del
«filosofo al potere» (Rizzoli, 1984 e 2004), pur deplorando l’omicidio nega la
mera equiparazione degli esecutori a «terroristi».
Resta
la valutazione del vasto apporto di Gentile alla cultura italiana del
Novecento. Un contributo che fece di lui il protagonista con Benedetto Croce della
rivincita idealista contro il positivismo
di fine Ottocento, e il maestro di una filosofia dell’«atto puro» che, meglio
dell’idealismo crociano, dette centralità al rapporto fra intellettuali e
politica. Non a caso il suo «ritorno al De Sanctis» (modello di intellettuale civile)
e il suo “attualismo” incentrato sul primato della volontà offrivano suggestioni
anche al marxismo antipositivista di giovani rivoluzionari come Gramsci. Dopo
la lunga collaborazione con Croce nella direzione della rivista «La Critica»,
edita da Laterza, il rapporto fra i due pensatori si rompe nel 1925, l’anno dei
«manifesti», quello fascista di Gentile e quello antifascista scritto dal
filosofo abruzzese. Nella visione gentiliana il fascismo è lo Stato etico
hegeliano e la prosecuzione del Risorgimento, tanto che perfino la violenza
squadrista gli appare giustificata («discorso del manganello», 1924), così come
l’imposizione del giuramento di fedeltà ai docenti universitari. Direttore
della Normale di Pisa e del «Giornale critico della filosofia italiana» da lui
fondato, senatore, ministro della pubblica istruzione e autore della riforma
della scuola, direttore scientifico dell’Enciclopedia
italiana, proprietario e dirigente della casa editrice Sansoni: bastano
questi riferimenti a testimoniare l’impegno di Gentile come organizzatore della
cultura. Ma negli ultimi anni del regime, specie in quelli della guerra
mondiale, egli non è più un militante attivo; rimane una personalità onorata ma
tutto sommato marginale nella scenografia del fascismo ed estranea all’accelerazione
filonazista e razzista (da cui tuttavia non si dissocia pubblicamente). Dopo il
25 luglio è perfino sospettato di volersi avvicinare a Badoglio. Appare davvero
fatale la decisione che invece egli prese, sollecitato da Mussolini, di unirsi
all’atroce avventura di Salò. Era in qualche modo l’attestazione di una tragica,
astratta coerenza.
Pasquale Martino
«La
Gazzetta del Mezzogiorno», 15 aprile 2014