IL SECOLO COMUNISTA
La
speranza rivoluzionaria, l’antifascismo, la democrazia repubblicana
Nato male per
responsabilità molteplici. Nato sbagliando i tempi, in un momento storico di travolgente
velocità dei mutamenti, quando poche settimane valgono un cambio d’epoca. È il
tempo in cui, per esempio, riformismo e massimalismo – le due anime del Partito
socialista – voglion dire per le masse proletarie qualcosa di ben diverso dai
significati attuali. La Grande Guerra da poco finita ha abbattuto quattro
imperi, generato la prima rivoluzione socialista e messo in crisi gli stati
liberali che hanno escluso la partecipazione delle masse popolari (in ciò del
tutto differenti dalle democrazie sociali e costituzionali che saranno a loro
volta l’esito della guerra antinazista e della Resistenza europea). Dopo
l’esempio della Russia di Lenin, il «governo del popolo» appare l’unica soluzione
credibile, specialmente nell’Italia del Biennio rosso (1919-1920), grazie al
clamoroso successo elettorale del Psi nel 1919 (due milioni di voti su cinque,
primo partito alla Camera), ai moti agrari e all’occupazione delle fabbriche,
mentre a Est l’Armata Rossa respinge l’assalto di controrivoluzionari bianchi e
polacchi (estate del ’20), contrattacca e pare slanciarsi verso la Germania,
anch’essa in procinto di fare la sua rivoluzione. L’Internazionale Comunista è
la nuova attrice che si impone sul proscenio mondiale, spaventando le classi
borghesi.
Ma le cose cambiano,
appunto, con impressionante rapidità: in Italia la spinta di lotta si va
esaurendo, l’occupazione delle fabbriche si conclude con un insuccesso, manca
una guida politica del movimento; contenitore eterogeneo di deputati, sindaci,
sindacalisti, il Psi non sa dirigere né un movimento rivoluzionario né una
riforma democratica delle anguste istituzioni liberali. L’alternativa comunista
affascina col suo progetto di un partito omogeneo, capace di guidare fermamente
la necessaria rivoluzione. Non di rado, in Europa, l’idea diventa maggioritaria
nei partiti socialisti. In Italia la questione della sinistra non è se
accettare o respingere l’opzione comunista: è se tutto il Psi rappresenterà l’Internazionale,
come assicura la maggioranza capeggiata da Giacinto Menotti Serrati, o se tale rappresentanza
sarà appannaggio della sola frazione comunista intransigente, guidata da Amadeo
Bordiga che diventerà il leader carismatico del Pci nei primi anni. Il nodo si
scioglie drammaticamente a Livorno, nel XVII congresso del Psi: Serrati non se
la sente di rompere con la minoranza “di destra”, che fa capo a Turati; l’estrema
sinistra abbandona il congresso e fonda il Partito comunista d’Italia. Ai
dirigenti dell’Internazionale resta l’amaro in bocca per una condotta tattica
improvvida che ha ottenuto come risultato la nascita di un partito minoritario.
Bordiga è invece soddisfatto: ha in mano un’organizzazione compatta, costituita
in grandissima parte di operai. Nessuno al momento – né i socialisti, né il
Pci, né i cattolici, né il vecchio statista Giolitti – sembra comprendere la
vera portata del pericolo fascista: lo squadrismo ha già compiuto i primi
assalti nel 1920, ma soltanto nel ’21 dispiega in modo sistematico la sua
violenza terrorizzante. Chi vede le ombre della situazione è Antonio Gramsci,
capo del gruppo torinese de «L’Ordine nuovo», minoranza nel neonato partito;
sarà lui, in un appunto di qualche mese dopo (pubblicato da Togliatti nel
1960), a scrivere che il non aver portato, a Livorno, la maggioranza del
proletariato italiano nelle file dell’Internazionale è stato «un trionfo della
reazione».
Paradossalmente, nel
1924 lo stesso Serrati, con la frazione dei terzinternazionalisti, finirà con
il confluire nel Pci. Ma è già iniziato il profondo lavoro gramsciano di
analisi sociale, elaborazione politica, chiarificazione ideologica, che sboccherà
nella sostituzione della direzione di Bordiga, viziata da settarismo, e in
quella che si può considerare la vera nascita del Pci, il congresso di Lione
(1926): il quale si svolge all’estero in piena stretta repressiva del regime
fascista. La «dannazione» di Livorno – per usare le parole di Ezio Mauro nel
suo ultimo libro – lascerà faticosamente il posto al tentativo di «grande
rattoppo» nella sinistra, non ancora concluso. La metafora ripropone l’idea
convenzionale di una eterna propensione della sinistra italiana alle divisioni.
Va detto piuttosto che proprio i duri anni della clandestinità temprano la
capacità del Pci di tenere le fila di un difficilissimo lavoro illegale in
Italia, nelle prigioni e nei luoghi di confino, e preparano la terza e
definitiva rifondazione, quella della Resistenza e del «partito nuovo»,
popolare e di massa. E va detto che il legame unitario fra comunisti e
socialisti si stabilisce fin dal 1934, vivifica l’antifascismo e la lotta di
Liberazione e con intensità alterna dura per tutta la Prima repubblica, fino
agli anni di Craxi. Poi entrambi i partiti, separatamente e con epiloghi
diversi, scompaiono; e «il modo (questo sì) ancor m’offende».
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Ruggero Grieco |
Pugliesi a Livorno
Piccola e qualificata la schiera pugliese che partecipa da subito all’impresa di fondazione del Pci. Nel 1921 sono 655 iscritti su un totale nazionale di circa 40.000. Ecco alcuni nomi. La pioniera è Rita Maierotti, veneta trapiantata a Bari, presente con Bordiga e Gramsci fra la ventina di delegati socialisti che a Firenze nel 1917 getta le basi della frazione comunista (lo racconta Paolo Spriano nella sua storia del Pci). È una delle poche donne agli inizi del partito, con Ortensia De Meo (moglie di Bordiga) e Camilla Ravera. A Livorno Rita è affiancata dal marito, il gravinese Filippo D’Agostino, consigliere comunale a Bari, futuro martire della Resistenza. Da Taranto arriva Odoardo Voccoli, che sarà il primo sindaco della città ionica dopo la Liberazione. Da Foggia c’è Luigi Allegato, che diventerà sindaco di San Severo e presidente della provincia. L’ispiratore dei comunisti foggiani – lo ricorda lo stesso Allegato – è il conterraneo Ruggero Grieco, figura di spicco del Pci fin dal primo comitato centrale, braccio destro di Bordiga e numero due del partito. In seguito si avvicinerà a Gramsci conservando un ruolo di rilievo nel nuovo gruppo dirigente, tanto da fungere di fatto da segretario del partito e dirigente del centro estero negli anni ’30, mentre Togliatti opera a Mosca per l’Internazionale. Sarà membro della Costituente e senatore della repubblica. (p.m.)
La Gazzetta del
Mezzogiorno, 3 gennaio 2021