Il comunista padre della democrazia
A cinquanta anni dalla morte
Un
ricordo personale. Quando il 21 agosto 1964 mio nonno, vecchio socialista e,
dopo il 1947, saragattiano, apprese della morte di Togliatti – mi fu raccontato
– si tolse il berretto (che soleva portare in casa anche d’estate) per rendere
omaggio a un «grand’uomo». Come tale dobbiamo ricordare cinquant’anni dopo
colui che fu uno dei protagonisti assoluti nella redazione della carta
costituzionale, un fondatore della democrazia italiana.
Ovviamente,
Palmiro Togliatti era anche un uomo di parte. Un leader di partito riconosciuto
da una massa popolare che non era tutto il popolo italiano ma era pur sempre una
vasta minoranza – quel popolo comunista che il giorno dei funerali dette vita,
a Roma, alla più imponente manifestazione di massa mai vista fino a quel
momento in Italia. Come chiunque abbia attraversato con dedizione l’arduo
terreno della politica, egli ha compiuto scelte difficili e controverse,
dovendo sacrificare obiettivi secondari – pur nobili e giusti – al fine principale
che si prefiggeva, accettando compromessi e mettendo nel conto arretramenti e
sconfitte.
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Togliatti con Nilde Iotti |
Suo
è il merito di aver pubblicato (sebbene non integralmente) l’epistolario e gli
scritti carcerari di Gramsci, che esercitarono influenza duratura. Il limite
maggiore fu di averli presentati come un’opera organica, un sistema di pensiero
in sé concluso, laddove essi erano un laboratorio, un work in progress aperto e problematico. Ma l’assunzione ambiziosa
di un patrimonio culturale da parte di decine di migliaia di proletari giustificava
forse i rimaneggiamenti e le semplificazioni.
Vi
sono passaggi discussi dell’azione di Togliatti in quegli anni. L’amnistia per
i fascisti da lui promulgata quale ministro della Giustizia, perfettamente spiegabile
nell’ottica della ricostruzione e riconciliazione, fu attuata e gestita dalla
magistratura e dalla burocrazia in maniera da assicurare la continuità
dell’apparato statale fascista. Il voto a favore dell’art. 7 della Costituzione
che accolse i Patti Lateranensi, dividendo il Pci da socialisti e azionisti,
rispondeva al comprensibile intento di non accettare la provocazione di una
guerra religiosa la cui vittima designata erano i comunisti, come si vide poco
dopo quando arrivò la scomunica di Pio XII. Fu saggio non scendere su questo
terreno, ma il timore di contrastare la destra cattolica rimase una costante
del Pci anche dopo il Concilio Ecumenico.
Nell’ultimo
decennio di vita Togliatti non colse tutte le implicazioni del neocapitalismo e
delle nuove soggettività sociali. Appoggiò tuttavia la rivolta del luglio ’60
contro il governo Tambroni. Sempre cauto nel prendere le distanze dall’Urss, lo
fece abbastanza nettamente nel memoriale di Yalta scritto alla vigilia della
morte. Egli restava però intimamente persuaso che, nonostante le contraddizioni
e gli episodi tragici come l’invasione dell’Ungheria, il mondo sovietico costituisse
il necessario contesto di equilibrio internazionale e di riferimento ideale per
un tentativo di avanzata democratica e socialista in Italia, che avrebbe avuto peraltro
caratteri del tutto diversi e autonomi dall’esperienza russa.
Pasquale Martino
«La
Gazzetta del Mezzogiorno», 20 agosto 2014