Tutta l'ingiustizia che resta fra i banchi
L'illusione della riforma a costo zero
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La Scuola di Barbiana |
«La
scuola ha un problema solo: i ragazzi che perde». A distanza di quasi mezzo
secolo, l’aforisma di don Milani è ancora pertinente. È vero che negli anni che
seguirono Lettera a una professoressa
(1967) la scuola pubblica ridusse le diseguaglianze; poté farlo grazie a
riforme sia pure disorganiche volute da chi credeva all’aspra critica di
Barbiana, nonché grazie all’impegno e
alla sensibilità democratica di un paio di generazioni di docenti. Tempo pieno,
scuola dell’infanzia, educazione degli adulti, sostegno al diritto allo studio,
lotta alla dispersione e all’evasione scolastica, inserimento dei disabili,
accoglienza degli immigrati, sono state le innovazioni che hanno modificato l’originaria
natura classista della vecchia scuola quale organo destinato alla mera selezione
e alla riproduzione delle gerarchie sociali.
Ma è
altrettanto vero che siamo ancora lontani da qualsiasi soddisfacente realizzazione
del diritto allo studio prescritto dalla Costituzione; se ne accorge chi non distoglie
gli occhi da una società sempre più impoverita, lo sa bene chi opera “sul
campo”: le scuole delle periferie urbane, gli uffici scolastici, gli
assessorati comunali, la magistratura minorile. Chiunque si proponga di
cambiare in meglio il sistema scolastico dovrebbe mettere al primo posto il
rafforzamento delle azioni che mirano a includere, a “non perdere ragazzi”; in
particolare, dovrebbe avere a cuore il potenziamento della fascia da 0 a 6 anni
(asilo nido e scuola d’infanzia): un servizio di livello qualitativo alto,
offerto però, tuttora, a una minoranza di bambini. E resta d’altronde la
necessità di prolungare l’obbligo scolastico.
Tutto
ciò è impossibile senza risorse finanziarie; invece sembra ottenere consensi la
strana (ma non nuova) idea delle “riforme a costo zero”, che si possano
finanziare attuando risparmi all’interno degli attuali stanziamenti, già poco
dignitosi e assottigliati dai tagli dell’ultimo ventennio. Soltanto in un
ambito si profila un aumento delle risorse: quello dell’edilizia scolastica. Si
parla invero, per lo più, dello sblocco del patto di stabilità per progetti già
avviati dai comuni. Non si dimentichi però che si tratta di tutt’altro capitolo
di spesa, cioè di investimenti in conto capitale, sempre graditi perché, al
pari di un ponte o di un’autostrada, danno “lavoro alle imprese”. I giganteschi
sperperi di denaro nei lavori pubblici (che trapelano periodicamente dalle
inchieste sulle grandi opere) non scandalizzano più di tanto; la spesa corrente
è invece dipinta come il covo diabolico degli
sprechi. In proposito, due concetti
vanno per la maggiore: abbreviare il corso di studi e allungare l’orario di
lavoro dei docenti a parità di retribuzione. La prima idea trova sostegno nel
presupposto indimostrato che cinque anni nelle scuole superiori siano troppi, e
si avvantaggia di una sorta di mitologia della velocità, nonché del sottinteso
che a sbrigarsela in quattro anni possano essere i più dotati. Motivazioni non
dissimili suffragarono dieci anni fa gli “anticipi” della scuola d’infanzia (un
modo per sopperire alla carenza di asili nido), che trascinavano dietro di sé l’anticipo
anche nella scuola primaria.
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Scuola d'infanzia a Reggio Emilia (dal sito di Lo stupore del conoscere) |
Pasquale Martino
«La Gazzetta
del Mezzogiorno», 12 luglio 2014