Nel
nome della nave salvatrice.
Storia di un toscano che amava la Puglia
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Ubaldo Diciotti con Pasquale Andriani nel 1940 |
Conviene
a questo punto raccontarla per bene, la storia di Ubaldo Diciotti: l’uomo a cui
è intitolato il pattugliatore della Guardia costiera italiana che ha salvato
migliaia di naufraghi per lo più migranti, e che è stato nel mese scorso al
centro di un caso politico tanto surreale quanto grave. Conviene raccontarla
adesso, quando l’acme della crisi è finita (per il momento) e questo racconto
non può apparire diminuito da finalità contingenti. E tocca a me farlo: perché
Diciotti era zio di mia madre, avendo sposato la sorella di mio nonno materno,
e io l’ho conosciuto. E ho un personale dovere della memoria: il figlio e la
figlia di zio Ubaldo sono deceduti senza eredi, e così siamo rimasti solo in
cinque, i figli delle sue due nipoti, a poter testimoniare su un uomo scomparso
nel 1963, a poterlo descrivere come figura viva e vitale, al di là della pur
rigorosa nota biografica redatta dalla Marina militare.
Ubaldo
Diciotti era nato nel 1878 a Lucca: della sua toscanità cordiale e arguta ho un
vivido ricordo, arricchito da aneddoti e battute vernacolari. Le sue
villeggiature giovanili nella vicina Barga gli fecero conoscere di persona
Giovanni Pascoli, che vi risiedeva dall’inizio del ‘900; spesso parlava del
poeta, e sarà stato per questo che mia madre tenne a lungo sul comodino I canti di Castelvecchio. Nella nostra
famiglia allargata zio Ubaldo rappresentava una indiscussa autorità culturale e
morale, perfino più di mio nonno: i due grandi vecchi i cui ritratti dominavano
il salotto della dimora patriarcale a Bari. Diciotti era – non è azzardato
dirlo – un pugliese di adozione: dopo la Grande Guerra comandò le capitanerie
di porto di Molfetta e Barletta. A Molfetta, la città marinara per eccellenza,
conobbe e sposò Lucrezia Andriani, figlia e sorella di marinai; strinse una
amicizia fraterna e duratura con il cognato di poco più giovane, Pasquale
Andriani – mio nonno – ufficiale e poi comandante di navi della marina civile
per le società di navigazione Puglia e Adriatica. Ne è prezioso documento la prolungata
corrispondenza epistolare fra i due, della quale purtroppo si è conservata solo
una parte. Andriani è socialista, sindacalista e amico personale del fondatore
della Federazione lavoratori del mare, Giuseppe Giulietti; conosce anche il
grande concittadino Gaetano Salvemini. Diciotti è monarchico, e sarà fedele al
re anche nel ventennale sostegno di casa Savoia al fascismo. Ciononostante,
proprio il cognato tutela Andriani contro i tentativi di rovinarne la carriera
a causa della sua fede antifascista. Promosso maggior generale di porto (grado
equivalente a quello di ammiraglio e di generale dell’esercito), Diciotti è al
vertice delle importanti capitanerie di Livorno e Napoli, e durante la Seconda
guerra è inviato a Tripoli, dove organizza le difese del porto contro gli
attacchi inglesi, proteggendo i civili dai bombardamenti e guadagnandosi la
medaglia d’argento al valor militare. Dopo l’8 settembre 1943 non aderisce alla
Repubblica sociale mussoliniana, ma resta deluso anche dagli intrighi e dalla
fuga del re: è una amarezza che resterà in lui, negli anni successivi,
trapelando nelle ricorrenti e burrascose discussioni con il cognato – impresse
nella mia memoria familiare – sempre concluse da riconciliazioni e amorevoli
abbracci. Nell’Italia «tagliata in due» (anche dopo l’entrata degli Alleati nella
Capitale), continuano a scriversi l’uno da Bari, l’altro da Roma, confidandosi
dolori del presente e speranze per il
futuro. Un altro fratello di Lucrezia, Sabino, uomo di mare anche lui, è a
Trieste dove pure si vivono tempi drammatici. Negli anni ’50 Diciotti viene
spesso a Bari, ospite dei cognati, e riserva ai parenti generosa accoglienza
nella sua bella e austera casa di via Flaminia a Roma. Tiene molto alla mia
educazione di decenne e mi regala sistematicamente i libri di Jules Verne,
insistendo che io legga quasi soltanto quelli, poiché vede in essi la letteratura
per ragazzi più “scientifica”, meno inverosimile e più formativa. Conservo molti
di quei volumi. Nasce così, soprattutto, e grazie a lui, la passione per la
lettura che non mi ha abbandonato un solo giorno nella vita. La sua figura
imponente e severa poteva suscitare timore reverenziale, ma come quella di un
burbero benefico che non riesca a nascondere la bontà.
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Il guardacoste Diciotti |
Nel
2002, quando viene intitolato a zio Ubaldo un guardacoste della Marina –
intitolazione che precede quella dal pattugliatore varato nel 2013 – alla
cerimonia partecipano commosse la figlia di Diciotti e mia sorella con i
rispettivi coniugi. È vano ipotizzare quale opinione il vecchio generale avrebbe
della situazione odierna, distante oltre mezzo secolo dalla sua epoca. Di una
cosa sono certo: sarebbe orgoglioso e felice di continuare a vivere nel nome di
una nave che non uccide, ma salva vite umane. Ne sono certo perché lui, mio
nonno, la mia famiglia mi hanno trasfuso fin da piccolo valori profondi,
condivisi da quella che amava definirsi «gente del mare»: prima di tutto la
solidarietà incondizionata, il dovere di soccorrere, l’eguaglianza degli esseri
umani di fronte al mare a cui si affidano, alla vita e alla morte. Non so se
questa filosofia abbia un senso politico; penso di sì, perché non riesco a
concepire la politica se non come attuazione pratica di valori. Ritrovo un po’
di mio zio nelle parole di Francesco Lanera, il velista e armatore barese della
imbarcazione Euz II che il 27 agosto, dopo aver conquistato il suo quinto titolo
mondiale nella regata in Lettonia, ha dedicato la vittoria «a chi va per mare, ai migranti che cercano salvezza
e a tutta la nave Diciotti».
Pasquale Martino
»La
Gazzetta del Mezzogiorno», 11 settembre 2018