La storia multiforme di Enea
e il libro di Mario
Lentano

Esistono molti Enea. In fondo, sono sempre esistiti. L’eroe
troiano, di cui Virgilio nel poema a lui intitolato narra che sia stato il
progenitore dei Romani, è il «pio Enea» fedele alla missione provvidenziale che
gli è stata imposta; è il profugo errabondo che stenta a essere accolto in
terre inospitali; è il guerriero triste che ha compassione dei vinti e delle
giovani vite stroncate. Ma è d’altronde colui che ha smesso di combattere per
la patria, Troia, abbandonandola al suo tragico destino; è colui che ha tradito
l’amore di una donna, lasciando Didone disperata che a lui era
incondizionatamente devota; ed è infine – si pensi al romanzo di Sebastiano
Vassalli, Un infinito numero (1999) –
un violento massacratore del popolo da lui aggredito in terra italica. Questa pluralità
di anime e di tipi sembra accompagnare quella figura mitica fin dai primordi, ed
è potuta coesistere non soltanto in tradizioni parallele, capaci di riprodursi
in molte epoche successive, ma talvolta all’interno della stessa opera: come è
il caso appunto dell’Eneide, il cui
protagonista onora profondamente il padre Anchise e non sa amare una donna che
lo ama, compiange il giovane Lauso dopo averlo ucciso in combattimento ma non
ferma la propria mano omicida davanti a Turno che lo implora di risparmiarlo. E
questa è la fine del poema, quanto mai inquietante e densa di interrogativi.
Personaggio
mitologico e letterario assai complesso e in un certo senso irrisolto, il
figlio di Anchise e di Venere fa parlare di sé in più di un libro apparso negli
ultimi mesi del 2020: La lezione di Enea
di Andrea Marcolongo (Laterza) ne tratteggia l’immagine di eroe sconfitto e,
nonostante tutto, costruttore; Enea, lo
straniero, di Giulio Guidorizzi (Einaudi) esalta la sua rinuncia anticonvenzionale
a perseguire la propria gloria individuale e la scelta di votarsi alla salvezza
di una comunità superstite. Filologia, antropologia e critica del mito sono le
piste che Mario Lentano percorre simultaneamente nel suo Enea. L’ultimo dei Troiani, il primo dei Romani (Salerno). Laureatosi
in letteratura latina a Bari, Lentano ha insegnato nei licei, è docente
universitario a Siena e membro del Centro di Antropologia e mondo antico. Ci
piace ricordare qui i suoi esordi con volumetti dotti e gustosi (Seneca sul
matrimonio, i roghi dei libri a Roma, la poesia “politica” di Catullo) curati
per le edizioni Palomar di Bari, che l’intelligente Gianfranco Cosma seppe
dotare di un catalogo di tutto rispetto.
Il suo lavoro sul
leggendario capostipite della gens Iulia,
antenato di Cesare e Augusto, è frutto di studi che si sono tradotti in
numerosi saggi su riviste di antichistica e in un precedente volume, Il mito di Enea, (Einaudi 2013), scritto
con Maurizio Bettini – «il mio maestro di sempre», dice Lentano.
Ciò che distingue il
suo ultimo libro dalle precedenti prove è un modello narrativo che ridisegna la
vita del personaggio omerico e virgiliano secondo il metodo di una biografia,
dalla nascita alla morte; non a caso il volume esce in una prestigiosa collana
di profili biografici, fondata da Luigi Firpo e diretta da Andrea Giardina.
Solo che il personaggio non vive nella storia, bensì nel mito. Perciò le
varianti della paradossale biografia sono molte, quanti furono i racconti nel
corso di duemila anni e più. Il mito – scrive Lentano – «rimane permanentemente
allo stato fluido, senza mai cristallizzare una versione definitiva». Ogni
segmento della vita di Enea, dunque, si misura con fonti letterarie diverse e
contrastanti. E se il segmento più noto grazie al poema virgiliano ha acquisito
una “ortodossia” che ai nostri occhi è prevalente – Enea vive la sua Odissea
nel Mediterraneo e la sua Iliade combattendo nel Lazio per dare ai Troiani una
nuova patria, che in prospettiva sarà Roma – è il capitolo precedente, d’altra
parte, a comparirci “aperto”, foriero di un futuro del tutto diverso. Che ruolo
ebbe Enea durante la decennale guerra di Troia? Perché, davvero, si salvò? E
dopo quel miracoloso salvataggio, dove veramente è andato a finire? Mentre la
letteratura latina fin da Nevio ed Ennio si appropriava del Fondatore
stabilendo una versione “autorizzata” che Virgilio arricchì apportandovi, con
Augusto, un crisma ufficiale, per converso in ambito greco persistevano poemi e
tragedie di cui non abbiamo più il testo, ma abbiano notizie, i quali dicevano
tutt’altro: che Enea era in dissidio col re troiano Priamo (e ciò s’intuisce
già nell’Iliade); che il figlio di
Anchise tradì la causa e perciò si salvò; che un nucleo troiano rifondò la
patria in Troade; che Enea fondò città altrove, non in Lazio.
Risposte che
figurano, in parte, nei resoconti attribuiti a leggendari testimoni della
guerra di Troia, Darete Frigio e Ditti Cretese; scritti che ebbero diffusione
nell’impero romano: Ditti sarebbe stato riscoperto da Nerone, che lo fece
tradurre dal fenicio al greco. Dunque, la “classicità” di Virgilio non era
ancora incontrastata, specie nella “anticlassicista” corte neroniana, dove
molto si scriveva sulla guerra iliaca, poco e nulla su Enea: eppure Nerone era
l’ultimo della gens Iulia! Darete e Ditti
arrivano fino al Medioevo con le loro leggende greco-troiane (si pensi al fortunatissimo
Roman de Troie del XII secolo), tanto
da costituire un “canone” in grado di competere con quello virgiliano fatto
proprio da Dante. E poi ancora, saranno i Turchi del potente impero ottomano a
proclamarsi discendenti dei Troiani; altro che Roma! Storie di tradizioni che
viaggiano, che si travasano di testo in testo, e a seconda della temperie
storica assumono valenze pubbliche e politiche. Una vicenda dai tratti
avvincenti, che la bella prosa di Mario Lentano restituisce al lettore non
necessariamente specialista.
Pasquale
Martino
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 11 aprile 2021
Immagine: Enea fugge da Troia, incisione di Agostino Carracci da Federico Barocci (1595)