Quel settembre 1943, dopo l'armistizio
Quale fu l’inizio? Chi e quando incominciò – all’indomani del tragico 8 settembre 1943 – a scrivere le prime parole su quella pagina senza precedenti che è stata la Resistenza al nazifascismo? In realtà, di inizi ce ne furono parecchi, scollegati e in luoghi diversi ma in tempi ravvicinati, tali da configurare uno slancio inconsapevolmente corale.
Uno di quegli inizi fu a Bari, il 9
settembre, e nello stesso giorno 20 chilometri più a sud, a Bitetto. I fatti di
Bari hanno sempre trovato accenni assai parsimoniosi nella storiografia
nazionale, se si eccettuano gli studi locali; pure, la prima importante storia
della Resistenza, quella di Roberto Battaglia (Einaudi 1964, I ediz. 1953), dice
brevemente l’essenziale: «a Bari il generale Bellomo con pochi ardimentosi,
marinai, soldati e operai, assicurò la difesa del porto». Nella più recente
opera generale sulla lotta di Liberazione, firmata da Marcello Flores e Mimmo
Franzinelli (Laterza 2019), il riferimento all’evento barese – qualificato
comunque come episodio di «resistenza» – è se possibile ancor più fugace. Una
bella sorpresa è contenuta nel libro per ragazzi apparso in piena quarantena
(Lucia Vaccarino, Stefano Garzaro, O
bella ciao, Il battello a vapore - Piemme, 2020), dove per la prima volta in
un’opera non locale un intero capitolo è dedicato alla vicenda del quindicenne
Michele Romito e dei “guaglioni” che dalle mura di Bari Vecchia contrastarono
con le bombe a mano le truppe tedesche; racconto basato sulla testimonianza di
uno di quei ragazzini, il vivo e vegeto Michele Mancini. Contemporaneamente
usciva Noi partigiani di Gad Lerner e
Laura Gnocchi (Feltrinelli 2020) che nell’elenco finale delle centinaia di
registrazioni di interviste a protagonisti viventi della Liberazione – di cui
solo una minima parte è confluita nel volume – cita anche i testimoni della
giornata di Bari, allora poco più che bambini: riconoscimento non piccolo nel
memoriale audiovisivo della Resistenza consegnato all’Anpi, e acquisizione eis aèi («per sempre»; non sembri enfatico
citare Tucidide).
Bari come inizio, dunque: al porto e –
ricordiamolo – alle poste, dove pure si combatte. Bari che ha sei caduti in
battaglia, mentre Bitetto ne ha ben 18, militari che prendono l’iniziativa di
sparare su un reparto tedesco dedito alla razzia, e sono coadiuvati da civili,
alcuni giovanissimi. Due città che ricevono la medaglia d’oro al merito civile,
e Bitetto prima di Bari (1999 e 2006). Mentre gli Alleati avanzano da sud, la
Wehrmacht germanica si ritira lentamente verso nord seminando distruzioni,
eccidi e crimini di guerra. Già il 10 settembre aggredisce Barletta, dove
uccide negli scontri a fuoco e nei bombardamenti decine di militari e civili,
fino alla atroce rappresaglia di due giorni dopo, quando 12 fra vigili urbani e
netturbini vengono messi al muro e falciati. La Puglia e la Basilicata
sperimentano fra le prime, dopo l’armistizio, la nuova linea di condotta
nazista verso gli italiani, assunti nel novero dei “traditori” e delle “razze
inferiori” di cui il Reich fa sistematico scempio. Matera insorge il 21: ed è
un altro inizio, che annuncia le quattro giornate di Napoli (27-30 settembre),
prima grande insurrezione antinazista in Italia e in Europa. Barletta, Matera,
Napoli: medaglie d’oro al merito civile e militare.

Il dramma già iniziato diventa orrore e dolore senza fine a nord della linea Gustav, che corre dal Garigliano al Sangro. Qui i tedeschi non si ritirano più, ma occupano stabilmente il territorio come una immensa fortezza, serviti dal fascismo collaborazionista. Uno dei primissimi atti di resistenza, forse il primo in assoluto, si deve ancora una volta a un pugliese, e avviene a Genova il 9 settembre, nello stesso giorno in cui si combatte a Bari e a Bitetto. Il carabiniere Ludovico Patrizi, 42 anni, nato a Cursi in provincia di Lecce, s’imbatte in un gruppo di tedeschi che nel quartiere Pontedecimo ha appena trucidato un militare italiano rifiutatosi di consegnare le armi; Patrizi apre il fuoco contro i nemici, ne uccide due e ferisce un terzo, prima di essere a sua volta abbattuto da una granata. La sua memoria è insignita di medaglia d’argento, e Genova gli ha intitolato un ponte nel luogo della morte eroica.
Dopo il disorientamento e lo sbandamento
dell’8 settembre, dopo i gesti individuali ed esemplari, in tutte le regioni
dell’Italia sottoposta al nazifascismo incominciano ad aggregarsi i partigiani.
Molti pugliesi fra loro. È ancora settembre quando i fratelli foggiani di
famiglia operaia Vincenzo e Luigi Biondi, civili di 19 e 16 anni (pochi di più
dei ragazzi baresi), si uniscono alla banda partigiana di Colle San Marco
appena raccoltasi ad Ascoli Piceno. Non si sa quando e perché abbiano lasciato
Foggia, straziata dai bombardamenti alleati (e poi insignita anch’essa di
medaglia d’oro), se poco prima o poco dopo l’8 settembre. Si fermano nelle
Marche a combattere. Partecipano alla battaglia di Bosco Martese il 25
settembre, ed è la prima volta (un altro inizio!) che una formazione ribelle
costringe i tedeschi alla ritirata. Ma il 2 ottobre Colle San Marco è circondato
dalla divisione di paracadutisti Hermann Göring, che attacca con l’artiglieria. Alcuni
partigiani riescono a sganciarsi, 13 muoiono, 14 vengono presi vivi e subito
fucilati. I fratelli Biondi cadono in combattimento a cento metri l’uno
dall’altro. Ascoli e Foggia li hanno onorati con monumenti.
Molti inizi: dappertutto i pugliesi
c’erano, con gli altri italiani. È bene non dimenticarlo, nel 77° anniversario
di un giorno che poteva segnare l’affondamento irreparabile di un intero Paese
e che invece fu il principio di una storia di libertà e democrazia. La Puglia
non ha subìto una storia fatta altrove: ha contribuito a farla, la storia
d’Italia, grazie ai suoi figli e figlie che compirono improvvisamente un gesto,
che scelsero un cammino difficile e giusto.
Pasquale Martino
«La
Gazzetta del Mezzogiorno», 8 settembre 2020