Bellini, i mandanti, i NAR e un perdono tradito: La strage di Bologna di Paolo Morando (Feltrinelli) .
La bomba esplosa nella stazione di Bologna quarantatre
anni fa, alle 10,25 del 2 agosto 1980, ha rappresentato con le sue 85 vittime
il più grave attentato terroristico compiuto in Europa dopo la Seconda guerra
mondiale. Per l’orrendo crimine sono stati condannati con sentenza definitiva i
neofascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro (ergastolo) e Luigi
Ciavardini (trent’anni), cui in seguito si sono aggiunti, in primo grado, gli
ergastoli per Gilberto Cavallini e Paolo Bellini. Tutti sono terroristi neri, giudicati
responsabili di numerosi altri delitti. Per depistaggio delle indagini è stato
condannato con sentenza definitiva il capo della loggia massonica P2 Licio
Gelli. Nel 2020 la procura di Bologna ha concluso una ulteriore e complessa
indagine indicando nei defunti Gelli e Federico D’Amato (direttore negli anni
’70 dell’ufficio Affari riservati del Ministero dell’Interno) i mandanti e organizzatori,
con altri, della strage.
Il lungo iter giudiziario, alcuni importanti sviluppi
del quale sono ancora in corso, è raccontato, con accuratezza che nulla toglie
alla leggibilità, da Paolo Morando nel libro La strage di Bologna. Bellini, i Nar, i mandanti e un perdono tradito
(Feltrinelli 2023). L’autore, giornalista, ha pubblicato con Laterza Prima di Piazza Fontana. La prova generale
(2019) e L’Ergastolano (2022), sulla
strage di Peteano: ricostruzioni di cui il volume su Bologna è in qualche modo
il completamento, quasi a configurare una sorta di trilogia che ripercorre il
decennio delle trame nere e della strategia della tensione che ha insanguinato
l’Italia, dalla bomba della Banca dell’Agricoltura di Milano a quella deflagrata
nella sala d’aspetto del grande nodo ferroviario emiliano.
L’ingente materiale documentale accumulato in
decenni di inchieste – Morando ne dà conto, con riferimento particolare agli
sviluppi recenti – ha fatto emergere e delineato con crescente chiarezza il
quadro degli obiettivi perseguiti e il senso politico dell’esecrando fatto di
sangue: una pattuglia di killer spietati, professionisti del terrorismo nero,
fu l’esecutrice del crimine; l’azione fu coadiuvata da una rete diffusa di
estrema destra eversiva con agganci internazionali; i manovratori appartennero
a quel ganglio di poteri che trovava un punto di incontro nella P2, scoperta
nel 1981, attivissima negli anni precedenti (erano tutti iscritti alla loggia
segreta i componenti del “comitato di crisi” governativo durante il sequestro
Moro nel 1978) e anche dopo. La grande operazione stragista, in linea con la
strategia della tensione nonostante il contesto diverso, aveva lo scopo di
destabilizzare gli equilibri politici e produrre un drastico restringimento
della democrazia in Italia.
Dai medesimi ambienti provenne un tenace tentativo
di depistaggio (incentrato sulla presunta alternativa di una “pista
palestinese”) nonché l’appoggio a una campagna innocentista volta a scagionare
Mambro e Fioravanti, i quali si sono sempre dichiarati non colpevoli della
strage, mentre hanno riconosciuto numerosi altri omicidi. Campagna che –
coinvolgendo invero anche personalità di sinistra e del partito radicale – ha di
certo agevolato la situazione alquanto paradossale per cui, condannati entrambi
a otto ergastoli, i due ergastolani hanno visto estinta la loro pena dieci anni
fa, dopo aver goduto di molti anni di semilibertà. E oggi Fioravanti, da libero
cittadino, rilancia la pista “alternativa” proponendo la colpevolezza di una
delle vittime della strage, Mauro Di Vittorio, additato dai depistatori quale
estremista di sinistra potenzialmente pericoloso; e ciò, dopo aver ottenuto per
sé e per la Mambro, sua moglie, il generoso perdono della sorella di Mauro,
Anna, e aver usufruito di una magnanima lettera di Anna Di Vittorio per sostenere
la richiesta di libertà della Mambro. È la meschina vicenda del “perdono
tradito” cui Morando dedica la seconda parte del libro.
Un altro paradosso ci sembra risiedere nel fatto che
la destra parlamentare, invece di limitarsi a rivendicare un’estraneità e un abisso
incolmabile fra sé e quella esperienza stragista, abbia voluto distinguersi nel sostegno alla tesi
innocentista e, più in generale, “revisionista”, accreditando la “pista
alternativa”. È difficile fare i conti fino in fondo con un passato che,
piaccia o no, interseca il proprio. Tanto nefando ed empio è quel crimine che
si vorrebbe togliergli, e far dimenticare, l’etichetta di destra. Che però
resta, e i tribunali smontano ogni altra ipotetica matrice.
Doveroso è infine ricordare le vittime, i loro nomi,
la loro storie. Lo fa il libro di Morando, per alcune di esse; lo fanno, nelle proprie
pagine in rete, l’Associazione tra i familiari delle vittime della strage e gli
Archivi «per non dimenticare», per tutte le persone uccise. Vittime di ogni
parte d’Italia, e anche straniere, perché il 2 agosto migliaia di persone transitavano
per quella stazione diretti alle località di vacanza. Bari conta sette
cittadini uccisi, il più alto numero dopo la città di Bologna. Due famiglie baresi
furono decimate. Perirono Vito Diomede Fresa (62 anni), Errica Frigerio (57) e
il loro figlio Francesco Diomede Fresa (14); si salvò la figlia Alessandra che
non era partita. Furono dilaniate Silvana Serravalli (34 anni) e le nipoti
Patrizia Messineo (18) e Sonia Burri (7); sopravvissero i genitori di Silvana,
la sorella e il cognato che erano con lei. Cadde Giuseppe Patruno (18 anni), si
salvò suo fratello; avevano accompagnato in stazione due turiste straniere. Tutti
volevano trascorrere giorni sereni; morirono inopinatamente per una mostruosa congiura
politico-criminale che comportava il cinico sacrificio di molte persone
innocenti.
Pasquale Martino
Il testo è la versione estesa di un articolo apparso su "La Gazzetta del Mezzogiorno" il 2 agosto 2023