Letteratura, scuola e libertà
Una lezione intellettuale e civile

Di sicuro, l’illustre critico figurava
in quella schiera di intellettuali del Sud, liberali di varia estrazione –
Bertrando Spaventa, l’amico Luigi Settembrini, il coetaneo e corregionale
Pasquale Stanislao Mancini, Ruggiero Bonghi (gli ultimi due anch’essi ministri
dell’istruzione) – i quali si posero con nettezza sul terreno del Risorgimento
e della unificazione nazionale in uno Stato centralizzato, accettando il
compromesso con i Savoia e appoggiando il disegno cavouriano, convinti che
questa fosse l’unica strada realistica per soddisfare l’aspirazione all’unità e
all’indipendenza e per avviare le desiderate riforme. Non venne mai meno
peraltro in De Sanctis la suggestione mazziniana; si rafforzò in lui un
orientamento democratico e progressista con l’adesione al nuovo gruppo
parlamentare della «sinistra giovane». Del resto, il suo impegno nella
battaglia per la cultura e per la scuola è radicato nell’intensa attività di studioso
e saggista che gli ha dato un posto di rilievo assoluto nella storia della
letteratura. Molti suoi scritti sono rielaborazioni di corsi di studio da lui
tenuti; il suo stesso capolavoro, la Storia
della letteratura italiana (1870-71) fu concepito come manuale per i licei.
Ma fu, nel contempo, il massimo contributo intellettuale alla “invenzione” di
una nazione. Quella che il grande critico boemo-statunitense René Wellek definì
«la più bella storia di una letteratura che sia mai stata scritta» si
presentava per certi versi come un romanzo dell’Ottocento: un appassionante
racconto “di formazione” – secondo un’acuta notazione di Remo Ceserani – in cui
un protagonista collettivo, la coscienza nazionale italiana, nasce e vigoreggia
nell’età dei comuni, entra in crisi nell’età rinascimentale con la perdita
dell’indipendenza politica, ma combattendo risorge pian piano con la Nuova
scienza galileiana e con l’illuminismo. Oggi questa narrazione può giustamente
essere decodificata come una lettura lineare e ideologica in chiave risorgimentale
di quelli che furono processi o episodi diversificati e discontinui. È da tempo
che Asor Rosa ha sancito la fine del «diagramma De Sanctis»; la critica ha attraversato
paradigmi profondamente innovativi. D’altra parte è innegabile che certi snodi
del metodo desanctisiano conservino un interesse duraturo: l’opera letteraria come «Forma», che
sintetizza e risolve in sé un «contenuto» non separabile e altrimenti
irripetibile; la «situazione» di un testo nella sua particolarità storica unica
e intrinseca, come dato indispensabile per la comprensione di esso. Così come non
è certo inattuale – pur nelle epocali trasformazioni di un secolo e mezzo – il
tema posto con forza dallo studioso irpino: la necessità di superare lo storico
e irrisolto distacco, in Italia, fra ceto cólto e popolo. Ci sembra insomma che
abbia serbato il suo fascino l’esempio desanctisiano di intellettuale
“militante” – ben diverso dal letterato “neutrale” e arroccato – che piacque a
Gramsci tanto da fargli auspicare il «ritorno al De Sanctis» come a un modello,
a prescindere dalle posizioni datate. Un figura di intellettuale che «prende
parte», che «non è indifferente» rispetto ai dilemmi della società e della
storia. Un esempio – riteniamo o almeno speriamo – che potrebbe ancora parlare
ai giovani del nostro tempo, nella inquieta ricerca di riferimenti ideali e
morali.
Pasquale Martino
«La Gazzetta del Mezzogiorno», 17
dicembre 2015
Gli eventi del bicentenario

P.M.